«Il est de l’essence de l’émeute révolutionnaire, qu’il ne faut pas confondre avec les autres sortes d’émeutes, d’avoir presque toujours tort dans la forme et raison dans le fond».

Victor Hugo, Choses vues

 

Martedì 27 giugno alle 8.10 del mattino, all’altezza del passage François Arago, a Nanterre (comune situato a nord-ovest di Parigi) due poliziotti in motocicletta fermano un’auto con a bordo tre ragazzi. Durante il controllo stradale, uno dei due poliziotti spara a bruciapelo a Nahel Merzouk, 17 anni, alla guida dell’auto, il quale muore poco tempo dopo, a seguito del colpo ricevuto all’addome. La scena è filmata da un passante, il video inizia a circolare sui social e viene autenticato dai principali quotidiani nazionali. Da Nanterre, a partire dalla serata di martedì, e poi a seguire in tutta la Francia, iniziano manifestazioni di protesta contro la violenza della polizia. Il governo invia rinforzi per placare i manifestanti, gli scontri si moltiplicano in molte grandi città e in tutta l’Ile de France. A partire da venerdì, in tutto il Paese, eventi e concerti vengono annullati, i mezzi pubblici smettono di circolare alle 21 e almeno 1.311 persone vengono fermate nella notte tra venerdì e sabato, di cui 406 nella sola Parigi. Nella giornata di sabato il ministro dell’interno Gerard Darmian annuncia 45.000 tra poliziotti, gendarmi e forze speciali in rinforzo di alcune città, in particolare Marsiglia e Lione. Sugli Champs-Elysées il dispiego di forze a protezione dei negozi del lusso è impressionante, in molte altre città i trasporti sono sospesi già a partire dal pomeriggio e i commercianti vengono invitati a chiudere i negozi. Il sindaco di Evreux scrive al Presidente della Repubblica per chiedere l’intervento dell’esercito, mentre il ministro della giustizia, Dupont-Moretti invoca la responsabilità penale dei genitori nei confronti dei minori e invita a tenere i figli a casa. A seguito degli scontri, il presidente Emmanuel Macron annulla la sua visita in Germania prevista tra domenica e martedì, decide di non convocare ancora lo stato d’emergenze e accusa, tra lo stupore generale, i videogiochi di aver intossicato i giovani. Mentre scrivo, un elicottero con un fascio di luce puntato sulle strade sorvola la città di Nizza e le sirene delle auto della polizia risuonano ovunque.

Quello che è successo la mattina del 27 giugno a Nanterre verrà ulteriormente chiarito dall’inchiesta giudiziaria che è in corso. Al momento, le prime ricostruzioni dei fatti ci dicono che, subito dopo l’accaduto alcuni media, come ricostruito in questo video di Le Monde, rilanciano la notizia dichiarando che, secondo alcuni “fonti di polizia”, uno dei poliziotti si trovava davanti alla vettura nel tentativo di fermarla, che il conduttore avrebbe accelerato contro di lui e che solo allora il poliziotto avrebbe sparato un colpo. Ma il video apparso sui social e poi sui quotidiani rimette completamente in discussione la versione della polizia, così come la testimonianza di uno dei due ragazzi presenti a bordo, il quale è convocato in caserma lunedì prossimo per rilasciare la sua deposizione. Nel video vediamo chiaramente che i poliziotti si trovano a fianco dell’auto, entrambi sono armati e tengono sotto tiro il conducente. Il ragazzo che si trovava a bordo dell’auto, e che è fuggito in preda al panico dopo lo schianto, sostiene che i poliziotti abbiano intimato violentemente al giovane di spegnere il motore: “spegni il motore o ti sparo”, avrebbe detto uno dei poliziotti colpendo Nahel una prima volta con il calcio della pistola; il secondo poliziotto, arrivato successivamente, lo avrebbe colpito un’altra volta sempre con il calcio della pistola pronunciando le parole “non muoverti o ti becchi una pallottola in testa”. A quel punto l’altro poliziotto rincalza il collega dicendo “sparagli” e assesta un terzo colpo a Nahel, il quale toglie il piede dal freno e l’auto, una macchina automatica, avanza. Il seguito è quello che conosciamo.

La rabbia che esplode in tutto il Paese a seguito dell’uccisione di Nahel richiama alla mente le rivolte delle banlieue che perdurarono per diversi mesi nell’autunno del 2005. All’epoca venne proclamato lo stato di emergenza per la durata di tre mesi, mentre l’allora ministro dell’interno Nicolas Sarkozy gettava benzina sul fuoco dichiarando di volere «nettoyer la cité au Kärcher» e rivolgendosi a una residente di Argenteuil con queste parole: «Vous en avez assez de cette bande de racailles, hein? Eh bien, on va vous en débarrasser». Anche allora le rivolte scoppiarono a seguito della morte di due adolescenti, Zyed Benna et Bouna Traoré, morti a Clichy-sous-Bois folgorati da un traliccio dell’alta tensione mentre tentavano di fuggire da un controllo di polizia.

