«So che ci sono forze che cercano di dividerci, di ridefinire la nostra storia e di distruggere le nostre tradizioni comuni. La chiamano “cultura woke”. Cercano di cancellare la nostra cultura. Si sbagliano»
(Videomessaggio del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in occasione del 50° anniversario della National Italian American Foundation, 18 Ottobre 2025)
«Forse non ho letto mai niente a cui, tra me e me, dicessi NO in tal modo, frase per frase, conclusione per conclusione, come a questo libro»
(F. Nietzsche, Genealogia della morale)
 

Negli ultimi quindici mesi, cioè da quando è uscito sugli scaffali per i tipi di nottetempo Guerre culturali e neoliberismo di Mimmo Cangiano, gli strali lanciati contro la cultura woke si sono rivelati definitivamente per quello che erano: una posizione di destra. L’ascesa al potere di Trump e le sue politiche feroci contro le minoranze non bianche e queer, le donne e i corpi non conformi stanno dimostrando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che prendersela con il “politicamente corretto” è una strategia funzionale al nazismo 2.0 in salsa MAGA (molto amato peraltro anche dalle nostre parti), che di cancellazioni se ne intende, eccome, e lo sta ampiamente dimostrando.

Ma le posizioni espresse da Cangiano sono ancora molto appetibili anche per una larga parte della sinistra – o quel che ne rimane – che, in assenza di una strategia valida per contrastare i fascisti, ha pensato bene da qualche tempo di prendersela con chi la rivoluzione prova comunque a farla.

Il testo di Cangiano, come molti saggi contemporanei, parte da una vicenda personale: un periodo di docenza negli Stati Uniti in virtù del quale ci viene spiegato perché le odierne battaglie politiche e culturali delle minoranze non sono fatte come dovrebbero. La sua esperienza, lungi dall’essere analizzata criticamente e contestualizzata, assurge a paradigma globale, emblema di tutte le cose peggiori che la modernità ci ha consegnato in termini di teorizzazione politica dal post-strutturalismo in poi.

Mimmo Cangiano, Guerre culturali e neoliberismo

Ogni capitolo si apre con un aneddoto – generalmente, una conversazione tra lui e qualche giovane dottorando – che nella lettura di Cangiano diventa lo specchio di una sorta di degenerazione dei costumi concettuale. Così, ad esempio, nell’incipit:

«Fu proprio a un tavolo del Dain’s che feci il mio primo incontro anche con la variante di sinistra, consapevole e informata, delle identity politics. Un dottorando in Antropologia culturale, originario del Vietnam ma in America da tre generazioni, mi disse: “Vorrei che il mio relatore di tesi si rendesse conto che sono parte di una minoranza. Ma la colpa è soprattutto mia: devo lavorare per far emergere con maggior chiarezza questa mia condizione”» (p. 15).

La frase, che esprime una posizione e una preoccupazione più che comprensibili, diventa per Cangiano l’emblema di un’intera «articolazione ideologica» (p. 15) – non certo in senso positivo – mentre le osservazioni sull’inclusività e il white privilege sollevate dallo studente sono derubricate a «polemiche».

Da qui in poi il tema delle “guerre culturali” emergerà attraverso le parole d’ordine che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, riassunte subito in un breve paragrafo.

«Snowflakes generation, cancel culture, politically correct, woke, ideologia del gender. Per un paio di decenni la destra ha amato chiamare tutto ciò cultural marxism (così lo definiva anche Anders Breivik, il terrorista norvegese che nel luglio 2011 uccise 77 persone). Il processo di ridefinizione ideologica in atto nelle accademie e in parte della società statunitense (e oggi non più solo statunitense) è stato cioè letto come riformulazione, in ambito etico-culturale, di un marxismo sconfitto sul piano economico-politico: “È marxismo traslato dall’ambito economico a quello culturale”» (p. 17).

