[Pubblichiamo qui un lavoro ancora in corso d’opera, di prossima pubblicazione, in cui Gioele Cima accompagna il lettore dentro uno dei concetti più ostici della psicoanalisi lacaniana: la forclusione. Senza dare per scontata alcuna dimestichezza con i testi di Lacan, l’autore parte dalle riflessioni di Freud sulla psicosi per ricostruire, passo dopo passo, il meccanismo che la genera — il rigetto di un significante dal registro simbolico e il suo ritorno nel reale come presenza estranea e opprimente. A guidare l’esposizione, oltre al confronto serrato con Freud, sono alcuni esempi inattesi: Apocalypse Now, Il terzo uomo, una celebre puntata di Scrubs. Trattandosi di una versione provvisoria, il testo è suscettibile di revisioni e integrazioni prima dell’edizione definitiva].
“Non tengo particolarmente al termine, tengo a ciò che vuol dire”.
(Jacques Lacan, Le psicosi)
Nella psicoanalisi lacaniana la forclusione (dal francese forclusion, tradotta negli Scritti con “preclusione”) è il meccanismo responsabile dell’instaurazione delle psicosi. Consiste nel rigetto di un significante dal registro simbolico e nella sua concomitante riapparizione nel reale sotto forma di presenza estranea e opprimente. Qui di seguito, tuttavia, faremo a meno del riferimento al significante e ci limiteremo a introdurre la forclusione come processo psichico in senso lato, a discutere la sua dinamica e a fornire qualche esempio per chiarire un concetto che, preso altrimenti, risulterebbe indigeribile per chi non ha dimestichezza con il testo di Lacan.
Lacan estrapola questo concetto dal testo freudiano e lo vede come, al tempo stesso, una riaffermazione e un prolungamento del pensiero del padre della psicoanalisi. Le riflessioni di Freud sulla psicosi, portate avanti per oltre quarant’anni, si erano arrestate di fronte a un quesito spinoso: qual è esattamente il processo psichico che dà luogo a una psicosi?1 Oppure, in estrema sintesi, cosa rende un soggetto psicotico? Per molto tempo, la risposta di Freud era rimasta univoca: ciascuna condizione psicopatologica è orchestrata dalla rimozione, e cioè dall’allontanamento dalla coscienza di una richiesta pulsionale inaccettabile o impossibile da soddisfare. Secondo questa impostazione, ciò che distingue un individuo normale da uno nevrotico oppure da un folle è il grado di intensità della rimozione, che nella psicosi arriverebbe ad agire in maniera “più energica ed efficace” che mai 2.
Negli ultimi anni, però, Freud si dimostra sempre più insoddisfatto di questa tesi, arrivando infine ad abbandonarla in favore di una nuova spiegazione, che troviamo formulata nei suoi scritti degli anni Venti. Laddove la nevrosi si instaura nel momento in cui l’Io rinuncia a soddisfare un moto pulsionale proveniente dall’Es, la psicosi è prodotta dal distoglimento del soggetto dalla realtà. Molto schematicamente, la scelta inconscia della malattia si compie a partire da un bivio, da un rifiuto che può essere pronunciato o nei confronti dell’Es (nevrosi), oppure del mondo esterno (psicosi).
A voler essere precisi, Freud isola due distinte tappe per ciascuna condizione: nella nevrosi abbiamo prima il rifiuto del soddisfacimento pulsionale dell’Es (la rimozione), poi il risarcimento di quest’ultimo attraverso il compromesso del sintomo; nella psicosi, invece, vi sarebbe il rifiuto di una parte della realtà seguito dalla creazione di una versione nuova e alternativa a essa (una realtà allucinata o delirante, appunto)3. Come nella nevrosi il rimosso si fa nuovamente strada nella coscienza nella forma simbolizzata del sintomo, nella psicosi la parte di realtà che viene esclusa torna al soggetto nelle aberranti vesti dell’allucinazione o nel sistema impossibile del delirio. Il fatto che i tempi di instaurazione di entrambe le condizioni siano duplici vuol dire che, di fatto, qualcosa va storto, che il riequilibrio delle forze non si compie sino in fondo. L’Io acconsente alle richieste di una o dell’altra istanza (l’Es o la realtà), ma questa condiscendenza non è priva di conseguenze.
