[Pubblichiamo un estratto di Sulla via dell’orso di Andrea Cassini (Nottetempo, 2026), in cui l’autore intreccia miti, fiabe e zoologia. Ogni capitolo, dedicato a una specie di orso, si apre con un racconto tradizionale. Dalla regalità perduta del «re della foresta» alle minacce ecologiche di oggi, il libro invita a convivere con il selvatico e a riconoscere l’umano come un animale tra gli altri. Nel capitolo che di apertura Cassini riscrive l’epilogo della Mort le roi Artu. Dopo Salisbury, Artù morente si ferma alla Cappella Nera con Lucano e Giflet. Qui però l’abbraccio fatale al coppiere avviene in forma d’orso. Cassini riattiva l’etimologia celtica del nome (artos, «orso») e fa della discesa con Morgana un ritorno alla terra, tra pitture rupestri, ossa e letargo. Il mito arturiano si apre così a una lettura più-che-umana, in cui la regalità coincide con l’animale e con il ciclo delle stagioni].

Andrea Cassini, Sulla via dell'orso

“Non voglio morire in mezzo i miei nemici!” disse il re. “Portatemi là, verso il mare vicino”.
Lucano, il coppiere, e Giflet, il figlio di Do, si scambiarono uno sguardo senza dire una parola: non ce n’era bisogno, perché il silenzio riempiva ogni cosa. Il campo di battaglia di Salisbury era una carneficina. L’erba pestata da zoccoli e stivali d’acciaio era diventata fango, e il fango era diventato un arcipelago di sangue su cui galleggiavano i corpi di amici e nemici – ma importava ancora, quella distinzione, quando tutti avevano ormai varcato la soglia della morte?
Ecco Mordret, il figlio traditore, in mezzo ai suoi soldati, rimasto pietrificato come una statua nell’attimo in cui la spada di Artù lo aveva trafitto mentre lui conficcava con eguale forza la lama nel petto del padre: pareva che la sua armatura scintillasse, come se brillasse ancora di quel raggio di luce che era sceso dal cielo a suggellare la santa inevitabilità di quel momento, di quello scambio di vite.
Ed ecco le decine di cavalieri, tutti compagni e fratelli, che avevano combattuto a fianco del re. Dei settantadue uomini della Tavola Rotonda restavano solo loro, Lucano e Giflet: gli altri giacevano come addormentati, gli spiriti saliti in Cielo a riabbracciare l’anima del buon Galvano.
Restare un minuto di più in quel luogo funesto sarebbe stata una sventura. Artù perdeva rapidamente le forze e il respiro, mentre il sangue colava denso e scuro dalla ferita. Con gesti cauti, liberarono il re dall’armatura e lo caricarono su un destriero bianco. Sempre in silenzio, Lucano e Giflet si scambiarono un altro sguardo: forse era la stanchezza della lotta o il dolore che avevano nel cuore, ma il corpo del re sembrava insolitamente pesante, e la sua pelle aveva una consistenza animale, irsuta.
Si mise così in marcia la triste carovana, diretta a sud, verso il mare. C’erano dei corvi che volavano in cerchio sopra il campo di battaglia, in attesa che i cadaveri si raffreddassero per potersene cibare; uno si mise a seguire i cavalli, le ali nere che solcavano il cielo grigio dell’autunno, il suo gracchiare monotono l’unico suono che feriva il silenzio.
Percorso qualche miglio, Artù, che ciondolava sdraiato sulla sella, sembrò destarsi. “Qui va bene,” disse, rantolante. “Riconosco questo posto. Si sente già il profumo del mare”. C’era in effetti un sentore salmastro nell’aria, mescolato all’odore del sangue che i due cavalieri avevano ancora nelle narici. Lucano e Giflet fermarono i cavalli e aiutarono il re a scendere. Erano giunti alla Cappella Nera, un piccolo tempio scuro e lucido come pietra lavica, rozzo nella fattura, con guglie affilate che lo rendevano più simile a uno scoglio che a una chiesa cristiana. L’uscio privo di porta sembrava aprirsi su tenebre sotterranee, ma Artù si fermò prima di varcare l’ingresso: troppo debole per tenersi in piedi, crollò in ginocchio. Era il giorno di san Martino, e il re cominciò a mormorare le sue preghiere con voce bassa e roca, quasi un ringhio animale, chiedendo perdono prima al santo e poi al Signore per gli innumerevoli uomini uccisi in battaglia, poche ore prima. Nel massacro di Salisbury il re si era battuto con una ferocia insolita persino per un guerriero del suo rango, falciando i nemici con furia bestiale e mulinando la spada come se fosse stata l’artiglio di un orso, lo sguardo cupo e inespressivo.
A un tratto, il re smarrì le forze e la voce. Si distese a terra, supino, e mise le braccia a croce sul petto. Lucano, che ascoltava le preghiere del re a mani giunte, credette che fosse già spirato e non seppe resistere al dolore. Lo raggiunse, gettandosi in ginocchio, e scoppiò a piangere. Ma Artù, con un sospiro, riuscì a sollevarsi quel tanto che bastava per abbracciarlo. Fu allora, sotto lo sguardo attonito di Giflet, che accadde il prodigio. Mentre cingeva tra le braccia il coppiere, il corpo di Artù si ingigantì, strappando gli abiti, e sotto le vesti lacere spuntò una folta pelliccia bruna. Il suo volto sgomento assunse le sembianze di un orso, mentre le mani che stringevano Lucano con affetto diventarono improvvisamente zampe tozze, munite di artigli. E serrava a sé Lucano con tale trasporto, petto contro petto, che, ignaro della sua nuova forza, gli schiacciò il cuore. Quando il re orso sciolse l’abbraccio, il coppiere cadde morto.
