La strada forestale si snoda accanto al crinale che separa due valli parallele. Non appena la imbocchiamo, subito dopo aver parcheggiato l’auto in uno slargo che lui definirebbe “scancherento”, Sandro si inerpica tra i faggi e gli abeti, ispezionando il terreno intorno a ciascun tronco. Io lo seguo. Corriamo tra gli alberi come mosche impazzite. Dopo un po’ il verdetto: la situazione sembra buona, c’è vita.
Sandro Campani, autore – tra le altre cose – di Alzarsi presto. Il libro dei funghi e di mio fratello (Einaudi, 2023), non va a caccia di funghi. O meglio: quando la possibilità di un’uscita si concretizza, sembra che i funghi non gli interessino più. Si incomincia a parlare di quanto sia bella la luce che c’è sotto i faggi, di come sia diversa da quella che c’è sotto i cerri, e di altre suggestioni più o meno vaporose che riguardano l’attività di camminare nel bosco. Argomenti decisamente più placidi rispetto alla furia che vedrò scatenarsi in lui poco più tardi, quando tra le piante i suoi passi si faranno invece austeri e febbrili. Questo sì: ogni tanto una pausa, uno sguardo gettato intorno, mentre la nebbia leviga il crinale. E un commento: “come è bello quassù”.
Quelle che ho descritto sono le due facce che mi è parso di vedere in Sandro Campani nei giorni che abbiamo passato insieme, prima della presentazione del suo ultimo romanzo, La casa del dormiveglia (Einaudi, 2026) avvenuta a Portico di Romagna lo scorso 11 ottobre. Una grave e tagliente, l’altra mite, cauta e gentile.

Quando mi ero messo in contatto con lui per proporgli la data, senza conoscerlo davvero – prima di allora ci eravamo scambiati solo un paio di e-mail –, avevo offerto a Sandro la possibilità di venire a Portico qualche giorno prima, per fare qualche passeggiata e conoscere luoghi che forse gli sarebbero piaciuti. Sono vertigini che evidentemente mi interessa esplorare, quelle che poi mi causano questi incontri alla cieca: come accedere a una grotta sommersa senza conoscerne i confini precisi. Ne vedo i rischi, ma mi immergo comunque, forse perché qualcosa mi fa intuire che non ci saranno pericoli. E in effetti, anche con Sandro, così è stato. Di porcini però non ce n’erano, o quasi: ne abbiano trovato uno solo, da cui altri animali avevano banchettato in almeno due occasioni. È stato bello condividere il nostro pasto con loro, come specie diverse che si trovano a bere dalle sponde opposte di uno stesso fiume.
Il libro che Campani è venuto a presentare è di una stoffa diversa da quello con cui l’ho conosciuto, il già citato Alzarsi presto. A differenza di quest’ultimo, che è un’opera di carattere autobiografico, La casa del dormiveglia è un romanzo, ma soprattutto, possiede un’ombrosità che il tono perlopiù colloquiale della voce narrante nasconde solo in parte. Un’inquietudine carsica, che a tratti affiora rivelando la sua densità magmatica, come solo accade di fronte a certe tragedie dove l’unico scampo consiste nel ritrovarsi vivi, insieme agli altri spettatori, alla fine dello spettacolo. Il sospiro di sollievo non risuona dentro la storia, ma al suo concludersi, come dopo una lunga apnea.
A suggerire tale orizzonte è anzitutto la struttura del romanzo, che attraversa un periodo relativamente lungo della vita del protagonista, tale Toschi. Proprietario di una ditta nel distretto ceramico della collina modenese, per Toschi «le ceramiche sono quello che c’è sempre stato» (p. 18), così come il paesaggio che le circonda: «i camion in colonna, i forni sempre accesi a mille e passa gradi, le distese di pallet incappucciati nei magazzini a cielo aperto, e i dormitori di villette a schiera che si ammassano nei fondovalle e poi su per i calanchi» (Ibidem). Il protagonista de La casa del dormiveglia ha però, contemporaneamente, una seconda origine: quella del vicino Appennino, da cui proviene e in cui ha ansia di tornare. Mondo, questo, tutt’altro che bucolico, dove l’estrattivismo sfrenato degli anni del boom economico ha presentato un conto altrettanto caro, seppure antitetico. Invece del troppo pieno che ha profanato le basse valli, a monte si sono fatte largo presenze non meno ingombranti, come il vuoto e la desolazione. Di questo mondo e del rapporto che Toschi intrattiene con esso, il bar del paese e le scene che vi hanno luogo ne costituiscono in qualche modo la rappresentazione tangibile. Nonostante tutti lo conoscano e interagiscano volentieri con lui, egli è ormai considerato un outsider.
Ignorando la profezia pronunciata dalla moglie, secondo la quale Toschi non avrebbe ottenuto altro che trasformarsi in un «turista di sé stesso», il protagonista de La casa del dormiveglia decide di acquistare una casa in un luogo isolato a breve distanza dal paese dove è cresciuto. A partire da lì, la narrazione prende le sembianze di una lunghissima scia di detriti. La vita di Toschi procede, ma come disfacendosi gradualmente, tra separazioni, rotture e conflitti irrisolti, di fronte ai quali non sembrano esserci né soluzioni né il tentativo di trovarne. Difficile dire se si tratti di indifferenza o di una forma primitiva, abissale di impotenza. A chiarirlo, seppure solo in parte, è il secondo termine chiave che, accanto a «casa» compare nel titolo del romanzo. L’insonnia di Toschi – che come tutto il resto gli rovina addosso senza che lui sia in grado di contrastarla né di consolarsi – prende il sopravvento trascinando con sé la ragionevolezza e il senso della realtà. Il regno dei fantasmi vi sconfina dentro. A evidenziarlo non è solo l’esperienza del personaggio, ma la composizione stessa dell’opera, dove certi dettagli sono impossibili da collocare coerentemente rispetto alla traccia principale del racconto. Restano orfani, come corridoi che finiscono nel nulla.
