«Ci illuminano, codesti Epistolari impuri, il versante separato dall’emigrazione, nascosto; ribattuto a ritroso attraverso i paesaggi, le corrispondenze interne.»
(Antonio Castelli, da Entromondo, 1967, p. 54)
 

Nel primo episodio di Paisà del regista Roberto Rossellini, ambientato durante lo sbarco degli Alleati in Sicilia, una fanciulla siciliana si offre di accompagnare dei soldati americani verso un’antica e strategica fortezza sul mare. Rimasta da sola con uno dei soldati, che tenta inutilmente di comunicare con lei e instaurare un rapporto d’amicizia, la ragazza gli urla nel suo tipico dialetto, con esasperato sarcasmo: «siete tutti gli stessi, voi, i tedeschi, i fascisti, tutti voi che avete un fucile in mano, tutti gli stessi siete». Attraverso la sua voce parla la coscienza di un intero popolo, vissuto in una terra dominata e saccheggiata per millenni e che dunque guarda alla Storia, al Progresso, con sospetto e con crudele ironia. La stessa crudele ironia che naviga le pagine salmastre di Horcynus Orca, il misterico e oceanico capolavoro letterario dello scrittore siciliano Stefano D’Arrigo, che molti conoscono ma che pochi ancora hanno letto. Ambientato anch’esso durante i terribili mesi dello sbarco degli Alleati, narra dell’omerico ritorno in Sicilia del giovane soldato ‘Ndrja Cambrìa, nei giorni precedenti l’armistizio dell’8 settembre 1943. L’Italia è una terra di nessuno, sprofondata nel caos dell’occupazione nazista, del crollo del regime fascista, dei bombardamenti anglo-americani e dei combattimenti partigiani. La guerra ha sconvolto paesaggi, tradizioni, costumi, ha distrutto amori, amicizie e famiglie. ‘Ndrja torna nella sua patria e non la ritrova più. È irriconoscibile. Ritorna dunque non da vincitore e re, come Ulisse, ma da straniero, ai suoi occhi e a quelli degli altri. Se da un lato però, il conflitto ha reso gli uomini più folli, brutali, avidi, disumani, d’altro canto ha anche permesso ad alcuni individui o intere comunità di riscoprire nuove forme di organizzazione della propria vita quotidiana. È il caso delle femminote, moderne rappresentazioni popolari delle mitologiche Sirene. Sicuramente le figure più importanti del romanzo, abitanti del paese delle Femmine (probabilmente ispirato a Bagnara Calabra). Lasciate al loro destino da amanti e mariti che sono stati costretti ad andare in guerra, per tirare a campare si danno al contrabbando di sale, attività con la quale possono anche aiutare tutti i reduci e i disertori che, come Cambrìa, devono attraversare clandestinamente lo Stretto di Messina. Creature zingaresche, notturne, senza leggi, ambigue, tentatrici, fisicamente robuste, abitanti di una comunità semi-matriarcale e autogestita che può fare a meno degli uomini, dello Stato e della guerra, in esse si risveglia, grazie alla lontananza dei loro amanti, la voracità sessuale, e con questa si guadagnano il timore e il rispetto degli individui di sesso maschile. In una delle scene più simboliche del racconto, vediamo una delle femminote utilizzare la Grantesta, ovvero un busto distrutto che ritrae Mussolini, come cesso. È l’anarchica rivincita di queste donne, alle quali la guerra ha portato via figli e amanti, è l’anarchica rivincita degli oppressi: se la Storia piscia su di noi, allora noi ci pisciamo sopra.

Horcynus Orca, forse l’ultimo, vero capolavoro letterario mediterraneo, è in fin dei conti il resoconto tragico della fine di un mondo, la realtà millenaria, immutabile e autosufficiente, pur nella sua precarietà, dei pescatori siciliani dello Stretto, il quale viene a contatto con la devastante modernità di un altro mondo, quello che ha conosciuto la Rivoluzione Industriale secoli prima e che, assieme a importanti innovazioni tecnologiche, di cui tuttora godiamo, ha covato anche il seme della catastrofe, nonché della propria (probabile e non molto lontana) autodistruzione. Autodistruzione che, tuttavia, non sarà senza conseguenze sanguinosissime: porterà con sé tutti noi. E cosa può fare, ognuno di noi, nel frattempo? Quali sono le reali strategie? È un altro siciliano, Federico Campagna, che cerca di rispondere a queste domande; e lo fa, come D’Arrigo, partendo proprio dalla sua Sicilia, dunque dall’esperienza diretta dell’esilio geografico e dell’emigrazione forzata:

