Per decenni l’antropologia, culturale e fisica, è stata tra i miei iperfocus. E lo rimane tuttora, sebbene in quei decenni quest’interesse si sia focalizzato su aspetti diversi dell’umanità. Come spiego in Ad ampio Spettro, da persona autistica (all’epoca inconsapevole d’esserlo), sforzarmi di comprenderne i miei simili, e studiarne comportamenti, usanze e convinzioni attraverso i libri, mi preparava all’esperienza diretta. In seguito, la mia curiosità si è incentrata sulle diversità che ci contraddistinguono. Verso i trent’anni, per prepararmi a un esame universitario, ho dovuto indagare la nostra storia: dalla varietà di ominini, che fino a centoncinquantamila anni fa convivevano su questo pianeta, per arrivare al Sapiens, unica specie rimasta.

Un po’ semplificandone l’evoluzione, credo di essere passato da un’esaltazione della natura umana, intesa come valore in qualche modo sacrale, nella quale l’apparenza all’umanità si identifica con l’essere umani in quanto incarnazione di alti valori e principi, a una totale messa in discussione dell’uso retorico che dell’essere umano abbiamo fatto. Intesa astrattamente, la parola umanità, comporta quasi sempre la disumanizzazione di qualche altro gruppo umano solo perché è un po’ diverso da noi. Sempre di più mi sono convinto che dovremmo smetterla di richiamarci all’umanità allo scopo di corrispondere a un’idea positiva di noi stessi, anteposta ai misfatti che compiamo ogni giorno, alle pessime convinzioni che muovono alcuni di noi e ai pregiudizi che abbiamo verso i nostri simili, anche quando siamo mossi dalle migliori intenzioni. Questo non perché io auspichi l’estinzione della specie umana, come vorrebbero quegli ambientalisti estremi che, sulla scia di Montagnier e di Matrix, ci vedono come un virus in letale espansione, esclusivamente interessato a predare e sfruttare le risorse del pianeta a scapito degli altri esseri viventi. Amo troppo l’estetica, l’arte che abbiamo prodotto nei millenni,1 per azzardarmi a sperare in un mondo migliore senza la presenza degli umani. Un mondo del genere non sono in grado d’immaginarlo, se non come in certe illustrazioni che guardavo da bambino sull’enciclopedia Conoscere, con i dinosauri che lottavano in una natura che era, comunque, dipinta da esseri umani. Nel contempo, proprio perché vedo l’umanità come parte della natura (del Cosmos, mi verrebbe da scrivere), trovo riduttivo farne qualcosa da auspicare senza di noi.

«Chi dice umanità cerca d’ingannarti», scriveva l’anarchico Proudhon, quasi due secoli fa. In effetti, richiamarsi a essa per esaltare valori come la solidarietà, l’altruismo, la civiltà e il mutuo aiuto è una fantasia autoreferenziale, basata sull’idea che i popoli hanno di sé stessi e necessariamente in contrapposizione a gruppi umani di altra locazione, provenienza, o che sono in qualche modo subordinati al nostro sistema di valori. È noto che molte popolazioni umane si autodesignavano con un nome che significa «gli uomini» (o talvolta, con maggior discrezione, diremmo i «buoni», gli «eccellenti», i «completi»), sottolineando così che le altre tribù, gli altri gruppi o villaggi, non partecipino delle virtù – o magari della natura – umane, ma siano tutt’al più, composti di «cattivi», di «malvagi», di «scimmie terrestri», o di «pidocchi».2 Sempre Lévi-Strauss ci racconta che:

«Nelle grandi Antille, pochi anni dopo la scoperta dell’America, mentre gli spagnoli spedivano commissioni di inchiesta per stabilire se gli indigeni fossero o no dotati di un’anima, questi ultimi si occupavano di immergere i prigionieri bianchi sott’acqua per verificare, con sorveglianza prolungata, se il loro cadavere fosse o meno soggetto a putrefazione»3

