Mi sia concesso di iniziare con una nota autobiografica. Un mattino di circa un mese fa, in tutta tranquillità, apro il pannello di controllo di KDP Amazon e leggo un messaggio del tipo Tutti i tuoi prodotti non sono più disponibili. Non era questo il messaggio originale – il trauma è stato troppo forte e forse qualcosa ho rimosso – ma il senso era che, in un attimo che tutti i libri autoprodotti della nostra casa editrice, la nuova carne, non erano più disponibili nello store. Non solo. Non erano neanche recuperabili le royalties residue né i report delle vendite. Tutto perduto nel nulla. Non c’era stato né un messaggio minaccioso né una e-mail chilometrica in legalese. È successo nel modo peggiore: come se niente fosse. Nessun preavviso, se non il fatto che anche un nostro collega ci era passato poco tempo prima, nessuna spiegazione sensata, nessuna reale possibilità di interlocuzione, nessuna risposta concreta alla nostra e-mail di richiesta di delucidazioni, se non un gelido rimando alle plutoniche linee guida che tutti noi accettiamo quando accediamo a una piattaforma, ma che nessuno veramente legge. Un click e anni di lavoro, testi, progettualità editoriali, relazioni con autrici e autori, erano semplicemente spariti. Non censurati apertamente, non contestati pubblicamente: rimossi unilateralmente da un’infrastruttura privata che nel frattempo si è imposta come standard globale della distribuzione editoriale (e non solo).
Una segnalazione anonima? Un bot che ha trovato contenuti controversi? Un cavillo legale? Un errore? Non è dato saperlo. Ma in quel momento una cosa è diventata chiarissima – e non perché non lo sapessimo, ma perché purtroppo da anni siamo costretti a rimuoverla dalla nostra coscienza – : non siamo mai stati davvero a casa nostra. Eravamo ospiti tollerati all’interno di una piattaforma che non controlliamo, che non capiamo fino in fondo, che non risponde a noi ma a logiche opache, algoritmiche e di profitto. Ed è proprio su questo tipo di consapevolezza – traumatica, concreta, vissuta sulla propria pelle – che prende le mosse Assalto alle piattaforme. Riprendiamoci internet di Kenobit, pubblicato all’alba di quest’anno da Agenzia X.

Nell’Introduzione, il libro racconta un vissuto che riflette in modo inquietante esperienze come la nostra. Kenobit parte dal proprio percorso personale e professionale, dentro e fuori le piattaforme digitali, mostrando come la promessa originaria di Internet come spazio libero, aperto e orizzontale sia stata progressivamente tradita per l’operato di pochi attori centralizzati. Social network, marketplace, servizi di streaming e hosting non sono strumenti neutrali, ma ambienti chiusi che vivono dell’estrazione continua di valore: dati, attenzione, lavoro gratuito, relazioni sociali: «Siamo complici dei nostri sfruttatori, anzi, peggio: lavoriamo gratis per loro» (p. 7).
Per chi non lo conoscesse, Kenobit – nome d’arte di Fabio Bortolotti – è una figura ibrida e preziosa del panorama culturale italiano: musicista chiptune, divulgatore, attivista digitale, ex giornalista videoludico e promotore instancabile del software libero e del Fediverso. Nei suoi libri non parla da accademico distante né da guru tecnologico, ma da persona che Internet lo ha vissuto, attraversato, usato, subito e poi rimesso in discussione. Il suo libro nasce da una pratica, non da una teoria astratta, ed è per questo che è così efficace. Assalto alle piattaforme è un testo che riesce a tenere insieme analisi politica, critica economica e istruzioni per l’uso del digitale. Da un lato smonta il mito delle piattaforme centralizzate come luoghi di libertà e opportunità, mostrando come il modello dominante sia ormai una forma di tecnofeudalesimo digitale, in cui pochi signori delle infrastrutture dettano le regole e tutti gli altri producono valore senza possederne i mezzi.1 Dall’altro lato, però, il libro è estremamente utile anche sul piano pratico: aiuta a capire come e perché uscire – almeno in parte – da questa dipendenza strutturale.
