[Pubblichiamo un estratto dal saggio di Marco Reggio, ricercatore, attivista e una delle voci di riferimento dell’antispecismo politico in Italia, dal titolo Antispecismo intersezionale. Genealogie del non umano, in uscita per ombre corte in ottobre 2026. Reggio mostra come lo sfruttamento animale sia intrecciato con le altre forme di oppressione (specismo, abilismo, patriarcato, colonialismo), e offre, attraverso i critical animal studies e vari casi di studio, una mappa per decostruire l’Umano paradigmatico e ripensare il rapporto con l’alterità].

L’artista e attivista disabile antispecista Sunaura Taylor 1 ha analizzato la propria esperienza di animalizzazione a partire da quando, in tenera età, ha iniziato ad essere associata a una scimmia e ad altri animali, con un’evidente accezione negativa. L’animalizzazione è un meccanismo ben noto in diversi ambiti: potrebbe essere descritto come dispositivo gerarchizzante teso a fornire giustificazione alla discriminazione e allo sfruttamento di diversi gruppi sociali. Nonostante i motivi per cui i gruppi privilegiati vi fanno ricorso, l’associazione fra un umano marginalizzato e un animale non umano non può essere del tutto arbitraria. Al contrario, essa deve poggiare su elementi reali cui viene attribuita una connotazione funzionale allo scopo. Quali sono gli elementi che spingono verso l’associazione con l’animale? In alcuni casi si tratta di caratteristiche in opposizione alle quali, nei secoli, si è costituita l’eccezionalità umana, come l’abbondanza di pelo nei primati, fra cui spicca la “scimmia nuda”, o altre caratteristiche della pelle. Taylor, che nell’infanzia inizia a perdere la capacità di spostarsi su due gambe a causa dell’artrogriposi, evidenzia un altro elemento centrale, ossia la postura eretta. Occorre tuttavia ricordare come questo elemento, e altri di cui parleremo oltre, non sono mai dati neutri in grado di discriminare oggettivamente la nostra specie dalle altre, ma possiedono, al contrario, una complessa storia che ne evidenzia il carattere di costruzione sociale e culturale. Raymond Corbey sostiene che la linea di demarcazione fra umani e altri animali e, in particolare, fra noi e le altre scimmie, sia il prodotto di una storia di «alternanza di mosse umanizzanti e bestializzanti rispetto sia alle scimmie antropomorfe che agli umani».2 La massima espressione di questa tendenza si verifica in concomitanza con l’affermazione della teoria di Darwin, in quanto quest’ultima costituisce una potenziale minaccia all’eccezionalismo umano.
Corbey ricostruisce la storia dei tentativi di dimostrare e presidiare tale eccezionalismo, che trova nelle scimmie antropomorfe il punto di massima incandescenza. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo la cultura europea si fonda sull’espunzione degli impulsi animali dalle prerogative dei membri della società: «Gli animali e i loro comportamenti prosaici, bestiali e incivili, fornivano il modello di come non si deve agire».3 Ma è del tutto evidente che il lavorio per la definizione della piena umanità agisce già lungo due linee precise, quella della razza e quella della classe. La costruzione del soggetto civilizzato, infatti, è condotta in opposizione ai “selvaggi”, ma anche a contadini e classi lavoratrici. È in tale quadro che, in questi due secoli, si inserisce la “scoperta” delle scimmie antropomorfe, figure eminentemente liminali, né umani né bestie, che diventerà ancora più minacciosa nel rinnovato quadro interpretativo darwiniano, dove l’uomo discende da tali esseri. Con la cattura di numerosi esemplari di scimpanzé e oranghi e lo studio delle loro caratteristiche anatomiche in Europa, inizia un lungo periodo di definizione delle caratteristiche distintive di Homo sapiens: la postura eretta, il grado di protrusione della mandibola (o “prognatismo”), le dimensioni del cervello, il suo peso specifico, il linguaggio, la capacità di mentire, di costruire o usare strumenti, e così via.
