«O che un animale, muto,
alza lo sguardo, che quieto ci traversa.
Questo è destino: esser di fronte
E poi null’altro e di fronte sempre»
(R.M. Rilke, L’ottava elegia, in Poesie 1907-1926, Einaudi, p. 317)
La relazione tra l’essere umano e gli altri animali è, ormai da qualche decennio, un ambito di studio e di ricerca particolarmente fertile. A partire dai primi anni Duemila, si è assistito a un cambiamento che ha portato all’integrazione delle discipline ecologiche, precedentemente legate alle scienze biologiche, con gli studi di carattere filosofico, antropologico e letterario. Nel mondo anglosassone, questo cambiamento di prospettiva è noto come Animal turn, definizione che ne sottolinea la natura sistemica e collettiva.
Su un sentiero analogo a quello percorso nel 1967 da La Scimmia Nuda di Desmond Morris, sempre più studiosi del settore etologico stanno estendendo il proprio sguardo anche all’animale umano. Segue questa direzione, per esempio, il lavoro di Peter Godfrey-Smith, la cui formazione accademica, non a caso, è di stampo sia scientifico che filosofico. In saggi come Altre menti (2016) e Metazoa (2020), Godfrey-Smith si interroga sui concetti di coscienza e intelligenza da una prospettiva ibrida e trasversale. Elementi simili, anche se su un piano più divulgativo, si riscontrano nell’opera del biologo Carl Safina, che a partire dalle sue ricerche sul campo, rimette in discussione la nozione tradizionale di intelligenza. Seppur molto recenti, testi come Al di là delle parole (2015) e Animali non umani (2020) sono già considerati dei veri e propri classici.
Altrettanto recente e incisivo è Sulla pista animale (2017) del filosofo francese Baptiste Morizot, che ha compiuto invece il percorso inverso. Integrando il linguaggio filosofico con l’esperienza diretta nel pistage (monitoraggio) degli animali selvatici, Morizot osserva animali umani e non-umani da un’ottica orizzontale, descrivendo l’incontro tra le nostre caratteristiche più strutturali e l’ambiente e ipotizzando i processi che hanno determinato le peculiarità di Homo sapiens.
Sulla pista animale ha avuto, e continua ad avere, un forte impatto nel panorama culturale contemporaneo, anche italiano. A questo volume sono ispirati podcast, come la serie di audio-documentari di Radio Safari, progetti artistici di vario genere e pubblicazioni, come I diari del lupo di Andrea Cassini, ispirato proprio al saggio di Morizot (di cui Ibridamenti ha pubblicato un estratto).
La nostra visione degli animali non si limita a esprimere ciò che pensiamo di loro.1 Implicitamente, essa riguarda anche quello che pensiamo di noi stessi, con conseguenze che trascendono la biologia, determinando diversi aspetti del nostro metabolismo interiore. Come mostrano diverse ricerche, nel corso della storia gli animali simboleggiano, per l’umano, l’ambiente che ci circonda, e il modo in cui ci poniamo nei loro confronti, sia a livello concreto che ideologico, manifesta anche come ci collochiamo rispetto al nostro contesto ecologico. Tra le più antiche rappresentazioni pittoriche realizzate dall’essere umano (anche in luoghi molto distanti tra loro), spiccano quelle che ritraggono insieme uomini e animali. Le scene riportate sulle pareti delle grotte di Altamira e di Lascaux sono solo le prime tracce di un incontro che conserva ancora oggi la stessa intensità enigmatica.
Tale fenomeno, a partire dalla sensibilità personale di ciascun individuo, possiede una notevole variabilità, sia a livello diacronico, che trans-culturale. Esso ricalca questioni eterogenee e tutt’altro che risolte, riguardanti il rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui vive.
La scia di interrogativi derivante da tale incontro non ha ricevuto risposte univoche. Al contrario, nel corso del tempo essa ha determinato una moltitudine di approcci eterogenei alla questione, e tra una completa identificazione e un distanziamento totale, la nostra specie non ha mai stabilito una volta per tutte come collocarsi rispetto agli esseri con cui condivide i propri habitat.
Nelle opere letterarie, gli animali compaiono a volte nel ruolo di protagonisti, come ne Il richiamo della foresta, a volte in quello di co-protagonisti, come ne Il piccolo principe o in Platero e io, e a volte in quello di semplici comparse, come il cane Argo dell’Odissea. Come nel caso di Argo, gli animali a volte mostrano facoltà misteriosamente sovrumane, o al contrario vengono rappresentati come la personificazione di caratteristiche tipicamente umane (come nelle favole di Esopo). Nel contesto di crisi ecologica attuale e di ridefinizione del posto dell’umano nel mondo, la letteratura continua a nutrire il proprio immaginario animale attraverso nuovi incontri e suggestioni, spesso utilizzando un approccio informato della più recente ricerca scientifica e approfondendo tematiche che integrano diverse discipline, in particolare gli studi che riguardano il rapporto tra umani, non-umani, animali e vegetali.
