[Pubblichiamo l’intervento di Fabrizio Acanfora all’Almanacco TUPS].

Quanto valgo? Quanto vale il mio lavoro? È una domanda che tante persone appartenenti a categorie marginalizzate sono spesso portate a porsi, e la cui risposta è condizionata dall’immagine che la società crea di esse.

In quanto persona autistica diagnosticata in età adulta, mi sono ritrovato a essere stigmatizzato due volte: da bambino e adolescente come pigro, discontinuo nel rendimento, inaffidabile, troppo pignolo, a volte intelligente ma poco attento, troppo preso dai miei interessi strani, goffo, asociale, inopportuno. Da adulto, in quanto autistico, la narrazione che la società fa di me e delle persone come me è prettamente deficitaria, figlia di un modello medico che pervade anche ambiti che non le appartengono, come quello del lavoro.

L’autismo, al pari di altre espressioni della diversità umana, è percepito come un funzionamento inferiore rispetto alla norma, che invece è presa come unico riferimento positivo da raggiungere o imitare, anche a costo di dover soffocare le specifiche caratteristiche di ciascun individuo.

E così le persone autistiche, che siano diagnosticate in tenera età o successivamente, crescono pensando di valere poco, di essere inferiori in diverse aree del proprio funzionamento, soprattutto quello sociale e relazionale.

Così, mi domando: quanto vale il mio lavoro? Poco, tendo a pensare, meno di quello delle altre persone. Perché fin da bambino sono cresciuto sentendomi dire che le cose vanno fatte in un altro modo, che non posso fare solo quello che mi piace, che bisogna fare come gli altri, che se si è sempre fatto così ci sarà un motivo. Il mio lavoro vale poco perché è il lavoro di un autistico, e la società quelli come me li vede come creature inferiori, crogioli di difetti e incapacità.

Il lavoro di una persona autistica vale poco perché, quando finalmente arriva un’occasione, non vuole perderla, anche se questo significa lavorare in condizioni svantaggiose, essere sottopagata o demansionata. Vale poco perché il senso di inferiorità che spesso nasce dall’interazione con una società competitiva e basata su un’idea malata di performance e miglioramento personale impedisce di chiedere quanto dovuto, e allora accade molte volte che quasi ci si vergogna a farsi pagare.

Non lasciatevi ingannare dal mito del superautistico cervello ribelle, dal genio dell’informatica. Questo stereotipo, frutto della narrazione abilista e discriminatoria definita inspiration porn dall’attivista disabile Stella Young,(1) mette in luce solo alcune presunte caratteristiche della condizione autistica, per coprire quegli aspetti che la società continua a percepire come difetti e di cui deve farsi carico esclusivamente la persona “diversa”.

Un esempio lampante di questa narrazione possiamo trovarlo in un articolo scritto nel 2020 da Simon Baron-Cohen, ricercatore di fama mondiale nel campo dell’autismo, che si intitola Perché dovresti assumere una persona autistica adesso e che inizia così:
«Nel 2020, ci sarà un cambiamento radicale nel modo in cui le persone autistiche vengono trattate in contesti professionali. Le aziende celebrano sempre più la diversità sul posto di lavoro – diversità di genere, etnia e capacità – e questo si estenderà anche alla neurodiversità: diversi tipi di cervelli e menti».(2)

L’articolo prosegue elencando i motivi per cui le aziende dovrebbero assumere personale autistico: l’incredibile attenzione ai dettagli, la capacità di sistematizzare, di risolvere problemi complessi in modo efficiente e tanti altri spettacolari punti di forza che, leggendo il pezzo, suggeriscono che gli autistici e le autistiche posseggano dei superpoteri dei quali, però, il mondo pare non essere ancora a conoscenza.

Secondo questo cliché, l’autismo sarebbe una condizione i cui tratti caratteristici non sono più quella caterva di deficit sociali, difficoltà di comunicazione e assenza di teoria della mente a cui una narrazione prevalentemente medica (complice anche lo stesso Baron-Cohen) ci aveva abituato. Gli autistici e le autistiche diventano così persone dalle menti matematiche, dei computer attenti a ogni dettaglio; solitari geni dell’informatica e risolutori di problemi come nessun altro.