Mi si può rispondere che questo succedeva nel passato e che ora non è più così: la globalizzazione ci ha emancipati dall’etnocentrismo e siamo diventati consapevoli che l’umanità è una, nonostante i differenti fenotipi. A nessuno verrebbe da chiedersi se un essere umano un po’ diverso da noi sia o no provvisto di anima. Invece, purtroppo, l’etnocentrismo ha preso forme diverse: l’attuale crescita dei nazionalismi e degli identitarismi, della contrapposizione tra i nostri valori (nazionalmente intesi) a quelli dello straniero, il dare per scontate la nostra civiltà, la gestione dei nostri impulsi e dei nostri comportamenti, che ci porta a generalizzare sugli errori e le intenzioni di un singolo immigrato, trasformandoli in caratteristiche genotipiche e culturali, sembrano dimostrare siamo rimasti gli umani di allora. Va da sé che il gioco sporco dei politici di destra, molto abili nel far presa sul malessere sociale attraverso la retorica e i bias cognitivi, non aiutano a riflessioni più articolate sui danni che le politiche liberiste hanno determinato su una maggioranza di persone che hanno smesso di sentire rappresentata la propria cittadinanza. Va precisato, tuttavia, che l’afflusso di immigrati nei paesi dove ultimamente si sono verificate le reazioni più violente da parte della popolazione, non è di fatto associabile a un corrispondente aumento del crimine. I casi di violenza commessi dai singoli immigrati non sono maggiori di quelli rilevabili nei singoli della popolazione autoctona.4

D’altro canto, se da tempo l’anima ha smesso d’interessarci, in compenso l’interrogazione sulle nostre origini non è mai terminata. Al contrario, si è acuita con l’ingresso nella modernità e ha raggiunto il suo apice con l’avvento dell’illuminismo e del positivismo. È da queste idee, fuorviate dalla semplificazione, che l’uomo bianco, occidentale, ha basato la sua ossessione per la misurazione della natura, associandola al calcolo e alla conseguente discriminazione della natura umana, senz’accorgersi d’avere sé stesso come unico parametro. Una fraintesa interpretazione della teoria dell’evoluzione ha rafforzato questi paradigmi. Se Darwin ebbe un ruolo marginale in questa visione (per quanto lui stesso non fosse estraneo ai pregiudizi del suo tempo, nonostante l’antischiavismo di tradizione famigliare), il suo mastino Huxley e poi Spencer hanno divulgato quei principi di competizione e lotta per la sopravvivenza che per lungo tempo sono stati raffigurati dal cammino lineare, e ascensionale, che porta dalla scimmia all’uomo. Inutile precisare che a capofila non troviamo un uomo astratto, magari un condensato d’influenze genetiche, ma uno slanciato individuo bianco, pronto a tracciare il solco della civiltà come gli occidentali di quel tempo la intendevano.

Come scrive Stefanos Geroulanos nel suo L’invenzione della preistoria:

«[i]l costo più evidente e più salato di due secoli e mezzo di ossessione per le origini dell’uomo è stato sostenuto da intere popolazioni considerate “primitive” e in ogni caso “in via di estinzione”, idea di cui ci si è serviti per giustificarne la distruzione. Pensiamo agli ebrei, ai rom, agli omosessuali e agli altri gruppi stigmatizzati dal nazismo come subumani. Pensiamo a tutte le popolazioni che sono state razzializzate in base a specifiche idee sull’umanità preistorica. Oppure ai rifugiati, ancora oggi denigrati come massa liquida, orda. L’umanità continua a sanguinare per colpa della nostra ostinata volontà di definire alcuni gruppi di nostri simili assumendo come punto di riferimento un passato presumibilmente selvaggio.5

Tuttora, nella maggior parte degli ambienti (soprattutto quelli conservatori o populisti, ma non solo) l’evoluzione è una linea retta che mette le zampe ai pesci, per farli uscire dall’acqua, e poi le ali per alzarli in volo. Ignorando che da decenni, sulla Tavola alta dell’evoluzione,6 la discussione va in molteplici direzioni, ramificandosi proprio come accade nell’evoluzione stessa, che non mira ad alcun fine se non a manifestarsi attraverso continue modificazioni. Secondo lo zoologo e genetista Henry Gee, «l’evoluzione non ha memoria e non fa previsioni. Non ha schemi, progetti, piani». Questa considerazione ci aiuta a concepirla:

«non come un agente destinato da un destino superiore alla produzione di un continuo miglioramento, ma come la semplice somma di tutte quelle circostanze che tengono in vita una creatura, perché rispondono ai suoi immediati bisogni».7

