In occasione del primo anniversario della scomparsa del nostro caro amico Mario Galzigna, vogliamo ricordare uno dei suoi contributi più importanti alla storia della psichiatria italiana. Mario è stato l’organizzatore dello straordinario museo allestito sull’isola di San Servolo a Venezia, e al manicomio di San Servolo ha dedicato due libri eccellenti.

Oggi, avendo ricevuto il permesso dall’Editore Mimesis, che cogliamo occasione per ringraziare, di ripubblicare il libro collettivo A sé e agli altri. Storia della manicomializzazione dell’autismo e delle altre disabilità relazionali nelle cartelle cliniche di S. Servolo apparso nel 2013 e ormai introvabile, la redazione di Ibridamenti lo ripropone in un primo tempo scorporando gli interventi degli autori che vi hanno contribuito, a seguire come e-book liberamente scaricabile. La riproposta del nostro lavoro vuole essere in primo luogo un omaggio a Mario, senza cui non si sarebbe potuto sviluppare.

A sé e agli altri

Il libro è l’esito di una ricerca di archivio decisamente particolare. In due occasioni, nel 2009 e nel 2010, un gruppo di ricercatori di diversa estrazione, psicologi, antropologi, filosofi, storici, ha cercato di dare una risposta a una domanda implicita nell’esplosione dell’attenzione per le condizioni autistiche. Leo Kanner e Hans Asperger hanno individuato l’autismo nel 1943 come condizione specifica, e quindi cosa era l’autismo prima dell’autismo? Evidentemente la semiotica clinica che individua la condizione era preesistente alla sua nominazione come sindrome, evidentemente a livello sociale erano state attuate modalità di gestione della condizione. La nostra idea portante è stata che tale gestione fosse delegata all’istituzione manicomiale, siamo pertanto andati a ricercare i segni dell’autismo inscritti nelle cartelle cliniche raccolte nell’archivio dell’ex frenocomio veneziano sull’isola di San Servolo.

Partiamo dunque con la riproposta della prefazione al libro scritta dai curatori, a cadenza settimanale verranno poi pubblicati i singoli capitoli.

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PREFAZIONE
di Concetta Russo, Michele Capararo, Enrico Valtellina

I call this kind of thinking label locked because people get so invested in
what the word for think is that they no longer see the thing itself.

Temple Grandin

 

L’autismo, considerato al tempo della sua individuazione (gli anni quaranta del secolo scorso) e per molto a seguire una condizione rara, negli ultimi due decenni è diventato oggetto di un’attenzione crescente, non solo da parte del sapere medico e delle politiche sociali che da questo procedono, ma in senso più ampio di un’attenzione culturale assolutamente straordinaria per una condizione patologica.

Sul fronte dell’intervento medico, da alcune correnti della psicoanalisi fino agli attuali interventi pedagogici di matrice comportamentista, l’autismo e le sue varianti diagnostiche (autismo ad alto funzionamento, sindrome di Asperger, PDD-NOS, ovvero il gruppo dei “Disturbi generalizzati dello sviluppo”, nella denominazione del DSM) hanno suscitato una quantità di teorie psicologiche tese a giustificare interventi normalizzatori che sono andati dall’allontanamento a “scopo terapeutico” dalle famiglie, fino a interventi “correttivi”, metodi educativi, interventi ortopedici e biomedici brutalmente riduzionisti, sollecitati da attese miracolistiche di guarigione o di rieducazione da parte genitori. Si è passati da teorie psicoanalitiche accusatorie e colpevolizzanti verso i genitori – famigerato e paradigmatico il volume di Bruno Bettlheim La fortezza vuota (Bettelheim, 1967) – alle interpretazioni di matrice cognitivista sulla teoria della mente (ToM lett. Theory of Mind), che rilevano un “deficit” di ToM nel pensiero autistico, raramente osservandone le caratteristiche e le qualità intrinseche. Le abilità e competenze particolari delle persone autistiche, nei rari casi in cui si è avuta la capacità di osservarle, sono state relegate a fenomeni peculiari, casi letterari e massmediali. Così mentre da un lato autori come Oliver Sacks (1995) continuano a segnalare l’importanza di uno sguardo clinico di carattere biografico, in molti casi i minori autistici sono sottoposti a interventi di conversione alla norma tramite protocolli educativi ammaestrativi o di purificazione biochimica (diete, integratori, chelazione).

