Nel 1984 lo scrittore Anthony Burgess pubblica sul Sunday Observer una recensione di due opere di Alasdair Gray. La prima di queste si intitolava Unlikely Stories, Mostly, recentemente tradotto in italiano da Enrico Terrinoni e pubblicato da Safarà con il titolo Storie Perlopiù improbabili, mentre la seconda è 1982 Janine, tradotta sempre da Terrinoni e uscita per la stessa casa editrice con il medesimo titolo. La recensione di Burgess fu inclusa più tardi in un volume che contiene una raccolta di saggi e articoli dell’autore dal titolo Homage to Qwert Yuiop, oggi fuori catalogo e mai tradotto in italiano. La recensione di Burgess, intitolata New from Scotland, prende spunto da una polemica con Graham Greene. Burgess aveva pubblicato un volume intitolato 99 Novels: The Best in English Since 1939, in cui indicava i cento migliori romanzi inglesi del secolo, tra i quali inseriva Lanark di Alasdair Gray. Greene commentò il libro di Burgess trovandolo «poco selettivo» nelle scelte. Burgess rispose con ironia che tutte le sue scelte sono state criticate, tranne Lanark: «but one remains unmolested, perhaps because my fellow-critics have not read it». Non sono riuscito a rintracciare il testo di Graham Greene, ma ho tradotto la recensione di Burgess, che credo sia molto interessante per gli amanti di Gray.
(Luca Giudici)

