«The greatest challenge the Anthropocene poses isn’t how the Department of Defense should plan for resource wars, whether we should put up sea walls to protect Manhattan, or when we should abandon Miami. It won’t be addressed by buying a Prius, turning off the air conditioning, or signing a treaty. The greatest challenge we face is a philosophical one: understanding that this civilization is already dead» (Roy Scranton, Learning to die in the Anthropocene).

Oltre i cicli biogeochimici e l’alternarsi delle glaciazioni e delle stagioni, altri cicli manifesti e negati, verso l’estrema disuguaglianza e la sua correzione spesso violenta, dell’oppresso e dell’oppressore, l’al di qua e al di là dei confini, dell’Impero e la sua periferia, l’estrazione dalla natura e la degradazione non si interrompono neanche di fronte all’apocalisse.
Fermare queste compulsioni per la vita umana sul pianeta Terra sembra qualcosa di non più rimandabile. Eppure.
Bruno Arpaia pubblica Qualcosa, là fuori nel 2016 con 403,3 ppm di CO2 nell’atmosfera. Dieci anni dopo esce il seguito, Il mondo senza inverno, sempre per Guanda. Con 428.66 ppm di CO2 nell’atmosfera.

Bruno Arpaia, Il mondo senza inverno

È il 2078, il momento per fermare il vettore della civiltà basata sul bruciare combustibili fossili è passato. Il worst case scenario, anticipato da decenni di rapporti sul clima, di profezie della fiction e proteste sempre più disperate degli attivisti consapevoli, si è compiuto: l’Europa continentale è devastata dal collasso climatico, le sue città in rovina, la civiltà ridotta alla mera sopravvivenza. Il collasso non è più un’ombra nel futuro, qualcosa di cui è possibile disputare o matematizzare, ma è arrivato: attuale, fisico. Le cassandre di scienziati e climatologi sono state vendicate, ma a un prezzo inconcepibile. L’Europa è una massa continentale di rovine, deserti, disperazione; qualcosa si è rotto anche sul fronte interiore degli uomini vissuti tra le menzogne dei negazionisti e la catastrofe che esce dagli schermi e arriva nelle città e nei giardini suburbani. Un gruppo di profughi arriva dal Sud Italia fino al confine dell’ultima entità statale funzionante, in Scandinavia. Marta, Sara, Miguel e il corpo di Livio, passano il controllo immigrazione ed entrano nel mondo nuovo. Quello che non sanno è che il Grande Nord, la fascia intorno all’Artico che è la promessa di adattamento e sviluppo in un pianeta che si riscalda e in cui l’inverno è estinto come le mucche in The Road, è un «interregno pieno di fenomeni morbosi», per citare propriamente Gramsci.1
Il mondo senza inverno comincia pochi minuti dalla fine di Qualcosa, là fuori. Nel primo libro Livio è il protagonista “cono di luce” sul tempo della sopravvivenza e della sua lotta e con i suoi ricordi, sul tempo perduto del mondo che si è, anno dopo anno, immesso nel collasso che non ha voluto, poi potuto, fermare. Qualcosa là fuori svolge il pre- e il post-apocalittico, il fronte interiore e la catastrofe manifesta. Arpaia articola due tempi grazie a Livio: quelli di Richard Powers in Bewilderment (2021) e gli anni delle maschere e occhiali da aviatore prima di mettersi sulla Strada, in un unico bellissimo romanzo.