Ci si aspetterebbe da parte di Cangiano una disamina critica di concetti tanto amati dai suprematisti bianchi. Al contrario, per tutto il libro il lessico e il frame interpretativo della destra viene dato per buono dall’analisi di Cangiano, e supportato con argomentazioni che, da sinistra, lo avallano e gli danno corpo. La lettura delle destre è definita «interessante» (p. 20) soprattutto nell’aver individuato un soggetto “vittima” da mettere al centro delle rivendicazioni.1

In generale, la tesi di fondo del libro si basa sul ribadire a ogni piè sospinto una rigida divisione del mondo in struttura e sovrastruttura; e se a Gramsci viene perdonato di aver messo in discussione uno dei dogmi del marxismo ortodosso, così non è per i suoi epigoni postmoderni, a partire da Raymond Williams, dai cultural studies e dalla cosiddetta French Theory (cioè Deleuze, Derrida, Guattari, Foucault, etc.), vero obiettivo polemico di Cangiano.2

Gli stessi concetti (la già citata divisione fra struttura e sovrastruttura, l’universalità della classe, il pericolo di un essenzialismo di ritorno, la distinzione tra oppressione e sfruttamento) vengono ripetuti per duecento pagine con qualche variante a seconda del capitolo, in una snervante coazione alla parafrasi, con un abuso del sintagma “come ora vedremo” utilizzato per glissare sugli snodi fondamentali – che di solito non vedremo affatto – e una discutibile predilezione per gli elenchi numerati.

La sintesi delle tesi femministe contenuta nel secondo capitolo è talmente riduttiva da suscitare imbarazzo.3 Le uniche pensatrici femministe risparmiate dall’oblio bibliografico in cui cade, ad esempio, anche Silvia Federici (omissione imperdonabile a un marxista), sono Nancy Fraser e Judith Butler, citate cum grano salis e solo lì dove conviene; allo stesso modo vengono menzionati Angela Davis e Franz Fanon.

Tutto il resto, non pervenuto. Decenni di studi e riflessioni post e decoloniali, di antirazzismo militante, di disability e fat studies e la rivoluzione femminista che ha dichiarato e praticato “il personale è politico”: tutto buttato alle ortiche, cancellato con un colpo di spugna, banalizzato e ridotto all’how I feel e al safetysm, che già nella loro stessa formulazione si tingono di disprezzo. D’altra pare, se al linguaggio e alle parole si riconosce solo un ruolo ancillare è lì che si finisce: a usare la lingua del padrone pensando che sia la propria.

Ma l’argomentazione di Cangiano è vera solo da una prospettiva deviata: nessuna femminista o militante antirazzista dirà mai che lo scopo delle sue battaglie è il politicamente corretto. Nessuno, nessuna, ti dirà che non essere chiamata “troia” o n-word è l’obiettivo della sua lotta; è, al limite, un punto di partenza.

Eppure, Cangiano sceglie di riprendere la narrazione reazionaria per la quale il portato rivoluzionario di questi movimenti di liberazione di massa si riduce ad alcune specifiche richieste formali. Come i teorici di destra, anche Cangiano schiaccia volutamente la critica dell’ideologia woke su quella fetta di liberal-democratici statunitensi talmente collusi con il sistema economico dominante da sembrare finti. Tutto finisce nello stesso calderone, ogni cosa scivola nel tritacarne delle guerre culturali e viene fatta a pezzi dalla pacata, materialista, economicista analisi del veteromarxismo di Cangiano: per lui, tra Black Lives Matter e Amazon Prime che produce un Signore degli Anelli con attori Neri a interpretare gli elfi non c’è soluzione di continuità.

Il problema, ovviamente, non è denunciare le élite e il loro uso strumentale – e ipocrita – dei temi delle lotte antirazziste e femministe, ma buttare il bambino con l’acqua sporca, e cioè pensare veramente che la faccia pubblica, il corpo vivo di quelle lotte sia la stessa élite che si sforza di sussumerle. Pensare davvero, cioè, che la pubblicità arcobaleno della Mastercard nel mese di giugno sia l’essenza stessa del Gay Pride.