È il grande precetto freudiano per cui la rimozione è, in sé e per sé, un meccanismo fallimentare per definizione. La rimozione non riesce a cancellare del tutto le tracce di ciò di cui tenta di disfarsi, perché queste tracce si ripresentano mascherate, travestite da sintomo. In modo simile, anche nella psicosi il procedimento si inceppa: proprio come il sintomo riaffiora nella coscienza, così la parte di realtà ripudiata dal soggetto torna a imporsi nel reale. La rimozione o il distoglimento non trattengono ciò che cercano di reprimere o cancellare, la quota dell’Es o della realtà incompatibile con la soggettività non si lascia segregare. Piuttosto, trabocca e si riafferma a modo proprio. La differenza cruciale rintracciata da Freud tra questi due scenari è che, mentre nella nevrosi il rimosso torna in forma cifrata, coperto dall’opacità del sintomo, nella psicosi non esiste alcuna mediazione, il soggetto si trova a fare i conti con un’entità brutale e priva di compromessi, una presenza estranea che non si lascia manipolare in alcun modo. Se nella nevrosi il sintomo è una formazione dell’inconscio, un sostituto “simbolico” (il termine è di Freud)4 del moto pulsionale rielaborato dal lavoro dell’inconscio, il sintomo psicotico è un “rammendo” che tenta grossolanamente di ricucire lo strappo con la realtà.
Nell’ultimissimo anno della sua vita Freud integrerà questo discorso chiamando in causa la perversione. Egli si rende conto che, in effetti, anche il diniego perverso produce un “distoglimento” del soggetto dalla realtà: il bambino si accorge della castrazione materna, scopre che alla madre manca l’organo del pene e, traumatizzato dalla visione, decide di comportarsi come se ciò non fosse mai accaduto. Eppure, nota Freud, questo tipo di distoglimento non è lo stesso che opera nella psicosi. Il perverso, di fatto, non allucina nulla, al massimo “trasferisce” la posizione dell’oggetto 5: come dimostrano molte perversioni feticistiche, il soggetto non crede che il pene materno esista nonostante tutto; piuttosto, sposta l’oggetto localizzandolo altrove, come per esempio in una diversa parte del corpo o in un gadget inanimato. Non è un caso se la triade nevrosi-psicosi-perversione qui proposta da Freud è la stessa che compone la clinica strutturale di Lacan.
Come si sarà notato, allora, e per quanto affascinante, la disamina di Freud non risponde alla domanda che ci siamo posti a monte: qual è il meccanismo elettivo della psicosi? Questa risposta, di fatto, non arriverà mai. Come evidenzia Lacan con un’espressione alquanto suggestiva, la penna di Freud è caduta proprio dopo aver messo il punto all’articolo appena commentato, La scissione dell’Io nel processo di difesa (1938). Il Seminario III (1955-1956)6 dello psicoanalista francese può allora essere letto come un lungo e impegnativo tentativo di colmare questa lacuna del testo freudiano, ossia di rintracciare la causa efficiente della psicosi e di separarla dai meccanismi che presiedono alle altre due grandi strutture cliniche della nevrosi e della perversione.
C’è da specificare che, nonostante Lacan si dichiarerà sino all’ultimo un continuatore di Freud, il punto di partenza dei due psicoanalisti è agli antipodi. Freud ha scoperto l’inconscio a partire dall’isteria, ha creato la psicoanalisi sulla base delle nevrosi. E difatti, come ribadirà spesso, il trattamento analitico non è tagliato per le psicosi. Uno psicoanalista, secondo lui, può trovarsi a trattare un paziente psicotico solo in due circostanze: o a fronte dell’insistenza dei familiari, che pregano il clinico di compiere un ultimo (disperato) tentativo prima di ricorrere alla misura più drastica dell’internamento; oppure nei casi in cui la psicosi del paziente non si sia ancora palesata, rimanendo allo stato latente. Lacan, d’altro canto, si è dedicato alla psicoanalisi entrandovi proprio dalla ‘porta’ delle psicosi. Sin dalla sua tesi di dottorato dei primi anni Trenta,7 è rimasto convinto dell’efficacia terapeutica della psicoanalisi anche e soprattutto nei confronti della psicosi: la psicoanalisi non era per lui un metodo di cura (le strutture psicopatologiche sono immutabili), ma un trattamento per restituire dignità alle esistenze apparentemente mancate, difettose, fallimentari, a quelle vite smarrite che Massimo Recalcati chiama le “cause perse”. Il folle, per Lacan, non è un soggetto inumano, la sua non è una vita incompleta da segregare (fisicamente o attraverso i farmaci). È un’esistenza cruenta, probabilmente, ma altrettanto umana di quella dei cosiddetti soggetti normali. La psicoanalisi, secondo lui, è la principale disciplina in grado di restituire alla follia la sua dignità di condizione umana.