Ne Il mondo senza inverno Arpaia divide la scena con una pluralità di protagonisti. La prospettiva di Marta, Sara, Miguel e Ahmed permette di svolgere l’intero spettro delle esistenze nel mondo della Catastrofe manifesta e nascosta. Chi ha solo conosciuto il collasso, chi ha assistito al sicuro oltre le frontiere militarizzate che hanno retto, chi ancora ricorda il mondo caduto. Personaggi caratterizzati con diversi livelli di consapevolezza, accettazione, percezione delle dissonanze e poi propensione alla lotta. Il romanzo segue il reinserimento nella civiltà dei personaggi in un nuovo presente, diverso dal passato dei ricordi e il presente immediato della lotta per i bisogni essenziali.
Presto nel romanzo, in un paesaggio di chiaroscuri, di eventi climatici estremi segnalati da allerte di protezione civile, estremo controllo biopolitico ed elettronico di massa, qualcosa ancora si rompe sul fronte interiore dei suoi protagonisti. Gli eventi accelerano, poi precipitano, in sincrono con la comprensione di star vivendo in un Leviatano climatico, in cui i cittadini sono divisi in classi e per cui il tempo e lo spazio del progresso tecnologico è alieno come le città di vetro e acciaio lontane e inaccessibili, oltre le baie e i fiordi grigi.
Laurence C. Smith comincia il suo importante saggio 2050. Il futuro del nuovo Nord (Einaudi, 2011) proprio chiarendo cosa non deve succedere per immaginare un futuro artico per l’umanità. La linearità non è del mondo di Arpaia e del nostro, pieno di cigni grigi e neri in attesa.2
I protagonisti comprendono che ci sono altri confini invalicabili all’interno della Federazione Scandinava, che non vivono in un mondo in cui il tempo degli umani è quello su cui si svolge l’esistenza di questo mondo.
Un altro futuro ancora, infatti, incombe sui personaggi, uno proprio adesso in guerra con il presente: dopo quello del collasso climatico in Qualcosa, là fuori, quello dell’estrema diseguaglianza de Il mondo senza inverno. Questo altro futuro è descritto da Arpaia come una post-work society, in cui la stragrande maggioranza della popolazione è diventata non occupabile e la scienza ha creato individui geneticamente modificati, immuni ai gravi dei comuni sapiens. Nella Scandinavia di Arpaia altre profezie si avverano e sono quelle dell’ultima fase dell’Impero e del capitalismo: la creazione di un nuovo confine tra i sapiens sapiens e i transumani e la fine degli umani come fattore nei mezzi di produzione, partecipi di un fattivo e narrativo sforzo collettivo.
Il novum del Leviatano scandinavo è minimo, essenziale, è l’obiettivo di start up, di miliardari, oggi. Questo rende l’apparato tecnocratico e il progresso insieme riconoscibile e terrificante. È un futuro non solo prossimo ma imminente, la non scalabilità dei frutti del progresso, l’aspirazione al controllo totale, l’essere riservato solo ad alcuni cittadini lo fa apparire il futuro imminente più orribilmente probabile. Questo minimo novum ha un effetto narrativo e narratologico: quello che avviene nel romanzo è quello che sta succedendo al lettore e alla lettrice che vi assiste, come i personaggi di Arpaia, con diversi livelli di cecità e consapevolezza; evoca che il futuro illustrato è il presente che può svolgersi. L’espressione “due minuti nel futuro” della speculative fiction diventano secondi, il tempo dello scrivere e dell’ambientazione è ormai sul tempo vissuto di chi legge.

«Marta aveva assistito attonita allo sfaldamento dell’ultima finzione di Stato: per stanchezza, per inutilità. Quando la fine della specie era apparsa davvero come una possibilità concreta, l’urgenza non aveva saputo che farsene dei lenti e faticosi processi della democrazia e l’Occidente aveva tradito ancora una volta i suoi ideali di libertà» (p. 21).