«[…] il tempo dei migranti non coincide con quello segnato sui calendari. Per un migrante, il tempo si snoda lungo due linee parallele: l’istante sospeso di un luogo perduto e il ritmo del lavoro in una terra lontana. In nessuna delle due è completamente presente, in nessuna è veramente a casa» (pp. 5-6).

Federico Campagna, Altrimondi

Altrimondi, pubblicato inizialmente in lingua inglese e proposto in Italia da Einaudi, nasce da «un senso personale di nostalgia per un Mediterraneo perduto» (p. 8). Queste “lezioni dal passato per sopravvivere alla Storia” tentano in verità di dare un senso alle vicissitudini del nostro presente e alla sensazione di dislocamento che molti di noi, soprattutto i meno privilegiati, subiscono ogni giorno. Quante volte ci siamo ritrovati a chiederci, come gli inquieti protagonisti dei romanzi gnostici di Philip Dick, se questo che abitiamo sia davvero l’unico mondo possibile? Se non ci siano altri mondi? Se tutto ciò che viene umanamente accettato adesso, compresi i massacri e le ingiustizie, sia soltanto transitorio, come le nostre vite? Se ha ancora senso difendere e alimentare, a spese della propria vita e di quella altrui, governi, istituzioni, ideologie e credenze scientifiche che faremmo meglio ad abbandonare presto e che, in un possibile futuro, non saranno altro che oggetto di studio (o di derisione) da parte dei nostri discendenti? Ma la tragica consapevolezza della transitorietà di ogni cosa e dell’inconsistenza del nostro stesso essere è intrinseca all’esperienza della realtà fin dall’alba della nostra specie. È quello che Ernesto De Martino, autore de La fine del mondo, chiamava “crisi della presenza”. In un certo senso, possiamo dire che la civiltà stessa, qualsiasi civiltà, essendo nient’altro che una struttura immaginaria, è un esperimento perennemente in corso. L’incomprensibilità dei fenomeni naturali e la scoperta della propria mortalità, in particolare, sono stati i due elementi che hanno scatenato nell’animale umano la tensione metafisica che lo ha portato a creare sistemi linguistici che permettessero il controllo, almeno temporaneo, del caos:

«Con il passare del tempo, spinti dalla forza dell’abitudine e dal desiderio di sicurezza, ci convinciamo progressivamente che il mondo che abbiamo costruito con l’immaginazione sia un ritratto accurato della “natura” e che la realtà coincida con il consenso metafisico della società umana di cui condividiamo i valori. Ci dimentichiamo così dell’essenza immaginaria del “mondo” che ci circonda e iniziamo a tracciare confini netti tra ciò che consideriamo “realmente esistente” e ciò che releghiamo nella sfera della pura fantasia» (p. 8).

È per questo che Campagna, nonostante la provenienza accademica e l’impostazione didattica di queste lezioni, sceglie la via del racconto per esporre le sue teorie, nella consapevolezza che «i miti non dovrebbero essere letti, ma ascoltati» (p. 20), come sappiamo fin da bambini, dopotutto: ci si appassiona molto di più alle storie che alle teorie; e si comprendono meglio le cose quando queste ci vengono raccontate:

«[è] una lezione quanto mai attuale: i linguaggi razionali, come la filosofia e la scienza, che aspirano a offrire una struttura di senso per la vita umana, devono riconoscersi, almeno in parte, come forme di letteratura. Se vogliono rendere il loro nucleo logico abitabile per le creature viventi, non possono trascurare la necessità di tradurlo nella sostanza morbida della narrazione. Tutti i nostri tentativi di ridurre il caos infinito della realtà a un cosmo dotato di senso non sono altro che “storie probabili” […]» (p. 13).