È a partire da questo inquadramento della follia che egli recupera ciò che Freud non era riuscito a portare a termine. E lo fa proprio seguendo il testo freudiano: nel suo primo seminario preleva dal padre della psicoanalisi il termine “Verwerfung”, traducendolo inizialmente con “rejet” (“rigetto”) e utilizzandolo per descrivere l’azione di un processo psichico più drastico della rimozione. La fonte di provenienza del termine è particolarmente indicativa del significato del concetto, perché è presa da un passaggio del Caso clinico dell’uomo dei lupi in cui il celebre paziente racconta a Freud di un episodio allucinatorio della sua infanzia: stava incidendo con il temperino la corteccia di un albero di noce, quando a un certo punto si accorse di essersi tagliato il mignolo della mano così in profondità che il dito gli era rimasto appeso solo per un lembo di pelle. Non provava alcun dolore, soltanto angoscia. Poco dopo, guardò di nuovo il dito e si rese conto che non vi era alcuna ferita 8. Nel primo seminario, Lacan fa di questo episodio il paradigma della forclusione: ciò che non trova spazio nel registro simbolico, ciò che non può essere soggettivato dall’essere umano (nel caso del paziente freudiano la castrazione), torna a farsi strada nel reale, sotto forma di allucinazione.
Nel Seminario III si riparte proprio da qui. All’inizio Lacan non ha che questo termine spigoloso da pronunciare, Verwerfung (di cui fornirà traduzioni diverse nel corso delle lezioni), e un assunto di base, il fatto cioè che nevrosi e psicosi siano tra loro strutturalmente distinte, che la differenza tra le due condizioni non riguardi un mero fatto quantitativo (il numero di sintomi e la loro intensità) ma un divario netto, radicale e irreversibile. La principale difficoltà del Seminario per chi vi si approccia per la prima volta, e che si ripercuote sulla definizione stessa del concetto di forclusione, è infatti che le sue venticinque lezioni sembrano un laboratorio a cielo aperto. Lacan non ci propone una tesi già pronta, non ci consegna una teoria della psicosi preconfezionata, ma la elabora passo dopo passo di fronte al suo uditorio. Per rendere l’idea, è sufficiente pensare che il termine forclusione, benché allusivamente presente per tutto il Seminario, si paleserà solo nella sua ultimissima lezione. Come se non bastasse, qui Lacan inaugura quello che si rivelerà un passaggio epocale del suo insegnamento, e cioè la virata dall’ordine della parola a quello del significante, un cambio di prospettiva che risulterà chiaro una volta per tutte solo negli anni successivi, e di cui come ho detto non ci occuperemo qui. È questa atmosfera di costruzione progressiva a rendere il Seminario III complesso e affascinante insieme.
Riprendiamo le fila del nostro discorso allora e poniamoci ancora una volta la domanda a cui Freud non seppe rispondere: quale meccanismo determina l’instaurazione della psicosi? La forclusione, dicevamo, e cioè, in lacanese, il rigetto di un significante dal registro simbolico. Cosa significa che un significante viene rigettato dal registro simbolico? Significa che non vi entra affatto, che non vi si inscrive, che ne rimane tagliato fuori, e che di conseguenza, quando il soggetto lo vede riaffiorare nel reale, non ci capisce niente, lo vede come una presenza estranea, come qualcosa di opprimente che non ha mai conosciuto e che per lui non significa nulla.
Cerchiamo però di spiegare brevemente il modo in cui Lacan concepisce questo meccanismo senza entrare nel territorio complesso della linguistica. Una prima, capitale distinzione da esaminare e che può aiutarci a fare ordine è proprio quella tra rimozione e forclusione. Nella rimozione, che abbiamo visto essere appannaggio della nevrosi, ciò che viene rimosso fa ritorno. Un’esigenza pulsionale è giudicata inammissibile dalla coscienza, e dunque ne viene allontanata, è occultata nell’inconscio per poi ripresentarsi nella forma ingannevole del sintomo. Soppesiamo bene le parole: il rimosso ri-torna. La sua manifestazione come sintomo non appare dal nulla, non è una creazione ex-nihilo. Come ironizza Lacan, per estrarre un coniglio dal cilindro occorre prima mettercelo dentro. Con la rimozione accade lo stesso: il ritorno del rimosso presuppone che, per quanto distorto, il rimosso sia stato un tempo parte integrante del soggetto; che la ‘cosa’ allontanata dalla coscienza, proprio perché un tempo parte di essa, rechi le impronte della soggettività.
In Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (1979), il minaccioso colonnello Kurtz deve gran parte dell’oscuro carisma che lo contraddistingue alla sua fama di soldato integerrimo. È un ex membro dell’esercito, un disertore che ha cambiato status (è divenuto il capo di una tribù di reietti), ed è proprio in virtù della sua fama che le persone incaricate di andarlo a recuperare ne sono intimorite. Kurtz è allontanato dall’esercito per fare ritorno sotto forma di criminale, vedetelo come un modo di inquadrare il ‘già-saputo’ della rimozione, il fatto che essa si sorregga su una conoscenza o una traccia preliminare di quanto torna a mostrarsi. Lacan, nondimeno, è più sottile: secondo lui, ci accertiamo della presenza della rimozione solo a posteriori, perché è il ritorno del rimosso a dirci che c’è stata rimozione. È la presenza del sintomo a certificare che, a un certo momento, la soggettività si è avvalsa della rimozione. Ecco perché, dice Lacan, rimozione e ritorno del rimosso sono “il diritto e il rovescio di una medesima cosa”. Anche se il materiale colpito dalla rimozione scompare dalla coscienza, “il rimosso è sempre lì”, non viene cancellato, ed è anzi in grado di riaffiorare in qualsiasi momento 9. Per tradurre questo principio economico in un ulteriore esempio cinematografico, pensiamo a Il terzo uomo (1949) di Carol Reed, in cui il protagonista, Holly Martins, indaga sulla scomparsa dell’amico Henry Lime per poi scoprire che dietro le macchinazioni della trama si cela… lo stesso Lime. Martins conosce le vere intenzioni del perfido Lime solo nel momento in cui quest’ultimo si ripresenta dinnanzi a lui come il criminale che è sempre stato, proprio come un desiderio apparentemente enigmatico si palesa nel suo effettivo significato solo a posteriori, quando riappare sotto forma di sintomo. È un punto toccato già efficacemente da Freud ne Il disagio della civiltà: nella vita psichica tutto si conserva e nulla può perire, nelle opportune circostanze “ogni cosa può essere riportata alla luce”10. Lacan accoglie in pieno la tesi freudiana, ribadisce che nell’inconscio nulla può perire, certo, ma a patto che vi abbia avuto accesso…
Nella forclusione, al contrario, abbiamo un rifiuto a monte. Non vi è una rappresentazione o una richiesta di soddisfacimento pregressa ritenuta inaccettabile che viene allontanata dalla coscienza. L’oggetto della forclusione è tale proprio perché non è mai pervenuto al soggetto, è una ‘cosa’ ignota, una x non meglio specificata rimasta sin da sempre al di fuori della soggettività. Nella rimozione, è la coscienza a non sapere cosa è stato rimosso. Con la forclusione questo sapere manca anche nell’inconscio. Specifichiamo che per Lacan il bersaglio dei processi inconsci non è un simbolo nel senso convenzionale del termine, e nemmeno una vera e propria richiesta pulsionale. A essere rimosso o rigettato, secondo lui, è sempre un sapere. Se si riesce a tenere a mente questa distinzione, il testo di Lacan diventa improvvisamente più chiaro.