La recente esplosione dell’autismo come hype ne colloca l’interesse oltre la significazione nell’ambito medico-riabilitativo, assistiamo a una sua sovraesposizione mediatica che ne segnala in qualche modo una centralità simbolica. Si parla moltissimo di autismo, si scrivono tantissimi libri, i film a tema autismo/asperger stanno cominciando a individuare un genere, proliferano associazioni, blog, gruppi sui social network, si individuano tipi sociali per approssimazione allo spettro autistico dai nomi strani (nerd, geek, hikikomori, otaku). La fenomenologia assolutamente generica della ritrazione dal mondo, di cui la variante medicalizzata è lo spettro autistico, ha un posto di primo piano nella rappresentazione pubblica della società della comunicazione globale. Il proliferare delle diagnosi ha spinto a parlare di un’“epidemia” di autismo mentre, come evidenziato da Roy Grinker (Grinker, 2007), Ian Hacking (Hacking, 2008) e Gil Eyal (Eyal & al., 2010), l’epidemia è di carattere culturale: è aumentata l’attenzione per la dimensione relazionale dell’esistenza, conseguentemente per le sue forme atipiche e patologiche. Nel novecento le capacità cognitive erano al centro dell’indagine scientifica, il secolo scorso si è aperto con l’elaborazione dei primi strumenti per la quantificazione dell’intelligenza, il problema era la gestione del feeble minded (Trent, 1994; Gould, 2005). Oggi la dimensione cognitiva è considerata un correlato dipendente dell’attitudine relazionale, il ritardo mentale è stato sussunto dall’autismo (gli allarmisti che invocano fondi per la ricerca sull’autismo a fronte dell’epidemia, non considerano come contestualmente sia venuto meno un numero corrispondente di persone diagnosticate per ritardo mentale). Ciò è indubbiamente positivo, il “ritardo” è normalmente percepito solo come problema da gestire, senza alcun investimento sulla crescita delle persone che ne vengono individuate affette, al contrario le connotazioni culturali dell’autismo lasciano spazio a un’evoluzione della condizione.

Prendendo le mosse da queste considerazioni ci siamo posti la questione di quale trattamento sarebbe toccato alle tipologie umane divergenti che oggi sono individuate come autistiche prima dell’autismo, nel tempo della sua preistoria (per la storia, Feinstein, 2010). L’ipotesi che sottendeva tale percorso era l’idea che un certo numero di persone autistiche o con sindrome di Asperger siano state, durante la seconda metà dell’ottocento e la prima metà del novecento, manicomializzate e trattate come pazienti psichiatrici, in una visione che ha a lungo confuso schizofrenia e autismo (del resto il termine autismo venne coniato da Bleuler per individuare il sintomo negativo della schizofrenia). Un legame tra l’attuale sovraesposizione sociale dell’autismo e la de-istituzionalizzazione degli anni sessanta e settanta è stato rilevato da una delle ricerche più interessanti nel campo dei nascenti autism studies (Eyal & al., 2010), secondo questi autori si è cominciato a parlare di autismo nel momento in cui le famiglie sono tornate a farsi carico della gestione della vita dei figli gravemente problematici, in precedenza internati negli istituti.

La nostra intenzione era risalire oltre lungo il crinale della storia. Indagare le categorie della nosografia psichiatrica tardo ottocentesca che possono essere considerate forme delle problematiche relazionali, ciò che oggi viene accorpato nella vasta e multiforme area dei disturbi generalizzati dello sviluppo dello spettro autistico, e contestualmente discutere la gestione delle stesse nelle istituzioni totali, compito di ricerca che non è stato mai intrapreso, eccettuato un breve scritto di Gladys Swain (Swain, 1984).

