[Preceduto da una breve introduzione di Elisa Veronesi, pubblichiamo un estratto da Primamà di Laura Pariani, La Nave di Teseo, 2025. Per gentile concessione dell’editore].

Primamà è la prima donna, Eva, che nel racconto biblico perlopiù tace e della cui morte, nella genealogia biblica, non si fa menzione. Primamà, nel racconto di Laura Pariani è rimasta sola nel paese Senzanome, racconta delle «storiebelòrie», cura le malattie con le erbe e plasma i defunti nella terra e nelle parole. Primamà educa le bambine al rispetto, all’ascolto, si oppone al culto di un dio punitivo venerato dai più. Il racconto si snoda tra le stagioni, nel vento, nella nebbia, nel gelo, il racconto si fa racconti, perché raccontare non è solo l’arte di tessere storie, ma di tramandare storie ed è così che i racconti si sdoppiano, si sovrappongono, si fanno memorie di voci. Ed è così che il ritmo del racconto biblico ascoltato da una bambina nella periferia della Milano degli anni Cinquanta e lettole da una Nonna nel dopopranzo, una Nonna la cui voce continua a risuonare, riprende con variazioni e ci accompagna in altre direzioni, nei tanti futuri possibili che si nascondono dentro le storie.
Primamà è l’ultimo romanzo di Laura Pariani pubblicato nel settembre del 2025 da La Nave di Teseo. Pariani, nel corso della sua lunga carriera è stata sceneggiatrice di teatro e di cinema, ha lavorato nel mondo del fumetto e negli anni Novanta ha iniziato a scrivere romanzi. Un’opera straordinaria la sua, nel senso che sta fuori dall’ordinaria prosa facile a cui tanta narrativa contemporanea ci ha abituati. Una prosa poetica che ha creato una lingua che mescola con sapienza le lingue di una vita, di un paese, di un continente. Una profonda conoscenza letteraria, si pensi in particolare alla triade che le è cara, Dante, Leopardi e Manzoni, si incista con naturalezza nelle storie di donne e bambine toccando questioni che oggi consideriamo cruciali: migrazioni, territori, femminismi, mito. Pariani scrive, o meglio riscrive mitologie senza tempo che rientrano perfettamente nel nostro tempo, ma soprattutto nel tempo che ci aspetta.
Recentemente La Fondazione Il Campiello ha deciso di assegnarle il Premio Fondazione Il Campiello, menzione speciale alla Carriera per il 2025, con questa motivazione:

Laura Pariani, nativa di Busto Arsizio e cresciuta a Magnago, ha fatto incontrare – nella sua lunga carriera non solo di scrittrice, ma anche d’artista visuale e di autrice per il cinema e il teatro – modi d’espressione vari e multiformi, convogliandole verso il centro della sua ispirazione, che è di natura prettamente letteraria. Nella sua scrittura, non riconducibile a un unico registro o a un tono dominante, perché rigenerata e rimessa in gioco in quasi ognuna delle sue prove narrative, Pariani ha messo in dialogo i vertici della poesia – a partire dai grandi autori del canone che sempre l’hanno ispirata, Dante in primis – e le esperienze culturali più oscure e marginali, come quelle di emigranti, popolani, vagabondi, irregolari. Irregolare e spesso geniale è il risultato della sua creazione, in cui si mescolano tonalità fiabesche e recuperi dalla lingua antica, oralità dialettale e moderna colloquialità, nuda parola e musica, nella forma della canzone popolare e della rarità etnografica. In cinquina al Campiello già nel 1998 con La perfezione degli elastici (e del cinema), poi ancora nel 2003 con L’uovo di Gertrudina, nel 2010 con Milano è una selva oscura e nel 2019 con Il gioco di Santa oca, Pariani è apprezzabile per la continuità e per la tenuta della sua produzione, che ne fanno una figura esemplare dell’odierno panorama letterario italiano.