Proviamo a riformulare quanto detto sinora nei termini di cosa il soggetto sa e di cosa non può sapere allora. Il soggetto è inconsciamente manovrato da una rappresentazione che non sa di possedere, eppure gli appartiene (Holly Martins è raggirato dai piani diabolici di Henry Lime; Lime, a sua volta, non sarebbe in grado di muovere Martins come una marionetta senza il precedente della loro amicizia). Il rimosso, quindi, è un sapere, un sapere non-saputo, inaccessibile alla coscienza, di cui la soggettività possiede nondimeno una traccia. Nel primo seminario Lacan esemplifica questa condizione invitandoci a immaginare un libro che manca al suo posto in biblioteca: passate in rassegna uno scaffale dopo l’altro sapendo esattamente dove cercare il testo che vi serve, ma quando arrivate nella sezione designata vi accorgete che il libro non c’è; c’è l’etichetta con il suo codice, magari anche provvista di titolo e nome dell’autore, eppure il testo in quanto tale manca. Ecco il principio di base del registro simbolico, allora: se potete dire che una cosa manca al suo posto, che non è dove dovrebbe essere, è grazie al fatto che la sua presenza è stata preventivamente registrata da qualche parte (l’esistenza del libro è indicizzata nell’archivio della biblioteca, oppure segnalata dalla sua rispettiva targhetta sullo scaffale).
Nella forclusione è esattamente la registrazione di questa presenza a venire meno, e difatti, dice Lacan, in essa il soggetto non sa nulla della ‘cosa’ nemmeno nel senso della rimozione. La ‘cosa’ forclusa non è mai stata schedata né nella coscienza né nell’inconscio; al posto di questo sapere irreperibile non troviamo una mancanza, bensì un buco. La mancanza designa allora qualcosa che dovrebbe esserci eppure non c’è; il buco, viceversa, indica un eccesso anomalo, come un imbucato che si intrufola a una festa pur non essendo sulla lista degli invitati, un intruso la cui presenza non era né richiesta né prevista. L’origine e il meccanismo dei due processi rimangono così nettamente distinte. La rimozione contraddistingue la nevrosi, la forclusione la psicosi. In termini clinici, diremmo che si tratta di una distinzione strutturale.
Per Lacan, esiste tuttavia un aspetto che accomuna la rimozione e la forclusione, e che si estende all’intera temporalità inconscia. Abbiamo detto che è solo il ritorno del rimosso a confermarci che c’è stata rimozione, che è il sintomo a fare la rimozione e non il contrario. Con la forclusione accade lo stesso: diremo che il registro simbolico del soggetto presenta un buco, ossia che qualcosa vi è rimasto tagliato fuori, soltanto una volta che la ‘cosa’ è apparsa nel reale. Come si vede, quella della psicoanalisi è una temporalità retroattiva, in cui è l’effetto a creare la sua stessa causa. Può sembrare un capriccio teorico, un modo di complicare ulteriormente la questione, e invece è una specificazione cruciale, perché ci permette di risolvere un problema su cui la psicopatologia evolutiva si dibatte da sempre, ossia: in quale momento o tappa specifica della vita del paziente si instaura la psicosi? Molti modelli di ispirazione freudiana si affidano a una sorta di nesso proporzionale secondo cui più un disturbo è precoce, più è grave. Le nevrosi, per esempio, si producono in seguito o durante la risoluzione del complesso edipico; le perversioni si formano a fronte della difficoltà del soggetto a lasciarsi alle spalle le sue fissazioni pregenitali; le psicosi, in modo analogo, sarebbero ancora più precoci, talvolta talmente tanto precoci (se ci affidiamo alle ipotesi genetiste) da precedere la stessa venuta al mondo dell’essere umano.
È un’esasperazione dell’idea freudiana per cui le vicende infantili racchiudono e sintetizzano il nucleo dell’intera soggettività, una tesi non del tutto erronea, ma che spesso dà origine a ragionamenti a dir poco fuorvianti. In parte, la ritroviamo anche in Lacan, non fosse che qui il suo punto di vista è ancora una volta sottilissimo: non è setacciando la biografia infantile della soggettività o i suoi antecedenti ancestrali che troveremo oppure no le radici della psicosi, non esiste un episodio discreto, diretto e onniesplicativo in cui, a un certo momento, sarebbe avvenuta la forclusione. Piuttosto, diremo che un simile evento è certamente accaduto se e solo se la ‘cosa’ forclusa è riapparsa nel reale. Questo ci permetterà di affermare che il soggetto, in un momento preliminare della sua esistenza, si è trovato di fronte a un bivio: simbolizzare la ‘cosa’ o respingerla, integrarla nel registro simbolico o tagliarla fuori. Se la ‘cosa’ non viene riconosciuta dal registro simbolico (se il libro non è indicizzato negli elenchi della biblioteca o se l’ospite non è sulla lista), eppure è nel reale, vi deve essere stata forclusione.