Uno dei concetti più forti del testo è quello dello schiavismo contemporaneo dei contenuti. Siamo schiavi come produttori, perché creiamo incessantemente testi, video, immagini, flussi di comunicazione: questo è il carburante che alimenta piattaforme che non ci appartengono, infrastrutture private che prosperano grazie a un lavoro diffuso, frammentato e non riconosciuto come tale. Iniziamo a farlo perché “ci va”, ma poi diviene un obbligo richiesto dalla grammatica stessa delle piattaforme, perché l’assenza equivale all’irrilevanza. In questo processo diventiamo progressivamente alienati, intrappolati in un regime di produzione continua di contenuti sempre più effimeri e veloci. Il linguaggio stesso viene piegato a questa logica estrattiva: le nostre passioni, le nostre urgenze politiche, le nostre relazioni affettive vengono ricodificate in format, adattate agli algoritmi. Ciò che nasce come gesto genuino – un’espressione creativa, un’opinione, una relazione – viene rapidamente assorbito e normalizzato, trasformato in qualcosa che perde autenticità e spessore, diventando ottimizzato, performativo, funzionale alla visibilità piuttosto che al senso. La creatività smette di essere un atto libero e diventa una prestazione. «La dittatura del content ci obbliga a sfornare con regolarità piccoli prodottini ben ripuliti, e nel farlo limita anche i nostri spazi di sperimentazione» (p. 41).
Ma lo schiavismo non si esaurisce nel lato produttivo: siamo schiavi anche come consumatori, perché ogni nostra scelta, ogni interazione, ogni relazione, persino le condivisioni più banali o apparentemente insignificanti contribuiscono ad alimentare una massa di dati che viene sistematicamente raccolta, analizzata e fatta fruttare. È proprio questa massa a permettere alle piattaforme di restituirci quegli stessi contenuti prodotti da altri, ma filtrati, gerarchizzati, spinti o sepolti secondo logiche che non controlliamo e che rispondono quasi esclusivamente alla monetizzazione dell’attenzione. Il risultato è un circuito chiuso in cui produzione e consumo si alimentano a vicenda senza mai uscire dalla gabbia dell’infrastruttura proprietaria. In questo spazio, la scoperta viene sostituita dalla raccomandazione algoritmica, la relazione dalla profilazione, il confronto dal ranking. I contenuti tornano a noi svuotati di contesto e di senso, spezzettati, isolati, resi innocui o, al contrario, esasperati per massimizzare l’engagement.
È proprio questa doppia cattura, produttiva e affettiva, che rende questa “dittatura del content” una delle forme più pervasive e difficili da riconoscere del capitalismo contemporaneo: perché non impone, ma seduce; non vieta, ma incentiva; non reprime, ma premia, lasciando a noi l’illusione di scegliere liberamente ciò che, in realtà, è già stato predisposto.
«Davvero non c’è modo di condividere le nostre passioni senza regalarle al capitalismo? Le grandi piattaforme dei social media, da Instagram a YouTube, sono veramente obbligatorie per chiunque abbia un progetto da comunicare?» (p. 19).
L’autore prova a rispondere a queste e ad altre simili domande partendo dall’analisi delle piattaforme, per capire come esse funzionano, di cosa si nutrono e quali sono i loro fini ultimi. Parte dall’origine di Internet e del World Wide Web per arrivare a quella che chiama merdificazione (il processo di deterioramento dell’esperienza fornita da un servizio digitale),2 che è parte stessa della logica capitalistica sotto la quale giace il digitale contemporaneo.
«Il procedimento è inarrestabile e prosegue fino a che la piattaforma, ormai invivibile, non inizia la sua parabola discendente [Ricordate MySpace?]. Perdiamo tutti, tranne gli azionisti e i consigli di amministrazione» (p. 41).
