Rivolte del pensiero

Sembra un enigma cabalistico. Siamo nel 2024. Cent’anni fa, nel 1924, nacque Franco Basaglia. Quarant’anni fa, nel 1984, morì Michel Foucault. Nel 1944 nacque Mario Galzigna, vent’anni dopo Basaglia. Quando morì Foucault, Galzigna aveva quarant’anni; era stato suo allievo a Parigi e sarà suo curatore e traduttore negli anni successivi. L’ultimo libro di Mario Galzigna, Rivolte del pensiero, uscì per Bollati, qualche anno prima della sua scomparsa. Galzigna è stato un filosofo importante, poco ascoltato nel panorama italiano, zeppo di primedonne e di festival. Oltre che allievo diretto di Foucault, e sodale di Alessandro Fontana – venuto a mancare poco tempo prima di lui –, Galzigna era stato supervisore presso i servizi psichiatrici di alcune unità venete – credo Padova e Venezia – e aveva insegnato a Ca’ Foscari discipline a cavallo tra la filosofia e la clinica, insomma un epistemologo clinico.

Nel 2007 aveva pubblicato per Marsilio Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura, fu in quegli anni – a inizio secolo – che ci incontrammo direttamente. Lo ricordo a Desenzano, a un convegno di psicoterapia. Da lì in poi, non ci siamo più lasciati. Galzigna è stato decisivo come membro attivo nei sette anni in cui è si è svolto il seminario permanente Bateson Deleuze Foucault a Bergamo, presso i locali dell’attuale Centro di Terapia della Famiglia. Insieme – io l’anno prima, lui l’anno dopo – siamo stati professori visitanti presso l’Istituto di Medicina Sociale dell’Università di Rio de Janeiro – dove anni prima Foucault aveva tenuto un corso – su invito dello psicoanalista Jurandir Freire Costa e del filosofo Francisco Ortega. Negli stessi anni Galzigna conduceva la revisione e la cura della Storia della follia, riedita in nuova veste da Rizzoli, avvenuta – con l’aiuto di Beatrice Catini – in gran parte, nelle stanze del mio studio clinico.

Negli ultimi tempi, come accade a tutti quando si va in pensione, Mario era stato “messo da parte” e ciò aveva procurato non pochi nocumenti a ognuna della istituzioni dov’era stato presente. In università le scuole di pensiero lo avevano emarginato perché non era allineato alle teorie dominanti e, nei contesti di psichiatria, i nuovi trend politici avevano messo al potere la “guardia”, ovvero le contenzioni. Nessuno aveva reagito. Persino le scuole sistemiche, che erano nate all’insegna della possibilità di coinvolgere le famiglie nel processo di cura dei pazienti psichiatrici, dando alla prospettiva basagliana un referente concreto a livello del territorio, erano state silenti; anzi qualcuno aveva collaborato con questo nuovo trend. Il neo-cognitivismo stava influenzando sia la psicoanalisi che la sistemica e la psicoterapia tornava a essere uno strumento per imporre l’autoriflessione – termine che personalmente mi ricorda l’autocritica di matrice staliniana – al “paziente psicotico”. Eliminare la violenza con la violenza, si vis pacem, para bellum.

Mario Galzigna, Rivolte del pensiero

Vorrei spendere due parole sull’ultimo tiolo di Galzigna: Rivolte del pensiero. È indubbio che Galzigna avesse in mente Albert Camus: L’uomo in rivolta, anzi, così come nel titolo originale francese, L’homme revolté, l’uomo rivoltato.1 Il saggio di Camus propone l’ontologia esistenziale con una differenza: contrappone al pensiero negativo, dominante nell’approccio sartriano, l’esistenzialismo positivo. Lo stesso che aveva avuto in Italia due grandi esponenti: Enzo Paci e Nicola Abbagnano. La rivolta, secondo Camus, non è distruzione antagonista, ma indignazione verso la distruzione, è rifiuto del negativo, del “tanto peggio tanto meglio”. Il pensiero in rivolta segue dunque l’epistemologia della cura, i minuti particolari,2 l’attenzione alla singolarità, lo studio idiografico di un caso dentro il contesto storico sociale in cui si colloca. Non si tratta di comprendere – questa la rottura Foucaultiana e Basagliana con la fenomenologia – ma di prendere posizione;3 collocarsi accanto al soggetto, leggerne i risvolti esistenziali al di là e ben oltre l’inquadramento diagnostico. Gli esempi della prima parte di Rivolte del pensiero sono d’insegnamento su come si produce cura, dando importanza al prodotto artistico del paziente ben oltre il sussurro all’orecchio di Mario dello psichiatra di turno: “psicotico duro”.

