Ho incontrato Mario Galzigna attraverso due sue aree di interesse che risultavano affini al mio percorso di ricerca. L’ho incontrato su un social network come Facebook che permette connessioni e scambi ma anche, due volte, a Padova, dove presentavo miei libri. Nella seconda occasione, mi onorò accettando la proposta di discutere la mia ultima pubblicazione.

Il primo settore di contatto con Galzigna era la questione del discorso, che ho scoperto molto tempo fa tramite la lettura di Jacques Lacan e su cui aveva teorizzato anche Galzigna, senza dubbio in dialettica con Michel Foucault e con l’ordine del discorso di stampo foucaultiano. La seconda questione era la tormentosa interrogazione sulla follia. Scriverò qualche considerazione su quest’ultimo argomento.

Mario Galzigna riscopriva il valore del soggetto collettivo «sviluppando un pensiero in rivolta capace di sovvertire le tradizionali regole del gioco. Un pensiero in rivolta rompe gli steccati che lo relegano nell’ambito di una mente individuale»,1 in quanto il pensiero risulta esso stesso effetto del campo dell’Altro, dell’azione del linguaggio sulla formazione della mente umana (e del corpo umano): il pensiero è determinato dal linguaggio.

Fenomeni psicotici?

Una certa clinica psichiatrica contemporanea, avendo smarrito la finezza della psichiatria tradizionale, soprattutto di quella di matrice francese, risulta spesso volta a rubricare ogni manifestazione inconsueta dell’essere umano in una categoria diagnostica. Lo si coglie nell’esempio emblematico delle varie edizioni del DSM, che costituiscono un ampio catalogo dallo scarsissimo valore per chi abbia il desiderio di cogliere qualcosa della singolarità di un essere umano. Situare un fenomeno clinico come “fenomeno psicotico” implica invece un lavoro che a volte richiede tempo e a volte stenta a giungere a chiarirsi, restando un’aura di mistero, di enigma, nel campo in parte insondabile della follia.

Provo a spiegarmi: anzitutto a proposito dei cosiddetti “uditori di voci” (ma un’annotazione analoga potremmo portarla anche per quanto concerne le visioni), siamo sicuri che si tratti di fenomeni psicotici? Siamo sicuri che si tratti di allucinazioni anziché di un messaggio dell’inconscio, oppure di una proiezione illusoria del proprio senso di colpa, oppure di un’esperienza d’altro tipo ancora? La mia linea, ben più che alla biologia e alle neuroscienze, fa riferimento alla linguistica di Ferdinand de Saussure, il padre della linguistica moderna.2 Essa si basa sulla differenza fra significante e significato, fra immagine acustica e concetto. Udire dei significanti costituisce un’esperienza comune a ogni essere umano. Non esiste essere umano senza significante, senza linguaggio. Da dove può venire il significante se non prima di tutto da delle voci? Udire delle voci è, dunque, un’esperienza umana e, là dove vi è una certa emancipazione del significante, distinguere delle allucinazioni da una molteplicità di altri fenomeni è spesso difficile. Su questo, ho appreso molto da alcuni autori della scuola di Lacan, fra cui Jean-Claude Maleval, del quale ho curato l’unico libro italiano e con il quale ho recentemente svolto una serie di tre webinar.3 Nella psichiatria francese classica – della quale ricordiamo, fra gli altri, i nomi di Jean-Martin Charcot, Paul Guiraud, Henry Claude, Henry Ey – udire voci e avere visioni può sovente costituire una manifestazione di forme gravi di isteria, di quella che la psichiatria francese tradizionale denominava follia isterica e può avvenire al di là di qualunque forma di psicopatologia. Perché non considerare le voci come un messaggio che giunge al soggetto, nelle specie di una rivolta del linguaggio?

Crediamo di avere potere nella nostra esistenza ma ci troviamo sovente in condizioni di impotenza e, ancor più spesso, in condizioni di impossibilità dinanzi alle ristrettezze umane. Ci accorgiamo nell’esperienza analitica che il padrone è il campo del linguaggio. La padronanza del linguaggio emerge con i lapsus e con le voci che sono entrambi fenomeni tali da spodestarci dalla nostra illusoria autonomia.

Un discorso analogo lo si può fare per il delirio: cos’è un delirio? Alla lettera, la lira era una sorta di aratro ai tempi dei latini, serviva per scavare un solco; perciò chi delira, de-lira, fuoriesce dal solco. Si smarca dal solco tracciato dall’identificazione sociale comune. Siamo sicuri che avere pensieri molto originali, bizzarri, non condivisi dagli altri, persino con spunti persecutori sia un delirio anziché qualcosa d’altro tipo?

La posizione dell’analista sta forse nel riportare nel solco del pensiero dominante chi costruisce delle congetture originali? Se così fosse, il ruolo dell’analista sarebbe equiparabile a quello di chi svolge un controllo sociale; sarebbe accostabile a quello dei gendarmi in regimi autoritari e totalitari.