È per questo che Lacan dice che “la psicosi non ha preistoria”, che non esiste un passato della psicosi precedente all’emergenza dei suoi sintomi. La psicosi comincia con l’apparizione nel reale di ciò che non è stato simbolizzato. E dal momento che la ‘cosa’ apparsa nel reale non è mai stata sottoposta a simbolizzazione, non è mai stata riconosciuta come esistente, il soggetto non potrà sapere di averla esclusa sino a quando non l’avrà di fronte a sé, estranea e insensata. L’immaginario prende a questo punto il sopravvento sul simbolico, tenta di colmare con i propri (inefficaci) mezzi il buco lasciato aperto dalla ‘cosa’. È lo sciame caotico che contraddistingue le fasi inaugurali della malattia, che Lacan paragona a una serie di cartelli stradali che indicano false direzioni, che non conducono da nessuna parte o forniscono indicazioni senza senso. Il rapporto del soggetto con il mondo recede a quello della relazione speculare, tutti gli elementi di mediazione vengono meno e la soggettività rimane schiacciata sotto il peso abnorme dei suoi sintomi. Lo psicotico, dice difatti Lacan, non è un soggetto in cui l’inconscio è affiorato in superficie o la cui coscienza è stata sopraffatta dall’Es. Egli è piuttosto un “martire” del suo stesso inconscio, qualcuno che è completamente parlato, manovrato, perseguitato dal proprio inconscio; un inconscio che, a causa della presenza del buco lasciato dalla forclusione, “non funziona” nel senso convenzionale (e cioè nevrotico) del termine 11.
Per ricorrere ancora al lacanese, diremo che nei rapporti tra l’inconscio e la realtà il soggetto è virtualmente esposto a due destini, Bejahung, affermazione della ‘cosa’ nel simbolico; oppure Verwerfung, rigetto, forclusione della ‘cosa’ e sua successiva apparizione nel reale. Si tratta di una distinzione importantissima che Freud anticipa nel suo trascurato scritto La negazione, un lavoro a cui Lacan è stato di fatto il primo a conferire dignità teorica 12. Nella sua rilettura, difatti, il giudizio di attribuzione (Bejahung) è l’opposto della forclusione (Verwerfung), è l’operazione che permette alla ‘cosa’ di registrarsi nell’inconscio. Se questa registrazione affiora alla coscienza, parliamo di “giudizio di esistenza”, un processo attraverso cui la ‘cosa’ non esiste solo per l’inconscio ma raggiunge in qualche modo il discorso. L’esempio principe di un simile meccanismo è quello della negazione, in cui il rimosso riemerge in forma articolata, direttamente nel linguaggio. La formula canonica usata da Freud è “ho sognato una donna, ma non era mia madre”13, espressione con cui la rimozione si allenta e lascia passare il suo materiale direttamente nelle parole del paziente, benché in forma negata. L’uomo che afferma aver sognato una donna, e che senza alcuna pressione esterna si sente in dovere di specificare che non si tratta della madre, ci conferma freudianamente che, di fatto, il pezzo di puzzle mancante per l’interpretazione del sogno è esattamente la madre. Per quanto negato nell’enunciazione, il rimosso si afferma nell’enunciato, alleggerendo il peso della rimozione e avvicinando in qualche modo il soggetto alla rappresentazione che egli aveva allontanato da sé e, soprattutto, assicurandoci che questa rappresentazione esiste.
Una simile dinamica ci mostra che l’inconscio non distingue tra affermazione e negazione, che anche se espresso in forma negata (“non era mia madre”), il contenuto del discorso ha comunque valore di esistenza. Ma perché la ‘cosa’ possieda valore di esistenza – sia verbalizzabile, come dire –, deve esserci stato giudizio di attribuzione, la ‘cosa’ deve essere stata preliminarmente inscritta nel registro simbolico, ossia nell’inconscio. In assenza di una simile inscrizione, quando il soggetto incontrerà la ‘cosa’ nel reale ne resterà travolto. Non sapendone nulla, non avendo mai nemmeno supposto la sua esistenza, non avrà difese di fronte a essa. Lo notiamo con estrema evidenza nella costrizione dei sintomi psicotici, nella loro resistenza a qualsiasi manipolazione da parte del soggetto. Le allucinazioni verbali sono vissute come voci fuori campo che commentano ogni sua azione o vicenda, oppure si tratta di linguaggi spezzettati, simili a filastrocche o ritornelli che gli piovono addosso senza alcun diritto di replica. Il delirio, in modo simile, è esperito come una verità dogmatica, cementata, di cui tuttavia il soggetto non riesce a cogliere il senso: un uomo afflitto da un delirio di persecuzione che sostiene di essere spiato da tutte le parti (è una vignetta lacaniana) dirà che non è un caso se una certa auto rossa è passata per strada un certo giorno a una certa ora; sarà assolutamente convinto che quell’evento significhi qualcosa, che lo riguardi in qualche modo, senza con ciò riuscire a specificarne il motivo. È esattamente quel che diceva Freud quando, nel 1896, scriveva che contro i sintomi della psicosi “non opera alcuna difesa”14.
