Pochi mesi fa, l’algoritmo di Facebook ha fatto salire nel mio feed un video di Paolo Ruffini. L’ho trovato strano perché non l’ho mai seguito, sia per una sorta di pregiudizio personale, sia perché da donna con disabilità non sopporto più la banalizzazione continua di questo argomento. Ogni giorno combatto per un uso corretto del linguaggio e una percezione quanto meno obiettiva sulla disabilità e vedere un simile successo basato sui buoni sentimenti e su patetiche commozioni mi avvilisce.
Dato che l’algoritmo fondamentalmente ci odia, a me ha pensato bene di regalare il primo video di Ruffini, in cui l’attore teneva in braccio un bimbo di pochi mesi con Sindrome di Down e nel mentre piangeva come un disperato. Devo ammettere che per questo articolo sono andata a ricercare il video senza ritrovarlo. Ho trovato le interviste alla mamma di un bimbo di nove mesi con Sindrome di Down, che racconta la sua difficile gravidanza, il suo rifiuto all’aborto (“Fa schifo!”, afferma senza pensare che l’aborto è una libera scelta della donna, scelta per cui ancora oggi si lotta) e uno spezzone in cui lui prende in braccio il bambino e, con le lacrime agli occhi, gli parla: «Non voglio dirti che sei speciale perché non sarebbe corretto, ma te lo dico lo stesso. Sei Speciale perché tu sei tu, piccolino»: ossia, sei un bambino con la Sindrome di Down. Bisogna sempre chiedersi, l’avrebbe detto a un semplice neonato? Sarà cinismo il mio o deformazione prospettica, ma sono certa di no.
Ero rimasta impressionata dal pianto di Ruffini, dalla reazione passiva della madre e soprattutto da come mi era sembrato disumanizzato il bambino. Era Halloween 2025 e qui in Piemonte, a Moncalieri, c’era stato un orrendo fatto di cronaca ai danni di un ragazzo quindicenne con disabilità cognitive. Invitato a una festa da quelli che credeva un gruppo di amici, era stato sequestrato e torturato tutta la notte. Avevo pensato al ragazzino per giorni, alla sua solitudine, alla felicità di vedersi coinvolto in qualcosa di bello, a come si deve essere sentito dopo. Nessuno può consolarti in situazioni del genere, quando su di te si scatena una violenza verbale o fisica senza alcuna ragione che quella di avere una disabilità. Nessuno può capire cosa significhi specchiarsi nello sguardo di una società che non ti vede realmente per quello che sei, ma ti riconosce solo per quello che appari e lì si ferma. Potevo sentirne il dolore muto e, per conto mio, la rabbia per alcuni commenti di leoni da tastiera: «sono ragazzi, era un gioco, volevano divertirsi». Forse per questo, in quel momento il video di Paolo Ruffini mi aveva come ipnotizzato, perché davanti al suo pianto avevo percepito un diverso tipo di violenza nei confronti di quel neonato. Il bambino era, in quel momento, un oggetto che serviva per mostrare al pubblico quanto l’attore fosse sensibile e coinvolto in certe tematiche. Mesi dopo l’algoritmo mi ha mostrato un altro video dove Ruffini vestito da prete intervista Federico Parlanti che lavora con lui e gli fa la fatidica domanda a cui è seguita la fatidica risposta:
“Ma i Down farebbero mai una guerra?”
“No, mai, perché hanno l’amore dentro”.
Dato che il mio mezzo di comunicazione principale resta, da buona vetusta, Facebook, ho scritto un post menzionando Paolo Ruffini, denunciandone il modello comunicativo come una mancanza di rispetto verso le persone con disabilità motorie o cognitive che fossero. Quello che non mi sarei mai aspettata, però è che Ruffini mi rispondesse e avviasse con me una conversazione privata. Mi sono trovata davanti a una persona inaspettatamente gentile che mi ha invitata al suo spettacolo. Giustamente, lui affermava: «prima lo vedi e poi lo giudichi», e io mi sono messa in discussione pensando alla mia rigidità e che forse il suo lavoro fosse davvero un buon lavoro.
Din don down – Alla ricerca di (D)io, regia di Lamberto Giannini, è un lavoro che Ruffini conduce con gli attori della Compagnia Mayor Von Frinzius, attiva dal 1997 che include recitanti con diverse peculiarità. Lo spettacolo si dovrebbe costruire sul palco, seguendo l’energia del momento e il dialogo tra gli interpreti e coinvolge il pubblico. Al centro, c’è una riflessione su ciò che ognuno di noi riconosce come Dio senza alcuna impostazione teorica o ricerca di risposte definitive. Si vogliono mettere in discussione certezze come quelle di un’unica visione della normalità e lasciare più domande aperte che dare risposte. Ruffini apre lo spettacolo dicendo: «vi cambierà lo sguardo, ogni cosa potrà apparirvi diversa dopo averlo visto», e che «non sarà usato il politicamente corretto che è la cosa più volgare di questi ultimi anni».
Tutto bellissimo, se fosse davvero così.