Con queste ipotesi e con questo obiettivo di fondo, grazie al coordinamento scientifico del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo, e al finanziamento della Fondazione Gianna e Andrew Gallioli, un’équipe multidisciplinare composta da psicologi, filosofi e antropologi ha interrogato l’archivio dell’ex ospedale psichiatrico di San Servolo a Venezia.

Poiché ogni ricerca contiene una certa dose di imprevedibilità, lo spoglio e l’analisi delle cartelle cliniche provenienti dall’ex manicomio maschile di San Servolo e dall’ex manicomio femminile di San Clemente, ci ha spinti ad allargare il focus del lavoro. Non si è rinunciato a indagare l’aggrumarsi di categorie diagnostiche che avrebbero generato il concetto di autismo, ma si è scelto di allargare lo sguardo all’orizzonte più ampio delle “problematiche e disabilità relazionali”, tutte le condizioni quindi in cui l’aspetto più rilevante della divergenza comportamentale che aveva portato le persone nel “frenocomio” veneziano fosse la non conformità alle attese nell’interazione con l’altro. Del resto, autismo non è un’entità clinica, una patologia individuabile per un’eziologia, ma il contenitore lessicale che raccoglie condizioni disparate, riunite per la comune manifestazione di forme atipiche dell’interazione in presenza.

La ricerca

Siamo partiti, dunque, per l’isola di San Servolo con l’idea di intraprendere un viaggio di ricerca sulle tracce di un percorso di genesi del concetto di autismo e in senso più ampio di “disabilità relazionale” consultando l’archivio. Ma, come spesso accade, l’intensità di questo viaggio ci ha cambiati e ognuno ha scritto non quello che doveva ma quello che poteva su un’esperienza di ricerca che si è rivelata ben più che scientifica. Per questo motivo gli scritti di questo volume hanno come filo conduttore più che un concetto o un’idea di partenza, una suggestione. Ognuno è stato interrogato dalla permanenza sull’isola almeno tanto quanto noi abbiamo interrogato gli ospiti di quarant’anni di attività del manicomio a partire dal 1875 attraverso le cartelle cliniche. Gli scritti spaziano da un’accurata analisi storiografica su idiomi psichiatrici che avrebbero poi caratterizzato alcuni tratti odierni dell’autismo a studi di genere in relazione alle diagnosi psichiatriche.

La prima impressione è che la diagnosi psichiatrica si comporti come un’entità viva, nel senso che sia in grado di agire nel mondo e di sopravvivere con una certa dose di autonomia all’ambiente storico che l’ha prodotta. Il paradosso che si vuole rilevare con questa affermazione è che mentre analizzavamo quadri diagnostici “morti” di pazienti morti, ci trovavamo nuovamente a interrogarci sulle diagnosi “vive” dei vivi, quelle con le quali, appunto, conviviamo in un modo o nell’altro: dei “medium” della ricerca psichiatrica. A una prima lettura le cartelle cliniche comunicano un senso di ineluttabilità: la diagnosi si erge come certezza, come scopo finale di un iter medico, una sorta di mancanza di curiosità forse insita nella struttura stessa del frontespizio delle cartelle organizzato secondo criteri che rispondono a un bisogno di ordine e classificazione (molto simili a quelle attuali, tra l’altro):

Anno
N. d’ordine
Nome Cognome
Entrato
Uscito
Morto
DIAGNOSI
AMMISSIONE
ESITO
Numero di recidive Paternità Etc., etc.

Questa sensazione rimanda ad almeno due tematiche: da una parte il contesto organizzativo, la struttura di San Servolo come ospedale psichiatrico, la gestione quotidiana affaticata e arrancante di un nosocomio così affollato di persone spesso in situazioni di emergenza di carattere alimentare (pellagra) o epidemico, che è traccia delle origini ambigue del San Servolo e del San Clemente (e di tutti i luoghi di manicomializzazione) come luogo con pretese di accoglienza e cura e al contempo di contenzione e isolamento.