Abbiamo descritto quello che secondo Lacan è il meccanismo responsabile della psicosi, ovvero la forclusione, e ci siamo occupati sia della sua distinzione rispetto alla rimozione nevrotica sia della temporalità non lineare con cui la struttura psicotica si instaura nel soggetto. Resta ora da considerare un ultimo punto, che riguarda il dispiegamento effettivo della psicosi. Lacan ci spiega la forclusione come un “mito”: la sua occorrenza non risponde ad alcuna cronologia, non c’è un prima-poi, non c’è il momento in cui il soggetto perde ciò che dovrebbe simbolizzare e in seconda istanza il suo reperimento all’esterno; tutto avviene sin da subito e allo stesso tempo, la struttura della psicosi è sempre già bucata. Per facilitarci le cose, nondimeno, Lacan ci invita a concepire questo procedimento logico e sincronico come se esso fosse genealogico e diacronico, tradotto: trattando un evento strutturale e fuori dal tempo come una successione logica di fenomeni discreti, come un prima-poi, appunto. Possiamo allora sintetizzare l’insorgenza della psicosi con questa sequenza:

La forclusione è il primo elemento da sinistra verso destra, perché è l’evento che inaugura l’intera sequenza, e cioè il rigetto della ‘cosa’ dal registro simbolico, la sua mancata registrazione nell’inconscio. Se si trova in parentesi quadra è perché, come abbiamo visto, per decretare la sua occorrenza bisogna arrivare alla fine dello schema, quando la ‘cosa’ rigettata torna nel reale sotto forma di sintomo (delirio o allucinazione). Il secondo punto, la chiamata simbolica, indica il momento in cui il soggetto patisce l’assenza della simbolizzazione, l’episodio della sua esistenza che porta a galla la presenza del buco. La soggettività non possiede ciò che le viene richiesto e che non aveva idea di dover possedere; si trova sprovvista, mette a soqquadro la propria esistenza in cerca di ciò che le manca senza alcuna speranza di trovarla. A questo, fa seguito il disastro immaginario, che consiste in una profusione di sostituti inadatti che tentano di compensare la forclusione, come una sequela di pezze supposte ricoprire il buco. Il rimaneggiamento simbolico e il disastro immaginario coincidono per Lacan con ciò che la psichiatria tradizionale definisce il “crepuscolo del mondo”15, la cascata di eventi che fanno sentire il soggetto spaesato, fuori di sesto, gettato in una realtà priva di senso e di punti di riferimento. Infine, il delirio, che subentra per ricucire il buco della forclusione e produce ciò che Freud chiamava un “rammendo” della realtà 16. Il delirio è la costruzione che restituisce al mondo una sua consistenza, benché bizzarra ed enigmatica, ma anche la conferma definitiva che, a un certo momento, ci sia stata forclusione, che qualcosa (ora riapparsa nel reale senza alcuna mediazione possibile) è stata precedentemente tagliata fuori dal registro simbolico.
