È arrivato anche in Italia, seppure in forma estremamente ridotta, il saggio seminale di Rob Nixon, Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, pubblicato da Harvard University Press nel 2011. L’edizione italiana, dal titolo Slow Violence. Il tempo della giustizia ambientale, uscito per wetlands nel 2025, contiene una prefazione dello stesso Nixon, in cui l’autore descrive la scelta di pubblicare in italiano solo il capitolo introduttivo del suo libro, insieme a due lunghi saggi derivati da due conferenze tenute a Yale nel 2024. Sottolinea che questi testi così distanti fra loro nel tempo sono connessi dal tema centrale della sua riflessione, ovvero la giustizia ambientale.
Si tratta di un tema che con sempre maggiore frequenza è al centro di seminari e corsi di studio nell’ambiente multiforme e interdisciplinare delle Environmental Humanities, campo che sfugge a ogni descrizione, o meglio, che ogni esperto in uno dei settori che lo compongono descriverà in modo diverso.

Per quanto riguarda Nixon, professore di discipline umanistiche e letteratura inglese postcoloniale presso l’Università di Princeton, la spinta che lo ha portato a concentrarsi sempre di più su tematiche ambientali è l’ecocidio. Al centro della letteratura postcoloniale si trovano spesso romanzi dedicati a tematiche che a partire dall’estrattivismo coloniale, parlano di guerra, ecologia, distruzione degli ecosistemi forestali. La prefazione, esempio di scrittura militante che denuncia il genocidio e l’ecocidio in corso a Gaza, mette in rilievo la più grande iniquità di questa fase finale del capitalismo:
«Sotto il neoliberismo, in nome del libero mercato, abbiamo assistito a un progressivo dirottamento delle risorse pubbliche dall’ambiente e dalla sanità. Dai tempi delle Tanner Lectures, nel 2024, questo dirottamento si è, se possibile, intensificato. […] Questo cambiamento – tagliare i fondi destinati alla cura per aumentare la spesa militare – minaccia le fondamenta stesse della socialdemocrazia» (p. 15).
L’unico capitolo del saggio originale presentato in questo leggero volume introduce il concetto di violenza lenta e di scrittore attivista. Nixon discute l’idea di violenza strutturale di Johan Galtung (1969), rimarcandone il carattere statico rispetto all’accento temporale della slow violence. Galtung, figlio dello strutturalismo, descrive un dato statico, mentre la slow violence mette in primo piano tempo, movimento e cambiamento — sganciando la violenza dalle sue cause originarie per opera del tempo. Il tempo diventa esso stesso un attore.
Nixon introduce il concetto di ambientalismo dei poveri, le principali vittime della slow violence, quella disposable people, che pratica l’ambientalismo nel cosiddetto Sud globale, dove l’impegno ecologico è indissociabile da lotte economiche, di genere, di minoranza: l’ambientalismo dei poveri scatta quando un paesaggio «ufficiale» (burocratico, estrattivo, esternalizzante) viene imposto su un paesaggio «vernacolare» (affettivo, storicamente sedimentato). Il punto più originale del libro consiste nell’idea di uno spaesamento «senza spostarsi», in cui la comunità non è rimossa ma perde sotto i piedi la terra e le risorse che rendevano il luogo abitabile. Il displacement non è solo movimento di persone, ma perdita delle caratteristiche vitali del luogo.
È un peccato che il volume non sia interamente disponibile per il pubblico italiano, poiché le idee che contiene sono centrali nella discussione attuale sulla giustizia ambientale. Nel quinto capitolo, ad esempio, Nixon mostrava come lo Stato-nazione produca attivamente “comunità non-immaginate”: attraverso l’“amnesia spaziale” e la figura degli uninhabitants, territori abitati vengono dichiarati sostanzialmente disabitati per occuparli con le megadighe e devastarli con le esplosioni nucleari. Il caso del Nevada Test Site (reinventato come spazio vuoto, e raccontato da Rebecca Solnit in Savage Dreams) e quello degli Shoshone occidentali sono paradigmatici di come l’industria del vuoto che si può riempire funzioni attraverso dispositivi retorici: «[e]mptiness is an industry that needs constant rhetorical replenishment».1
Se l’idea di Stato-nazione moderno si regge sulla creazione di comunità immaginate, essa comporta anche la produzione attiva di comunità “non immaginate” interne allo spazio dello Stato-nazione: comunità la cui condizione di deliberata esclusione dall’immaginario collettivo diviene indispensabile per sostenere un discorso sullo sviluppo nazionale fortemente selettivo. Le narrazioni dello sviluppo nazionale sono racconti parziali, che dipendono da abitudini – inculcate con vigore – di limitazione dell’immaginazione; abitudini che celano alla vista comunità capaci di ostacolare o turbare la traiettoria, data per scontata, di un’ascesa nazionale unitaria. Le aggressioni alle risorse ambientali di una nazione comportano spesso non solo lo spostamento fisico delle comunità locali, ma anche il loro spostamento dall’immaginario collettivo – o meglio, la loro preventiva rimozione retorica e visiva dall’idea stessa di Stato-nazione in via di sviluppo. Tale opera di espulsione dall’immaginario precede solitamente l’arrivo della polizia, dei cani, degli autocarri, dei bulldozer e dei tecnici. È quello che abbiamo sperimentato qui in Italia con la TAV, vero laboratorio di slow violence e di ambientalismo dei poveri, oggi sostanzialmente arenato per mancanza di fondi. Così, alla violenza diretta dello sgombero fisico si affianca una violenza indiretta, di natura burocratica e mediatica, che crea e mantiene le condizioni per una invisibilità indotta. Il risultato è ciò che Nixon definisce “amnesia spaziale”: in nome dello sviluppo, le comunità vengono fisicamente sradicate e rimosse dall’immaginario, espulse dal tempo e dallo spazio e, di conseguenza, dissociate tanto dall’idea di un futuro nazionale quanto da quella di una memoria nazionale.
