[Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento di Pietro Barbetta, secondo appuntamento del Collettivo Guaraní, dal titolo “L’intellettuale dissidente”. La registrazione integrale dell’incontro si può vedere sul canale YouTube del seminario Bateson Deleuze Foucault].

Perché abbiamo deciso di chiamare “Guaraní” il nostro collettivo? Cosa può insegnarci il Brasile? Il viaggio in Brasile ha molto influenzato il pensiero di Mario Galzigna, che si recò nella foresta dove incontrò il gruppo dei Guaranì.

Nella video intervista sul Brasile con cui si apre l’intervento, Galzigna afferma che poche volte si è sentito così a casa come in Brasile, dove è arrivato occupandosi di una figura che per il Brasile è come Darcy Ribeiro. Ministro della cultura, Ribeiro ha fondato l’università di Brasilia, aveva una dimensione poliedrica, era uno specialista aperto agli altri specialismi. La dimensione della pluralità che Foucault, Deleuze e Guattari hanno indicato si trova realizzata in pieno in Brasile. Ribeiro è stato politico, antropologo, esperto di economia, esperto di educazione e romanziere, dentro cui ha messo la grande variabile, senza la quale non si può comprendere il Brasile, che sono i popoli autoctoni. Il Brasile ha l’Altro, l’alterità, in casa. Il contributo dell’antropologia in Brasile nell’ambito delle scienze umane è fondamentale. Galzigna racconta di essersi trovato nella situazione di misurarsi con figure come Darcy Ribeiro e Eduardo Viveiros de Castro, che prosegue la lezione di Ribeiro, in cui il viaggiare nelle varie dimensioni dell’alterità è parte costitutiva dell’impresa scientifica. Ribeiro ha usato la forma romanzo, avendo scritto tre romanzi tradotti in molte lingue, fra cui l’italiano, in cui ha dato vitalità ai popoli autoctoni, con cui si è incontrato nella sua attività antropologica. In Brasile l’immaginario viene considerato una base fondamentale nella costruzione del sapere.
In Europa l’intellettuale è legato ai vari paradigmi e fatica a capire come l’impresa scientifica trae alimento dal rapporto con l’immaginario, che è veicolato da differenti culture che si intrecciano fra di loro. Ribeiro scriveva che il meticciato, la mescolanza, è la cifra brasiliana del loro destino. Galzigna sostiene che il meticciato è anche la cifra che diventerà nostra e sarà sempre di più la cifra del nostro destino man mano che le società diventeranno complesse e sempre più multiculturali.

A partire dalle osservazioni di Mario Galzigna, emerge un’immagine dello studio della cultura come parte integrante della sua stessa formazione. Ha studiato la cultura francofona della dissidenza, un nuovo tipo di intellettuale dissidente. Julia Kristeva, in un numero di Tel quel dà un titolo a un suo intervento che finisce troppo rapidamente, Un nouveau type de intellectuel: le dissident. Da qui si comprendono le opere di Mario Galzigna, soprattutto l’ultima, Rivolte del pensiero, e la sua capacità di mettere assieme tutta una serie di autori che hanno esercitato la funzione della dissidenza. Noi abbiamo avuto diversi modi, nella sinistra europea, in cui l’intellettuale è sempre stato un intellettuale impagnato, “compagno di strada”, o un intellettuale organico, cioè quello che sta all’interno del partito, quella figura che affianca il partito, che corrobora il partito di una formazione che va al di là del dominio politico in senso stretto. Da una parte l’intellettuale organico che ha una funzione importante perché fa quello che nel campo della sinistra – ma lo stesso di può dire di altre aree politiche – quelle che vengono chiamate le scuole quadri, cioè scuole di formazione in cui le persone che aderiscono a questi partiti – e in particolare ai partiti di sinistra ciò vale per la classe operaia, mentre nei partiti cattolici riguarda più la classe impiegatizia – che in qualche modo ricevono una formazione socio-politica. Questo tipo di intellettuale organico aveva anche questa funzione: era quello che insegnava la lettura anche di romanzi e non solo di opere politiche nel senso dell’attività politica.
