Quando eoni fa avevo cominciato a dedicarmi ai Disability Studies, mi ero entusiasmato alla scoperta del Modello Sociale inglese della disabilità, una prospettiva teorica radicale di matrice marxista creata da autori disabili, ne parlavo con esperti del campo, e sempre la risposta era, il modello sociale è superato, ora il modello della disabilità è quello bio-psico-sociale! Ho continuato la mia ricerca, scandagliato l’archivio di Leeds, seguito quella traccia nei suoi sviluppi, fatto pubblicare (dopo averci provato per vari lustri) la traduzione di Politiche della disabilitazione (Ombre Corte, 2023) di Mike Oliver, testo cardine del Modello Sociale inglese, e nel tempo, progressivamente, il modello sociale è ricomparso come sfondo condiviso dei Critical Disability Studies contemporanei. L’analisi a dominante economica è tornata lo strumento critico fondamentale per molti autori, sul fronte dell’autismo Alicia Broderick (The Autism Industrial Complex: How Branding, Marketing, and Capital Investment Turned Autism into Big Business, Myers Education Press, 2022) e Robert Chapman (L’impero della normalità, Mimesis, 2025 a cura di Ippolita, qui la mia postfazione), e delle disabilità, Remapping an Ableist World Disability and Oppression under Capitalism di Vera Chouinard (University of Toronto press, 2025), Disability Praxis. The Body as a Site of Struggle di Bob Williams-Findlay (Pluto Press, 2024) e la nuova edizione di A Very Capitalist Condition: A history and politics of disability di Roddy Slorach (Bookmarks Publications, 2024).
Prova ulteriore del rinnovato interesse per lo studio della disabilità a matrice marxiana è la lodevolissima traduzione per Ombre Corte della raccolta di saggi di Marta Russell, a cura di Keith Rosenthal, Capitalismo e disabilità, con traduzione e introduzione di Ester Micalizzi.
Era tempo che l’autrice di Beyond Ramps. Disability at the End of the Social Contract. A Warning from an Uppity Crip (Common Courage Press, 1998) ricevesse accoglienza nel dibattito teorico nazionale.

Marta Russell, Capitalismo e disabilità

Attivista, sceneggiatrice per il cinema, teorica marxista, Marta Russell, che ci ha lasciato nel 2013, è stata una delle voci più radicali dei Disability Studies americani: Beyond Ramps è l’unico libro pubblicato in vita, il resto della sua ampia produzione è disseminato in articoli apparsi su riviste di movimento più o meno note, di cui una selezione è confluita in Capitalism and Disability. Selected Writings by Marta Russell, ora tradotto.
Beyond Ramps è un libro straordinario, in cui vengono toccati temi che raramente trovano spazio nei Disability Studies, dall’eugenetica al darwinismo subdolo del “diritto a morire”, dallo screening genetico come strumento per eliminare il non conforme, alla carità pelosa di Jerry Lewis e Telethon (su ciò si veda anche Paul K. Longmore, Telethons: Spectacle, Disability, and the Business of Charity, Oxford UP, 2016).
L’analisi è centrata sui meccanismi attraverso cui il sistema espropriativo capitalista disabilita ed estrae valore dai corpi non conformi. Formata al modello sociale, assimilato e messo a frutto (Mike Oliver e Colin Barnes a loro volta si riferiranno ampiamente al libro di Russell in The new politics of disablement, Palgrave, 2012), propone il money model della disabilità:

«La domanda che si poneva alla nazione imprenditoriale era: cosa fare dei “non produttivi”, di coloro che non potevano essere sfruttati come manodopera? E, in definitiva, come rendere le persone con disabilità utili all’ordine economico? La soluzione è stata quella di trasformare la disabilità in un grande business. Secondo il modello monetario della disabilità, la persona con disabilità è una merce attorno alla quale le politiche sociali vengono elaborate o respinte in base al suo valore di mercato» (Beyond Ramps, p. 96).

Nei saggi di Capitalismo e disabilità troviamo il medesimo impianto teorico marxista e tornano molti temi affrontati in Beyond Ramps, l’analisi è sempre serrata, precisa, articolata e documentata.
La disabilità è prodotta intenzionalmente dal capitale per massimizzare gli effetti della propria logica, i disabili servono in quanto esercito di riserva del capitale, utile a mantenere bassi i salari e a generare un’economia della gestione, tramite istituzionalizzazione, servizi dedicati, incarcerazione. Quest’ultimo tema viene approfondito in un articolo in cui si riportano le percentuali eclatanti di persone incarcerate con disabilità intellettiva. In effetti, il sistema carcerario americano è una versione aggiornata delle workhouse inglesi, un monito per i poveri e i devianti. Tutto ciò rientra nell’orizzonte di quello che Johnnie Tuitel aveva nominato “handicapitalismo”:

«La filosofia dell’handicapitalismo sostiene […] che le persone disabili “non dovrebbero essere considerate casi di beneficenza o oneri regolatori, bensì obiettivi di mercato profittevoli”» (Russell, 2026, p. 129).