È proprio lì, nel punto di espressione del potere psichiatrico – “psicotico duro” – che il pensiero si rivolta. Si rivolta alla connotazione negativa, alla convinzione ontologica di una struttura chiusa, immutabile. Quella stessa convinzione che porta lo psichiatra a prescrivere un farmaco per sempre o lo psicoanalista a pensare a un’analisi interminabile.

Quanto Basaglia e Foucault avevano fatto negli anni Sessanta – uno sul piano pratico, l’altro su quello teorico – fu un salto oltre la fenomenologia. A partire da questi autori, non si tratta più di un’ermeneutica della mente malinconica o schizofrenica, dello sguardo che permette l’accesso al mondo della paziente – metto le cose al femminile perché ho in mente il caso Ellen West 4 – ma di un cammino congiunto, della creazione di una storia in cui le vite si incrociano e condividono una stima reciproca, un interesse, persino uno scambio affettivo e una tenerezza: la relazione terapeutica.

A questo forse non erano giunti fino in fondo né Foucault, né Basaglia, memori di pratiche terapeutiche oppressive e autoritarie impegnate a rendere i soggetti personaggi di un teatro funzionalista, in cui adattamenti, integrazioni, finalità consapevoli e strutture familiari rigide la fanno da padrone e annientano ogni forma di dissenso.

Queste nuove pratiche terapeutiche, negli anni Settanta, provengono dagli psicoanalisti dissidenti, come Elvio Fachinelli,5 oppure dai primi vagiti della terapia sistemica. Nata da una minoranza di medici e psicoanalisti dissidenti sia rispetto all’istituzione manicomiale che rispetto a quella psicoanalitica, alcuni gruppi a Milano (Mara Selvini), a Roma (Luigi Cancrini) e in altre città italiane propongono nuove forme di terapia con le famiglie del paziente designato. Il termine designato, che viene aggiunto alla parola paziente, indica l’uscita dal discorso e dalla pratica medica. Include infatti, nel processo terapeutico, anche la pratica diagnostica che si trasforma, da tecnica medica, in pratica sociale critica. La questione diventa: come mai è accaduto che questo soggetto sia stato designato come paziente attraverso la diagnosi, che cosa lo ha portato ad attraversare queste vicende. I famigliari venivano convocati alle sedute insieme al paziente designato, al fine di ricreare, dentro le sedute, la scena della sofferenza relazionale che aveva portato, per esempio, al ricovero psichiatrico del soggetto. In breve, in molti servizi psichiatrici furono allestiti spazi per la terapia familiare che ebbero l’effetto di ridurre il numero dei ricoveri ospedalieri e di favorire l’intervento psichiatrico territoriale.

Il delirio si trasforma in opera.

L’esperienza di Trieste divenne eccellenza a livello mondiale. Dopo la scomparsa di Basaglia, l’esperienza triestina fu continuata da Franco Rotelli e Peppe Dell’Acqua, ma si era diffusa in Italia, anche per l’applicazione delle leggi conquistate tra il 1968 e il 1978, periodo storico particolarmente fertile di democratizzazione del paese. Se l’esperienza di Gorizia aveva raccolto intorno a sé molti operatori della salute mentale venuti da tutta Italia, sfociando nell’esperienza editoriale de L’istituzione negata,6 uscita nel 1968, l’esperienza triestina, a questa successiva, aveva raccolto intorno a sé operatori da tutto il mondo, la psicoanalista tunisina Neja Zemni, il terapeuta familiare colombiano Eduardo Villar sono solo due esempi – che conosco direttamente – in mezzo a molti altri.

Trieste, questa esperienza di eccellenza mondiale, ha la caratteristica di trasformarsi in istituzione. Non si tratta più di esperienza utopica – come nel caso della comunità terapeutica di Kingsley Hall – ma di un nuovo modello istituzionale per il trattamento della salute mentale: il modello della psichiatria sociale territoriale. Siamo nell’epoca in cui i servizi di salute pubblica si chiamano socio-sanitari. Nuove figure professionali – nella fattispecie psicologi, sociologi, educatori, assistenti sociali – affiancano le classiche figure del medico e dell’infermiere in una prospettiva di salute pubblica decentrata sul territorio.

Salute mentale, a quel tempo, vuol dire cultura mentale, e fioriscono esperienze di atelier di arti figurative, teatrali, artigianali, musicali che coinvolgono persone con diagnosi di disordine mentale.