In Francia invece si parla dell’intellettuale compagno di strada. Pensiamo ad esempio alla figura di Jean Paul Sartre. Il compagno di strada è un intellettuale che si pensa non più organico, ma autonomo dal partito e dall’organizzazione, si pensa autonomo anche se condivide le linee di fondo di un certo modo di pensare, non è necessariamente un militante, ma si riserva di avere un suo punto di vista autonomo, benché impegnato. Sartre è un classico caso di intellettuale compagno di strada: da un lato sosteneva il regime comunista e dall’altro scriveva opere in cui esprimeva le sue riserve verso l’autoritarismo del regime. La Francia ha creato questo tipo di intellettuale, che pur praticando una linea culturale, un pensiero democratico, aperto e di stampo socialista o liberale più ampio del termine. Questo tipo di gruppo nasce soprattutto in Francia e Sartre ne è il paradigma. Sartre e Levi-Strauss rappresentano i due versanti della cultura francese: fenomenologia e strutturalismo. Se pensiamo a Foucault, Deleuze e Guattari, si tratta di pensatori che hanno coniugato diversamente questo tipo di intellettuale francese.
Si parla erroneamente di “pensiero francese”, mettendo assieme intellettuali che spesso non concordavano, come se il “pensiero francese” fosse unico. Questi intellettuali si riconoscevano come persone che discutevano fra loro temi importanti, ma senza intrattenere un rapporto di tipo ideologico; piuttosto culturale, senza l’elemento ideologico.

Mario Galzigna non si è formato come intellettuale organico al partito comunista, né come intellettuale compagno di strada. Con Foucault, e come lui, diventa intellettuale dissidente, che esercita il dissenso. Cosa vuol dire esercitare il dissenso? Su questo Galzigna era molto chiaro: questa impostazione non ha nulla a che vedere con il pensiero di Tony Negri, il quale nondimeno intrattenne un rapporto di amichevole ospitalità con Deleuze, ma che incarna un diverso di tipo di intellettuale, quello antagonista, che si serve anche dell’esercizio della violenza.
Fra Galzigna e Negri vi è un dissidio molto profondo, perché il pensiero di Negri ha rappresentato una visione molto distante dall’intellettuale dissidente incarnata da Galzigna. La distanza fra il pensiero di Negri e quella di Deleuze è enorme e, anche in questo senso, Galzigna non poteva concordare con una visione in antitesi con il pensiero di uno dei suoi tre grandi riferimenti filosofici. Galzigna fu allievo di Foucault, alla biblioteca nazionale di Francia, insieme a Robert Castel e Alessandro Fontana. Gli intellettuali veneti, inizialmente vicini al movimento operaista, resisi conto delle contraddizioni interne al movimento, si staccarono e andarono a Parigi a studiare con i pensatori principali dell’epoca. Si forma quindi un gruppo di intellettuali italiani che respirano una diversa aria, il pensiero dissidente.

Per comprendere Rivolte del pensiero di Mario Galzigna bisogna quindi porsi anzitutto una domanda: che cos’è l’intellettuale dissidente?
Si tratta di una persona che riflette in maniera critica, non dando mai nulla per scontato. Qualsiasi affermazione che viene assolutizzata, che viene resa stabile, deve essere ricreata e rivista sotto un’altra forma, sotto un altro aspetto dall’intellettuale dissidente. Si può citare il decostruzionismo di Derrida o anche la polifonia e l’etero-glossia di Bachtin.
