[Uno “sfilacciato” manifesto poetico presentato alla festa per il decennale della rivista La Balena Bianca che si è tenuta a Milano sabato 11 giugno 2022].

Materia prima: la corteccia dell’anzidetta pianta erbacea annuale.

Si osservi che la periodicità minima di un anno è buona, seppur ancora non ottimale, per la messa in lavorazione sul piano della raccolta delle idee.
Tale raccolta sia comunque eseguita alla base del fusto, rasoterra, ovvero: si mantenga una postura di collezione a costante contatto col suolo – nostra universale origine prima e destinazione ultima – ovverosia: si voli basso.

Dopo la raccolta, si proceda alla macerazione dei fusti per molti e molti giorni. Ciò consentirà ai microrganismi cerebrali di separare, nell’umido, quel che deve essere separato.
L’umido è infatti notoriamente propizia condizione di ricettività, arrendevolezza e condiscendenza all’evento, qualunque esso sia.
Segue poi la fase essiccatoria, appena prima che quell’umido degeneri nel patetico e nel marcescente; dopodiché si avrà la battitura, ovvero la separazione delle fibre per mezzo di mazze di legno.
Si prenda dunque a mazzate, senza esitazione alcuna, il lavoro in fìeri: ciò che era unito va disunito; ciò che era morbidamente quiescente va strapazzato. Verrebbe quasi da citare a sostegno mitico la celebre storia indù del frullamento dell’oceano per ricavarne i suoi tesori. Digressione peraltro ammissibile, vista la provenienza tropicale e subtropicale, precipuamente gangetica, della materia prima stessa. Per dirla in altri termini:
le origini dell’opera sempre appartengono a un non meglio descrivibile locus fabuloso, a una sorta di India psichica.
Quanto alla denominazione “canapa di Calcutta” attribuita alla iuta, non ci si arrischi a trarne conclusioni affrettate sul tema della “stupefazione” (chimica), sebbene – fin troppo banale a dirsi – uno stato di coscienza da blandamente a fortemente alterato, possa, talvolta, non solo non inficiare ma addirittura favorire alcune – non tutte – fasi di lavorazione della materia prima.

Non resterà allora che lavare, asciugare e infine assemblare in balle le fibre (sia liberamente recepito il termine “balle”).
Ciò che si aspira a ottenere, con tale laborioso procedimento, è un tessuto la cui resistenza, la cui versatilità, la cui biodegradabilità e riciclabilità possano in qualche modo compensare l’inevitabile grado minimo di ruvidezza, opacità, grezzezza e sfilacciosità.
Che dire poi dell’impiego della fibra non per prosaiche realizzazioni quali imballi o coibentazioni salottiere, bensì per il poetico, azzardato confezionamento di un capo su misura, unico e irripetibile?
Grande dispendio di fino su un materiale che di fino ha ben poco, che ci resiste, che ci oppone tutta la sua ridotta estensibilità (si veda l’intramontabile faccenda delle possibilità del dire, del limine tra dicibile e indicibile, tra parola e silenzio). E allora le articolazioni ci si infiammeranno, perderemo decimi di vista, e gli aghi ci segneranno inesorabilmente.
In tutto ciò, è plausibile ridursi ripetutamente alla lamentazione e al pianto, nel qual caso mai e poi mai sottovalutare l’elevata igroscopicità della iuta.

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Immagine di copertina:
giacca di iuta, manufatto e foto di Laura Liberale.