La posizione dello psicoanalista è forse quella di ricondurre i propri pazienti verso la normalità sociale, quella di renderli dei lavoratori indefessi e ben inseriti nel sistema produttivo, quella di farli divenire degli accaniti consumatori? Se fosse questa la posizione dell’analista, la svolgerebbe in modo molto più efficace un dirigente d’azienda.

La posizione dello psicoanalista è forse quella di sradicare i tratti di perversione sessuale dei propri pazienti riconducendoli a una vita morigerata e casta? Se fosse questa la posizione dell’analista, la svolgerebbe in modo molto più efficace un sacerdote.

L’ascolto, senza pregiudizi teorici

Se anche fossimo certi di trovarci di fronte a deliri e allucinazioni o a un importante disinserimento sociale che determina gravi forme di marginalità, siamo convinti che questi vadano rubricati come fenomeni psicotici? Io preferisco sospendere i riferimenti nosografici e ascoltare le persone che ricevo senza dare troppa importanza né alle categorie diagnostiche né soprattutto alle formalizzazioni teoriche. Già Freud consigliava di ascoltare ogni persona come se fosse la prima che si riceve, al primo appuntamento. Mi è stato raccontato, da chi portava pazienti dell’ospedale Sainte Anne alle presentazioni di malati con il Dottor Lacan, che egli interdiceva con severità le costruzioni teoriche nell’incontro con i pazienti. Un po’ di pratica con forme estreme di degradazione come quella dei clochard che si rivolgono alle mense dei poveri mi ha portato ad accorgermi di quanto siano varie la clinica e l’umanità e di come non sempre questi esseri umani vadano rubricati nel campo delle psicosi. Svariate sono le congiunture che mettono in difficoltà un essere umano e, fra queste, oltre a quelle di stampo psicopatologico ve ne sono di economiche, politiche, belliche, amorose: basti ricordare la condizione di migrante con le complessità che comporta.

Questo non vuol dire non dare spazio a momenti di elaborazione teorica, soprattutto in occasioni di scambio e confronto con colleghi, dopo le sedute; implica piuttosto un sospendere dei pregiudizi volti a incasellare gli esseri umani che ci si trova ad ascoltare in parametri stereotipati. Soprattutto, questo non vuol dire negare l’esistenza della malattia mentale e l’importante beneficio che alcuni traggono dal trattamento psicofarmacologico, il che sarebbe davvero ingenuo; vuol dire ricordare che la diagnosi e il ricorso al farmaco davvero ci insegnano ben poco a proposito della singolarità irriducibile di un soggetto.

Valorizzare i punti di funzionamento

Ho preso l’abitudine di ricevere le persone che mi domandano appuntamento senza focalizzarmi tanto sui punti di disfunzionamento e sui fenomeni psicopatologici, quanto sulla valorizzazione dei loro punti di funzionamento. Allora, per esempio, perché mai proporre un trattamento psicofarmacologico a opera di uno psichiatra in uno studio privato o un’istituzione sanitaria quando si nota che questa persona ha già trovato qualcosa di efficace per la propria esistenza nei suoi interessi e nelle sue passioni (arte, musica, scienza, religione, sport, letteratura, eccetera) e ha già costruito una propria organizzazione di vita? Il mio orientamento si basa sul rispetto di quello che un essere umano sa e mi indica: se vuole assumere dei farmaci, nulla vieta di indicargli il nominativo di uno psichiatra o di un’istituzione pubblica in grado di aiutarlo; se non vuole ricorrere ai farmaci, ha comunque tutto il diritto di venire ricevuto e ascoltato da me, eventualmente costruendo una rete di supporto che lui percepisca come meno etichettante e discriminante. A tal proposito, ci si può avvalere dei contributi di un avvocato oppure di un arteterapeuta, di un musicoterapeuta oppure ancora di quelli forniti da una rete come quella organizzata da cooperative sociali, strutture residenziali e così via. Sarà ciascun individuo a orientarci, indicandoci il contesto più pertinente per lui e per le sue caratteristiche speciali.

La normalità delle psicosi

In riferimento al variegato campo delle psicosi, sono fra coloro che lo considerano relativo a una posizione umana normalissima. Questo non implica non considerare come «una forte vicinanza all’esperienza vissuta della psicosi implica molto spesso dei rischi, per il singolo terapeuta e per il gruppo dei curanti».4 Credo nella diffusione molto vasta della psicosi ordinaria – come l’ha denominata Jacques-Alain Miller – una psicosi di struttura anche senza eclatanti fenomeni psicotici, a volte velata da altri sintomi pseudo-nevrotici o da problematiche situabili nel campo delle dipendenze o ancora da un ricorrente stato depressivo. Vi è anzi da stupirsi che una discreta percentuale di esseri umani abbia sviluppato una propria posizione soggettiva diversa da quella psicotica. Il primo livello basale della soggettività umana sta nella formazione di un narcisismo dell’io di stampo paranoico. Per questo va ricordato che vi sono casi di psicosi molto invalidanti, ma la maggior parte dei soggetti psicotici risultano esenti da una vera e propria malattia, avendo trovato le condizioni per stare al mondo discretamente bene, per condurre un’esistenza dignitosa e vivibile. Perché mai dovrebbero guarire dalla loro singolarità? Perché mai dovrebbero guarire dalla loro soggettività?