Alasdair Gray

Novità dalla Scozia
1982 Janine e Unlikely Stories, Mostly di Alasdair Gray

Graham Greene ha recentemente avuto la gentilezza di descrivermi come un lettore avido ma poco selettivo. Si riferiva a una mia pubblicazione poco impegnata, in cui raccomando alla posterità quasi un secolo di romanzi moderni. Sembra che io abbia scelto quelli sbagliati, tranne forse per i due del signor Greene. Praticamente tutte le mie scelte sono state condannate da vari miei colleghi critici, ma una rimane immune da critiche, forse perché i miei colleghi critici non l’hanno letto. Si tratta di Lanark, di Alasdair Gray, uno scrittore di Glasgow che ha portato alla letteratura scozzese posteriore a MacDiarmid, Linklater, Bridie 1 una verve sperimentale, dove la fantasia surrealista convive con un cupo naturalismo. Gray non è solo uno scrittore, ma anche un artista molto interessato a far sì che i suoi libri siano oggetto di interesse visivo oltre che, come sono principalmente, sinfonie spumeggianti e turgide o forse, dato che disdegna le forme armoniose tranne che nei suoi disegni, rapsodie. Non solo illustra, ma discute e probabilmente tormenta i tipografi perché trasformino il mestiere della stampa in un’arte espressiva ancillare.
Guardate la sua raccolta di racconti (che sono tutti, non solo perlopiù, improbabili) e vedrete lui e i suoi collaboratori spingere lo strumento alla sua massima potenza. Logopandocy 2 non è semplicemente attribuita a Sir Thomas Urquhart, il traduttore di Rabelais, ma è presentato nella scrittura del 1645 (quindici anni prima che Sir Thomas morisse di gioia per l’ascesa al trono di Carlo II), insieme a doppie colonne, paragrafi cancellati dai topi e altri espedienti che fanno di Urquhart un anticipatore di Laurence Sterne. Gray non sta tanto innovando, quanto tornando al fantastico di Tristram Shandy, un genere narrativo che ha spaventato tutti, tranne il compianto B. S. Johnson e questo suscettibile glasgowiano. Per quanto riguarda il contenuto, Gray deve a Sterne solo il principio della fantasia sfrenata: le sue idee sono abbastanza originali. Così, una stella cade sulla terra e un ragazzo la mette in tasca. Quando la tira fuori dalla tasca in classe, gli viene chiesto dal maestro che cosa sia; lui la ingoia e diventa lui stesso una stella. Il Sole, ricordando di essere femminile in tedesco, si lamenta delle sue macchie. C’è una falsa storia della Rivoluzione Industriale, riccamente illustrata, e una serie di tragiche lettere del poeta di corte di Kublai Khan.
Ho notato che Gray ha pubblicato per la prima volta due delle sue storie su Ygorra, la rivista studentesca di Glasgow, e non voglio passare per moralista, ma suggerisco che gran parte del divertimento di Gray è più o meno a livello studentesco. Lo stesso si può dire del divertimento di Joyce: certi scrittori innovativi devono evitare di diventare completamente adulti per non imparare la paura dell’innovazione da un mondo grigio (e questo mondo grigio include gli editori). 1982 Janine, che viene descritto come un romanzo ma non lo è del tutto, sfrutta l’immaturità di un certo tipo di pensiero e, così facendo, tocca il livello espressivo più elevato consacrato da Borges. Le ficciones di Borges si basano sull’abbandono del contratto tradizionale che lo scrittore stipula con il lettore: cioè, che quanto viene presentato è una sorta di verità. Il tipo di finzione borgesiano afferma in effetti che non c’è verità nella finzione, poiché la finzione è per sua stessa natura una maledetta menzogna. Quindi si possono rivedere i propri personaggi e le loro azioni mentre si è piena fase creativa: c’è la totale plasticità di una prova senza copione alla Joan Littlewood 3 e senza una data dello spettacolo per cui essere pronti. L’azione di 1982 Janine è tutta dentro «la testa di un supervisore di impianti di sicurezza che sta invecchiando, divorziato, alcolizzato e insonne, mentre sta bevendo nella camera da letto di un piccolo hotel scozzese». I suoi pensieri e le sue fantasie vagano liberamente. Possiamo accogliere i pensieri – riguardo il posto della Scozia nel mondo che sta crollando (nella postfazione troviamo citato il debito verso A Drunk Man Looks at the Thistle di MacDiarmid), il caos politico della Gran Bretagna, un’adolescenza scozzese – con uno spirito autobiografico. Le fantasie sono per lo più di natura masturbatoria e sollevano questioni imbarazzanti.
La Janine del titolo è un oggetto sessuale inventato. Lo stesso vale per Superb (abbreviazione di Superbitch), per Helga e anche per Big Momma. Jock MacLeish (il cui padre aveva lo stesso nome di un illustre poeta americano) manipola queste creature secondo i dettami dei suoi bisogni sadomasochistici. Questo comporta la creazione di scene turpi che, poiché siamo cresciuti con il contratto pre-borgesiano, dobbiamo prendere per una modalità di realtà finzionale e, accettandola, rifiutarla.
Il bondage e la sodomia qui hanno la stessa funzione che avevano per il Marchese de Sade: stimolare una sessualità in declino. Ma Sade era un pessimo scrittore di narrativa, anche se un filosofo interessante, e gli atti oltraggiosi compiuti con Justine sono troppo improbabili per provocare qualcosa di più delle risate della signora Brophy o di Lady Levey. Ma Gray è un buon romanziere, per quanto paradossalmente a volte rifiuti questo dono, e dobbiamo credere a ciò che ci dice. Credendoci, ci viene poi detto di non crederci: si tratta solo della fantasia di un miserabile. Con questa avvertenza si potrebbe giustificare tutto il sadismo abominevole di Harold Robbins. In altre parole, la pornografia viene presentata come se fosse di seconda mano, come una proprietà personale del narratore, e si dà per scontato che non abbia alcun potere di influenzare il lettore.
Forse sto prendendo questa faccenda troppo sul serio. Dopotutto, Blake, in An Island in the Moon, fa infilare la testa nel fuoco a un personaggio, e poi lo fa correre per la stanza con i capelli in fiamme: poi dice che questo non è accaduto, stava solo scherzando. Tuttavia, non posso fare a meno di pensare che cose descritte attraverso l’immaginazione abbiano la stessa validità di un notiziario. Per questo il romanzo di Gray mi turba. Se lui vuole che i suoi lettori siano così turbati – a livello emotivo, non intellettuale, e penso che lo desideri – mi viene voglia di diventare cupo come uno scozzese e pontificare sulla responsabilità umana. Se invece si sposta l’intero costrutto su un livello da commedia studentesca, la cosa diventa più accettabile. Tuttavia, è difficile districarsi fra 345 pagine di fantasie adolescenziali, per quanto matura possa essere la scrittura, senza trovarle offensive.
A circa metà libro Jock il sognatore cerca di assumere un’overdose di barbiturici. Poi il lavoro tipografico diventa più caotico dal punto di vista artistico, con commenti marginali, alcuni dei quali capovolti, che fanno sembrare il capitolo di Triv e Quad del Finnegans Wake 4 un libro di Enid Blyton.5 Jock vomita il farmaco in versi liberi e poi impiega quattro pagine bianche per riprendersi. Tornato a un ritmo narrativo piano, dimostra quanto il suo creatore o alter ego può essere bravo. Non ha bisogno dell’aggiunta di disegni a penna e inchiostro per rendere reali i suoi personaggi, al contrario dei suoi oggetti sessuali. Ma alla fine ci resta una domanda: di cosa parla il romanzo? Suppongo che la risposta debba essere: che cos’è la Seconda rapsodia ungherese di Liszt?
Sulla base di Lanark, ho proclamato Alasdair Gray il primo grande romanziere scozzese dopo Walter Scott (con le mie scuse a Compton Mackenzie ed Eric Linklater, e a Greene, che ride beffardo ad Antibes). 1982 Janine mostra lo stesso grande talento, utilizzato in modo un po’ acerbo. Tuttavia, con questo libro lascia la stampa parrocchiale della Canongate Publishing Ltd ed entra nel grande mondo delle lettere anglofone. Leggetelo con le dovute riserve e aspettate il prossimo. E, mentre aspettate, leggete o rileggete Lanark.

Note:
1) Si tratta di Hugh MacDiarmid, pseudonimo di Christopher Murray Grieve, Eric Robert Russell Linklater e James Bridie, ritenuti tra i padri della letteratura scozzese contemporanea.
2) Nell’edizione italiana La logopandosia di Sir Thomas.
3) Regista teatrale britannica.
4) Libro I, cap. 5.
5) Scrittrice per bambini e ragazzi.


Immagine di copertina:
Alasdair Gray, particolare del mural sul soffitto dell’Òran Mór Auditorium, Glasgow.

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