Che cos’è l’intellettuale dissidente, che cosa significa essere intellettuale dissidente? L’intellettuale dissidente è una persona che riflette, ma riflette in maniera critica. Cosa vuol dire riflettere in maniera critica? Significa non dare mai niente per scontato; quindi, qualsiasi affermazione assoluta, che viene resa stabile, deve essere messa in discussione, il compito dell’intellettuale dissidente è quello di doverla ricreare, rivedere sotto un’altra forma, sotto un altro aspetto. Abbiamo menzionato il decostruzionismo di Derrida e la polifonia o l’etero-glossia di Mikhail Bachtin; questi intellettuali sono dissidenti non perché sono dei “bastian contrari” ma perché per ogni affermazione, per ogni elemento stabilito rimettono in questione quello che è stato stabilito, si domandano che cosa c’è dietro quello che è stato stabilito.

Prendiamo il campo psicologico: la “Resilienza”. Che cosa c’è dietro il termine resilienza? Come mai va così di moda? Perché viene usato così spesso il termine resilienza, che, tra l’altro, è preso dalla fisica? Come mai abbiamo il bisogno di definire questa cosa, come se fosse una cosa, come dire, definitiva? Allora uno dice la resilienza non esiste, esiste una persona resiliente. Se una persona è stata resiliente significa che è riuscita a sopravvivere e a sopportare determinate difficoltà, traumi, violenze e via dicendo ma si parla di quel soggetto non si parla della resilienza come in fisica, come se fosse la caratteristica di certi materiali, si parla di un soggetto e se ne parla nel momento in cui lo fa. Lo stesso soggetto potrebbe trovarsi in un’altra condizione e non essere per niente resiliente. Resilienza è qualcosa che in psicologia si può usare ma si deve usare all’interno di una specifica storia clinica, non in generale.
Voglio leggervi qualcosa sulla resilienza che viene dalle pagine di Mario Galzigna, il quale, dall’aldilà, mi sta guardando male, dicendo: «Ma come stai usando la parola resilienza che avevamo deciso essere una parola così ripetitiva, perché così stabile, così stabilizzata?». Ecco vi leggo alcune pagine:
«Antonio interviene subito, con un linguaggio semplice ma efficace, racconta di aver raggiunto in treno una città vicina, di aver passato la giornata, una bella giornata primaverile, percorrendo a piedi il centro storico e di aver visitato il Duomo anche per sostare e riposarsi. La sera dopo essersi rifocillato, li vicino, con un bel caffè si dirige verso la stazione con l’idea di tornare a casa, ma si accorge, al momento di acquistare il biglietto, di aver finito i soldi. Non si perde d’animo e decide di tornare a casa a piedi ben sapendo che l’aspettano parecchie ore di cammino. “Ma ho sempre amato camminare e vagabondare, sono le mie attività artistiche preferite”. Descrivendo la sua interminabile camminata con l’aria di che racconta un’impresa eroica, Antonio si lascia andare e si infervora. “Quando arriva l’alba mi trovo in una grande distesa verde, un prato grandissimo con l’erba soffice e la rugiada del mattino. Mi tornano alla mente le note della primavera di Vivaldi, mi sento tutt’uno con quell’erba, con quella rugiada, con quel prato. Gli altri pazienti lo ascoltano in religioso silenzio stupiti, conquistati dal suo lirismo. D’un tratto, anche se preso dal suo racconto, Antonio, sembra quasi perdersi, smette di parlare, si guarda intorno, incerto ed esitante. Dopo un minuto di silenzio interviene Anna, una giovane donna diagnosticata borderline, che lo ha ascoltato senza mai distrarsi. Beato te che senti tutte queste cose, l’erba, la rugiada e tu li dentro…cose che io non sento mai. “Si. Si”, aggiunge Antonio rinfrancato, cose così le sento spesso. A questo punto lo psichiatra seduto accanto a me mi dice sottovoce, approfittando di una pausa che è stata richiesta da un altro paziente: “Psicotico duro!”. La frase mi irrita, gli rispondo sempre sottovoce rendendo evidente il mio dissenso: “Psicotico duro? Dici? Può darsi, ma soprattutto poeta…».