Laura Pariani, Primamà

La mia Bibbia

Dell’inverno del 1956 ricordo ben poco. Altri potranno citare lo sbarco di Fidel Castro a Cuba, la morte di Robert Walser, oppure il ritornello di Bambola cantato da Fred Buscaglione… Per me, invece, appena due fatti: la morte della cagna Valì e il dono di una Bibbia. Se mi concentro, la memoria mi riporta la voce di Nonna che in cucina dopopranzo, sparecchiata la tavola, mi leggeva la Genesi inciampando a volte nelle parole che le erano sconosciute, eppoi ricamandoci sopra. Avevo appena compiuto cinque anni e quel volumone rosso fu il primo libro a essermi stato regalato alla festa di Sant’Ambrogio, ché Babbo Natale non era ancora venuto di moda.
Il primo di una lunga serie di libri portatori di senso e di sogni.
Ché non mi è sempre stata evidente la dimensione del tempo: come memoria e come futuro, ho cominciato a percepirla attraverso i libri, e continuo a farlo ancora adesso, tanto che sono solita dire: l’anno in cui ho letto questo e quest’altro, oppure l’anno in cui ho scritto questo o quest’altro… È con la lettura e la scrittura che ho cominciato a sentire una terra solida sotto i piedi. Le storie contenute nei libri si iscrivevano dentro di me e io diventavo i personaggi che via via incontravo o immaginavo. Ché io sono parole, frasi, raccontazioni.
Eccosì quella Bibbia segnò il confine temporale che per me separa la forma dal caos. Tutta me la lesse Nonna, ché io ancora faticavo a mettere insieme le lettere. Senza contare che certe parole a stento le comprendevo, e forse neppure lei. Ma poco a poco tali espressioni difficili si coloravano nel mio cervello bambino con dolcezza di significati che erano una continua meraviglia.
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò il giardino dell’Eden, a oriente, e fece germogliare ogni sorta di pianta bella alla vista e buona da mangiare.
Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi.
Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c’è l’oro fino; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’ònice…
La mia immaginazione parte da lì, da quel Nossignùr Padreterno che pastrugnava con le sò manone nel fango col piacere di un gigante bambino e che sentenziava in puro dialetto magnaghese. La mia mente galoppava: Eden era il nome di un cinema di una città vicina, il fiume dove si cercava l’oro era il Tesìn dove a volte lo zio giovane mi portava durante l’estate a vedere ragazzotti abbronzati setacciare la sabbia in cerca di preziose pagliuzze. La Bibbia dunque mi stava intorno: a partire dalla tremenda punizione per il furto di una singola mela, con Domineddìo a mostrare la stessa rabbia del Nino Bragòn quando inseguiva col forcone i ladruncoli di ciliegie; e il muro del Paradiso terrestre doveva essere irto di cocci di bottiglia conficcati nella calce, come quello dei conti Treccani, invalicabile per la brigata di straccioncelli con cui giocavo a spumpòsta lungo i binari della ferrovia Nord; Caino, condannato a vagabondare senza mai fermarsi, sicuramente aveva sulla nuca la stessa sfumatura altissima dello strascé che girava sul suo carretto per i paesi cantando: “Cortigiani, vil razza dannata!”; il re Salomone era ricco come il medico condotto che possedeva una villa che era un biggiù di settebellezze; Esaù somigliava a un grand’e ciula con braccia scimmiesche al pari di un certo pescivendolo del mercato di Busto Grande; Sansone era ugual-uguale al cameriere della pizzeria Marechiaro, capace di sollevare un tavolo con una mano sola; le risaie del Novarese, che per me costituivano la più estesa spianata del mondo intero, avrebbero di certo ospitato il Giudizio Universale perché solo lì c’era spazio per tutte le genti della terra, con Domineddio – la matita dietro l’orecchio e i paramaniche come il ragionier Tosi – davanti a un gigantesco registratore di cassa con cui contava le buone azioni e le colpe, mentre la banda dei Serafini ci dava dentro con una marcetta.