La soggettiva dei molteplici personaggi di Arpaia, diversamente dall’“occhio di Dio” o dallo studioso lontano nel tempo e nello spazio de Il Crollo della civiltà occidentale di Erik Conway e Naomi Oreskes (Piano B, 2015), permette un’immersione al centro degli eventi che si svolgono nella trama. Le evocazioni di Impero, estinzione, futuri interrotti diventano scena percorsa dai suoi personaggi, nelle cittadine e nei suburb, nelle riserve per i cittadini C e nelle zone d’esclusione, sotto il cielo di un vortice artico fuor di sesto e l’apparizione di droni di sorveglianza e da attacco. Dopo il crollo della finzione di trovarsi su un’arca, e che la Scandinavia sia una fortezza climatica, liberi dal dover svolgere momenti da Età dei Sentimenti, un prodotto non accidentale forse dell’ultima fase di pace climatica nell’Olocene, ai personaggi non rimane che andare a fondo nell’immaginario, nella risposta essenziale di specie. È un abisso oscuro dal tempo profondo dell’immaginario umano. Il presente come paesaggio della guerra del futuro e del passato è svolto come uno scenario di panico ecologico (espressione di Timothy Snyder in Black Earth) con l’ulteriore elemento del superhuman dread. Una resistenza sofisticata si affianca a pogrom; per la civiltà che ha distrutto il collettivo umano e creato colonie all’interno dei propri confini non resta che la cassetta degli attrezzi dell’Impero. La ripresa del progresso l’ultima storia che crolla.
Qualcosa, là fuori, uno dei capolavori della climate fiction internazionale insieme a Parable of the sower (1993) di Octavia E. Butler e Juice (2024) di Tim Winton, narra il tempo del rimpianto e della sopravvivenza mentre il mondo vecchio muore. Il mondo senza inverno è un testo letterario più ambizioso e più importante, in cui il tempo della deprogrammazione e della rivolta è solo una delle frequenze e in cui il mondo nuovo è ancora, in un velo non più sostenibile, quello vecchio. Lo straniamento cognitivo dopo lo smarrimento e il rimorso, Il mondo senza inverno è il secondo passo come elaborazione narrativa del geotrauma.

«Alcuni erano già arrivati nelle cittadine e nei paesi più vicini e mettevano tutto a ferro e fuoco, saccheggiavano i depositi di cibo, facevano irruzione nelle zone riservate ai cittadini A, distruggendo anche là le barriere ormai disattivate. Videro gente in jeans e maglietta e con armi a tracolla incitare la folla ad avanzare, regolare gli ingressi e le uscite nei magazzini depredati. Videro un uomo in canottiera sparare in aria con un vecchio fucile d’assalto. Videro una bambina con la faccia sporca che piangeva da sola in mezzo al caos» (p. 171).

Forse per sfuggire dal collasso all’esterno, la civiltà elabora un nuovo distacco dalla natura, un nuovo demone, uno che trasforma il Nord in un tropico del caos imperiale e svela le città e gli slum dei cittadini B e C per quello che sono: prima mostruosità imperiali, poi come Gaza del futuro. Arpaia allestisce l’inganno di un “periodo di grazia” che non è tale perché non può esserlo, ancora relegato alla direttrice del futuro del mondo che ha portato al collasso. Nascosto tra le pagine eppure in bella mostra, aleggia un paradigma nuovo che ancora non è emerso ma che già accusa l’ennesima silver bullet tecnologica e una certa idea di progresso come apparati dell’Antropocene mascherati da soluzione.
La saga di Arpaia si svolge come una seria, ponderata mostra delle morti dell’Occidente e una potente traditio lampadis della speranza umana. Il mondo senza inverno è un romanzo dell’Antropocene in cui l’azione, il worldbuilding, lo svolgimento è sia scenario sia esplorazione del tempo profondo umano, il tempo dell’inconscio e della sopravvivenza. È una saga che deve essere conclusa.

Note:
1) Antonio Gramsci, Quaderni del carcere (Einaudi, 1975), p. 311.
2) Il cigno grigio, secondo Nassim Taleb, è un evento ad alto impatto e bassa probabilità, eppure prevedibile, conosciuto. Il cigno nero, invece, è un evento ad alto impatto e bassa probabilità che è conoscibile solo ex post. Si veda Nassim Nicholas Taleb, Il Cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, il Saggiatore, 2008.


Immagine di copertina:
Michael Wang, Extinct in the Wild, 2017.

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