Ecco questo è Mario Galzigna, potremmo andare avanti, voglio andare avanti ancora un po’, però a me vengono le lacrime quando penso a questo: lo psichiatra, dietro le spalle, che dice “psicotico duro” e lui che dice: “Si può darsi ma soprattutto poeta”. E continua:
«In effetti Antonio con la sua parola, con il suo trasporto, ha creato una Stimmung. Un’atmosfera poetica dalla quale mi sono lasciato prendere, mettendo tra parentesi la sua qualifica di paziente e la diagnosi attraverso la quale è stato in qualche modo classificato e ingabbiato. Lo psichiatra, lui no, lui rimane freddo, algido distaccato. Durante la pausa comincia a discettare attorno alla psicosi schizofrenica e attorno al significato clinico del delirio di grandezza, concludendo il suo ragionamento, come di consueto, con l’individuazione di un farmaco adatto a trattare i cosiddetti sintomi positivi. Non una parola sulla vita di Antonio, sulla sua storia, sul suo carattere, sulle qualità della sua fervida immaginazione poetica, sulla grande sensibilità musicale. Robe da filosofi, come ha sentenziato un suo collega psichiatra, all’epoca responsabile del servizio psichiatrico di diagnosi e cura. Quel fine umanista era assolutamente convinto che il grosso della partita psichiatrica dovesse giocarsi sostanzialmente sull’individuazione del sintomo, sulla sua reificazione, sul problema del giusto farmaco da somministrare».

Ovviamente “fine umanista” è un’ironia. Ecco, questo fu Mario Galzigna, ve l’ho presentato e potrei anche fermarmi qui, per ora, per chiarire che cos’è il dissenso. Il dissenso è entrare dentro un problema, essere là e poter dire davanti ad uno psichiatra che dice “psicotico duro”, “può darsi ma soprattutto grande poeta”. Questo è il dissenso, questa è la lettura di qualcosa sotto un’altra veste, sotto un altro ambito, cioè vedendo la cosa in termini di quello che c’è dietro a quello che è già dato per scontato che è definitivamente una sentenza dalla quale non si può sfuggire. Io credo che se noi consideriamo questo tipo di modo di pensare troviamo che, in Italia, ben pochi autori siano arrivati alla profondità, alla chiarezza e alla ricchezza di pensiero di Mario Galzigna. Non nego ci siano dei grandissimi filosofi italiani, per citare due maestri assoluti: Antonio Banfi ed Enzo Pace, che abbiamo studiato e conosciamo bene, ce ne sono anche tanti altri, possiamo citarne una quantità enorme, ma la caratteristica per cui Mario è fuori da questo novero è che dentro i grandi filosofi, come dire, c’è l’implementazione di un discorso filosofico “per filosofi”. Fanno una filosofia per filosofi, direbbe Deleuze. Quando Deleuze viene chiamato a parlare ai cineasti, dice più o meno ci essere sicuro di essere stato chiamato perché c’è l’idea che i filosofi hanno sempre da dire qualcosa sul piano filosofico, perché la filosofia è la scienza delle scienze, in qualche modo, e lui dice che no, che lui fa un mestiere, quello di creare concetti e i cineasti, per esempio, ne fanno un altro, creare sequenze. Ecco, questo credo sia l’elemento fondamentale, Mario Galzigna maneggiava concetti e quindi, nel maneggiare concetti, a volte maneggiava anche interventi terapeutici, ma nel maneggiare concetti, nel maneggiare pratiche cliniche, nel maneggiare le sue attività, nel maneggiare la sua scrittura in quel modo li, lui implementava la cultura dentro un dominio ben più vasto del dominio filosofico in senso stretto, così come voleva la tradizione.

Per me, Mario Galzigna è un autore di letteratura, è un letterato, è uno scrittore; non un filosofo in senso stretto. Questa esperienza – a parte alcuni casi particolari, come quello di Alessandro Fontana, che però è rimasto poi in Francia – non ha avuto un grande esito in Italia e nel pensiero italiano. Il pensiero italiano è sempre stato più da “Intellettuale organico”, eventualmente “organico all’Accademia”, quando non c’erano più i grandi partiti, non c’era più la politica. Quando il popolo non aveva più a disposizione gli strumenti culturali che aveva a disposizione negli anni ’60, ’70 fino forse agli anni ’80 – però già, forse, negli anni 80 questo disegno va in crisi profonda – allora gli intellettuali diventarono organici all’Accademia e alle Case Editrici.