Dall’altra, oltre a questo aspetto storico-sociologico, si tratta anche di prendere in considerazione e contestualizzare la visione della malattia. Siamo in piena epoca positivista, nella quale tutte le scienze della mente sembravano aver trovato il bandolo dell’intricata matassa dei comportamenti umani nell’identificazione e classificazione delle patologie mentali legate alle teorie dello sviluppo di importanti autori, teorie ben delineate in alcuni dei saggi contenuti nel testo. Questo è un aspetto di carattere psicologico della storia della psichiatria che nella ricerca presente, riprendendo le idee di Canguilhem sul rapporto tra teoria e tecnica, mostra come la pratica clinica non fosse già più in grado con un suo lavoro implicito di influenzare la ricerca teorica ma la teoria medica cominciasse ad assumere un ruolo gerarchico predominante stabile (grazie all’idea di progresso scientifico positivista) già in nuce nel periodo illuminista. Si trattava, dunque, di tradurre nell’ambito della pratica clinica le teorizzazioni calate dall’alto della scienza medica, eventualmente cercando prove e riscontri attraverso le nascenti tecnologie psichiatriche di diagnosi e cura (dagli elettroencefalografi, ai rimedi galenici, dall’elettroshock alle docce o bagni ghiacciati): sono gli esordi della tecno-medicina.

L’ambiguità non si ferma a questo aspetto ma si può ritrovare anche nello stile con cui vengono redatte le cartelle cliniche: accanto a un nascente entusiasmo classificatorio che cerca di tradurre le persone e i loro vissuti entro un quadro nosografico che riesca a raggrupparli in profili patologici alla ricerca di segni predittivi di futuri comportamenti, permane, a tratti, una cifra letteraria che lascia percepire l’eco dello stile della grande tradizione degli alienisti del XIX secolo. Da una parte la cartella clinica con gli indici craniometrici e dall’altra alcune appassionanti scritture che sembrano raccontare il tentativo di dare senso al vasto e imprevedibile comportamento umano dentro il breve spazio in cartella dedicato all’anamnesi. A coadiuvare tale suggestione c’è anche il ritrovamento tra le pagine delle cartelle cliniche di lettere personali che mostrano la presenza di un carteggio, talvolta davvero vivace, tra pazienti, parenti, medici e rappresentanti delle istituzioni di tale intensità che meriterebbe uno studio a parte e che evoca una serie di domande su questa volontà di conservazione: chi le ha infilate tra le pagine delle cartelle cliniche e perché, era una pratica consueta o un atto irrituale?

L’immagine che forse sussume questo contrasto è quella del vecchio pianoforte a coda collocato nella sala del museo tra apparecchi elettromedicali, alambicchi e strumenti di contenzione. Un oggetto in apparenza spaesato nella collezione, ma che in realtà era anch’esso rubricato fra gli strumenti terapeutici: la “sala della musica” era stata introdotta dal vicedirettore del manicomio Cesare Vigna, grande amico di Giuseppe Verdi.

Non era un errore dunque, ma che cos’è ogni museo della scienza se non un museo dell’errore, simbolo permanente del metodo stocastico. Tra tentativi ed errori, dunque, il senso di questo volume é che possa contribuire in futuro non certo a eliminare l’errore ma, anche in maniera infinitesimale, a evitare l’orrore.

Definizioni e rotture

Durante la prima incursione nell’archivio, nel giugno 2009, l’equipe ha proceduto allo spoglio delle cartelle cliniche appartenenti alla categoria dei così detti “maschi morti”. Con tale etichetta si definivano, per economia comunicativa, all’interno dell’archivio i pazienti che ricoverati nell’ex ospedale psichiatrico maschile di S. Servolo, non furono dimessi e vi rimasero fino alla morte, avvenuta nell’intervallo storico preso in considerazione (1874–1940 circa). A motivare tale scelta era l’idea che le problematiche relazionali gravi riguardassero prevalentemente soggetti maschi e che potessero solo peggiorare durante la manicomializzazione, così da non dare speranze di dimissione. Dallo spoglio erano state isolate e analizzate 84 cartelle cliniche che, nella lettura della diagnosi e dell’anamnesi, richiamavano i tratti caratteristici dell’attuale diagnosi di autismo. Categorie come “imbecillità sociale” (Vagliano Spiridione, morto nel 1914), o “mania senza furore e forma di megalomania riferibile all’intelligenza” (Ghirardi Luigi, morto nel 1902).