I movimenti e le associazioni disabili avevano salutato come una vittoria storica l’ADA, Americans with Disabilities Act del 1990, Marta Russell accoglie e sostiene quanto di positivo viene dall’implementazione della legge, ma ne mette in luce i suoi limiti strutturali, gli espedienti per depotenziarne la portata e soprattutto l’eccesso di fiducia della collettività disabile in una serie di diritti octroyés, concessi dall’alto per atto di bontà e facilmente revocabili o aggirabili. Solo l’azione collettiva che punti a mettere in questione le dinamiche strutturali che causano la disabilitazione, la logica espropriatrice del capitale, è in grado di produrre effetti concreti, oltre i diritti concessi, è necessaria la lotta controegemonica collettiva. Questo è il senso di beyond ramps, è sì necessario rivendicare l’elisione delle barriere, ma ciò non intacca la matrice della disabilitazione.
Articoli interessanti trattano della guerra in Iraq – al tempo Marta Russell venne arrestata a una manifestazione – e dell’economia di guerra, fomentata contestualmente alla distruzione del welfare.
In relazione al dibattito italiano contemporaneo, è di particolare interesse la critica radicale al movimento per il suicidio assistito, articolata da Russell in due parti complementari.
Nella prima colloca il dibattito sul “diritto a morire” nel contesto neoliberale, la vera spinta verso la legalizzazione del suicidio assistito non è l’autonomia individuale, ma il contenimento dei costi sanitari. A sostegno di questa tesi cita fonti eterogenee ma convergenti: Derek Humphry (cofondatore della Hemlock Society) ammette esplicitamente che sarà la logica del risparmio a far passare le leggi; il Ninth Circuit Court ha esplicitamente menzionato le implicazioni economiche come argomento legittimo; in Oregon, dopo la legalizzazione, lo Stato ha dato priorità al finanziamento del suicidio assistito rispetto ad alcune cure palliative essenziali. Il sistema delle HMO (Health Maintenance Organizations), che remunera i medici con bonus per la riduzione delle spese, crea incentivi strutturali alla morte del paziente piuttosto che alla sua cura. La tesi centrale è che le persone non scelgono liberamente la morte ma vi vengono spinte dall’assenza di politiche adeguate di assistenza domiciliare, cure palliative, e supporto psicologico. Nella seconda, Russell smonta caso per caso l’immagine di Kevorkian come umanista: la maggioranza dei suoi “pazienti” non era terminale in senso clinico; molti erano depressi, vittime di violenza domestica, o semplicemente privi di servizi adeguati (emblematico il caso di Matt Johnson, la cui sedia a rotelle arrivò il giorno dopo la sua morte). Kevorkian aveva un progetto esplicito, creare l’“obitiatria”, una specializzazione medica sull’uccisione con annessa sperimentazione su cadaveri, che lo avvicina alla tradizione eugenetica più che a quella umanista. Russell critica anche i non-disabili che proiettano sull’esperienza della disabilità le proprie paure, sostenendo il “diritto a morire” per i disabili, senza chiedersi se questi ricevano cure e servizi adeguati. La mistificazione ideologica dei sostenitori del suicidio altrui assistito, e dei tanti tanatofili nostrani, è presentarsi come difensori dell’autonomia e della dignità delle persone, in realtà pensando alla riduzione della spesa sanitaria. I veri umanisti, conclude, sono quelli che lottano per un sistema sanitario universale, per programmi di assistenza domiciliare, per salari dignitosi e per il contrasto alla violenza domestica, non quanti indicano nella morte la soluzione ai problemi strutturali della disabilità in un’economia capitalista.
Il libro si conclude con un articolo sull’eugenetica, dal darwinismo sociale a Galton fino alla messa in atto della macchina di sterminio della Aktion T4, ma non solo in Europa, l’eugenetica era una pratica diffusa anche negli Stati Uniti e la Fondazione Rockefeller finanziava istituti tedeschi di igiene razziale. I medici nazisti erano esplicitamente a conoscenza dei precedenti americani, la persecuzione venne resa possibile dall’alleanza tra scienza medica, apparato statale e interessi economici.
Marta Russell è un’autrice importante, la sua scrittura si muove sempre su livelli di analisi qualitativamente eccellenti, ha introdotto e sviluppato temi raramente affrontati dai Disability Studies, è auspicabile che Capitalismo e disabilità raccolga l’attenzione che merita e diventi un riferimento per la ricerca culturale sulle disabilità anche in Italia. Russell promuove istanze che sono al centro delle pratiche affermative dei movimenti disabili attuali, la sua diagnosi della soggezione dell’esercito di riserva disabile agli interessi espropriativi del capitale è uno strumento prezioso per rilanciare le lotte per affrancarsene.


Immagine di copertina:
Bella Milroy, Sick Gaze, 2022, Level Arts Centre, Rowsley, Derbyshire.

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