Vale la pena, a questo proposito, portare un esempio. La casa acquistata da Toschi, secondo ciò che ci viene suggerito nelle fasi iniziali della storia, era stata abitata prima di lui da un altro uomo. Per un periodo, insieme a lui c’era una donna. Poi questa se n’era andata lasciandolo in un profondo stato di confusione, simile alla follia. L’uomo si era barricato al piano terra della casa, chiudendo l’accesso al piano superiore con una parete di legno. Una notte, in occasione di una festa, un Toschi già smarrito si ritrova insieme ad alcuni dei presenti a sfogliare un album di foto, certo che la figura ritratta nelle immagini sia il vecchio proprietario. Uno degli ospiti, però, gli consiglia:
«– Dovresti rifarteli, i capelli lunghi. Non sei poi mica vecchio.
– Cosa? – dice Toschi.
– Sono d’accordo, – dice il biondo [un secondo spettatore] – Stavi meglio.
– Ma non sono mica io.
– Come non sei te?
– Non sono io, ti dico».
(p. 78)
Lo straniamento che genera l’episodio riportato non sarà risolto. Non riguarda il lettore e la sua abilità nel rifornire la storia di un realismo che sembra essere temporaneamente venuto meno. L’ambivalenza risiede nella storia, in una forma che non si presta ad azioni risolutive. È in elementi come questo che, credo, si rivela la natura tragica de La casa del dormiveglia. Non ci sono rassicurazioni né vie d’uscita. Non per questo nell’ultimo romanzo di Campani manca la leggerezza. Io e Sandro ne parliamo di ritorno dal nostro giro a piedi, percorrendo in auto il passo che collega Marradi a San Benedetto in Alpe. È una strada favolosa, forse la più suggestiva di questa parte di Appennino: in lontananza svetta la cima del Monte Falterona, mentre accanto sfilano contrafforti verdissimi, in mezzo ai quali si nascondono le cascate dell’Acquacheta. Non distante da qui, se non esattamente qui, si trova il percorso tracciato da Dino Campana nel suo pellegrinaggio alla Verna, da cui sono nate le pagine forse più belle mai scritte su queste terre di confine.

Parliamo di Gianni Celati – nostro comune amore – e di quello stile espressivo così riconoscibile che caratterizza la scuola emiliana, dove la narrazione si appoggia all’oralità, presentando frequenti sbavature gergali e dialettali. Tale eredità è evidente fin da subito anche nell’opera di Campani, che – mi confessa lui stesso – spesso realizza la prima stesura dei suoi testi durante il tragitto tra casa e il lavoro, registrando note vocali che più tardi si occuperà di trascrivere e correggere. La scrittura rappresenta perciò un’operazione di auto-dettatura, che si accorda al ritmo del parlato prima di finire nero su bianco.
Questa strategia compositiva, però – ne conveniamo entrambi – presenta anche dei rischi. Primo fra tutti, quello di sconfinare eccessivamente nei localismi, elaborando così un’autorialità fin troppo rigida e, in ultima analisi, prevedibile. La vena locale può essere esposta, insomma, ma senza che ciò prenda il sopravvento sull’urgenza sacrale, e dunque per necessità seria, dei contenuti narrati. Il tempo che abbiamo a disposizione è pochissimo – sembra dirmi Sandro tra le righe, – non possiamo permetterci di diventare banali. È un delicato esercizio di equilibrismo quello che occorre svolgere, che lui – gli faccio notare – compie con notevole maestria. Le immagini più colorite, infatti, che sono quelle che più facilmente potrebbero trasformarsi nella sua firma, compaiono con moderazione. Soprattutto, non si ripetono, non giungendo pertanto a comporre alcun personale frasario. Espressioni come «recita smargiassa», «brancare» (afferrare), «fare ombra» (produrre inquietudine) o «vedere del pari» (dove «il pari» indica una porzione di terreno in relativo piano) non tornano regolarmente nel testo, mantenendo così la propria carica suggestiva. L’ordigno linguistico resta inesploso e conserva tensione e apertura.
A interrompere i nostri discorsi è un gregge di capre che, sorvegliato da due grossi cani da guardiania, sta occupando per intero la carreggiata. Si avvicina la notte: anche loro, come noi, stanno tornando a casa. Spiazzato, rallento. Non è di certo la prima volta che mi capita di trovarmi in situazioni simili, ma non per questo trovo la scena meno affascinante, e avverto qualcosa che mi ricorda la gratitudine.
Il silenzio tra me e Sandro si prolunga ancora per alcuni minuti, come un ordine impartito dall’alto che entrambi scegliamo di rispettare. Avrei dovuto intervistarlo, penso, invece siamo finiti quassù, tra le capre e con un solo, misero porcino smangiucchiato che ci accompagna nel sedile posteriore. Dovremo anche capire come cucinarlo, mi dico, ormai lo abbiamo raccolto. Sarà meglio farlo fritto o trifolato?
Agilissimi, gli animali corrono davanti all’auto per diverse centinaia di metri, fino a imboccare un viottolo che risale la costa del monte. Alle loro spalle, i cani chiudono la fila.
So che avrò memoria di questo momento.
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Immagine di copertina e foto nel testo: Sandro Campani