Campagna fa sposare dunque la speculazione filosofica con i linguaggi evocativi della poesia e delle cosmogonie antiche, come nei migliori libri di Roberto Calasso (il cui fantasma appare, non a caso, negli ultimi capitoli, dialogando persino con l’autore). Campagna vuole dirci che la precarietà esistenziale che opprime le nostre esistenze non è qualcosa che appartiene solo al nostro presente, ma è intimamente connessa con l’esperienza umana dell’universo e con le stesse funzioni di sopravvivenza quotidiana. Ritornando, per un attimo, alla Sicilia, chi vive in quest’isola antica e selvaggia è ben cosciente di essere circondato da rovine: necropoli, templi, fortezze e abitazioni appartenenti alle più disparate civiltà, che riaffiorano regolarmente dagli strati cittadini dove e quando meno uno se l’aspetti. Chi visita parchi archeologici e musei non può che meditare su questa domanda: come percepivano la realtà coloro che vivevano nelle strutture metafisiche di questa o quella determinata civiltà? Credevano, anche loro, che i loro imperi sarebbero durati in eterno, forse spinti dalla paura e dalla propaganda diffusa dalle classi dominanti? Però nel corso dei millenni alcuni individui, o gruppi di individui, si sono ritrovati, per necessità o per scelta, in aperta opposizione alla narrazione dominante. Ciò è particolarmente fondamentale nei momenti in cui ogni civiltà si avvicina al suo tramonto. Ma la distruzione di un mondo vuol dire necessariamente la possibilità di un altro:

«Se la politica contemporanea insiste nel rispondere alle sfide di un mondo multipolare in termini di distinzioni nette – la retorica bellica dello scontro di civiltà, il gioco a somma zero dell’integrazione culturale, il mosaico di identità rigidamente separate del multiculturalismo –, il Mediterraneo suggerisce invece il sincretismo come un metodo in grado di trasformare l’incontro tra immaginazioni differenti in un momento di creazione» (p. 12).

Chi non vuol subire la Storia, la rifà. Per secoli le genti del Mediterraneo, nonostante l’oppressione politica, i conflitti e le catastrofi, spinti da necessità umane o materiali, hanno reinventato le loro esistenze, dimostrando che la tolleranza religiosa e la convivenza di più culture sono possibili. Nel Museo della Nave Punica nella città in cui vivo, Marsala, tra i numerosi ritrovamenti mi ha sempre colpito la cosiddetta tessera hospitalis, nella quale sono rappresentate due mani congiunte: sono quelle di un greco e di un punico, che attraverso questo oggetto sancivano il loro patto di riconoscimento reciproco. Che si tratti della Sicilia di Federico II o dell’antica Alessandria D’Egitto, la Storia ha dimostrato che diverse visioni dell’universo possono incontrarsi e influenzarsi a vicenda, in alcuni casi con risultati artistici e filosofici eccellenti, che ereditiamo tuttora. L’ambiziosissima opera di Campagna ci fa esplorare questi mondi e ce li fa persino abitare, grazie alle sue abilità narrative. Altrimondi è insieme poema della metamorfosi e mitologia della perdita, ma contiene anche “istruzioni” per potenziali futuri ancora a venire. Queste coordinate, secondo Campagna, si trovano in quel suo “Mediterraneo perduto” e da lì potrebbero fare rinascere nuovi mondi, nuove storie. Non è un’operazione nostalgica fine a sé stessa, la sua; riconosce, anzi, l’enorme potere nascosto nella nostalgia quando racconta la vita dello scrittore Joseph Roth, spiegando la differenza tra quella dei reazionari e dei conservatori politici, che prende la forma di progetto, e quella che invece prende la forma di proiezione:

«Quando la nostalgia assume invece i tratti di una proiezione, la scomparsa del passato non è vissuta come un momento di annientamento ontologico: sebbene il vecchio mondo sia uscito dalla sfera del visibile, non per questo è da considerarsi caduto nell’inesistenza. Il dolore che si prova nel non poter più toccare con mano qualcosa di perduto è senz’altro autentico, ma non è ragione sufficiente per dedurne che ciò che un tempo esisteva sia andato irrimediabilmente perduto. Ciò che chiamiamo “morte” è solo una questione di prospettiva. L’immaginazione è veramente capace di concedere al passato una nuova vita. sebbene immateriale – e l’arte e la letteratura possono bastare come sue manifestazioni materiali nel presente» (p. 283).