Per carità, è sicuramente meglio essere descritti come geni introversi e strambi che come asociali difettosi, ed è vero che una parte delle persone autistiche mostra alcune delle caratteristiche descritte nell’articolo di Baron-Cohen ma, come per le persone neurotipiche, la maggioranza ha qualità assolutamente nella media. In parole povere, si tratta di una generalizzazione che non descrive le sfumature e le differenze che contraddistinguono ogni individuo nello spettro autistico.

Inoltre, questo tipo di narrazione sembra spostare l’attenzione esclusivamente sulla persona autistica, che si parli di difetti o qualità eccezionali, tagliando fuori le molteplici responsabilità di una società normocentrica che poco o per nulla si adatta a chi mostra caratteristiche differenti dalla media della popolazione, anche in contesti come quello lavorativo.

Valorizzare le caratteristiche delle persone neurodivergenti è più che apprezzabile, ma questa visione che si sta cercando di far passare sembra dimenticare una parte importante della storia, ossia le difficoltà che impediscono a un grande numero di autistici e autistiche di ottenere e mantenere un lavoro. Eppure tante di queste difficoltà nascono proprio dall’interazione con un ambiente lavorativo strutturato intorno all’ideale neurotipico.

Che effetto avrà questa visione così semplicistica di una realtà tanto complessa sulla situazione lavorativa delle persone autistiche, soprattutto se non accompagnata da cambiamenti reali negli ambienti e nei gruppi di lavoro?

Ciò che non funziona in questa narrazione che sta passando sempre più rapidamente è l’incitamento ad assumere personale autistico tessendo le lodi della persona neurodivergente ma, allo stesso tempo, spendendo pochissime energie nella preparazione dell’ambiente lavorativo, sia dal punto di vista degli spazi che della comunicazione e della socialità, nella capacità di far convivere il maggior numero di differenze.

Nella mia vita ho fatto tanti lavori e certe difficoltà le ho sperimentate in prima persona, come quando vivevo in Olanda e, per un anno, ho lavorato nell’infernale open space di un call center, andando sistematicamente in meltdown o shutdown a fine giornata. Questo stereotipo dell’autistico dai superpoteri finirà per essere deleterio soprattutto perché contemporaneamente non viene realizzato un lavoro profondo e capillare di informazione e di supporto nelle aziende.

Quello del lavoro è un mondo che, a partire dal colloquio, valuta come positive solo le “abilità sociali” che rientrano in una norma basata sullo standard neurotipico, penalizzando chiunque non si conformi a tali standard a prescindere dalle capacità specifiche in determinati ambiti professionali.

Immaginate di dover selezionare il personale per un’azienda basandovi su un processo standardizzato (tarato su un ideale di normalità che tra l’altro costringe anche tante persone neurotipiche a fingere pur di passare il colloquio) e di trovarvi davanti una candidata o un candidato autistico. Questa persona probabilmente non stabilirà un contatto oculare adeguato ai modelli standard, sarà estremamente ansiosa e avrà difficoltà di concentrazione dovute alle luci al neon, al rumore dell’ambiente o a mille altri possibili fattori di disturbo. Le meravigliose qualità che, secondo questa generalizzazione ormai così diffusa dovrebbero essere caratteristiche dell’autismo, non avranno mai la possibilità di essere dimostrate nella pratica lavorativa.

Una volta assunta, poi, una persona autistica deve dimostrare di essere una team player, deve partecipare con gioia alla birra aziendale del venerdì sera e socializzare coi colleghi, deve riuscire a concentrarsi in un ambiente che per molti autistici e autistiche è sensorialmente impossibile da sopportare.

Tutto questo rumore che si sta facendo sulla relazione autismo-mondo del lavoro ha bisogno di maggiore attenzione all’aspetto principale, che non è sponsorizzare le abilità peculiari di alcune persone nello spettro ma creare una società in cui ciascun membro abbia la stessa dignità e possa accedere alle stesse opportunità degli altri, anche sul lavoro. Abbiamo bisogno di ridistribuire il peso dell’inclusione a tutta la comunità, non lasciarlo solo sulle spalle di chi viene percepita o percepito come differente, fuori norma, troppo spesso inferiore.