Vanno tutti dentro all’Accademia e scrivono le “cose accademiche”. Si forma tutto un modo weberiano di valutare – il paradossale principio di avalutatività – la produzione critica. A quel punto la produzione diventa quantitativa, quanti articoli scrivi e, dentro questo la qualità, una qualità disciplinata, con la museruola.
Il filosofo classico italiano è un filosofo disciplinato, magari conosce un sacco di cose, ma tutte queste cose che conosce lui non le usa, ecco allora il richiamo al Brasile, ecco perché io ho voluto farvi vedere questo video sul Brasile. Il Brasile è un altro mondo, il Brasile è un posto dove hai personaggi come Darci Ribeiro, che ha scritto, ha fatto l’antropologo, ha fatto anche lo storico del Brasile, ha raccontato la colonizzazione gesuita in Brasile, ha fatto il romanziere. Come Ribeiro, in Brasile, in tutti gli ambiti della cultura, abbiamo intellettuali che connettono varie parti come Darci Ribeiro. Galzigna cita Eduardo Viveiros Da Castro, che ha scritto opere meravigliose. Stavo giusto, mettendo a posto, oggi, una sua opera in portoghese: quella sull’anima india, A Inconstância da Alma Selvagem; opera grandissima. Ma che cos’è che fa sì che ci siano questi intellettuali? Ne vorrei citare un altro che mi ha sempre colpito enormemente, è un intellettuale di quella che veniva chiamata la letteratura modernista brasiliana: Oswald de Andrade.
Oswald De Andrade scrive il Manifesto Antropófago, opera poetica sull’antropofagia. Perché cito Oswald De Andrade? Da Andrade dà l’idea di quello che diceva Mario in maniera paradigmatica, con una metafora che è estremamente interessante: quella dell’antropofagia, quando scrive il Manifesto Antropófago, che cosa dice De Andrade? Sappiamo che c’è tutta una storia che racconta che nell’America Latina si esercitava il cannibalismo, che è la storia di Colombo, di Cortes e via dicendo. I cosiddetti “informatori nativi” dell’epoca parlavano di antropofagia. Gli europei usarono il termine cannibale – che deriva da Caribe – e il cannibale è per definizione un nativo del Caribe, dell’America latina, insomma: il selvaggio divoratore di uomini. È chiaramente la proiezione di quello che succede, perché quello che succede è esattamente il contrario: gli europei, qui, in particolare, i portoghesi e gli spagnoli – gli inglesi e i francesi nel nord – sono quelli che fanno stragi e massacri.
Oswald De Andrade parla di antropofagia come atto di amore. Cosa dice Oswald De Andrade? Nel Manifesto Antropófago dice che la cultura o il modo di vivere, oggi potremmo dire l’ontologia dei popoli nativi ha ingoiato, “cannibalizzato”, la cultura europea. I popoli nativi invasi, finché sono riusciti a sopravvivere e finché sopravvivranno, danno e daranno vita a un novo modello di cultura: la “Cultura dell’incontro” tra la cultura europea e la grande cultura india. Vivere e osservare il mondo in modo differente. Ciò è entrato nel dominio della cultura brasiliana come un insieme, anche con la cultura di altre parti. L’atto d’amore che si manifesta attraverso l’esperienza antropofagica, che cosa vuol dire questo? Abbiamo discipline, il Brasile ha mangiato le nostre discipline, le ha introiettate, le ha frammentate in vari pezzi e adesso questi frammenti emergono a vari livelli, in varie situazioni: la ricerca filosofica, la ricerca antropologica, la ricerca sulla salute mentale, sulla salute pubblica, sulla psicoterapia.