Anche nella poesia italiana contemporanea è possibile ritrovare alcuni esempi di immaginari animali. In questo articolo, a titolo di esempio, metteremo a confronto tre testi che presentano diversi elementi in comune, sia nella forma che nei contenuti, ma anche delle differenze che mostrano i diversi orizzonti ideologici, esistenziali ed emotivi dei rispettivi autori: Nell’afa, da Tremalume di Fabio Pusterla (Milano, Marcos y Marcos, 2022); Lo scarto, da Fuochi Alleati di Roberta Ioli (Ancona, peQuod, 2024); Voltare le spalle, da Cosmic Latte di Azzurra D’Agostino (Milano, Marcos y Marcos, 2025). In ciascuna di queste poesie si descrive un incontro, anche indiretto, tra un animale e l’essere umano. L’esperienza di trovarsi in prossimità di un animale, soprattutto se selvatico, ha un certo grado di eccezionalità, sia concretamente, data la relativa rarità di questi incontri, che per ciò che suscita nell’autore. Si tratta di avvenimenti che divengono qui un ricordo nitido e sono alimentati da una volontà di condivisione. In queste tre liriche tali circostanze assumono, rispetto al tema che stiamo trattando, un valore particolarmente emblematico, rivelandosi molto fertili e ricche di significati impliciti. Inoltre, vi si evidenzia una struttura di tipo narrativo, in quanto ciascuna poesia racconta una storia: nel primo caso il protagonista è un cervo, nel secondo e nell’ultimo le voci narranti di una lepre e di un coniglio sono protagoniste.
Uno degli elementi che caratterizzano questi componimenti è proprio il grado di presenza di chi riferisce l’episodio. È possibile collocare i testi in una scala: se a Pusterla non sfuggono che poche, ben celate riflessioni – conferendo all’immagine descritta un aspetto pressoché allegorico –, Ioli e D’Agostino collegano esplicitamente i fatti a ciò che essi suggeriscono.
In Nell’afa, infatti, l’unica traccia di un “io” che interagisce poeticamente con gli eventi si riconosce nella forma ipotetica che assume il discorso: «Lì i cervi bevono a lungo e forse guardano | lungamente quell’acqua che appena sciaborda»; e subito sotto: «Ma uno, maestoso, | deve una notte aver sbagliato | senza colpa percorso». La prima persona si manifesta anche dopo, al plurale, ma solo in funzione descrittiva: «l’hanno visto i vicini che entrava | nel nostro giardino deserto». Al netto di queste brevi incursioni, il testo si limita a esporre una serie di fatti, dove tuttavia la presenza umana risulta pervasiva.
Quella che viene descritta in Nell’afa è una vera e propria apparizione, in cui il cervo scavalca involontariamente i confini che dividono il suo regno da quello degli umani, all’interno del quale rimane intrappolato. La fierezza quasi divina dell’animale si scontra con la mondanità di un’anonima infrastruttura umana: «Poi, tentando | di risalire alla strada si è incagliato | con le corna nelle sbarre del guardrail». Questa immagine, pur nella sua semplicità, rimanda a un conflitto dal carattere mitologico: quello tra la categoria del naturale (qui rappresentato dalle corna del cervo, la cui forma ricorda non a caso il profilo di un albero) e quella dell’artificiale, simbolicamente espressa attraverso il valore archetipico del metallo.
Il conflitto si risolve senza vincitori. Tra le due parti non vi è possibilità di sintesi e ciascuna di esse mantiene la propria posizione: «infine il cervo | con un ultimo scossone si è strappato | da quella trappola oscena, è corso via | in lieta ritrovata nobiltà, | salendo al folto».
In Lo scarto, la voce poetica si palesa già a partire dal quinto verso, quando la scena descritta – una lepre sorpresa dai fari dell’auto – assume una dimensione metaforica: «Anch’io sono inseguita da un nemico che non vedo». Questo verso introduce un pensiero da cui emerge uno dei temi centrali nel nostro rapporto con gli animali: il confronto. Se inizialmente nel testo di Ioli la voce poetica individua un elemento di contatto tra sé e la creatura che le si trova davanti, subito dopo la voce narrante confessa di non comprenderne il comportamento: «e se c’è forse una ragione per la mia | ostinazione nella fuga | sfugge però il senso | di quell’andare ottuso in linea retta».
