[Pubblichiamo un estratto del saggio di Fulvio Giachino, Insetti: dei e demoni, 2022, pubblicato da World Biodiversity Association].

Fulvio Giachino, Insetti: dei e demoni

Tra tutti i popoli che hanno integrato la mantide nella propria cultura, i San del Kalahari sudafricano sono quelli che l’hanno posta nella posizione più importante. Presso i cacciatori-raccoglitori di quelle terre desertiche, Mantide, noto nella loro lingua come Kaggen, è il primo spirito del creato. Come molte figure divine dei popoli primordiali, egli è sia un trickster che un portatore di progresso, un eroe culturale come ad esempio Aristeo, Prometeo o la Madre della Seta.

La figura del trickster è diffusa, in diverse forme, in ogni cultura del mondo e ha radici nell’epoca paleolitica della storia umana. I trickster sono una categoria di esseri mitici e divini che si presentano sotto le forme più disparate. Questo archetipo culturale e antropologico è una figura estremamente complessa, amorale e al di là del bene e del male. Sono esseri saggi che fanno dono all’uomo della tecnologia, ma allo stesso tempo rappresentano forze della natura che non possono essere controllate. Sono la personificazione di pulsioni antisociali umane, portatori di caos e di rottura dell’ordine stabilito e, contemporaneamente, sono entità che aiutano l’uomo nel suo progresso culturale. Il trickster è quindi l’incarnazione di molteplici aspetti della nostra specie: il timore di forze ultraterrene o naturali incontrollabili, la spinta umana all’autosufficienza e la volontà di controllare noi stessi e il mondo che ci circonda attraverso il progresso, la scoperta e la cultura. Mediante trucchi, inganni e sotterfugi i trickster possono rubare il fuoco divino e donarlo all’uomo, ma allo stesso modo possono ingannarlo e renderlo mortale laddove prima era immortale. Il trickster è una figura che non contiene il dualismo bene/male tipico delle culture e delle religioni meno arcaiche, come quella occidentale-cristiana o monoteista in senso lato. Non ha una moralità definita, è creatore e portatore di cultura ma, allo stesso tempo, è agente del caos, infrange l’ordine costituito, e ritorna ad essere portatore di benefici per l’uomo. Un’altra delle caratteristiche comuni ai trickster di ogni cultura è quella di mutare forma, presentandosi sia come animali, sia come umani, oppure come un qualcosa che sta nel mezzo (ad esempio animali col dono della parola). Kaggen, come vedremo, presenta tutte queste caratteristiche, tra le quali quella di potersi presentare sia nella sua forma umana sia in quella di insetto.

Il trickster, come detto, può manifestarsi in veste di creatore e per i San del Kalahari, Mantide è il primo spirito ad avere calcato la terra primordiale; in alcune versioni della loro cosmogonia, è da lui che ebbe origine l’uomo. Raccontano, questi primordiali abitanti dell’immenso deserto sudafricano, che Kaggen si ritrovò circondato dalle acque che sommergevano la terra all’inizio di ogni cosa. A salvare il trickster fu l’insetto sacro per eccellenza presso ogni cultura con cui è entrato in contatto, l’ape. Questa raccolse Mantide e lo portò in volo tra le sue zampe al di sopra dei flutti, fino a quando non fu troppo stanca per farlo. A quel punto l’ape posò il trickster nel cuore di un fiore bianco, appena dischiuso, che affiorava dalle acque. Prima di allontanarsi, depositò il seme del primo spirito nella mantide adagiata; in alcune versioni di questo mito, dal seme ebbe origine il primo vero uomo. Come in altri popoli nativi, anche i San riconosco, all’interno della loro cosmogonia, una sorta di “primogenitura” degli insetti rispetto all’uomo in modo diverso da quanto accade nelle religioni monoteiste. Nella Genesi biblica, l’uomo è creato da Dio dopo tutti gli altri animali, ma posto in un posizione di dominio e potere rispetto ad essi; al contrario, per i San l’uomo è nato invece da un insetto e non occupa un posto gerarchicamente superiore ai nostri esapodi.