Se ci accontentiamo di questo processo di inclusione lavorativa paternalistico e sbilanciato, continueremo a perpetrare una dinamica abilista che trasforma ogni minimo cambiamento apparentemente positivo in una gentile concessione calata dall’alto. Sarebbe come dire: visto che siete inferiori, accettate di essere assunti sulla base di alcune vostre caratteristiche che in questo momento il mercato vede come utili. Ringraziate per la possibilità che vi viene gentilmente offerta di produrre nelle nostre aziende e non fa niente se il luogo di lavoro e i colleghi dopo un po’ vi porteranno al burnout. E questo, tra l’altro, mentre una parte consistente delle persone autistiche viene privata di ogni possibilità di lavorare perché troppo lontana dagli standard previsti, perché comunica con modalità differenti o ha bisogno di maggiore supporto.

Assumere una persona autistica non è meraviglioso e non rende migliori. Richiede uno sforzo da parte delle aziende e del personale, un lavoro previo di conoscenza, di adattamento delle strutture e delle procedure, perché non basta dire che siamo degli esseri dalle qualità speciali se una volta assunti cominciamo ad avere tanti di quei problemi che quelle qualità, qualora ci fossero, non riuscirebbero a esprimersi.

E allora, per riprendere la domanda iniziale, mi chiedo: quanto vale il mio lavoro? Quanto vale il lavoro di ogni persona appartenente a una categoria minoritaria? Quanto vale il lavoro di chi la società ha arbitrariamente e sistematicamente escluso per essere come è? Di chi, per strappare qualche opportunità, si sottopone a un processo di inclusione paternalistico e a volte umiliante che alimenta una sensazione di inferiorità perché senza l’aiuto della maggioranza non ce la può fare, perché così come è non sarà mai abbastanza.

Il tasso di disoccupazione tra le persone autistiche è spaventoso. Un sondaggio della National Autistic Society ha rivelato che nel Regno Unito solo il 32% delle autistiche e degli autistici ha un qualche tipo di lavoro pagato (contro oltre l’80% delle persone non autistiche e il 47% delle persone disabili), ma un lavoro pagato full time è un lusso concesso solo al 16% di questa categoria.(3) In Germania invece uno studio ha mostrato come
«[n]onostante un livello di istruzione generale superiore alla media in termini di qualifiche scolastiche e un alto livello di istruzione e formazione formale, anche superiore al livello all’interno della popolazione generale, gli adulti con diagnosi in età avanzata di Disturbo dello Spettro Autistico […] sembrano faticare a mantenere posizioni professionali adeguate alle loro qualifiche formali e spesso non vengono adeguatamente impiegate».(4)

Sono dati che dovrebbero far riflettere sulla necessità di un cambiamento di paradigma nei confronti delle neurodivergenze, anzi della diversità in generale, soprattutto perché dietro quei numeri ci sono vite, ci sono aspirazioni che vengono costantemente frustrate, necessità che non riescono a essere soddisfatte, ci sono bisogni elementari come quello di poter provvedere a se stessi, di essere indipendenti. Dietro quei numeri c’è la frustrazione di chi a forza di rifiuti, a forza di sentirselo dire, a un certo punto si convince di non valere quanto le altre persone. E quella domanda comincia a girarti per la testa sempre più spesso: quanto valgo? Quanto vale il mio lavoro?

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Note:

1) Young, S., “We’re Not Here for Your Inspiration”, ABC, (2012), https://www.abc.net.au/news/2012-07-03/young-inspiration-porn/4107006
2) Baron-Cohen, S., “Why you should hire an autistic person right now”, Wired, (2020), https://www.wired.co.uk/article/autism-work-talent
3) National Autistic Society, “NAS TMI Employment Report (Online). Great Britain” National Autistic Society. (acc. 1/17), (2016), http://www.autism.org.uk/get-involved/media-centre/news/2016-10-27-employment-gap.aspx
4) Frank, F., Jablotschkin, M., Arthen, T., Riedel, A., Fangmeier, T., Hölzel, L. P., & Tebartz van Elst, L., “Education and employment status of adults with autism spectrum disorders in Germany – a cross-sectional-survey”, BMC Psychiatry, 18(1), (2018).

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Immagine di copertina:
Tommaso Panichi, Quando mi sveglio alla prima funivia, acrilico su carta, 2021 (particolare).