Un susseguirsi di personaggi indimenticabili: Giosuè a suon di trombe fa cadere Gerico; il ragazzino Davide atterra con la sua fionda il gigante Golia; Giona se lo mangia la balena di Pinocchio; Noè aspetta il ritorno della colomba; i costruttori della Torre di Babele vanno in sconfusione; Giacobbe combatte con l’angelo per una notte intera; Assalonne resta appeso a un albero per i capelli; Tobiolo guarisce sopà con un unguento di grasso di pescecane… Certo non mancavano pagine di orrore per l’inspiegabile crudeltà di Nossignùr Padreterno: presèmpio, la pretesa che Abramo uccidesse il suo bambino, o che Giobbe sopportasse le sue sventure senza sacramentare, oppure che la figlia di Jefte fosse sacrificata per una promessa insensata. Nessuno dei particolari più incongrui mi sfuggiva, epperciò mi dava fastidio che Nonna non avvertisse certe sfumature che invece a me saltavano all’occhio: bòn, passi che gli abitanti di Sodoma e Gomorra fossero stati dei malaménti da castigare, ma non venitemi a dire che quella sventuratella della moglie di Lot aveva commesso altrettante malvagità; in fin dei salmi, cosa aveva mai fatto? si era semplicemente voltata a guardare la città in cui bruciavano i suoi parenti, le sue amiche, il gatto di casa… Mi lasciava sgomenta che Domineddìo la punisse allo stesso modo degli altri. Le sfumature erano una leccornia per la mia bambinità pensante.
“Sia fatta la volontà di Nossignùr,” era l’immancabile risposta di Nonna alle mie domande.
La volontà – indecifrabile – del Padreterno. Lui vuole e noi poverettini pecchiamo. Non ci indurre in tentazione… Difficile da comprendere. Ma forse comprendere non si deve. Solo seguire la Legge, anzi le dieci Leggi: onora Padre e Madre, obbedisci ai Grandi, non disturbare i Grandi quando riposano, tieni la bocca chiusa, sbassa la testa, non ridere troppo, sta’ composta, non parlare con chi non conosci, non rischiare, non provarci.
Se rileggo adesso la Genesi, mi incanta la genealogia strepitosa dei nostri progenitori: Adamo fece il primo figlio dopo i cento anni e alla fine morì quando aveva quasi raggiunto i mille. Possibile? Suo figlio Set visse 911 anni, il nipote Enos 905, il bisnipote Kenan 910, il trisnipote Maalaleèl 895… Meraviglia delle meraviglie. La Bibbia è precisissima in date sfolgoranti di longevità.
Al contrario tace di Eva. Lei che si porta addosso la colpa di aver dato retta al Serpe linguacciuto, ricavandone di conseguenza le sette maledizioni – afflizione nelle gravidanze, dolori nel parto, sacrifici per l’allevamento dei figli, obbedienza assoluta ai voleri del marito, ordine di menzione nella Bibbia che per i centoquaranta figli, ma neanche una parola viene spesa sulla sua morte, che pure deve essere avvenuta come per il coniuge Adamo verso il millesimo anno di età.
Forse è per questo che non smetto di sfantasiarci sopra. Me la vedo questa Eva che si fa sempre più vetusta e acciaccata. E forse la sensazione di inverno che accompagna quest’immagine mi nasce dall’associazione con la voce di Nonna che mi lesse la Genesi quel lontano dicembre del 1956, nei dopopranzo in cucina; fuori, un silenzio di neve; dentro, le scucchiaiate di castagne secche sbriciolate in una chicchera di latte, l’odore di aglio che era la panacea di tutti i mali, la stufa economica che ronfava, le mie calzette e i patelli di mia sorella Nana a penzolare dai rampini per asciugare… e c’era in quella nostra biancheria a sbrìndoli una sorta di presagio del mio – nostro – destino sulla terra. Un pulvis es che appariva eloquente e ineluttabile.
È dunque con la voce di Nonna nell’orecchio – e non saprei dire dove finisse la raccontazione e dove cominciassero i sogni – che risalgo la corrente dei millenni e mi addentro nell’inverno remotissimo in cui visse un’Eva millenaria a cui inevitabilmente do il volto di tutte le nonnàve che ho conosciuto, la loro competenza in fatto di disgrazie, la sapienza nel contare le storie-belòrie della brughiera lombarda, nonché la fede antica nella Mamagrànda della Préa Krüa che conforta le donne che si rivolgono a lei nel bisogno.