Come precedentemente accennato, alcune cartelle risultavano scarne, se ne poteva dedurre una diagnosi più quantitativa che qualitativa (l’anamnesi si soffermava sui dati relativi alla craniometria e all’ereditarietà del disturbo), e sommarie notazioni relative al trattamento durante la manicomializzazione. Altre cartelle, invece, si mostravano non solo ricche di annotazioni, ma anche comprensive di epistole (scritte dai pazienti o ricevute dai familiari) e pagine di diario. Queste ultime, analizzate e interpretate da alcuni dei saggi raccolti in questo volume, consentono di osservare la produzione diagnostica e la sua gestazione manicomiale attraverso la lente biografica, oltre che attraverso quella archeologica di matrice foucaultiana.

Nonostante la ricchezza del materiale rinvenuto, dopo la prima incursione nell’archivio ci siamo scontrati con l’insoddisfazione dovuta alla parzialità del campo di ricerca. Per contrastare questa sensazione, e grazie alla disponibilità e alla professionalità degli archivisti della Fondazione San Servolo, si decise realizzare una seconda incursione nell’archivio. Lo scopo di questa era lo spoglio delle cartelle cliniche di coloro che, all’interno dello stesso periodo storico scelto a riferimento, fossero stati pazienti del manicomio maschile di San Servolo, ma anche di quello femminile di San Clemente, per un tempo determinato, ricevendo quindi il “verdetto” di guarigione, che al tempo si esprimeva nella formula “non più pericoloso per sé e per gli altri”, formula da cui ha poi preso titolo questo lavoro.

Il sottotitolo (Storia della manicomializzazione dell’autismo e delle altre disabilità relazionali) dichiara le principali coordinate all’interno delle quali ci siamo mossi: il riferimento teorico agli storici delle idee i cui discorsi hanno strutturato un filone di analisi sulle istituzioni mediche e sugli apparati nosografici, quali Foucault, Hacking e Canguilhem, da una parte, l’individuazione dello spettro autistico come appare nel DSM IV (e come apparirà nel DSM V) dall’altra. Nel DSM IV la diagnosi di autismo era individuata da tre criteri: 1) compromissione qualitativa dell’interazione sociale, 2) compromissione qualitativa della comunicazione, 3) modalità di comportamento, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati. Nel DSM V, i criteri si sono ridotti a due, poiché il primo e il secondo sono stati accorpati per distinguere in maniera diadica le deficienze relazionali da quelle comportamentali. Senza voler entrare nel merito del dibattito sulle significative modifiche che il nuovo manuale diagnostico apporterà alle diagnosi a venire, non è possibile non notare come, all’interno della psichiatria contemporanea, in maniera non del tutto dissimile dalla psichiatria tardo-ottocentesca, il versante della gestione delle relazioni e quello legato all’osservazione della “normalità” del comportamento risultino al tempo stesso legati e scissi nella configurazione del complesso quadro nosografico che oggi è rubricato sotto il termine “autismo”.

Il saggio di Enrico Valtellina, che apre il volume, ricostruisce la genealogia dei termini imbecillità e idiozia, che dagli albori dell’alienistica e per tutto l’ottocento hanno individuato le persone con disabilità relazionali e cognitive gravi, e che dopo essere decaduti col nuovo secolo come categorie nosografiche, sono rimasti nel linguaggio comune come insulti. Attorno ai due termini si articola la storia dell’istituzionalizzazione manicomiale di condizioni non psichiatriche. Come sottolinea Foucault (Foucault, 1973-74), è esattamente attraverso la presa in carico di ciò che è esterno allo psichiatrico, il bambino “idiota”, il disadattato, l’anormale, che si afferma e consolida il potere psichiatrico.