L’idea promossa da Cangiano è che il marxismo culturale abbia oscurato la lotta di classe: al woke viene imputato di aver prodotto la narrazione di «una working class razzista e sessista» (p. 23), alimentando la cosiddetta guerra fra poveri e facendo il gioco del capitale. La soluzione, sostiene Cangiano, risiede nel recupero dei concetti di «universalismo» e «totalità», bypassando una volta per tutte le fastidiose differenze e l’indigesta molteplicità che negli ultimi decenni hanno reso sempre più evidente come esistano, nella vita reale, rapporti di potere dettati da diversi tipi di oppressione, e dunque diversi livelli di sfruttamento.

La lotta contro l’essenzialismo dei teorici della decostruzione viene rispedita al mittente agitando lo spettro di un «essenzialismo di ritorno»,4 agito dai già citati soggetti “vittima” (p. 62) in un magma di fluidità incomprensibile. Il tutto condito dall’insistenza su questi feeling, cioè i sentimenti degli altri reputati davvero insopportabili da dover prendere continuamente in considerazione – e un fastidio più che percettibile per la pratica del posizionamento,5 sentita evidentemente come accessoria se non deleteria per la fratellanza nella lotta: una variante raffinata del “non si può più dire niente”.

Ma il discorso di Cangiano regge solo se si pensa che la working class sia fatta esclusivamente da maschi bianchi eterosessuali, una cosa non più vera – se mai lo è stata – da almeno un secolo. Ad oggi, non esiste un fronte transnazionale di lotta, anche di classe, che non passi attraverso le rivendicazioni femministe e antirazziste, antiabiliste e queer. Le cosiddette “minoranze” sono, se messe insieme, la maggioranza della forza lavoro mondiale. Ed è per questo che lo scontro più feroce, oggi, è proprio tra marginalità oppresse e destre mondiali, ed è uno scontro dove chi sta in prima linea non solo non può sottrarsi, ma rischia ogni giorno il lavoro, la casa, la pelle.

I maschi bianchi cis-etero della working class che, secondo Cangiano, sono le vittime della cultura woke, fanno spesso fatica a segnalare la propria esistenza in vita, figuriamoci guidare la rivoluzione globale in nome di un risorto universalismo fondato sulla classe. Anzi, se c’è una cosa che potrebbe beneficiare le lotte sul lavoro in questa fase storica in cui la femminilizzazione 6 e la deumanizzazione investono tutti i lavoratori, anche quelli storicamente più tutelati, è proprio la lezione che viene dalle pratiche di resistenza antirazziste e femministe, che da sempre operano in un mondo che deumanizza e sfrutta senza alcun confine tra vita privata e lavoro.

Ma ammetterlo sarebbe perdere potere posizionale, ora ci vuole, nel dibattito pubblico; significherebbe tornare a studiare, leggere molti più libri, mettersi in discussione e, spesso e volentieri, passare il microfono, attività che i marxisti italiani storicamente faticano a compiere, specie quando occupano posizioni di potere.

A un certo punto, Cangiano fa riferimento ai «fenomeni concorrenziali fra femminismo e marxismo» (p. 32) così evidenti al giorno d’oggi. Ma quali fenomeni? Di quale femminismo sta parlando? Di quale marxismo? Un marxismo che si sente in concorrenza con il femminismo – e temo che qui caschi l’asino – è un marxismo di facciata, impegnato a vendere le lotte operaie, più che a portarle avanti.

Perché, si sa, il marxismo è come il sesso: più ne parli, meno ne fai. E Cangiano ne parla tantissimo, descrivendo la classe come un vero e proprio elemento messianico, unica divinità del pantheon della religione del proletariato, i cui adepti sono da sempre e per sempre impegnati nel continuo sforzo esegetico del Capitale, la loro Bibbia.