Ricordo che Foucault fu invitato alla Università di Stato di Rio de Janeiro (UERJ) – l’Università di cui io e Mario Galzigna siamo stati ospiti – negli ultimi anni della sua vita a tenere delle conferenze da parte di Jurandir Freire Costa, a sua volte noto psicanalista brasiliano, che ha invitato me, Mario Galzigna, Enrico Valtellina, Arianna Barazzetti e altri alla UERJ. Francisco Ortega, suo giovane assistente ora è professore presso la stessa Università. Anche noi fummo ingoiati da questa grande cultura. Quest’idea di avere ingoiato qualcosa è profondamente deleuziana. Ingoiato e averlo riportato fuori in termini di elementi frammentati che si ricompongono in maniera diversa. Come se noi avessimo un sacco di materiali che sono la filosofia, la matematica, la fisica, la medicina la biologia, ecc.; li ingoiamo tutti e li riportiamo fuori, non come un insieme ma come singoli frammenti che si sono mischiati fra di loro, sto pensando per esempio alle lezioni che Deleuze tenne sul Barocco. In qualche modo il Brasile è un’esperienza barocca, un’esperienza in cui si mettono insieme dei pezzi che vengono resi assonanti da un insieme di dissonanze. Credo che questo sia il punto chiave del lavoro di Galzigna.
Quanto conta il caso, in questo mischiarsi di dissonanze e di elementi?
Il caso conta tantissimo: è ciò che determina un rapporto tra la regola e la contingenza, ciò che accade realmente: l’evento, che ha sempre una dimensione inattesa. Qui si potrebbe parlare del lavoro di Foucault su Freud. Quando aveva 28 anni Foucault scrive la prefazione all’opera di Binswanger Sogno ed esistenza, richiamando Husserl. Rileggendola, mi evoca anche l’opera di Charles Sanders Peirce a proposito del triangolo semiotico, che nel pensiero francese diventerà elemento fondante del pensiero di Roland Barthes. Qual è il problema del triangolo semiotico? Ci sono tre vertici e ciascuno di questi vertici presentano tre forme: la legge, il possibile e le contingenze. Le contingenze sono le tracce sul selciato di una lepre, riconoscibili da ognuno, ma identificabili solo dall’esperto. Queste tracce identificano, all’occhio dell’esperto, l’evento. Questa è la dimensione cosiddetta evenemenziale. In questo pensiero si riproduce l’evenemenzialità, che era stata espunta dal pensiero dagli storici francesi degli Annales, tendenzialmente di orientamento marxista ortodosso, e che consideravano meno importante l’evento, rispetto ai modi di produzione. In questo svolgimento, che si è protratto nell’esperienza scientifica degli storici della mentalità, in qualche modo si integrano questi due elementi, ma Foucault va oltre a questa posizione. Con Mario parlavamo spesso del libro di Paul Veyne su Foucault, in cui Veyne fa di tutto per convincere gli storici che Foucault è uno storico e ricordo che noi ridevamo dicendo “Ma no, si è sbagliato! Non è uno storico Foucault!”. È lui stesso lo dice, da qualche parte, “non sono uno storico delle mentalità”. Ma allora, chi è Foucault? È un genealogo, si occupa di genealogia.

La storia ha un suo peso, ma non è la storia in quanto tale che interessa a Foucault o ciò che interessa a Galzigna: è la genealogia. È chiaro che lo psichiatra e Antonio hanno due forme genealogiche differenti. Per lo psichiatra la genealogia è quella del discorso psichiatrico, che si trova nella Storia della follia, curata da Mario Galzigna. La genealogia di Antonio è quella che fa dire a Foucault: “mai la psicologia potrà comprendere la follia perché la follia contiene tutti i saperi della psicologia” – da dove viene Antonio?