Din don down è un tributo all’inspiration porn, termine coniato dall’attivista Stella Young, con cui si definisce la disabilità quando viene usata come narrazione per provocare sentimenti di emozione, conforto, risata. Un disabile diventa un super eroe oppure, nel caso di questo spettacolo, uno stronzo grandissimo fissato con la topa. E quanto fa ridere un ragazzo con la Sindrome di Down che dice «voglio la topa»? Ai comuni mortali, a chi vuole essere rassicurato che il disabile è davvero quella cosa lì, tantissimo. Ed è questo che si fa in Din don down, si rassicurano i normodotati. Il messaggio che si vuole far passare è che le persone con Sindrome di Down abbiano come motivazione intrinseca del loro essere la Felicità. Io sono felice perché sono, io sono felice perché sì. Peccato che chi decreta che un disabile sia felice e puro è sempre qualcuno che disabile non è. Probabilmente, quei ragazzi sono felici nel momento in cui recitano, ma quante persone con disabilità assumerebbe qualsiasi ruolo che la società le dà per farsi accettare? In alternanza agli sketch degli attori della Compagnia Mayor Von Frinzius, tutti rigorosamente con riferimenti sessuali – quanto fa ridere il sesso! –, l’attore fa lunghe prediche sul senso della vita, infiocchettando i suoi discorsi con qualche citazione, preferibilmente dalla Bibbia, o frasi in latino. Dice tutto e il contrario di tutto; in pratica fa in modo di evitare ogni tipo di critica. Sottolinea che ogni mese paga lo stipendio ai suoi colleghi, da cui si fa insultare e prendere in giro, parla dell’odio on line, degli haters, del mondo odierno. Predica la parola di Dio, invitando a pensare al Primo Comandamento con la traduzione ebraica «Ama il Prossimo tuo perché Egli è te stesso»; il che è più che giusto, ma se lo dici durante uno spettacolo sul cui palco ci sono persone con disabilità è come se si andasse a sottolineare la diversità degli attori e il grande cuore di chi si specchia nei loro occhi e li ama. È Paolo Ruffini a essere l’unico protagonista dello spettacolo, è lui a decretare che
«queste persone non hanno paura e non vorrebbero essere diverse da quello che sono, perché sono già la forma più scintillante, emozionante della parola di Dio. E io queste persone le amo perché l’unico motivo per cui si vive non è vivere, è amare. […] Ama il prossimo tuo, cura il prossimo tuo, al di là dei cromosomi, al di là delle sue disabilità, al di là delle sue capacità, chiunque egli o ella sia, chiunque egli o ella sia, chiunque egli o ella sia».
In questo momento, credo di essermi trovata nel girone infernale del cringe vero e proprio; il pubblico è impazzito tra applausi e lacrime di commozione. Proprio il pubblico è stato, per me, l’amarezza più grande; vedere quanta gente sia disposta ad accettare e fare suo questo tipo di comunicazione che ai disabili dà sempre meno voce. Gente che rideva a ogni battuta ipoteticamente scorretta (e, tra l’altro, non è uno spettacolo scorretto o irriverente, è solo pieno di banalità), e quante persone sono pronte a commuoversi davanti a certi proselitismi. Senza alcun pensiero critico, senza pensare: «ma tu cosa ne sai di quello che davvero passano questi ragazzi, di cosa davvero vorrebbero?».
A fine spettacolo, con lo sfondo de La Cura di Franco Battiato e Hoppipolla dei Sigur Ros – scelte non casuali, dato il loro crescendo musicale –, il pubblico applaude commosso per quindici minuti. mentre Paolo Ruffini piange sul palco ringraziando tutti.
«Paolo, sei un’anima meravigliosa, sei un essere speciale, sei un italiano vero che pensa alle cose importanti della vita». Ecco il tipo di commenti.
E i disabili? Beh, loro spariscono davanti alla grandezza dell’uomo normale, non importa se li infantilizza non dandogli la corretta dignità di persone adulte. Il pubblico è coinvolto e tanto basta perché sia tutto giusto.
Naturalmente, mi sono confrontata con lo stesso Ruffini e con il regista Lamberto Giannini su questa mia visione, ma entrambi hanno risposto di non capire il mio punto di vista, che forse io avevo una visione parziale e pregiudiziale, spiegandomi cos’è oggi il mondo della disabilità.
Il normodotato che spiega a una persona disabile cosa sia la disabilità: c’è un termine per definirlo? Andrebbe coniato.
E allora capisci, diventa tutto molto chiaro. Capisci che non è ingenuità o mancanza di comprensione, capisci che è un metodo. La disabilità è molteplice e complessa, non si ha voglia di definirla o gestirla. Diventa più facile semplificarla e creare una narrazione pietistica e di assistenzialismo, in cui i disabili diventano specchi dove i ”normali” riflettono la loro presunta superiorità etica e si sentono persone migliori. Una narrazione violenta, perché nega alla persona con disabilità la complessità e le ruba il diritto sacrosanto alla rabbia, imprigionandola in un’eterna infanzia spirituale.
Quello che fa Ruffini lo praticano molte aziende ed è un modello comunicativo adottato facilmente dai media, e io sono abbastanza anziana e razionale da non sperare più in un cambiamento veloce e radicale; so che si perseguirà sempre la strada più comoda, quella a chi darà ancora più vantaggio a chi è già nato in vantaggio. Ma sono anche abbastanza resistente per denunciare questo tipo di linguaggio fino allo sfinimento, finché si capirà che le persone con disabilità hanno una voce e vogliono usarla e non serve qualcuno che la usi per loro, non serve una società che decida per loro. Le persone con disabilità non esistono per farvi sentire più empatici, per ispirarvi o per farvi dire “guarda quanto siamo fortunati noi”. Esistiamo e vi camminiamo accanto e se volete fare qualcosa di buono, allora iniziate a scegliere di ascoltare IL disabile, non CHI parla dei disabili.
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Immagine di copertina:
Riva Lehrer, 66 Degrees, 2019