A questo proposito, vengono alla mente le parole di Claude Lévi-Strauss, che afferma: «nessuna situazione mi pare più tragica, più offensiva per il cuore e per l’intelligenza, di quella dell’umanità che coesiste con altre specie viventi su una Terra di cui queste ultime condividono l’usufrutto e con le quali non può comunicare».2
L’animale, nel mostrarsi, ci rivela qualcosa che riconosciamo come nostro e al tempo stesso qualcos’altro ci risulta oscuro, schermato da una membrana di incomunicabilità oltre cui è impossibile andare. Qui, però, oltre al comportamento della lepre, anche il testo stesso sembra possedere un lato in ombra. I versi finali della poesia, dove il ritmo subisce una graduale decelerazione, nascondono un valore antifrastico: «come una preda che corre finché ha fiato | quando basterebbe un guizzo | uno scambio di binari | e poi le stelle».
La negazione che compare all’inizio del testo non costituisce un ancoraggio abbastanza solido: nonostante ciò che viene dichiarato esplicitamente, l’ambivalenza descritta da Lévi-Strauss sembra riguardare anche il soggetto, oltre che l’oggetto del suo sguardo. Pur affermando di non capirne il senso, l’umano si riconosce intimamente nel comportamento dell’animale. L’evento riportato diventa spunto per una riflessione dal carattere spiccatamente esistenziale. Attraverso l’incontro, il dramma dell’incomunicabilità si rivela una condizione tutta umana, che colpisce anche l’individuo stesso, in parte riconducibile alla celebre affermazione di Rimbaud: «Je est un autre».3
Nel testo di D’Agostino lo spazio narrativo risulta ancora più ridotto: «Libero il coniglio», si limita ad annunciare la voce poetica nel primo verso, ponendoci così fin da subito al suo fianco.
Lo sguardo si apre poi sull’ambiente circostante e sulle sensazioni generate da esso: «C’è odore di terra | smossa e si respira nebbia insieme all’aria nuova». Qui l’attenzione viene portata sulla presenza fisica, da cui la protagonista umana della poesia ricava riflessioni di carattere filosofico: «La sensazione di essere vivi è animale | mescola paura, meraviglia, potenza». L’origine sensoriale di tali riflessioni ci viene confermata esplicitamente, in un passaggio che è anche una dichiarazione di poetica esplicita: «Tutto questo non è un ragionamento | e cercare le parole per dirlo è questo modo | che abbiamo di lasciar entrare il bosco».
L’evento descritto non è altro che una parentesi intorno alla quale la voce poetica allestisce un ambiente speculativo. Infatti, a differenza di ciò che accade nel testo di Ioli, in Voltare le spalle la riflessione assume un carattere dialettico. Il coniglio, «che non sa dove andare, non ha | progetti | sensi di colpa, pensieri», diventa l’amuleto vivente di una visione della realtà che la voce poetica sembra voler ribadire a sé stessa. Una visione in cui risuonano l’animale del Canto notturno di Leopardi, che «giacendo | a bell’agio, ozioso | s’appaga»4 e l’Ottava elegia di Rilke: «Con tutti gli occhi vede la creatura | l’aperto».5 Una visione in cui la corporeità viene portata al centro della scena. La scrittura, in questo senso, come dichiara la voce poetica, è «Un modo come un altro per ammansire | la tigre che abbiamo in petto, o così ci piace | credere». Qui l’incontro con l’animale diventa un’esperienza di comprensione della realtà. Con il suo comportamento che, al contrario di quanto emerge dal testo di Ioli, sembra più discernibile, impartisce una lezione universale, che si sottrae, però, dal diventare univoca. La scena finale del racconto conferisce infatti alla riflessione un contrappeso lancinante e definitivo. Il coniglio, finalmente libero, «non si gira indietro se non un’ultima volta | gli occhi rossi sbarrati su di me pieni di sospetto».
In ciascuna delle tre poesie l’incontro tra essere umano e animali viene dunque affrontato sotto prospettive diverse. In Nell’afa Fabio Pusterla descrive una scena dal carattere fortemente allegorico, che rappresenta lo scontro strutturale tra natura e civiltà, tra selvatico e domestico. Il suo valore si colloca nel piano dell’ontologia, e da essa non viene tratta esplicitamente alcuna conclusione soggettiva. Al contrario, la voce che compare nel testo di Ioli trova nel comportamento della lepre in cui si imbatte una metafora della propria condizione individuale: la fuga scomposta dell’animale le sembra incomprensibile, ma allo stesso tempo vi si rispecchia. D’Agostino utilizza invece l’incontro con un coniglio per affrontare temi di natura filosofica: cosa c’è di animale nell’umano, e viceversa? Qui l’esperienza individuale passa in secondo piano, e la voce poetica diventa personificazione di una specie intera.