Da Erasmo da Rotterdam, da Shakespeare, da Sofocle, da Nietzsche, da Cervantes, mentre il suo psichiatra viene da Lombroso, Kraepelin, questi pseudo esperti. Lombroso cercò di introdursi surrettiziamente nella casa di Tolstoj, che non volle incontrarlo. Alla fine, visto che Lombroso se ne andava, Tolstoj scese, si presentò e gli chiuse la porta in faccia. Non so se questi sono aneddoti veri o falsi, ma rendono l’idea di questi poveretti che hanno tentato in tutti i modi di ingabbiare la follia in categorie che sono ridicole, rappresentano la povertà intellettuale e la miseria del pensiero.
Ecco perché Antonio viene da Eschilo, Dioniso, Dante; Antonio viene da lontano, ha una lirica, dice le cose con un pathos ed è un grande poeta anche se non scriverà mai una poesia. Non sarà mai Alda Merini o Antonin Artaud, che hanno avuto la fortuna di essere conosciuti. Quanti Merini e Artaud ci sono nei servizi psichiatrici e vengono considerati dei poveri disgraziati perché non hanno risorse? Quanto il sociale – dei mass media e della produzione che crea il successo delle persone – c’entra nel fatto che molti “matti”, come Louis Wolfson – su cui io ed Enrico abbiamo lavorato e anche Mario fece una recensione sul manifesto del nostro libro – ebbene quanto di questa ricchezza della follia può essere incastrata dentro al discorso psichiatrico? E del discorso psichiatrico un po’ militaresco e poliziesco, che attualmente domina, tra cinture, muri chimici e muri fisici?

Altro concetto molto importante è quello del ribaltamento, il fallimento che diventa il successo, ma non in senso classico (make the grade) ma in qualche modo il contrario: dentro al fallimento ritrovi quella ricchezza profonde dell’esistenza che nel successo viene dissipata, si perde. Però vi sono momenti in cui si rivaluta l’importanza del locus: il tempo è sempre stato privilegiato rispetto al luogo. Da Kant in poi, nell’analitica trascendentale, l’intuizione esterna dello spazio e l’intuizione interna del tempo, si è sempre data precedenza alla intuizione interna del tempo, l’intuizione esterna dello spazio è stata di gran lunga sottovalutata o resa nei termini di una mera geometria teorica. Al contrario, lo spazio ha un valore importante. Lo spazio è il vuoto che si crea attorno a qualche cosa che ha una forma: è l’utero, è la caverna, il vaso, tutto quell’insieme di elementi che determinano un cambiamento.
Mario ha avuto Bateson come terzo punto di riferimento, oltre a Foucault che è stato suo maestro diretto, e Deleuze, che ha frequentato a lungo. La grande ammirazione e il grande interesse di Mario per Gregory Bateson – che per me è il primo e per lui è stato il terzo – ci ha fatto conoscere durante un convegno del Centro Milanese di Terapia della Famiglia, a Desenzano, in cui lui aveva fatto una lezione magistrale su Bateson. In qualche modo, in questa circostanza, ci siamo incontrati.
È in tutte le opere di Bateson, e anche nelle Macy Conferences, che troviamo il pensiero di Mario. Le Macy Conferences sono un po’ come il Brasile. Conferenze sul gioco e sull’umorismo, sono come due Brasili: due dissertazioni in cui parlano tutti, mentre Bateson si limita in qualche modo a dire le cose cruciali nei momenti cruciali, mantenendo il filo del discorso. Anche lì, abbiamo un passaggio che mi ricorda la questione dello “psicotico duro”. Quando a un certo punto si parla di un paziente che dice di essere Manzanita. Il legno Manzanita è un legno particolare. Questo accade perché prima di lui parla Erik Erickson, noto psicoanalista, che fa tutta una dissertazione dotta e psichiatrica, sulla psicosi. Gregory Bateson, ogni volta che sentiva queste cose, diceva “Questo mi fa venire in mente una storia”. Bateson racconta che questo paziente Manzanita era magrissimo e psicotico, sosteneva di essere fatto tutto di questo legno. Un giorno lui e Bateson sono andati a fare una gita. Sono andati in un ristorante in cui Manzanita ha mangiato tutto quello che aveva ordinato e anche di più. Alla fine del pasto ha esclamato “man’s an eater!”, come dire: “che abbuffino!”. A quel punto Bateson guarda Erickson e dice “Che straordinaria allitterazione!”. Qui c’è creazione. Queste sono le pagine più belle di Bateson, che i terapeuti famigliari hanno dimenticato. Pagine che un intellettuale come Mario Galzigna ha ritirato fuori. Ed è per questo che, in quei contesti, Mario parlava tra gente sorda, era un po’ come una Cassandra, parlava la lingua dell’Altro, la lingua bachtiniana.