Io stesso, tra gli altri, ho lavorato – e continuo in quest’opera – per ricollocare il delirio, le allucinazioni, le dissociazioni e le malinconie delle terapie in opere d’arte minore – com’ebbero a dire di Kafka Deleuze e Guattari.7 Il delirio va concepito come deterritorializzazione, disposizione vertiginosa, procedimento, così come nell’opera di Kafka, che è, in primo luogo, comica e clownesca, oppure nell’opera teatrale di Tadeusz Kantor, che, in La classe morta, ripropone la clownerie kafkiana.

Questo trend della salute mentale pubblica perdura fino a fine secolo, anche grazie all’immissione delle nuove figure professionali menzionate – gli studiosi di scienze sociali e umane – anche se gli anni Novanta segnano l’inizio di un declino e di una ri-medicalizzazione della salute mentale.

Le mura chimiche e l’aziendalizzazione della salute

Ecco allora, nei Novanta, l’esplosione di Big-Pharma, s’inizia con la nuova generazione degli antidepressivi, si prosegue con gli antipsicotici e con la riproposizione dell’anfetamina per i bambini iperattivi, con disturbi dell’attenzione. Le diagnosi esplodono e gli stessi psichiatri diventano fruitori passivi di farmaci da somministrare dopo visite sommarie che richiedono diagnosi immediate, guidate da criteri generici esposti nei manuali: DSM e ICD.

Ritornano i cicli di elettroshock, che forse non sono mai scomparsi, ma almeno erano diventati semiclandestini, e le contenzioni al letto. L’autoritarismo recupera il controllo delle unità socio-sanitarie territoriali, si trasformano in aziende socio-sanitarie, in aziende ospedaliere. L’approccio territoriale viene eliminato; tutto si fa nell’ospedale: ci si cura, si comprano i cosmetici, i profumi, i vestiti, si va al ristorante, tutto dentro l’ospedale. I nuovi dirigenti ospedalieri, se non sono medici – spesso non lo sono, in fondo anche i medici, entrando in relazione coi pazienti, possono sviluppare un pensiero critico – sono laureati in giurisprudenza o economia. Alla larga le scienze sociali o umane critiche, come filosofia, antropologia, storia o sociologia. Gli psicologi possono entrare, a patto che i loro saperi si trasformino in semplificazioni a-critiche, si tratta di eliminare dai programmi gli studi filosofici, letterari, antropologici, psico-sociali, psicologia dinamica viene inglobata da psicologia clinica, lo stampo cognitivo-comportamentale la fa da padrone e le riviste vengono indicizzate su criteri evidence-based. La psicologia perde lo statuto di scienza e diventa tecnologia di dominio, euro-psy omogeneizza e rende tutti eguali, oggi la cultura di un laureato in psicologia, in tutta Europa, è pari a quella di un diplomato all’Istituto Tecnico negli anni Settanta. In compenso, siccome non pensa più, lo psicologo è pronto per una prestazione di infermieristica mentale: produrre test per misurare le esperienze umane – come se fossero misurabili le esperienze –, pratiche discorsive banali, stucchevoli e ripetitive – “empatia”, “resilienza”, “autostima”, “disturbi specifici dell’apprendimento”, “ADHD”, ecc. – senza più idee che introducano una differenza.

Ma se la filosofia serve a creare concetti, la matematica, la fisica, la chimica a creare funzioni e trasformazione della realtà materiale, l’arte a creare forme espressive – immagini, narrazioni, scene, sequenze, versi –, l’etologia, l’antropologia e la psicologia dovrebbero servire a concatenare le relazioni, a dare loro un senso, a creare geometrie degli affetti, dei modi di pensare, delle abitudini e delle credenze. Nel loro insieme, i saperi sono sistemi complessi, non complicazioni da semplificare per il dominio e il controllo.

Galzigna è stato uno degli ultimi esponenti che si erano presi la responsabilità di assumere questa complessità, questo intreccio di saperi su di sé, queste curiosità, consapevole che non si finisce mai di apprendere e creare qualcosa. Così, sull’orlo della pensione, si reca tra gli indigeni Guaranì del Brasile, riscopre autori come Darcy Ribeiro, Eduardo Viveiros De Castro 8 – del quale cura la traduzione dal francese di Metafisiche cannibali, insieme a Laura Liberale – e propone – opera incompiuta – a me e a un gruppo di suoi sodali di usare la scrittura collettiva per scrivere opere saggistiche. Prima della sua scomparsa c’era l’idea di scrivere un saggio su Gadda e Joyce, mai neppure incominciato.