Per riassumere l’intero discorso vorrei portare un esempio tratto da un episodio della serie televisiva Scrubs, e in particolare dalla terribile puntata Il mio disastro (3×14), passata alla storia per aver sconvolto un’intera generazione di telespettatori. Più che una vera e propria psicosi si tratterebbe di una follia allucinatoria 17, ma concediamoci una licenza poetica dettata dal fatto che ci stiamo riferendo a una fiction. L’episodio, per chi non lo conoscesse, racconta della morte di Ben e del modo in cui il suo migliore amico, il dottor Cox, reagisce alla sua scomparsa. Per tutta la puntata vediamo infatti Ben presente sulla scena accanto a Cox, lasciandosi andare anche ad alcuni memorabili siparietti comici. Cox gli rimprovera di non essersi più presentato in ospedale per monitorare la leucemia di cui soffre da tempo e continua a interagire con lui in ogni singola scena. È solo sul finale che, con un’agghiacciante domanda di JD (“Dove pensa che stiamo andando?”) Cox e noi telespettatori veniamo a sapere che in realtà Ben è già morto da tempo, stroncato dalla malattia, e che di conseguenza ogni sua scena era in realtà frutto di un’allucinazione del dottore. Alla domanda di JD, Cox rimane spiazzato, il suo mondo crolla e realizza che tutto quanto aveva sperimentato sino a quel momento era privo di senso. Non ha gli strumenti per rispondere a un evento che non si era mai neanche lontanamente avvicinato a lui, e cioè la morte di Ben. Cox sapeva benissimo che Ben era gravemente malato, ma l’eventualità che quest’ultimo morisse non aveva avuto alcun diritto di cittadinanza nella sua testa. La morte di Ben non è sottostata al freudiano giudizio di attribuzione, e per questo non poteva esistere da nessuna parte per Cox; era irreperibile, non pervenuta, né rimossa né negata, ma forclusa. Se dopo la battuta di JD la puntata fosse proseguita imperterrita, mostrandoci Cox e Ben ancora in scena, o se il primo avesse avanzato una spiegazione sostitutiva all’accaduto, avremmo potuto dire di essere in pieno delirio: Ben non è morto, oppure lo è, ma continua nonostante tutto a vivere, eccetera. Cox invece si rende improvvisamente conto di cosa sta succedendo (le licenze poetiche valgono anche per gli sceneggiatori, del resto): lui e il suo collega non stanno andando a una festa di compleanno, ma al funerale del loro amico. Il sintomo della forclusione si manifesta nella sua estrema brutalità quando la ‘cosa’ rigettata, ossia la morte, riappare nel reale senza difese, nella cruda verità della bara e del cimitero. È solo retrospettivamente, pertanto, che possiamo accertare l’evento della forclusione; è solo quando la morte di Ben si presenta in modo conclamato che la sua presenza nell’episodio viene risignificata come un’allucinazione e la sua morte si conferma agli occhi di Cox come una x senza diritto d’inscrizione, privata di una qualsiasi attribuzione simbolica. La ‘cosa’ di cui egli non voleva saperne nulla, in un senso ben più drastico di quello della rimozione.
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1) “Bisogna concentrarsi su quale possa essere il meccanismo, analogo alla rimozione, in virtù del quale l’Io si distacca dal mondo esterno” (S. Freud, Nevrosi e psicosi, in OSFIX, Boringhieri, Torino 1977, p. 615).
2) S. Freud, Le neuropsicosi da difesa, in OSFII, Boringhieri, Torino 1968, p. 132.
3) Cfr. S. Freud, La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi, in OSFX, Boringhieri, Torino, 1978, p. 40.
4) Ivi, p. 43.
5) S. Freud, La scissione dell’Io nel processo di difesa, in OSFXI, Boringhieri, Torino 1979, p. 559.
6) J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi 1955-1956, Einaudi, Torino 2010.
7) Cfr. J. Lacan, Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la personalità, Einaudi, Torino 1980.
8) Cfr. S. Freud, Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi), in OSFVII, Boringhieri, Torino 1975, pp. 558-559.
9) J. Lacan, Le psicosi, cit., p. 16.
10) S. Freud, Il disagio della civiltà, in OSFX, cit., p. 562.
11) J. Lacan, Le psicosi, cit., p. 151.
12) Cfr. S. Freud, La negazione, in OSFX, cit., p. 198.
13) “Lei domanda chi possa essere questa persona del sogno. Non è mia madre” (ivi, p. 197).
14) S. Freud, Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa, in OSFII, cit., p. 327.
15) J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, in Scritti, Einaudi, Torino 1974, p. 568.
16) S. Freud, Nevrosi e psicosi, cit., p. 613.
17) Cfr. S. Freud, Le neuropsicosi da difesa, cit., p. 132.
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Immagine di copertina:
due opere di Anish Kapoor, a sinistra Senza titolo, 1992 e a destra Il vuoto, 1989, fotografate da Michel Zabe in occasione della retrospettiva dedicata all’artista dalle Gallerie dell’Accademia, Venezia, 2022.



