La natura ama nascondersi, tracciare segretamente linee e percorsi a cui solo l’iniziato possa accedere. Il vero filosofo dunque non può essere colui che si ferma a una descrizione analitica del mondo, “impoetica”, ma è chi sa spiare dietro la trama velata del reale e cogliere barlumi dell’Indefinibile. Giorgio Colli, filosofo di fama internazionale troppo poco ricordato nei consessi accademici – che non apprezzava – sottolinea quanto fondamentale sia un approccio estetico per la comprensione del reale. Cosa si intende? Vuol dire che la verità si manifesta in un’estasi panica, laddove l’uomo possa assaporare i barlumi del vero, e comprendere quale sia il giusto percorso intellettuale e conoscitivo da intraprendere. Nel complesso e magnifico lavoro intitolato Filosofia dell’espressione, lo studioso raccoglie le sue idee a proposito, condensando sia la propria abilità di traduttore e filologo (fu lui a restituire, insieme a Mazzino Montinari, l’opera di Nietzsche alla sua originalità ideologica) sia una originale e “inaudita” – almeno per l’uomo del Novecento, intrappolato in algoritmi privi di vita – filosofia dell’esistenza. Sono i greci il faro della nostra civiltà, ed è laggiù che bisogna tornare per capire che il mondo altro non è se non il riflesso di qualcosa d’altro; solo nel Mediterraneo assolato, più di 2500 anni fa, un popolo ha saputo “capirlo” in maniera paradigmatica. Quella sapienza ha attraversato l’Occidente, smarrendosi, venendo dimenticata ma anche approdando a lidi inusitati, o a personaggi originalissimi e folli. Parliamo di Hölderlin, il grande poeta tedesco, il quale probabilmente, oltre a una follia che ne segnò la vita, fu anche colto da quella mania dionisiaca che non lo rese un ammiratore dei greci, ma un vero e proprio greco nel secolo sbagliato.

Alessandro Bartoloni Saint Omer, Il sentimento del divino

Il sentimento del divino. Giorgio Colli e Hölderlin è un saggio abissale, nel senso che attraversa non solo le profondità del pensiero e della poetica di entrambi questi grandi pensatori, ma arriva a toccare i fondali della coscienza di ognuno. Chi siamo noi se non quella porta girevole in cui dal mondo di Māyā si può scivolare in una dimensione altra? Misticismo, filologia e filosofia si intrecciano in questa analisi serrata capace di mostrare quale sia stato il rapporto tra Colli e i testi di Hölderlin, ma anche tra follia e malattia, o eccesso di vita. Il tema si espande fino ai confini estremi del sapere, a quella cultura per cui il tema “della grandezza” (titolo di uno dei capitoli del saggio) risulta essere centrale non soltanto per comprendere «l’integrità fisiologica di un popolo» (p. 31), ma anche per giudicare gli aspetti blasfemi del nostro vivere moderno, il quale appare sempre più malaticcio e fragile, poiché ha perso la dimensione di una conoscenza senza finalità o di un agire “eroico”.

«Un’epoca che soffre della così detta cultura generale, ma non possiede una vera civiltà e nella sua vita non ha fatto una unità di stile, non saprà ricavare nulla di buono dalla filosofia […] In una tale epoca la filosofia si riduce al dotto monologo di un viandante solitario, al bottino casuale di un individuo isolato, al segreto chiuso in una stanza di studio […]» (p. 39).

L’intreccio tra Hölderlin e Colli, passando per una analisi di Nietzsche e confrontandosi con il tema della poesia e della violenza, sono parti integranti di questo lavoro di Alessandro Bartoloni Saint Omer, al quale va riconosciuta non solo una grande chiarezza espositiva, ma l’aver saputo focalizzare con rara perspicacia il nucleo centrale della questione fondamentale dell’azione filosofica, la quale non è “solo” cercare di enucleare i tratti in comune tra diversi autori, nello specifico due personaggi come Giorgio Colli e Friedrich Hölderlin, ma l’averci ricordato il compito vero dell’autentico filosofare – o di un filosofare che non sia sterile disquisizione in tristi dipartimenti – cioè esplorare la vita e provare a trovare quella trama nascosta, tentando di indicarne i percorsi. Un saggio dunque che arricchisce il pensiero, e l’archivio Colli, in cui è possibile leggere – oltre ai quaderni colliani – un’infinità di lavori in grado di aiutarci a comprendere il percorso intellettuale di un grande maestro del Novecento, la cui genialità è stata anche riconoscere il luogo principe dove il pensiero si è radicato, e la necessità di ritornarvi per cercare di avvicinarsi al grande mistero celato da Māyā, la quale seduce e imprigiona gli uomini da quando cominciarono a interrogarsi sul mondo.

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Immagine di copertina:
Caspar David Friedrich, Junotempel in Agrigent, 1828-1830, Museum für Kunst und Kulturgeschichte, Dortmund.