Il concetto di liminalità risulta particolarmente interessante per inquadrare questo processo di co-costruzione di animalità e disabilità se mettiamo in dialogo autrici e autori molto distanti per campi di interesse. Sue Donaldson e Will Kymlicka utilizzano il concetto nell’ambito degli animal studies per descrivere lo status degli animali non umani che le scienze naturali chiamano “sinantropici”, che sfuggono alle due grandi categorie dei domestici e dei selvatici.4 L’antropologo disabile Robert Murphy 5 utilizza lo stesso termine, significativamente, per concettualizzare la disabilità. Murphy sceglie tale quadro concettuale in aperta opposizione alla lettura della disabilità come devianza. La liminalità, qui, fa riferimento ai riti di passaggio in cui l’individuo è sottoposto a una transizione verso una posizione sociale differente da quella di partenza. In questo processo, la fase intermedia consiste nella permanenza in quello che Murphy definisce un «limbo sociale». Tuttavia, mentre nel caso di una malattia transitoria la liminalità è una fase destinata a risolversi, nel caso della disabilità essa è permanente, e genera permanentemente confusione a livello di aspettative sociali: «Le persone compromesse fisicamente per lungo tempo non sono né malati né sani, né morti né pienamente vivi, né fuori dalla società né totalmente partecipi. Sono esseri umani, ma i loro corpi sono deformati o malfunzionanti, lasciando nel dubbio la loro piena umanità».6
Ecco perché la categoria della devianza, che pure abbiamo visto entrare in scena anche per gli animali non umani, con M49-Papillon o altri animali ribelli, è qui meno pertinente: la disabilità «non è solo un distanziarsi da un codice morale, ma anche una distorsione della classificazione convenzionale e del conoscere».7 La persona disabile, la scimmia antropomorfa, il freak sono tutte figure inclassificabili, che pungolano le ansie del soggetto umano determinato a edificare le fondamenta tassonomiche del proprio dominio sul vivente.
È in questo contesto che emerge la ricerca del cosiddetto “anello mancante”, l’essere che congiunge il mondo umano e quello animale, rappresentando il passaggio evolutivo fondamentale. Come documentato da Corbey, la questione della razza, nello scenario del colonialismo europeo, è centrale: basti pensare che l’anello mancante non fu rappresentato sempre e solo da alcune specie di scimmie, ma anche da diversi ominidi e, soprattutto, da diverse etnie extraeuropee come i pigmei. Uno dei punti di vista più fecondi sul concetto di “razza”, che ci permette di inquadrarla come portato dell’ideologia colonialista per meglio comprenderne il ruolo nella costruzione di animalità e disabilità, è quello di María Lugones:
«La colonialità del potere introduce la classificazione sociale, universale e di base del pianeta nei termini dell’idea di “razza”. L’invenzione della “razza” è una svolta profonda, uno spostamento del centro, in quanto riposiziona i rapporti di superiorità e di inferiorità stabiliti attraverso il dominio. Riconcepisce l’umanità e le relazioni umane, in termini biologici, attraverso una finzione».8
Nel periodo in cui emerge il tema dell’“anello mancante”, la razza si declina anche intorno alla dicotomia “primitivo” / “civilizzato”:
«In termini di tempo evolutivo, primitivo si riferiva a un’epoca anteriore nella storia delle specie […]. Così, a partire dall’interno di questo punto di partenza mitico, altri abitanti umani del pianeta vennero miticamente concepiti, non più come dominati attraverso la conquista, né come inferiori in termini di ricchezza o potere politico, ma come uno stadio precedente nella storia delle specie in questo cammino unidirezionale. Questo è il significato dell’aggettivo “primitivo”».9
Quello descritto da Corbey è un momento storico decisivo tanto per l’affermazione dell’ideologia razzista quanto per lo sviluppo dello sciovinismo di specie, apparentemente più antico. Come nota Syl Ko:
«Penso sia un errore ritenere che l’uso moderno delle altre specie, e l’atteggiamento che ne deriva, sia una semplice “continuazione” della tradizione dell’homo sapiens. L’introduzione della razza come mezzo per comprendere le identità geoculturali, sociali e individuali ha mutato profondamente il panorama concettuale […]. L’invenzione della razza ha riconfigurato anche l’“uomo” e l’“umano”».10
Il passaggio evolutivo rappresentato dall’anello mancante non va letto in modo coerentemente darwiniano, e cioè in senso non gerarchico e non teleologico, ma, tutto al contrario, come un momento di ascesa dell’uomo verso il cielo, di elevazione dalla brutalità della scimmia alla purezza dell’angelo, o come elemento necessario per riguadagnare il carattere divino perduto con la cacciata dall’Eden.