L’episodio di Nanterre è tutt’altro che un episodio isolato. Quindici giorni fa, ad Angoulême, un giovane guineano di 19 anni, Alhoussein Camara, è stato ucciso in circostanze simili; inoltre, da più di un anno in media un automobilista al mese viene ucciso in Francia durante un controllo stradale della polizia e le versioni dei fatti sono, nella maggior parte dei casi, a favore delle forze dell’ordine. Le reazioni che seguono alla morte di Nahel vanno lette alla luce di un contesto di violenza sistematica che negli ultimi anni è aumentato di intensità, ma che, allo stesso tempo, ha radici profonde.

Come ricostruisce in un articolo sul sito di Mediapart, Olivier Le Cour Grandmaison, professore di scienze politiche e filosofia politica all’Université d’Evry-Val d’Essonne, dalla manifestazione pacifica del 14 luglio 1953 a Parigi, durante la quale ci furono sei morti e quarantaquattro feriti tra i ranghi dei sostenitori del MTLD, partito nazionalista algerino, alla morte di Nahel il 27 giugno scorso, sono centinaia in Francia, in un contesto razzista, le persone vittime delle forze dell’ordine. Nei primi anni Sessanta in diversi quartieri popolari dell’Ile-de-France la polizia, con l’avallo del governo, utilizza gli stessi metodi di violenza contro-rivoluzionaria utilizzati in Algeria, massacrando gli algerini riuniti pacificamente a Parigi per sostenere il FLN e per protestare contro il coprifuoco che era stato imposto solo in alcuni quartieri. FMA, Français musulmans d’Algerie, è l’acronimo ufficiale che veniva utilizzato per circoscrivere una fetta di popolazione che da quel momento è vista come una comunità a parte, spesso considerata pericolosa e mai davvero rientrata nel contesto di égalité che caratterizza la République.

«Dal 1957, Henri Frenay e Michel Rocard notano che: l’uguaglianza, questo “principio di base della Costituzione, non è mai stato praticato nel campo della politica e dell’economia, e la discriminazione non ha mai smesso di essere a beneficio dei francesi e a detrimento dei mussulmani”» (traduzione nostra dall’articolo di Le Cour Grandmaison).

Se con la fine della guerra d’Algeria le violenze di Stato all’interno del continente si placano, le pratiche poliziesche discriminatorie ai danni dei giovani dei quartieri popolari restano. Ancora oggi la probabilità che “noirs” e “arabes” siano vittime di controlli di polizia è otto volte maggiore nel primo caso e sei volte nel secondo rispetto a una persona identificata come bianca; come conferma un rapporto del 2013 dell’ONG Open Society, queste politiche non sono decise dall’istituzione di polizia, ma rispondono a politiche pubbliche sostenute da tempo da una maggioranza bianca di destra come di sinistra. Un trattamento discriminatorio che non si limita alle forze dell’ordine, ma che riguarda tutte le amministrazioni pubbliche. Il piano Vigipirate, istituito nel 1995 a seguito degli attentati coordinati da Khaled Kelkal (membro del GIA, Gruppo islamico armato), ha rinforzato e intensificato le discriminazioni dei controlli di polizia, in nome della lotta al terrorismo. Questo piano è stato rinnovato nel 2000, nel 2003, nel 2006 e nel 2014 sono stati definiti quattro livelli di allerta. Attualmente, per il periodo estate-autunno 2023, è in vigore il livello di allerta rinforzato, rischio di attentato.

Per quanto riguarda le violenze di polizia, inoltre, uno studio condotto da Sebastian Roché (CNRS), Paul Le Derff (Université de Lille) e Simon Varaine (Université Grenoble Alpes) e in corso di pubblicazione, sostiene che il numero di vittime sia sensibilmente aumentato dopo l’entrata in vigore dell’articolo 435-1 del codice interno di sicurezza, il quale stabilisce che un poliziotto possa sparare non più solo in caso di legittima difesa, ma in particolare in caso di rifiuto di un controllo di polizia, se «les occupants sont susceptibles de perpétrer, dans leur fuite, des atteintes à leur vie ou à leur intégrité physique ou à celles d’autrui». In media, dopo il 2017, l’utilizzo di un’arma durante un controllo è aumentato del 40% e il numero di vittime è cinque volte superiore rispetto al periodo precedente. Paragonando questa situazione con il caso della Germania, come fa il sociologo Sebastian Roché (studioso dei diversi sistemi di polizia dell’Unione europea) la differenza è inquietante: in dieci anni solo una persona è stata uccisa in Germania durante un controllo stradale. L’articolo di legge del 2017 è stato negoziato durante il governo Hollande a seguito delle richieste dei sindacati di polizia che hanno chiesto un utilizzo delle armi da fuoco più permissivo dopo l’omicidio di due agenti nelle Yvelines e la mobilitazione di centinaia di agenti.