Dai miti della creazione egizi e mesopotamici fino alle imprese di Alessandro Magno, proseguendo poi oltre con le parole e le opere di filosofi neoplatonici, gnostici, manichei, maghi, traduttori, traditori, rinnegati, pirati, santi, eremiti, anarchici, poeti, ribelli, migranti, Campagna ci mostra come molti individui abbiano costruito le loro personali strutture immaginarie, tentando di sabotare la Storia. E, pur nel disastroso fallimento delle loro Utopie, qualcosa di questi mondi è rimasto ancora applicabile nel nostro altrettanto disastroso tempo; consapevoli, in fondo, come Dick, che “l’Impero non è mai finito” e dunque neanche la lotta. È questa forte consapevolezza gnostica che attraversa Altrimondi, ovvero la consapevolezza che, al di là delle narrazioni che ci vengono imposte, spesso con la forza, c’è una scintilla divina in ognuno di noi – un’antinarrazione, se vogliamo – che ci permette di poter essere i protagonisti della nostra Storia e non di quella che ci è stata data, e che questo racconto lo possiamo vivere anche nei nostri corpi, attraverso l’arte, attraverso fughe, travestimenti e azioni audaci. Commovente, ad esempio, la storia di Isabelle Eberhardt, che nel libro meriterebbe molto più spazio:

«Durante la sua breve vita, trascorsa tra i moli di Marsiglia e l’ipnotica desolazione dell’Algeria meridionale, anche Isabelle seguì questa via di fuga. Sebbene nata in Europa, fu perseguitata dalle autorità coloniali; benché educata ai valori laici, divenne musulmana e iniziata al sufismo; nata donna, visse la maggior parte della sua vita vestita da uomo. Quando morì nel 1904, a soli ventisette anni, annegata durante un’alluvione lampo nel deserto, i suoi scritti rimasero a testimonianza di una pratica di ritiro radicale in cui lo spirito dell’immaginazione mediterranea sopravviveva ancora quasi intatto» (p. 255).

In questi giorni, impegnato nella scrittura di questa recensione, nelle spiagge della città in cui vivo sono stati rinvenuti almeno tre cadaveri. La parola “cadavere”, ormai d’uso comune, soprattutto in ambito giornalistico, mi costringe a fare i conti non solo coi limiti del nostro linguaggio, ma anche con quelli della realtà. Non posso che ammettere la mia impotenza. Non posso che esprimere il mio disgusto. Queste tre persone un tempo vivevano. Sognavano. Avevano delle narrazioni. Se sono morti, se continuano a morire, ciò è dovuto anche al fatto che qualcuno lo permette. La narrazione dominante li vuole cadaveri. In queste acque, che tra pochi mesi saranno invase da masse di turisti resi folli e stupidi da decenni di consumo sfrenato e inutile, lavori ancora più inutili e mortificanti, viziati da voli low-cost e da ristoranti inaccessibili a gran parte delle popolazioni locali, che devono fare i conti con l’aumento annuo dei prezzi, gratificati da una apparente, falsa concezione di multiculturalismo, della quale tuttavia si fanno arrogantemente sfoggio. Nelle stesse acque dove galleggiano i cadaveri, che un tempo vivevano, come tutti noi, che un tempo sognavano, come tutti noi. È significativo che l’ultimo capitolo di questo libro, chiamato “Migranti”, sia anche il più breve. E che a questi cadaveri vengano dedicate poche pagine. Ci vorrebbe un altro, lungo libro da cominciare, un’altra cosmologia. Oppure non basterebbero milioni di libri. Perché, forse, la realtà ci è molto più accettabile e comprensibile se vista da lontano, se è già passato e possiamo vederne più chiaramente i meccanismi e le opere. Non c’è niente di più spaventoso che essere nella Storia, in questa storia, e non sapere come uscirne, non sapere come andrà a finire. O forse, è proprio questo ciò che rende la vita degna di essere vissuta. In ogni caso, sta a tutti noi scrivere questo nuovo capitolo. Sta a tutti noi ribaltare la narrazione. Sta a tutti noi ricreare il Mediterraneo che vogliamo.


Immagine di copertina:
tessera hospitalis in avorio, I sec. a.C., Museo archeologico regionale Lilibeo, Marsala

Crowdfunding Associazione Ibridamenti APS