La postura eretta assume un ruolo fondamentale. Se l’andatura degli altri animali è ricurva, introflessa e diretta verso il basso, verso la terra, verso la materia, quella umana è protesa verso il cielo, si stacca simbolicamente dagli istinti materiali e, dal punto di vista pratico, permette l’evoluzione razionale e tecnologica liberando gli arti superiori e proiettando lo sguardo in avanti. L’attenzione ottocentesca alla postura eretta si colloca in un processo di rinsaldamento della gerarchia di specie, ma ha anche molto a che fare con il colonialismo e con la nascita della categoria di disabilità. Grazie alle teorie della costruzione sociale della disabilità, del resto, sappiamo che la disabilità è tutto fuorché un’invariante storica o culturale.11 Secondo Murphy, anzi, è la stessa capacità del concetto di “disabilità” di racchiudere condizioni estremamente eterogenee a costituire una spia del suo carattere sociale:
«La somiglianza tra le nostre condizioni è […] proprio sociale, perché non importa chi siamo o come siamo arrivati alla nostra non invidiabile situazione, le persone fisicamente abili trattano le persone con disabilità motoria tutte più o meno allo stesso modo. La disabilità è definita dalla società e riceve il suo significato dalla cultura: è una malattia sociale».12
Categorie che oggi conosciamo in modo molto dettagliato, come abilità e razza, in questa fase si manifestano come vettori non sempre facilmente distinguibili: nel diciannovesimo secolo, secondo Ellen Samuels, «medici e antropologi […], di fatto, non facevano distinzione fra caratteri ascrivibili alla razza e caratteri ascrivibili all’abilità fisica e mentale come facciamo noi oggi».13
Analogamente, l’animalità come concetto costruito sull’individuazione di quale sia il soggetto umano paradigmatico può essere “denaturalizzata” mostrandone la genealogia. E quando si osserva più da vicino la nascita dell’Umano e dell’Animale, si scopre che questo processo non è del tutto distinguibile dai processi di razzializzazione, di disabilizzazione e di affermazione del binarismo di genere. Da una prospettiva intersezionale, risulta evidente come l’emergere di queste dicotomie, di queste tassonomie, sia sempre una costruzione reciproca – non priva di ansie e incertezze – che tende verso la definizione di un soggetto umano caratterizzato dal fatto di essere ben lontano dalle “bestie” e di configurarsi come maschio bianco abile e neurotipico.
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1) Sunaura Taylor, Bestie da soma. Disabilità e liberazione animale, Milano, Edizioni degli Animali, 2022.
2) Raymond Corbey, Metafisica delle scimmie. Negoziando il confine umano-animali, Torino, Bollati Boringhieri, 2008, p. 23.
3) Ivi, p. 45.
4) Sue Donaldson e Will Kymlicka, Zoopolis. A Political Theory of Animal Rights, New York, Oxford University Press, 2011.
5) Robert Murphy, Il silenzio del corpo. Antropologia della disabilità, Verona, ombre corte, 2022, pp. 152-154.
6) Ivi, p. 152.
7) Ivi, p. 153.
8) Maria Lugones, Colonialità e genere: verso un femminismo decoloniale, in Maria Lugones, Isabel Jimenéz-Lucena e Madina Tlostanova, Genere e decolonialità, Verona, ombre corte, 2023, pp. 19-20.
9) Ivi, p. 23.
10) Aph e Syl Ko, Afro-ismo. Cultura pop, femminismo e veganismo nero, Milano, Vanda, 2020, p. 57.
11) Michael Oliver, Politiche della disabilitazione. Il modello sociale della disabilità, Verona, ombre corte 2023, pp. 51-55; Enrico Valtellina (a cura di), Teorie critiche della disabilità. Uno sguardo politico sulle non conformità fisiche, relazionali, sensoriali, cognitive, Milano-Udine, Mimesis, 2024.
12) Robert Murphy, Il silenzio del corpo, cit., p. 32.
13) Ellen Samuels, Fantasies of Identification. Disability, Gender, Race, New York, New York University Press, 2014, p. 178.
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Immagine di copertina:
Sunaura Taylor, Self-Portrait With Manatee, 2014 (collezione Francis Greenburger)