Insomma, pur presente in parte, la tanto esaltata “lotta per la sopravvivenza” non è che una delle dinamiche rientranti in quella che già Darwin chiamava «discendenza con modificazione». A proposito di uccelli alzatisi in volo, è proprio Henry Gee a dimostraci che a volte è stato più utile per loro tornare a terra:

«Si ritiene che tutti gli uccelli oggi viventi derivino da antenati capaci di volare, sicché fa una certa impressione vedere quanti siano quelli che hanno perduto questa capacità. A esserne completamente privi sono oggi due ordini di uccelli – i ratiti (struzzi e affini) e i pinguini – e in molti gruppi di uccelli sono presenti dei non volatori. Gli uccelli che si trovano sulle isole remote, liberi dal pericolo dei predatori del continente, normalmente rinunciano al volo, divenuto un lusso troppo dispendioso».8

Riguardo agli esseri umani, è stata proprio questa concezione progressista in senso occidentalista, insieme al bisogno di misurarla tramite dei parametri privi di fondamento dal punto di vista di una natura che opera attraverso la diversità, a trasformare la preistoria in un affresco su cui valutare le sfumature di un’umanità che di per sé non esiste. Ci si considera umani a seconda del punto d’osservazione, per come la luce cade sui colori o in quanto la tecnica è familiare alle nostre conoscenze. «Il passato perde la sua elasticità, la sua complessità, la sua tensione», scrive Geroulanos.

«Continuiamo ad essere convinti che il nostro rapporto con le origini sia diretto, puro, denso di significati. Trascuriamo, invece, i determinismi biologici, ignoriamo i retaggi coloniali, e sottoscriviamo tutti gli slogan del presente. […] E la preistoria continua a riguardare “noi” anziché la concreta realtà della vita sociale delle origini, possa quest’ultima essere davvero conosciuta o no».9

Quando parliamo di umanità è facile dimenticarci del nostro lato oscuro, come se essere o diventare umani comportasse negare quello che siamo qui e ora, la natura che riguarda tuttə noi da quando abbiamo preso coscienza d’essere umani. Il resto è un’idealizzazione di noi stessi, tramite la quale in Occidente, con la modernità, ci siamo compiaciuti d’immaginarci migliori o peggiori: non importa se in un passato arcaico o in un futuro disincarnato e privo di morte.10 Non è un caso che a New York, nel 1921, al secondo Congresso sull’Eugenetica, s’interrogassero sul tipo umano da forgiare attraverso la selezione razziale, in nome dell’utilitarismo. Parimenti, nei nostri anni, accelerazionisti, transumanisti e anarcocapitalisti si appellano alla tecnologia e alle neuroscienze per diventare un’élite destinata a governare in eterno.

Invece l’umanità è diversità e cambiamento: ogni volta che questi folli hanno provato a unificarla, tramite la violenza, proponendo o imponendo dei parametri di normalità – interpretando la danza evolutiva in modo umano, troppo umano – siamo andati incontro al disastro.

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Note:
1) Rimando a Simon Schama, Paesaggio e memoria, Milano, Mondadori, 1997.
2) Claude Lévi-Strauss, Razza e storia, Torino, Einaudi, 2002, p. 12.
3) Claude Lévi-Strauss, cit., p. 12.
4) Séamas O’ Reilly, Le radici dell’intolleranza in Irlanda del Nord, in Internazionale, 19 giugno 2026.
5) Stefanos Geroulanos, L’invenzione della preistoria. L’ossessione per l’origine dell’uomo e della civiltà, Torino, Einaudi, 2025, p. 416.
6) Il tema è trattato da Niles Eldredge in Ripensare Darwin. Il dibattito alla Tavola Alta dell’Evoluzione, Torino, Einaudi, 1999.
7) Henry Gee, La specie imprevista. Fraintendimenti sull’evoluzione umana, Bologna, Il Mulino, 2016, p 100.
8) Henry Gee, cit., p 100.
9) Stefanos Geroulanos, cit. pp. 415-16.
10) Non dimentichiamo che Homo si collega a Humus, e quindi alla terra, dalla quale deriviamo e alla quale torniamo.

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Immagine di copertina:
Charles Darwin, L’albero evolutivo, particolare di uno schizzo tratto dal taccuino “B” sulla Trasmutazione delle specie, Cambridge University Library.

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