Mi è difficile descrivere ciò che ho provato durante la messa in scena di Nottuari, lo spettacolo scritto e diretto da Fabio Condemi, tratto dall’opera dello scrittore horror Thomas Ligotti. Posso solo dire che, uscendo da teatro a tarda sera, ho avuto la malaugurata idea di mangiare un panino appoggiato al muro di un locale. Sopra la mia testa, una lampada da esterni mutava placida colore, passando da un lugubre viola a un giallo rassicurante, dal verde acido ai toni freddi del blu. Di certo, non mi sarei mai aspettato che la luce, transitando al rosso senza alcun preavviso, facesse sì che il cibo assumesse di colpo l’aspetto di una poltiglia sanguinolente, facendomi rivoltare lo stomaco. È stato solo in quel momento che ho realizzato appieno il tributo psicologico ed emotivo che lo spettacolo aveva preteso dal mio cervello.

Nottuari è un’opera difficile da descrivere. Un pezzo di teatro così simile a quella massa metamorfica che mi sono di colpo ritrovato tra le mani da far rabbrividire. Ispirato a una manciata di racconti dell’autore, l’intreccio si dissolve dopo i primi dieci minuti di azione, lasciando lo spettatore in preda a un’alternanza vorace e violenta di frammenti, legati tra loro dalla sola, eterea presenza di quattro individui: un maître (Julien Lambert), grottesca guida deputata a condurre il pubblico attraverso il vortice di scene e immagini; un intellettuale ossessionato dal mito di Medusa (Francesco Pennacchia); una giovane donna in terapia, perseguitata dai propri incubi incarnati nel riflesso di se stessa allo specchio (Carolina Ellero); e una bambina (Ludovica Marsili), perduta incarnazione della donna. Quattro maschere già “vuote”, involucri saturi di un nulla denso e palpabile che esplode senza preavviso, scavando profonde lacerazioni nel testo drammaturgico.

Protagonista assoluto, tuttavia, è il palcoscenico. Un’architettura cava, claustrofobica, di un bianco abbacinante, composta da sezioni mobili e tunnel in costante movimento. Se l’opera si apre con il ronzio della metropoli – situata a pochi passi dallo spettatore, così vicina eppure così lontana da apparire sepolta sotto chilometri di macerie – è il brulichio sommesso del palco a testimoniare della vera essenza dell’esistenza umana: una brusca separazione tra interno ed esterno; un distacco radicale tra esperienza autocosciente e realtà.

A rendere più martellante il ritmo della messa in scena troviamo una sorta di montaggio cinematografico, favorito dal dispositivo scenografico in sé. Più simile a un automa che a un supporto inerte, il palco muta, si apre, si espande e si restringe, si illumina, gode e soffre. Attirando l’attenzione del pubblico da un punto all’altro grazie ai suoi vari movimenti interni, la scenografia sembra produrre una serie di tagli e raccordi nel continuum narrativo, seducendo l’occhio, distogliendolo dalle zone morte e colpendolo con ferocia al momento giusto, là dove lo spettatore sa di non avere più scampo.

Nottuari

La macchina scenografica elaborata da Condemi sembra digerire – più che ospitare – la performance, donando ai segmenti narrativi connotazioni apodittiche e umbratili. La sceneggiatura stessa appare ideata per spegnersi con gradualità, consumando ed espellendo i personaggi come resti escrementizi.

Questa sorta di effetto Grand-Guignol, reimpiantato sul corpo asettico e indefinito del palco, fa sì che la violenza fisica trasmuti subito in violenza psicologica, e quest’ultima in violenza filosofica. È la scenografia stessa a colpire e subire nel medesimo istante, obbedendo ai dettami di un monismo ontologico radicale, seppur misterioso.

Rispetto ai materiali originali, il pregio del testo – e della messa in scena – sta di certo nell’aver non solo fissato la dottrina dell’eremita di Detroit, ma soprattutto nell’averla approfondita, andando a (è proprio il caso di dirlo) a sviscerare i concetti e le suggestioni impressi dall’autore nei propri incubi letterari. Pescando a piene mani dalla tripletta Nottuario (2017), Teatro grottesco (2015) e La cospirazione contro la razza umana (2016) – editi in Italia da Il Saggiatore – Condemi è riuscito nella difficile impresa di tradurre la speculative fiction a teatro, ibridando pensiero filosofico, narrativa e drammaturgia. Una formula che si scaglia contro lo spettatore senza alcuna pietà, spogliandolo dell’illusione di essere qualcosa o, meglio, qualcuno anziché nulla.

A fare da filo guida troviamo, all’interno dell’opera, due ipotesi sperimentali: la prima, suggerisce che l’esperienza estetica obbedisca al “principio di Medusa”, secondo il quale la bellezza sarebbe sempre sottomessa all’orrore; la seconda, che il Sé individuale non sia altro che un errore prospettico, un’auto-percezione fallace che dà luogo al fenomeno denominato “Io”. Al di là delle nebbie cognitive – al di là del Velo di Maya, per dirla con Schopenhauer – non ci sarebbe, tuttavia, una qualche verità metafisica o teologica ma la dura, sterile oggettività del reale. Il tritacarne che chiamiamo “esistenza” o “vita”, nel quale cadiamo, giorno dopo giorno, nel preciso istante in cui facciamo progetti e raccontiamo storie delle quali siamo gli indiscussi protagonisti.

Nottuari

Un nichilismo sostanzialista che culmina in un’autoconsapevole parodia della parodia. Se, infatti, è la nostra stessa esistenza a essere una parodia dell’esistenza piena e pura degli angeli e delle idee, la sua messa in scena non può che sfociare in un raddoppiamento dell’effetto comico. Non più prima tragedia poi farsa, ma una farsa seguita da un’altra farsa ancora e così via, in un crescendo di ombre e mascheramenti.

Quando il maestro di cerimonia (il Pessimista) sottopone al pubblico le sue dieci tesi antinataliste, mutuate da La cospirazione…, lo fa nei panni di un pagliaccio, di un acrobata, di un veterano del cabaret, di un circense e di un provocatore. Una conseguenza inevitabile del far parte di uno spettacolo – che fa, a sua volta, parte di uno spettacolo; che è esso stesso parte di uno spettacolo; che ha luogo nel bel mezzo delle vaste, silenziose immensità di uno spettacolo di proporzioni cosmiche.

È la gelida indifferenza dell’universo, secondo Ligotti, a rivelare la natura effimera e inconsistente dell’esperienza organica. Un postulato che, nel testo di Condemi, si tramuta in una maledizione rivolta contro la vita stessa – al punto da far rimpiangere a uno dei personaggi, il filosofo tormentato dalla Medusa, di non essere nato sasso.

Nello scollamento tra coscienza e realtà si pone anche il protagonismo del palcoscenico. Quando quest’ultimo, “ferito” dall’intellettuale in preda al panico, si mette a sanguinare, ha inizio il collasso narrativo del testo stesso. La scenografia di carne trascina con sé i personaggi, facendoli sprofondare in una psicosi prima concettuale, poi percettiva e, infine, nel tetro silenzio della morte.

Partecipare a una simile orgia autodistruttiva, un vero e proprio evento di mutilazione rituale dell’autocoscienza, è stato senza dubbio un onore.

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Immagine di copertina e foto nel testo:
© Claudia Pajewski