Mentre gli idioti e gli imbecilli si offrono allo sguardo clinico come soggetti bidimensionali, abbracciabili in valori psicometrici e non curabili, i pazienti la cui diagnosi corrispondeva a “mania senza delirio”, “mania senza furore” o “monomania”, aprono il campo alle cosiddette “follie parziali” affrontate nel saggio di Beatrice Catini. La follia di cui ci parla Catini, non solo è parziale, ma a tratti pare perfino “ragionevole”: l’intelletto risulta intatto, mentre oggetto dello sguardo dello psichiatra divengono gli affetti e le volontà del malato.

Seguendo il fil-rouge delle follie parziali, il saggio di Andrée Bella esplora il concetto di follia morale, sia dal punto di vista della sua evoluzione storica, sia analizzando due cartelle cliniche particolarmente dense. Ripercorrendo le storie manicomiali di Giovanni Rampin (1818-1884) e Samuele Mendel (1831-1908), Bella esplora la relazione fra l’internamento e uno dei paradigmi della modernità: l’autogoverno morale del sé.

Malgrado l’aspetto morale delle diagnosi e dei trattamenti, le cartelle cliniche raccontano sovente storie in cui la soggettività è doppiamente negata: negata la soggettività del paziente da una parte, poiché lo si può descrivere con un linguaggio formulare e pertanto spersonalizzante, e negata la soggettività del medico dall’altra, figura occultata dalla struttura stessa dell’anamnesi. Questo uno dei temi esplorati dal saggio di Nadine Tabacchi, che usa il pensiero di Canguilhem come strumento euristico.

Lo spoglio delle cartelle cliniche dei “guariti” ci ha permesso di abbracciare un’altra prospettiva: quella della “temporaneità” della follia. Aprendo il campo a questo argomento, e imbracciando un’ottica di genere, è stato possibile indagare il rapporto fra attesa sociale e normalità, attraverso l’analisi di quei momenti che sembrano essersi aggrumati nella storia della psichiatria come intrinsecamente patogeni: il menarca e il parto. È in quest’ottica che sono stati scritti tre dei saggi qui raccolti.

Il saggio di Concetta Russo riflette sul rapporto fra il lessico con cui si descrive la nosografia delle donne nelle cartelle cliniche e quello ippocratico di cui è permeata tutta la tragedia greca, analizzando un particolare tipo di evento oggetto di normazione sociale: l’amore. Proseguendo sul tema del rapporto fra normazione sociale e individuazione morale della follia, Pietro Barbetta ricostruisce la storia di Carlotta Grigoletto, internata all’età di sei anni con la diagnosi di “idiozia”, ma guida il lettore attraverso un itinerario che lo porta dai casi dei bambini selvaggi fino ai moderni fraintendimenti del discorso psichiatrico. Sempre sull’internamento femminile, e in un certo senso sull’internamento del femminile riflette il saggio di Francesco Paolella, che mostra come, in certi casi, il genere fosse oggetto d’eccellenza dell’istituzione manicomiale.

A chiusura dei saggi un’appendice storica, scritta da Elena Cefis, permette al lettore di ripercorrere le tappe della formazione dell’istituzione manicomiale veneziana, con uno sguardo particolareggiato al cambiamento della strutturazione delle cartelle cliniche in conseguenza ai cambiamenti di paradigma interni al discorso psichiatrico.

Nel complesso ci piace pensare che questo libro possa essere letto attraverso percorsi diversi, e che la varietà dei temi approfonditi dai nostri autori sia colta come invito a pensare a questi tipi umani particolarmente strani, non come oggetti bidimensionali archiviati da uno stantio sapere manicomiale, ma come soggetti che hanno attraversato la storia di un’istituzione e che attraverso la nostra scrittura ritrovano una voce. Una voce in grado di individuare, nell’interpretazione dello studioso e nel prisma delle narrazioni biografiche, il divenire di una diagnosi come oggetto culturale.