VENTO, luna in crescenza
Come narrerebbe Nonna Giuàna, la paziente
Il Sempre – è composto di Adessi –

Non è un tempo diverso –
Fatta eccezione per l’Infinità –
E l’Estensione della Casa –
Da questo – sperimentato Qui –
Togli le Date – di Quelli –
Lascia dissolvere i Mesi in altri Mesi –
E gli Anni – evaporare in Anni –
Senza Disputa – o Pausa –
O Giorni di Festa –
Non sarebbero i Nostri Anni diversi
Dagli Anni Domini –
Emily Dickinson, Tutte le poesie

Vön

In altre parti del mondo qualcuno dirà che è autunno, come passa il tempo, hora fugit, addirittura precipita. Ma nel paese Senzanome il tempo non passa, sta chiuso dentro la palizzata solcata da rampicanti come da fili di sangue.
Quando fa chiaro al mattino e il merlo lancia il sò verso tra il ginestrone, non è come se fischiasse oggi, perché pure ieri l’era inscì e l’istèss sarà dumàn e dopodumàn e l’indopodomani anmò. E la medesima sensazione la dà il sole palliduccio che si intravede nella nebbia sonnolina posata sulla brughiera come un manto grigio.
È vita priva di luci per quelli che vivono qui, uniti da imperseguibili legami ancestrali. Si va da un dì all’altro con le spalle doloranti, senza aspettarsi altra novità che una bestia malàda o un anziano incapace di alzarsi dal sò giaciglio. Nello spiazzo intorno al nùs solo il vento di settentrione brontola nelle stie dei polli vuote, sbatacchiando le intelaiature scricchiolanti. All’interno delle cabáne fuligginose stagna un odore rancido di muffa, di stallatico, di agro sudore di corpi poco lavati, mescolato a quello degli stronzi delle galline che raspano e bezzicano nel pavimento di terra battuta. Un foeugh di legna umida, mantenuto acceso con grande fatica, illumina la fossa del larìn, così piccola rispetto al Grande Fuori di nuvole nere: se ci si mette a pensare, ne si prova una vera vertigine, come a star ritti su un rovere, in piedi tra due rame e, in mezzo, un vuoto insostenibile.
Senza contare che più ci si inoltra nella brutta stagione, più il mangiare si fa scarso. E, quando si ammazza una gallina, sono gli òmm a saziarsi per primi, alle dónn sovente resta solo la broda degli ossi.
Ché per ogni dóna del paese Senzanome la fadìga quotidiana l’è lustrare caldàri, bilinare patelli, filare, partorire, seppellire bambini, ma soprattutto sbassare ’l cô davanti agli òmm. Ché il lavorério delle femmine l’è senza inizio e senza fine, non conosce ricompensa né pause. Mandan giù bocconi amari a strangugliòni, le dónn, e intanto lo scontento si incide profondamente nella loro settima anima, si accumula, cresce in ribollìo silenzioso e in tentazione di scappare, appena l’è pussìbil, nelle fantasie di storie-belòrie che escon dalla bocca come fumo di una braciajòla spenta con l’acqua. Spesso costa caro questo loro divagare ideùs: a volte la zuppa la sa sbrüsa, o ’l foeugh al sa spéngi e la cena l’è servita cotta solo per mità. E per questo gli òmm – pà, fradèj, spùs – si lamentano che le loro femmine ci hanno il comprendònio di legno.
Non che per i mas’ci del paese Senzanome la vita sia un godimàgno: non abbandonano mai i propri pensieri scuri, neppure dopo aver saziato le voglie del ventre. Come calabroni chiusi in una zucca svuotata. Al massimo, nella cabána riservata a loro, si mettono in circolo tenendo ciascuno la mano sulla spalla dell’altro e girano varie volte intorno al fuoco mugolando:

Eravamo in vintinoeuff, solo in sètt siam tornaa
E gli altri vintidü nella selva son restaa…
Ma adess stèmm alégher, non stèmegh a pensà
Ke vegnerà ’l momént ke la se voltarà.

E viavìa, quasi un laccio che cinga la fronte con un sentore d’amaro e d’immedicabile, che spinge a rifugiarsi nel pensiero della mitica terra Senzapaura, irraggiungibile al pari dell’Onnipòssio-di-lassù che se ne sta cunt ’l sò musôn a guardarci sopra il lattemiele delle nuvole fioccute.
Sotto quel fosco potere al quale si danno tanti nomi e che è semplicemente la legge per cui la ruota della vita sempre si spezza nel suo punto più debole, a soffrire maggiormente sono comunque i mignonetti: carne che cresce non può star ferma neh, eccosì, costretti in spazi angusti, sbadigliano, ingarbugliano sillabe salivose, si grattano nella patòja piagnucolando col pollice in bocca e, se li si redarguisce, caragnano più forte. Poveri pisciaddòss che scontano la pena di esser nati.


Immagine di copertina:
Aimé Jules Dalou, Eve, 1866, Petit Palais – Musée de Beaux-Arts de la Ville de Paris

Crowdfunding Associazione Ibridamenti APS