Sulle violenze e i metodi utilizzati delle forze dell’ordine esistono ormai diversi studi pubblicati dall’editore militante La fabrique, i quali analizzano i dispositivi regolatori delle pratiche poliziesche risalenti ai metodi coloniali, come nel libro di Mathieu Rigouste, La domination policière (2021), Que fait la police? Et comment c’en passer, di Paul Rocher, che indaga possibili altre forme di controllo sociale e l’opera collettiva Police di Amal Bentounsi, Antonin Bernanos, Julien Coupat, David Dufresne, Eric Hazan, Frédéric Lordon, ricca di testimonianze di famiglie vittime della violenza poliziesca.

L’episodio di Nanterre, tuttavia, oggi non si circoscrive più solo all’interno del contesto di violenza razzista perpetrato ai danni dei giovani delle banlieue. Si tratta di una novità che potrebbe portare a sviluppi inediti della situazione, perché la solidarietà questa volta è arrivata da più fronti: la sinistra guidata da Jean-Luc Mélanchon, per esempio, si è rifiutata di fare subito appello alla calma (un appello che è comunque arrivato successivamente), invocando piuttosto la giustizia e chiedendo di ritirare l’azione giudiziaria in corso contro il ragazzo ucciso. Semplici cittadini, gruppi, associazioni, sono scesi in piazza per manifestare pacificamente rompendo il muro di silenzio che fino a oggi ha declassato questi episodi come fatti legati alle periferie. Oggi in molti si stanno accorgendo e stanno sperimentando sulla loro pelle che la violenza delle forze dell’ordine non è più circoscritta alle banlieue, ma è stata ed è praticata anche in altri contesti, come è accaduto contro i Gilets jaunes nel 2018 o più recentemente, nel marzo del 2023, contro i manifestanti che protestavano a Saint-Soline (Deux-Sevres) contro la costruzione di un ennesimo bacino idrico per lo stoccaggio dell’acqua. O ancora, il 16 giugno contro i manifestanti italiani e francesi che cercavano di raggiungere la vallée de la Maurienne (Savoia) per protestare contro la TAV Torino-Lione, e che sono stati fermati a Modane ed espulsi poche ore dopo. La repressione degli ecologisti è avallata da decine di arresti e dal recente scioglimento del collettivo Soulèvements de la Terre, accusato di ecoterrorismo e di fare appello alla violenza. Il governo di Emmanuel Macron detiene attualmente il record della V Repubblica per la dissoluzione di associazioni: 33 associazioni e gruppi sono stati sciolti dal 2017 ad oggi. Un fatto che interpella sul fronte della libertà di espressione, di parola, di associazione.

Se i vari attori sociali che sono mossi da interessi comuni riusciranno ad agire insieme, oltre che a reagire ciascuno a modo suo e nell’immediato di un avvenimento drammatico, questi episodi che stanno aumentando di intensità e di frequenza potrebbero essere utilizzati, con una visione della storia che richiama Walter Benjamin, come Fuermelder (segnalatore d’incendio). Visioni che possono evitare catastrofi future, perché le anticipano e riescono a spegnere il fuoco prima che la dinamite esploda. Se saremo capaci di non farci solamente incantare dalle immagini che spettacolarizzano ogni volta la violenza e danno l’ennesima idea stereotipata di un gruppo facinoroso da reprimere, di un luogo d’eccezione, idea che naturalmente serve a marginalizzare una comunità specifica, allora potremo forse andare più lontano.

A proposito di violenza e saccheggi, che sono gli argomenti di maggior risonanza e che la maggior parte delle persone condanna per partito preso, ci preme segnalare un interessante approfondimento pubblicato su mediapart, nel quale si fa il punto su diversi studi sociologici che tengono conto di varie forme di saccheggio perpetuate in diversi Paesi durante le manifestazioni. Su questo fronte non c’è ancora un quadro preciso che ci dia davvero un’idea di cosa significhi questa violenza; occorre ogni volta contestualizzare, ma è chiaro che tentare di decifrare la questione politica, economica e di classe che sottende questo fenomeno ci potrebbe forse aiutare a non liquidare in fretta e furia gli attori sociali come semplici devastatori. In conclusione, uscire dalla logica binaria delle rivendicazioni di matrice coloniale e degli episodi circoscritti, per frequentare invece varie forme di resistenza che si manifestano nel quotidiano è oggi una necessità e un’opportunità, per una rivolta che voglia incominciare davvero dalla Terra.

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Immagine di copertina:
foto di Elliott Ledain da Unsplash