Le alternative che Kenobit propone non sono utopie irraggiungibili o fughe romantiche dalla realtà digitale, ma ecosistemi già esistenti, concreti, praticabili, seppur ancora relegati ai margini del discorso dominante. Il libro insiste in particolare sull’importanza del Fediverso e di strumenti come Mastodon, per il versante social, e PeerTube, per la condivisione di contenuti video. Non si tratta di semplici “sostituti” delle piattaforme mainstream, ma di un cambio di paradigma. Questi strumenti danno forma a una rete federata, decentralizzata, basata sul software libero e sull’interoperabilità tra istanze diverse: il Fediverso, appunto. Un ecosistema in cui nessun attore singolo detiene il controllo, nessuna azienda può decidere unilateralmente cosa è visibile, cosa è monetizzabile, cosa può essere cancellato. Non sono piattaforme “più buone” per una presunta superiorità morale, ma infrastrutture progettate in modo diverso, che rendono possibile un altro tipo di rapporto tra tecnologia e comunità, tra chi produce contenuti e chi ne usufruisce: «Il Fediverso ci dà la stessa possibilità che abbiamo sui social commerciali di entrare in contatto con altre persone, ma non ci vincola all’autorità di un’azienda privata e ai suoi interessi» (p. 75).
È qui che il discorso si fa davvero politico. Perché continuare a doomscrollare su Instagram, a nutrire algoritmi opachi, o a litigare nei commenti di Facebook in spazi che non ci appartengono, quando potremmo – collettivamente – rimpolpare il Fediverso, renderlo vivo, abitato, conflittuale, plurale? La proposta di Kenobit non è l’ennesima migrazione indignata verso una nuova piattaforma “più etica”, ma un invito a ripensare radicalmente il nostro modo di stare online. Questo processo non si esaurisce nell’aprire un account altrove: significa ricostruire abilità, responsabilità e immaginari collettivi. Vuol dire tornare a considerare Internet come uno spazio comune, un luogo di cooperazione e di produzione culturale, e non soltanto come un ambiente di consumo passivo o di esposizione performativa. Vuol dire affrontare una maggiore complessità in cambio di una maggiore autonomia.
In questo senso, il richiamo è profondamente marxiano (o almeno questa è la mia lettura): riappropriarsi dei propri mezzi di produzione digitale. Server, linguaggio informatico, reti sociali non sono dettagli tecnici riservati a pochi addetti ai lavori, ma terreno di conflitto politico. Riprenderne possesso significa sottrarre valore al capitale delle piattaforme e restituirlo alle comunità che producono senso, relazione e cultura. È un percorso lento e faticoso, ma è anche l’unico che permetta di immaginare un Internet che non sia semplicemente una versione più raffinata della stessa gabbia. «È un internet fatto di ponti, invece che di muri» (p. 85).
L’autore è molto onesto su questo punto, e non lo nasconde mai: non è facile. Uscire dalle piattaforme centralizzate non è un gesto simbolico né un atto istantaneo di liberazione, ma un processo che richiede studio e pazienza. Richiede soprattutto un lavoro sulle proprie competenze informatiche, persino di hacking – inteso non come pratica criminale o clandestina, ma come capacità critica di comprendere i sistemi, modificarli, riappropriarsene. Significa accettare una certa frizione, una perdita iniziale di comodità, uno sforzo di apprendimento che le piattaforme proprietarie ci hanno disabituato ad affrontare. Ma è proprio per questo che Assalto alle piattaforme è un libro prezioso. Perché non vende scorciatoie, non promette salvezze individuali né soluzioni “chiavi in mano”, non indulge in retoriche di purezza tecnologica o di superiorità morale. Al contrario, invita a un percorso graduale, collettivo, inevitabilmente imperfetto, in cui l’errore, la lentezza e l’incompletezza fanno parte del processo di emancipazione. Un percorso che non può essere affrontato da soli, ma solo come pratica condivisa.