Ogni incontro viene descritto in forma diversa, e da ciascuno di essi emergono questioni cruciali che coinvolgono lo sguardo dell’uomo verso gli altri animali. Un orizzonte di possibilità complesso e problematico, segnato da frequenti proiezioni e da gravi fraintendimenti, ma anche da una profonda e autentica fascinazione.
Nell’afa, di Fabio Pusterla (da Tremalume, Marcos y Marcos, 2022, pp. 136-137 )
I cervi, nell’arsura
di questo luglio d’afa,
scendono nottetempo al lago a bere.
Escono dai boschi verticali
prendono una valletta dirupata
e arrivano al Profondo,
dove un po’ d’anni fa
una donna aveva scelto di sparire per sempre,
certo non senza segrete ragioni e dolori,
riemergendo un mattino bianchissima
gonfia accanto a una barca ormeggiata
fra le alghe.
Lì i cervi bevono a lungo e forse guardano
lungamente quell’acqua che appena sciaborda
sotto di loro, muta. Ma uno, maestoso,
deve una notte aver sbagliato
senza colpa percorso:
l’hanno visto i vicini che entrava
nel nostro giardino deserto. Poi, tentando
di risalire alla strada si è incagliato
con le corna nelle sbarre del guardrail
ed è rimasto a scuotere frenetico la testa
per lenti interminabili minuti. Un passante
non ha osato intervenire, impaurito, e infine il cervo
con un ultimo scossone si è strappato
da quella trappola oscena, è corso via
in lieta ritrovata nobiltà,
salendo al folto.
Sui tetti corrono le faine ebbre di luna
con strida di gioia o d’inquietudine.
Lo scarto, di Roberta Ioli (da Fuochi Alleati, peQuod, 2024, p. 16)
Pochi metri, un morso di strada
ed è così vicina che mi pare di toccarla,
la piccola lepre tesa nell’arco del presente
nel cono rigido dei fari.
Anch’io sono inseguita da un nemico che non vedo
e se c’è forse una ragione per la mia
ostinazione nella fuga
sfugge però il senso
di quell’andare ottuso in linea retta
come una preda che corre finché ha fiato
quando basterebbe un guizzo
uno scambio di binari
e poi le stelle.
Voltare le spalle, di Azzurra D’Agostino (da Cosmic Latte, Marcos y Marcos, 2025, p. 43)
Libero il coniglio. C’è odore di terra
smossa e si respira nebbia insieme all’aria nuova.
L’alba è l’ora degli addii, dei sentieri di sassi
che rasentano i burroni. I rumori sono pochi
stavo per dire nessuno è umano ma sospetto
che il battere dentro sia lo stesso. Ecco i campi
di ragnatele, ecco il cielo viola, il cervo che passa
e un freddo che rende felici sotto la pelliccia.
La sensazione di essere vivi è animale
mescola paura, meraviglia, potenza
e questo spazio immenso accade dentro
il coniglio, che non sa dove andare, non ha
progetti, sensi di colpa, pensieri
ma sangue, zampe sulla zolla, fili d’erba
remoti mugolii, una sorgente sotterranea
e filoni, strati pieni di ossa macerate e radici.
Tutto questo non è un ragionamento
e cercare le parole per dirlo è questo modo
che abbiamo di lasciar entrare il bosco
con tutta la sua ostilità, e poi città, mare,
quello che ci ha fatto male, ogni miseria, i morti
che non abbiamo seppellito, o pianto.
Un modo come un altro per ammansire
la tigre che abbiamo in petto, o così ci piace
credere. Per un secondo il coniglio mi ha liberata
non si gira indietro se non un’ultima volta
gli occhi rossi sbarrati su di me pieni di sospetto.
—
1) Secondo un principio di ecologia del linguaggio, trovo più opportuno utilizzare la formula “altri animali”, affinché resti a galla la consapevolezza di appartenere, anche noi, a tale categoria tassonomica. Nonostante ciò, per non sovraccaricare il testo con un’eccessiva verbosità, da qui in avanti ricorrerò al solo termine “animali”, come da uso comune. Ne ribadisco però la natura forzatamente incompleta, alla quale andrebbe riconosciuto il valore di mera convenzione.
2) C. Lévi-Strauss, D. Eribon, Da vicino e da lontano, Rizzoli, p. 193.
3) A. Rimbaud, Opere in versi e in prosa, Garzanti, p. 533.
4) G. Leopardi, Canti, Einaudi, p. 194.
5) R. M. Rilke, L’ottava elegia, Mucchi, 2023, p. 317.
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Immagine di copertina:
Marcus Coates, Duvet Den (Self-portrait), 2000. Grizedale Forest, Cumbria, UK.