Giflet, inorridito, era già salito in sella e spronava il cavallo per fuggire – non prima di aver preso con sé la spada Excalibur, con un misto di paura e avidità nello sguardo. E mentre Artù, rimasto solo, incapace di piangere dagli occhi da orso, osservava triste il corpo di Lucano, il corvo che li aveva seguiti dal campo di battaglia planò fino a posarsi lì accanto e cominciò a sua volta a mutare forma e natura. Artù non fu sorpreso e non ebbe bisogno di girarsi, perché già sapeva che la figura umana, femminile, appena apparsa davanti all’ingresso della Cappella Nera, era sua sorella Morgana.
“A pochi attimi dalla morte, fratello mio,” disse Morgana, “il tuo aspetto torna fedele al tuo nome”.
Artù alzò lo sguardo su di lei. I suoi occhi da orso, così piccoli e scuri, avevano perso ogni traccia di dolore; eppure apparivano più tristi, più caldi, più umani. “È beffardo, non trovi?” disse, la voce cavernosa. “Che la mia forza, nel mio ultimo giorno come per tutta la mia vita, abbia sopraffatto il mio amore”.
Morgana sorrise. Si scostò dal viso i lunghi capelli, aggrovigliati e corvini, e per un attimo sembrò che piume di corvo le volassero intorno. “Molto hai amato, fratello, molto hai ferito e molto sei stato tradito, ma non hai nulla da rimproverare alla tua natura. L’inverno ti accetterà sempre nel suo grembo”.
Come rincuorato da queste parole, il re riuscì ad alzarsi su quattro zampe e aprì il petto fiero, la ferita mortale che zampillava sangue di uomo e di orso. “Sì,” disse. “In questa mia carne pronta per il letargo del mondo, porto il peso di tutte le mie azioni; di tutto il mio regno, che è il mondo intero, finché non arriverà un re più grande”.
Senza parlare, Morgana s’incamminò verso la Cappella Nera. Vista da vicino, quella soglia con le pietre scure e squadrate sembrava l’arco di un dolmen; al di là di esso, anziché le navate, la croce e l’altare, si apriva un varco nel suolo. Donna e orso vi si calarono senza indugio. “Agravain, Guerrehes, Gaheriet, compagni miei, e Galvano, mio dolce amico,” mormorò Artù. “Mi dispiace che le mie ossa non riposeranno insieme alle vostre in Santo Stefano. Ma la mia casa è qui, nella terra”.
Sulle prime, il buio era assoluto e i due procedevano a tentoni. Artù zoppicava, respirava a fatica. Ma poi, man mano che gli occhi si abituavano all’oscurità, riuscì a intravedere qualcosa. Nel cunicolo che li stava portando in profondità, le rocce umide delle pareti erano tappezzate di immagini grezze, sui toni dell’ocra e del rosso. Uomini in caccia o in preghiera; animali a quattro zampe, sospesi in quello sfondo privo di dimensioni e prospettiva che poteva solo essere il Cielo; e un animale a due zampe, un orso ritto al centro di quella dimora degli spiriti per guardare in faccia l’uomo e più da vicino il Signore. Le robuste zampe di Artù, intanto, scricchiolavano su un tappeto d’ossa; c’era un teschio più in là, così integro che nessuno doveva averlo mai toccato, una testa rotonda e massiccia, tanto simile alla sua.
Artù fece un lungo sospiro: era quasi allo stremo. “Ho sognato i miei morti, stanotte,” disse a Morgana. “E una dama che mi accompagnava sulla cima della ruota della fortuna, e mi diceva: non v’è alcuno che, per quanto in alto sia posto, non debba un giorno cadere”.
“Ti ricordi il giorno in cui sei uscito nel mondo?” fece lei, senza voltarsi, sopra l’eco leggera dei suoi passi. “Quando hai estratto la spada dalla roccia, ed è cominciata la primavera?” Morgana sorrise: “Non addolorarti: c’è una stagione per ogni cosa”.
Artù cominciò a intravedere un bagliore verdastro che giungeva da lontano, accompagnato da un gocciolio e da un odore fresco, muschiato. Sul fondo della grotta trovarono un lago velato di foschia, con un pontile di legno e una barchetta ormeggiata. Con un grugnito di dolore, Artù si alzò sulle zampe posteriori, ma per quando allungasse lo sguardo non riusciva a vedere l’altra sponda. “Andiamo, adesso,” fece Morgana. “Verrò anch’io con te”. In un turbinio di piume, pelle e pelliccia diventò anche lei un orso, più piccolo e rossiccio. Poi salirono sulla barca e scomparvero nella nebbia lucente.

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Immagine di copertina:
Leonardo da Vinci, Orso che cammina, 1482-1485, Metropolitan Museum of Art

Crowdfunding Associazione Ibridamenti APS