Mario Galzigna e le nuove pratiche di psicoterapia democratica

Tuttavia la cosa più importante che ci ha lasciato Galzigna è il non darsi per vinto, benché malato, di fronte al ritorno della psichiatria di contenzione nella sua città, Padova. Fu in quella circostanza che andai a trovarlo a casa, aveva subito un intervento all’anca che gli rendeva difficile muoversi. Mi chiese come fare per contrastare questo nuovo impeto di contenzione psichiatrica che persino gli psichiatri sistemici, fenomenologi e psicoanalisti avevano iniziato a tollerare, forse per ragioni di carriera.

Insieme a lui c’era uno psicologo che, evidentemente, condivideva la preoccupazione di Galzigna. Fu allora che raccontai loro l’esperienza milanese di Urgenza Psicologica, una nuova pratica clinica che ha in Giuseppe Cersosimo il proprio pioniere e iniziatore. Che cos’è Urgenza Psicologica (d’ora in poi UP)? È un centro gestito da psicologi e medici che – soprattutto durante i fine settimana – rispondono a una linea telefonica dedicata a chi chiama perché sta attraversando un momento, una condizione, un periodo di sofferenza psichica. UP ha alcune regole di base: se qualcuno chiama, non lasciare mai cadere la telefonata, né rinviare la chiamata in un tempo successivo o ad altro operatore; questa pratica – tipica delle “aziende” sanitarie – tende ad accrescere l’angoscia del chiamante. Si tratta di rimanere al telefono ad ascoltare per tutto il tempo necessario. Durante la chiamata, lo psicologo può offrire ospitalità al chiamante, invitandolo presso la sede di UP, o proponendosi in visita domiciliare, ma senza alcuna manifestazione simbolica di tipo sanitario (ambulanze) o giuridico (forse dell’ordine); semplicemente per continuare la conversazione vis a vis. Se la persona si reca presso UP, può, se lo desidera, ricevere ospitalità in alcuni appartamenti presenti nello spazio e restare lì, anche pernottando. In seguito a ciò, nei momenti successivi, si potranno attivare una serie di iniziative tra le quali, se la persona lo desidera, anche uno spazio di psicoterapia gestito da terapeuti di orientamento clinico diverso, con uno spazio con due stanze con vetro unidirezionale, per le sedute sistemiche e due stanze singole per le sedute psicoanalitiche o individuali.

UP non usa mai contenzioni e non si occupa direttamente della somministrazione farmacologica, rinviando questa seconda pratica, ove richiesta, alla disciplina medico-psichiatrica. Come evidente, si tratta di una iniziativa privata, benché riconosciuta dal sistema sanitario regionale, che non ha riscontro nei servizi psichiatrici territoriali. Qualcuno ha sostenuto che il numero di UP, quando attivo, sostituisce il 118, ma funziona in maniera affatto diversa. Il 118, che prevede spesso il ricovero ospedaliero volontario o coatto, ha una forma simbolica legata alla “malattia mentale”, il paziente delirante, nei casi di Trattamento Sanitario Obbligatorio, è trattato alla stregua di un appestato, rinchiuso contro la sua volontà, sottoposto a meccanismi coatti che, nel caso della salute mentale, non possono che rendere più faticosa la condizione mentale del paziente.