Parlando la lingua dell’Altro, gli Altri diventano sordi e non capiscono, le sue parole sono incomprensibili. Psicoanalisi, terapia sistemica e psicoterapia: tutte compiono un po’ un passaggio riduzionista. Bateson parla di doppio legame e arriva a declinarlo in moltissime dimensioni: doppio legame pedagogico, doppio legame terapeutico, doppio legame come creazione artistica, doppio legame come schizofrenia. Ma non riduce il doppio legame a “causa della schizofrenia”, mai, in nessun momento.

Ma come si può essere dissidenti, ora? A chi contrapporsi? Pensate soltanto che lui parlava del Brasile allora e pensate al Brasile adesso. Come l’avvento di Bolsonaro ha distrutto tutta questa cultura brasiliana in pochi mesi, in pochi anni. E come questa distruzione è stata un’operazione che la gran parte della popolazione brasiliana ha accettato. Perché lo hanno votato, così come voteranno il nostro Salvini, così come hanno votato Trump in USA o Boris Johnson in Inghilterra? Che cosa succede lì? Succede che a un certo punto c’è una reazione.
Tornando all’Italia e agli inizi, gli anni Sessanta/Settanta. Era più difficile avere una reazione così terribile quando c’erano due grossi partiti, quando c’erano gli intellettuali organici, o i compagni di strada, nelle sezioni del PCI o della Democrazia Cristiana. Si studiava, c’erano delle biblioteche. Si insegnava la cultura anche fuori dalla accademia e la si insegnava alle grandi masse della popolazione. Oggi questa grande massa di popolazione che è stata abbandonata a se stessa, facendo sì che si creasse un’élite che si parla addosso (io per primo), abbia in qualche modo trasformato la nostra esperienza in un’esperienza che rischia di essere una esperienza in estinzione. Che fare rispetto a questo? È un problema grosso, ma non è un problema che rientra in un altro problema ancora molto più grande: Antropocene. Io non mi preoccuperei del fatto che gli intellettuali dissidenti non hanno più spazio; quanto del fatto che gli intellettuali dissidenti stanno dicendo che, tra pochi anni, non ci saremo più come esseri umani nel mondo. Non ci saremo più, forse noi sopravviveremo, voi e i vostri figli, ma non c’è più molto tempo. Questo è quello che Gramsci chiamava pessimismo della ragione, contrapposto all’ottimismo della volontà. La predominanza di questo pessimismo della ragione deriva anche dal fatto che siamo stanchi, c’è un senso di stanchezza conseguenza di ciò che accade. Questo virus, che non è né il primo né l’ultimo, ma che è uno dei tanti, segna una sorta di stanchezza e rende noi più in difficoltà, aumentando il “giro di boa” verso lo spazio di Antropocene.
Oppure no, oppure viceversa in realtà questo virus produrrà o sta producendo dei nuovi germi in cui si ricominci una convivialità nuova, diversa, in cui le librerie non siano tutte Barnes&Noble, tutte franchising. La cosa vergognosa del nostro Paese è che il posto di Barnes&Noble l’ha preso Feltrinelli. Per pubblicare su Feltrinelli oggi devi avere già venduto ventimila copie di qualcosa. Anni fa la casa Feltrinelli lanciava autori unici, era pioniera di opere importanti in tutti i campi. Opere che oggi non si conoscono più.

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Immagine di copertina:
Frank Weaver, Guarani shaman holding cross and rattle, 2006