Se si esamina il mito di Kaggen e dell’ape con occhio entomologico, è possibile notare alcuni dettagli che forse nascondono una realtà scientifica. Nello sconfinato mondo degli insetti esistono i Crabronidae, una Famiglia di insetti apoidei. Al contrario degli Apidae, molte specie di Crabronidae sono parassitoidi, come detto nel capitolo dedicato alle vespe. Le mantidi, probabilmente perché sono predatori estremamente efficaci ed efficienti anche nella cattura di insetti in volo, non hanno molti parassitoidi che le abbiamo elette come prede o ospiti. In entomologia, però, sono più le eccezioni che le regole e tra i crabronidi troviamo alcuni parassitoidi specializzati sui Mantodea. La mia personale teoria è che il mito di Kaggen e dell’ape sia dovuto all’osservazione di alcune specie di Crabronidae, viste nell’atto di trasportare verso il proprio nido una mantide catturata. Due generi in particolare sono noti per utilizzare alcune specie di Mantodea come ospiti per la propria prole: Tachysphex spp. e Stizus spp.: diverse specie afferenti a questi generi sono presenti nelle stesse aree in cui vivono i San. Alcune di queste, quali ad esempio T. albocinctus e S. imperialis, hanno forme e livree che possono ricordare quelle delle api da miele indigene sudafricane, in particolare il primo. Per quanto concerne S. imperialis, sono note osservazioni di esemplari che depositano la propria preda sulla vegetazione, prima di portarla al nido costruito nel terreno: questo elemento ricorda da vicino il comportamento dell’ape mitica che deposita Mantide su un fiore. Una volta trasportato all’interno del nido, il crabronide deporrà un uovo sull’ospite, dal quale uscirà una larva che si nutrirà della mantide, ancora viva, ma paralizzata dal veleno iniettato dal parassitoide al momento della cattura. I generi di Crabronidae dei quali stiamo parlando, come già detto, hanno forme e colori che possono ricordare quelli di un’ape da miele, specie se osservati in volo, ma ci sono altri aspetti da considerare per ipotizzare che i parassitoidi siano alla base del mito. Questi insetti, dopo aver punto e paralizzato col proprio veleno una mantide, la raccolgono e la trasportano in volo fino al nido; questo elemento è presente nel mito di Kaggen e l’ape, ed è forse l’indizio più concreto che ci fa propendere per un crabronide. Un altro elemento che potrebbe legare la leggenda alla realtà è la deposizione di un seme all’interno della mantide: questa potrebbe essere un’allegoria o una metafora, ma anche l’osservazione della deposizione dell’uovo del parassitoide nell’ospite, reinterpretato dalla spiritualità San. La mia interpretazione potrebbe sembrare un volo pindarico, ma abbiamo visto, e vedremo, altri casi nei quali l’occhio dell’uomo “primitivo” si è dimostrato molto più acuto di quanto i nostri pregiudizi ci portino a credere. La somiglianza tra i crabronidi e le api da miele esiste, ma se si osservano da vicino, magari ingrandendoli con una lente, sono evidenti molte differenze. Occorre però sottolineare due cose: la prima è che i San non possedevano strumenti di ingrandimento ottico per osservare i dettagli di api e crabronidi. Il secondo aspetto è inerente, invece, alla terminologia etnospecifica: come abbiamo evidenziato nell’introduzione e visto con i nomi comuni nel capitolo relativo alle api e alle vespe, è tutt’altro che infondato ipotizzare che il termine San per “ape” potesse indicare un ampio spettro di insetti, alcuni dei quali solo vagamente simili alle api vere e proprie. Queste sfumature di significato potrebbero essere andate perdute nelle trascrizioni e nelle traduzioni effettuate da antropologi, ricercatori ed esploratori. Avere prove concrete di questa mia personale teoria, è probabilmente impossibile, a causa dell’estinzione di molti gruppi San, della contaminazione culturale dovuta alla colonizzazione e della mancanza di fonti primarie scritte (questo gruppo di popoli basava la trasmissione della propria cultura sulla tradizione orale, che è estremamente vulnerabile a modifiche o perdite di contenuti col passare del tempo e con la trasmissione da una persona all’altra). La mia ipotesi resta quindi soltanto un’ipotesi, basata su indizi entomologici nascosti tra le righe del mito: se corrispondesse alla realtà, evidenzierebbe la profondità del legame tra il popolo San e il mondo naturale che lo circondava, del quale era un attento osservatore.

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Immagine di copertina:
Andrew Moir, San Bushman rock art, 2006, via Wikimedia Commons