UP si muove sull’impronta dell’Open Dialogue, un’esperienza fondata da Jakko Seikkula in Finlandia, ma con alcune differenze, dovute in primo luogo all’enorme concentrazione di popolazione della metropoli milanese – rispetto alla Lapponia – alle differenze culturali tra l’esperienza finlandese e quella italiana e ad alcuni aspetti della pratica clinica. La pratiche dell’Open Dialogue (d’ora in poi OP) hanno avuto un importante riscontro nel Nord-Europa, hanno mostrato una pratica clinica non-coercitiva, anti-oppressiva con persone che, tradizionalmente, sono state oggetto di interventi violenti e autoritari da parte dei servizi psichiatrici occidentali. L’orientamento di OP, si rifà esplicitamente alle pratiche di Basaglia, del Milan Approach e di alcuni modelli psicoanalitici. Nella mia esperienza di psicoterapeuta, ho osservato – nei quasi quarant’anni di lavoro – decine di persone in psicoterapia dopo un ricovero psichiatrico forzato, trattate farmacologicamente con sovradosaggi di farmaci neurolettici o antipsicotici. A volte il processo di psicotizzazione appare irreversibile. Molti dei farmaci riducono le facoltà mentali delle persone, al punto, in alcuni casi, di inibire l’espressione linguistica, assopire i movimenti, passivizzare le persone. Potrei raccontare decine di esperienze cliniche di questo tipo,9 potrei raccontare esperienze di psicoterapia con pazienti che, evitando la contenzione psichiatrica e, in molti casi, l’assunzione di farmaci antipsicotici, sono lentamente usciti dalla condizione di sofferenza psicotica, ma non escludo la possibilità dell’uso del farmaco a priori. In alcuni casi di ciò che lo psichiatra definisce nei termini di “depressione maggiore” – che preferisco definire “malinconia intensa” – l’uso temporaneo del farmaco ha aiutato la pratica terapeutica. Io stesso ho attraversato, molti anni fa, un periodo depressivo, che mi ha condotto a ritornare in psicoanalisi, usando temporaneamente un antidepressivo inibitore della captazione della serotonina. Ritengo che il farmaco sia stato utile ad affrontare alcuni temi chiave nella mia analisi, che mi abbia dato la forza di frequentare le sedute sul lettino dell’analista, ma ne sono uscito, se così ci si può esprimere, grazie alla mia terza analisi, alla quale ne è seguita poi una quarta, un percorso di psicodramma e la partecipazione a diversi stage di teatro del corpo.

Dopo un paio di incontri a casa sua, Mario Galzigna si ammalò e scomparve. L’unico psicologo che era venuto a questi incontri non mi ha più contattato e non ho più avuto notizia di quanto accadeva a Padova e in Veneto, regione presso la quale, prima di questo trend di contenzioni, mi accadeva spesso di andare a fare interventi, seminari e supervisioni cliniche.

Conclusione

Quarant’anni fa moriva Michel Foucault, uno dei mentori di Mario Galzigna, cent’anni fa nasceva Franco Basaglia. I due massimi esperti di follia del secolo scorso e di questo, almeno fino ad ora, vengono commemorati durante quest’anno. Il primo muore a Parigi il 25 giugno 1984, il secondo nasce a Venezia l’11 marzo 1924. Galzigna è nato nel 1944, oggi avrebbe ottant’anni, è morto che ne aveva 76, la stessa età di Gabriela Gaspari, un’altra grande amica scomparsa di recente. Se Galzigna è stato un esempio teorico, Gaspari è stata la persona che mi ha insegnato, più di chiunque altro, a fare pratica terapeutica; con lei ho visto i primi pazienti con diagnosi di schizofrenia dentro al setting di terapia familiare, durante gli stessi anni in cui Galzigna svolgeva il lavoro di consulenza e supervisione presso i servizi psichiatrici. Queste esperienze non saranno mai cancellate dalla memoria sociale della salute mentale, riemergeranno come fiumi carsici e un giorno potremo dire: “Ben detto, vecchia talpa” – con Shakespeare e Foucault –, oppure – con Marx e Basaglia – “Ben scavato, vecchia talpa”.

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Note:
Pietro Barbetta è direttore clinico di International School of Systemic Therapy
1) Camus, A., L’homme révolté, Lagny sur Marne, Sodis, 2013.
2) Bateson, G., De Versalles a la Cibernética (1966): https://www.youtube.com/watch?v=0RR-k8O3ksY.
3) Foucault, M., Microfisica del potere, Einaudi, 1977.
4) Binswanger, L., Il caso Ellen West, Einaudi, 2011, ma soprattutto Moscati, A. Ellen West. Una vita indegna di essere vissuta, Quodlibet, 2021.
5) Barbetta, P., “Psychoanalysis in Milan in the Age of Dis-alienation: The Case of Elvio Fachinelli”, in Diazzi, A., Sforza Tarabocchia A., The Years of Alienation in Italy. Between the Economic Boom and the Years of Lead, London, Palgrave, 2019.
6) Basaglia, F., a cura, L’istituzione negata, Baldini Castoldi, 2018.
7) Deleuze, G., Guattari, F., Kafka. Per una letteratura minore, Quodlibet, 2010.
8) Viveiros De Castro, E., Metafisiche cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale, Ombre Corte, 2017.
9) Barbetta, P., Lo schizofrenico della famiglia, Roma, Meltemi, 2008; Barbetta P., Linguaggi senza senso, Meltemi, 2023.

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Immagine di copertina:
Claudio Ernè, Marco Cavallo con la sua Amica in corteo, Trieste, 25 febbraio 1973