Il problema centrale è al tempo stesso strategico ed estetico: come tradurre in immagine e narrazione disastri lenti, anonimi, «che non hanno protagonisti», in un’epoca che venera lo spettacolo immediato. Da qui il ruolo cruciale dello writer-activist come mediatore capace di rendere apprehensible (percepibile e affrontabile) ciò che sfugge ai sensi.
Verso la fine del volume originale, Nixon si chiedeva che cosa significherebbe far dialogare in modo fecondo ecologismo e postcolonialismo, due tra gli ambiti più vivaci degli studi letterari, che condividono una vocazione attivista legata ai movimenti di cambiamento sociale. Nonostante ciò, per lungo tempo si sono ignorati o guardati con diffidenza: gli studiosi ambientali hanno taciuto sulla letteratura e la teoria postcoloniali, e viceversa. Secondo Nixon, l’impedimento si basa sul presupposto che esista una incompatibilità fra discipline e che questo abbia bloccato il crossover all’interno degli studi letterari, dove ciò che appare innovativo è in realtà tardivo rispetto a storia ambientale, alla geografia culturale, all’antropologia culturale. Si può rintracciare nelle rappresentazioni del passato una portata, un indice della dimensione ecologica di una rappresentazione, senza che a essa venga attribuita una coscienza delle categorie prese in prestito dalle Environmental Humanities. Nixon sosteneva che postcolonialismo ed ecocritica in ambito nord-americano non si sono incontrati su quattro punti fondamentali: il tema dell’ibridazione contro quello della purezza (la wilderness incontaminata), lo sradicamento contro l’attaccamento al luogo, il cosmopolitismo transnazionale contro la cornice nazionale (spesso nazionalistica) americana, la memoria storica dei margini contro una natura atemporale che, col mito delle terre vuote, cancella la storia dei popoli colonizzati.
Nel volume originale, Nixon dedicava inoltre un’ampia parte alla critica del bioregionalismo, orientamento culturale, politico ed etico emerso negli anni ’70 che propone di organizzare la vita umana – economia, governance, identità – attorno ai confini naturali delle bioregioni anziché a quelli amministrativi arbitrari (stati, province). Una bioregione è un territorio definito da caratteristiche ecologiche coerenti: bacini idrografici, morfologia, clima, flora e fauna, comunità vegetali e animali. L’idea è che gli esseri umani dovrebbero “reinsediarsi” (il termine di Peter Berg e Raymond Dasmann è reinhabitation)2 imparando a conoscere e vivere entro i limiti del proprio luogo. Secondo Berg e Dasmann, la coscienza reinabitativa moltiplica le possibilità di lavoro nella bioregione: ripristinare bacini idrografici, suolo e specie native richiede molta manodopera per riparare i danni inflitti dalla società che l’ha invasa. Tuttavia, fondando l’etica ambientale sul radicamento e sulla stanzialità, il bioregionalismo secondo Nixon costruisce un soggetto morale che esclude i displaced del Sud globale (profughi, sfollati, espropriati), per i quali lo sradicamento è condizione imposta e non patologia da curare. Inoltre, la retorica dell’autoctonia e del nativo rischia di scivolare in nativismo escludente. L’«environmentalism of the poor» deve dunque tenere insieme luogo e movimento, radicamento e sradicamento.
Vale la pena di riportare una citazione dal volume originale, in cui il pensiero di Nixon si fa cristallino e più attuale che mai:
«We need to find (as Rachel Carson did some fifty years ago) new ways to tell the slow-moving stories about the long dying; about last year’s cluster bombs that turn into next year’s killers, about depleted uranium that treats as its arbitrary enemy the child of a child as yet unborn. Carson insisted it was impossible to nourish democracy on a diet of dead rivers and poisoned fields. Her warning applies to any vision of long-term social stability, whether at home or abroad. If a war leaves in its wake terrifyingly polluted lands and mangled genetic codes, any victory will be pyrrhic, as death by indirection becomes the ultimate form of friendly fire. No homeland can be secure if we convert the earth into a biological weapon that threatens biology itself. We’re all downwinders now, some sooner than others» (Nixon, Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, p. 232).
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1) Nixon, Slow Violence, cit., cap. 5: «Unimagined Communities: Megadams, Monumental Modernity, and Developmental Refugees», pp. 150-174.
2) Peter Berg and Raymond Dasmann, “Reinhabiting California”, in The Biosphere and the Bioregion. Essential Writings of Peter Berg, ed. By Cheryll Glotfelty and Eve Quesnel (New York: Routledge, 2015), pp. 35-40.
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Immagine di copertina:
Ursula Biemann, Forest Law, 2014, installazione dalla mostra Rights of Nature, Nottingham Contemporary, 2015. Foto di Andy Keate.