Ringraziamenti

Tanto il lavoro di ricerca quanto quello di scrittura di questo testo non sarebbero stati possibili senza il coordinamento scientifico del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo, e in particolare all’impegno e alla dedizione del professor Pietro Barbetta e il dipartimento di Lettere e Filosofia del medesimo Ateneo, e in particolare grazie alla professoressa Barbara Grespi, professoressa Alessandra Violi, professor Marco Belpoliti e professor Elio Grazioli. Un ringraziamento particolare va inoltre alla Fondazione Gianna e Andrew Gallioli, che ha finanziato le incursioni dell’equipe nell’archivio veneziano e il seminario “Tipi umani particolarmente strani” 1, occasione che ci ha permesso di discutere i risultati della ricerca con alcuni fra gli autori più vivaci nel panorama degli studi sull’autismo: Michael Orsini, Marcelo Pakman e Francisco Ortega, Jurardir Freire Costa e Cecilia Leite Costa, che qui cogliamo l’occasione per ringraziare.

Non è, inoltre, possibile dimenticare che questo lavoro si è potuto realizzare esclusivamente in ragione dell’ottimo lavoro di archiviazione delle cartelle cliniche realizzato dalla Fondazione San Servolo IRSESC (Istituto per le Ricerche e gli Studi sull’Emarginazione Sociale e Culturale), e della straordinaria qualità professionale e umana del coordinatore generale dott. Luigi Armiato e dell’archivista e bibliotecaria dott.sa Fiora Gaspari, che qui cogliamo occasione per ringraziare. Altro sentito ringraziamento all’amico Mario Galzigna, docente presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, curatore di due volumi del massimo interesse (Galzigna, 1980; 1984) sulla storia di San Servolo, e cui si deve l’allestimento delle sale museali in un percorso capace di restituire la storia dell’isola dei matti preservando ed evidenziando il nodo di contraddizioni teoriche e sociali che avevano generato e sostentato l’istituzione manicomiale.

Un rammarico chiude invece questi ringraziamenti, quello di non poter includere l’Archivio Psichiatrico di Bergamo, che con nostra profonda sorpresa ci ha negato la possibilità di farvi ricerca.

Riferimenti bibliografici

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CANGUILHEM, G. Le normal et le pathologique, augmenté de Nouvelles réflexions concernant le normal et le pathologique, Quadrige, Parigi, 1966 trad. it. Il normale e il patologico, Torino, Einaudi, 1998
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FEINSTEIN, A. A History of Autism: Conversations with the Pioneers, Chichester, Wiley-Blackwell, 2010
FOUCAULT, M. Il potere psichiatrico (corso al Collège de France 1973-74), Milano, Feltrinelli, 2010
HACKING, I. Plasmare le persone. Corso al Collège del France (2004-2005), Urbino, Quattroventi, 2008
GALZIGNA, M. (a cura di) La follia, la norma, l’archivio. Prospettive storiografiche e orientamenti archivistici, Venezia, Marsilio, 1984
GALZIGNA, M. e TERZIAN, H. (a cura di) L’archivio della follia, Venezia, Marsilio, 1980
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GRINKER, R. Unstrange minds: Remapping the world of autism, Basic Books, 2007
OLIVER, S. An Anthropologist on Mars, Vintage Books, trad. it. Un antropologo su Marte, Milano, Adelphi, 1995
SWAIN, G. Ciechi, sordomuti, idioti, folli: il trattamento morale e gli infermi della comunicazione, in Galzigna, M. 1984
TRENT, J. W. Inventing the feeble mind, Berkeley, University of California Press, 1994

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Note:

1) Il seminario di Psicologia Dinamica “Tipi umani particolarmente strani. Le culture degli autismi” si è tenuto il 28-29 novembre 2011 presso l’Università degli Studi di Bergamo, finanziato dal Dipartimento di Scienze Umani e Sociali e dalla Fondazione Gianna e Andrew Gallioli.

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Immagine di copertina:
San Servolo, il cortile del reparto “Agitati” in una foto d’epoca.