Dirigere la cura senza dirigere le coscienze

Scriveva Lacan che il primo principio dell’analisi sta nel dirigere la cura psicoanalitica, la cura che ci si aspetta da uno psicoanalista, senza affatto dirigere il paziente.5 Ricordo un esempio emblematico che ho riportato in un mio libro ormai datato; una fanciulla diciottenne, dopo una decina di sedute, mi disse: “Vengo qui da un po’ e parliamo… ma il mio ragazzo lo devo lasciare oppure no?” Su questo punto, non c’è risposta.

«Appare in modo incontestabile che la concezione della psicoanalisi si è volta verso l’adattamento dell’individuo all’ambiente sociale» – sosteneva Lacan mettendo in risalto quanto strida con la psicoanalisi valutare la posizione soggettiva in base al suo adattarsi agli usi e ai costumi vigenti nella società ricercando una psicopatologia in quanto tale nell’essere un disadattato. Al contrario, si tratta di valorizzare la singolarità di ciascuno, quelle manifestazioni soggettive che possono risultare eccentriche rispetto al conformismo, per esempio al conformismo che ci rende tutti produttori, consumatori di oggetti e in fondo consumati dagli oggetti stessi.

Prosegue Lacan: «È a sostenere una simile posizione che si può attribuire l’eclissi nella psicoanalisi dei termini più vivi della sua esperienza: l’inconscio e la sessualità dei quali pare che ben presto debba sparire la stessa menzione».6 Inconscio, pulsione e sessualità sono elementi umani fondamentali che, proprio in quanto molto singolari o comunque altamente intimi e riservati, stentano a venire convogliati in un conformismo massificante.

La psicoanalisi si differenzia da una direzione di coscienza moralistica, da una paternale, da una pastorale, da una Pastorale americana, per citare il celebre libro di Philip Roth. Nel romanzo di Roth, dal quale è stato tratto un recente film, tramite la narrazione del suo alter ego Zuckerman, vediamo l’idealizzata pastorale statunitense del protagonista, denominato lo Svedese per i suoi occhi azzurri e i suoi capelli biondi, campione di baseball, di basket e di football americano, emblema di bellezza e forza; egli sposa la ragazza più seducente della scuola, vincitrice di concorsi di bellezza. Ha riscontri negli affari, nella fabbrica ereditata dal papà, è proprietario di una splendida villa in una zona rurale. L’idillio della pastorale statunitense, che si estrinseca di solito anche nella nascita dei figli, viene coronato dalla nascita di una bimba, anch’ella bionda. Sorge, però, un problema perché la figlia presenta un importante disturbo del linguaggio: balbetta. Nonostante i tentativi di cura logopedica, volti a ristabilirne ortopedicamente l’equilibrio, ella diviene una contestatrice. Si oppone all’intervento statunitense nella guerra del Vietnam fino a compiere un attentato terroristico nel quale viene ucciso un uomo. Quest’esperienza determina una crisi di identità nello Svedese, perché tutto quello in cui ha creduto viene a crollare dopo l’agito terroristico della figlia.

Si tratta di un emblema formidabile del fallimento della psicologia dell’io, volta a normalizzare le manifestazioni singolari del soggetto con le quali egli si trova a dissentire rispetto alla pastorale sociale (angoscia, sintomi, perversioni sessuali, allucinazioni, deliri). Quando ci si mette al servizio del padrone di turno, la clinica può avere un effetto temporaneamente rassicurante attraverso una certa dose di suggestione. Tuttavia, presto o tardi, la singolarità del soggetto tornerà a emergere, come l’araba fenicie che risorge delle proprie ceneri.

———

Note:

1) M. Galzigna, Rivolte del pensiero. Dopo Foucault, per riaprire il tempo, Bollati Boringhieri, 2013, p. 40.
2) F. De Saussure, Corso di linguistica generale, (a cura di T. De Mauro), Laterza, 2009.
3) J.-C. Maleval, Isteria e follia. Logica del delirio come tentativo di guarigione, Bruno Mondadori, 2011 e La forclusion du Nom-du-Père. Le concept et sa clinique, Seuil, Parigi, 2000.
4) M. Galzigna, Rivolte del pensiero. Dopo Foucault, per riaprire il tempo, Bollati Boringhieri, 2013, p. 48.
5) J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, Volume 2, Einaudi, 1974, p. 581.
6) J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi in Scritti, Volume 1, Einaudi, Torino, pp. 238-239.

———

Immagine di copertina:
Fotogramma da Ewan McGregor, American Pastoral, 2016