Il tutto è tenuto insieme da un tono divulgativo estremamente efficace e da una forte attenzione alla comunicazione sociale. Assalto alle piattaforme non parla soltanto a chi è già convinto o a chi frequenta da anni gli spazi del software libero, ma anche e soprattutto a chi avverte un disagio diffuso nel modo in cui viviamo online e non ha ancora gli strumenti concettuali per nominarlo. Non intima di abbandonare immediatamente le nostre abitudini digitali, ma semplicemente consiglia un cambio di postura. È necessario dapprima comprendere che continuare a delegare tutto alle piattaforme ha un costo politico e umano piuttosto alto, e che riprendersi spazio, competenze e responsabilità è forse l’unico modo per immaginare un futuro digitale che non sia semplicemente l’ennesima versione ottimizzata dello stesso sfruttamento; successivamente, iniziare – nel proprio piccolo – a operare concretamente nella direzione di una rete più autonoma e più consapevole.
Dopo l’episodio che ho raccontato all’inizio, molti dei nostri lettori e amici ci hanno suggerito la stessa cosa: “dovete farci un post”, “dovete farci un reel”, “dovete raccontarlo sui social”. Va detto che anche all’interno del nostro gruppo ristretto, in prima battuta, abbiamo pensato che la mossa giusta fosse quella di sfruttare il caso. Certo, non sempre con l’idea esplicita del vantaggio in termini di visibilità o marketing, ma con un riflesso ormai automatico: trasformare un danno subito in un’occasione di esposizione. È stato solo a posteriori che questa reazione mi è sembrata inquietante, perché rivelava quanto profondamente interiorizzata fosse l’idea che ogni esperienza – persino una sottrazione, una perdita – debba essere immediatamente riconvertita in contenuto.
Poco dopo, forse per una coincidenza significativa, mi sono ritrovato tra le mani Assalto alle piattaforme. Lo abbiamo letto anche in redazione, ne abbiamo discusso, e il confronto ha prodotto uno spostamento reale. Non una soluzione immediata, non una risposta definitiva e operativa, ma un cambio di sguardo. Oggi siamo pronti ad affrontare il nostro futuro editoriale con uno spirito diverso, più consapevole degli strumenti che utilizziamo e delle dipendenze che accettiamo. Assalto alle piattaforme, in quanto libro e in quanto tassello di un immaginario che ruota attorno al Fediverso, ha contribuito a spingerci a immaginare questo spostamento. E questa stessa recensione non è un punto di arrivo, né una dichiarazione programmatica: è piuttosto un primo gesto, forse il più semplice, verso una trasformazione più profonda del nostro modo di abitare la rete. Se diventerà una rivoluzione lo dirà il tempo; per ora, è almeno l’inizio di una presa di coscienza.
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1) Per Gianīs Varoufakīs, il tecnofeudalesimo è un sistema economico in cui le grandi piattaforme tecnologiche (come Amazon, Google, Meta, Apple) non operano più principalmente come imprese capitalistiche che competono sul mercato per ottenere profitto, ma come “signori feudali digitali” che controllano spazi privati (le piattaforme) dai quali estraggono rendite. Nel tecnofeudalesimo le piattaforme controllerebbero infrastrutture digitali chiuse, come fossero ecosistemi. Chi vuole operarvi all’interno (venditori, inserzionisti, sviluppatori) deve pagare un “pedaggio” e il guadagno principale sarebbe dunque una rendita monopolistica, piuttosto che un profitto da concorrenza. Francamente ritengo questa definizione, per quanto interessante, poco appropriata alla nostra contemporaneità in quanto non tiene conto della componente “di massa” dell’attuale sistema sociale, riflessa nella bolla digitale. Per questo motivo, nonostante ne condivida la concettualizzazione, troverei più adeguata l’espressione tecnototalitarismo: essa rende meglio anche l’idea del controllo sistemico dei comportamenti e dell’informazione (e dei desideri) della popolazione (gli utenti), nonché della pervasività del potere.
2) Il termine traduce l’inglese enshittification, coniato da Cory Doctorow nel 2022 in un articolo dal titolo Tiktok’s enshittification.
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Immagine di copertina:
un fotogramma da Shu Lea Cheang, UKI, 2023



