Con Le voci perdute degli dei lo psicologo americano Julian Jaynes (1920-1997) propone una tesi a dir poco azzardata, ma anche affascinante e rivoluzionaria: la memoria cosciente è rintracciabile all’incirca intorno al 1000 a.C., circa cento generazioni fa.

«Prima di quel periodo, uomini e donne si muovevano in un’oscurità intellettuale di un mondo più limitato con una differente mentalità: una mente bicamerale. Decidere e ricordare non erano operazioni coscienti, ma venivano sentite come se provenissero da un’altra parte del cervello […]» (p. 10).

Julian Jaynes, Le voci perdute degli dei

L’autore, che svilupperà questa tesi ne Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, tenta con una disamina certamente articolata e vasta di sostenere un nuovo paradigma, o meglio, una nuova lettura dell’origine dei processi psicologici definiti come autocoscienza e, contemporaneamente, prova a riscrivere la storia dell’umanità da questo punto di vista.

Il risultato, a una analisi delle prove riportate, non riesce a convincere. Se l’evoluzione della coscienza ha certamente un percorso storico, e bisogna essere molto cauti ad attribuire emozioni e comportamenti del presente a figure storiche del passato o a epoche intere, è davvero arduo pensare che poemi come L’epopea di Gilgamesh non parlino il linguaggio degli uomini attuali, o che il pelide Achille sia stato affetto da disturbi psicotici, incapace di pensare al passato o al futuro.

Lo psicologo statunitense non scherza, sostenendo molto seriamente che il mondo pre-bicamerale esibiva un cervello “sottomesso” alle voci, che scambiava per ordini degli dei, e collocando dunque gran parte dell’antichità in un nosocomio. La schizofrenia contemporanea non sarebbe altro se non quel cervello funestato da “voci”.

La riflessione comporta anche una spiegazione storica e una neurologica, ben articolate nel breve trattato, ma entrambe non sembrano dirimere i dubbi sollevati. Sia per l’una che per l’altra, molti quesiti sembrano sfiorati e non risolti, altri semplicemente assunti per veri. Sull’origine della coscienza e alla sua complessità già dagli albori delle civiltà basterebbe guardare alla tradizione vedica, alla Bhagavadgītā fino a giungere alle poesie di Saffo. È evidente che non sembra essere così giovane e successiva, ma si impone come caratteristica umana pressoché da subito. Nel linguaggio e nella sua struttura, anche emozionale, c’è già segnato il tragitto di quell’ominide che disegnava con dei colori le mura delle grotte e con la testimonianza della scrittura già chiaramente esprime una coscienza riflettente.

Jaynes sostiene la mancanza di necessità vincolante, per l’apprendimento, di una forma di coscienza: la vita antica procedeva secondo processi automatici, inconsci, per la maggior parte delle azioni e delle scelte compiute dagli uomini.

«Come preludio a ciò che dirò più avanti, desidero che consideriate la possibilità che una volta potrebbero essere esistiti esseri umani che facevano la maggior parte delle cose che facciamo – parlare, comprendere, percepire, risolvere problemi – senza tuttavia avere alcuna coscienza» (p. 48).

Siamo davanti a un dilemma: cosa si intende per coscienza dunque? Anche in questo caso, la proposta dell’autore è limitata e limitante. Questa non è soltanto un «operatore» (p. 49), e quando l’uomo si trovava di fronte a un bivio, pare arduo sostenere che davanti allo stress decisionale si cadeva in una allucinazione auditiva in grado di indicare in quale modalità procedere.

Leggere l’Iliade in questi termini non solo è riduttivo, per esempio, ma cancella tutta l’ermeneutica testuale capace di spiegare la complessità dell’opera e la propria funzione sociale, dove i personaggi non sono “semplici” perché con un cervello bicamerale (se lo sono), ma in quanto creature anche simboliche, “costruite” con un intento preciso, collettivo, e destinati alla fruizione orale e all’esempio sociale. Il legame tra schizofrenia e mente bicamerale sembra infine ardito: nonostante la passione del discorso proposto da Jaynes, le voci perdute degli dei non sembrano essere la prova di una psicopatia epocale. Si consiglia comunque la lettura di quest’opera, pubblicata in una edizione raffinata dalla casa editrice Tlon, non solo per immergersi pienamente in una delle questioni filosofiche, storiche e psicologiche più importanti della storia dell’umanità, ma anche per comprendere pregi e limiti di una tesi che ha comunque segnato la storia degli studi a proposito e da parecchi decenni viene studiata in ambito internazionale, senza perdere di fascino nonostante sia controversa.

———

Immagine di copertina:
Sosias, Achille benda Patroclo, da Vulci, circa 500 a.C., Altes Museum Berlin (foto Miguel Hermoso Cuesta, via Wikimedia)