Ci sono, a volte, sprazzi dissonanti. Cangiano sembra intuire di dire cose totalmente sorpassate dalla storia e scollegate dal mondo, e infatti in più di un momento immagina le eventuali critiche al suo discorso con fare sardonico e ammiccante, assumendo le vesti del povero intellettuale martirizzato «perché parlare di relazioni dialettiche fra struttura e sovrastruttura è così old-fashioned, fuori moda, sooo 20th century» che potrebbe costargli «un blocco di carriera» (p. 76). Una dichiarazione che farebbe ridere se non fosse che da ridere non c’è proprio niente, in un mercato del lavoro – quello universitario e culturale in senso lato – ancora saldamente in mano alla maschilità bianca, dove i “blocchi di carriera” sono spesso frutto di molestie e abusi perpetrati dagli uomini sulle donne e le persone non bianche e non conformi.

Ma che fare dunque delle battaglie woke? Nell’explicit Cangiano giunge a questa conclusione:

«La battaglia culturale è tale soltanto finché si intende in dialettica col livello materiale in cui la società si articola. E questo livello materiale è tutt’uno con l’esistenza della classe (in tutta la disomogeneità e uniformità che la caratterizza), ma solo quando il corrente modo produttivo verrà abbattuto, solo allora la domanda di un modo diverso di vivere, inclusa la richiesta di farla finita con razzismo, patriarcato ecc., si rivelerà corretta» (p. 172).

La lotta al patriarcato, al razzismo e alle altre forme di discriminazione è rimandata al Sol dell’avvenire, quando finalmente «si rivelerà corretta». Per il momento, insomma, meglio lasciar perdere, e continuare a farsi ammazzare.

Concludo dicendo una cosa: sempre più spesso, nell’evidenziare le storture – o falsità, o ipocrisie belle e buone – presenti in quello che dovrebbe essere il mio campo politico (cosa voglia dire, ormai, non ne ho più idea), mi capita di essere accusata di fare un danno alla causa. “Ma come, con l’ascesa mondiale delle destre e il ritorno dei fascismi, tu perdi tempo a dare contro ai bravi compagni che lottano per un mondo migliore?” Fuoco amico, insomma.

Ora, io non so se il mondo di Cangiano sia veramente un mondo migliore per me. Però so che il suo libro, quello sì, è fuoco amico. E chi oggi se la prende con la “cultura woke”, i pronomi, lo schwa e le “nazi-femministe” fa un grosso, grosso favore alle destre mondiali, perché foraggia da sinistra lo stesso arsenale con cui poi i MAGA, i fascisti e i neo-nazisti incel ci sparano addosso.7

Per questo ritengo che Guerre culturali e neoliberismo di Mimmo Cangiano non sia solo un libro superficiale e viziato da un pregiudizio strutturale che ne inficia ogni conclusione, ma anche un libro pericoloso (soprattutto se prendiamo per buona l’exergo da cui prende le mosse Cangiano stesso, America is everyone’s future): pericoloso per me e le mie compagne, e per tutti i soggetti marginalizzati di cui pretende di parlare senza averli ascoltati, a cui dà lezioni e a cui fa la morale. È una visione del marxismo che aveva già avuto modo di provare la sua insufficienza a inizio Novecento, figuriamoci oggi quando viene resuscitata come la creatura di Frankenstein e utilizzata per criticare le avanguardie di movimento. È lo specchio dell’arroganza di un certo modo di intendere la militanza intellettuale facendola coincidere davvero con il proprio parzialissimo punto di vista, facendo un danno alla causa che nessuna critica potrà eguagliare.

È, insomma, la sintesi di tutto ciò che non va nella sinistra di oggi, e questo è il suo unico pregio.

Note:
1) «Possiamo intanto dire che tale sovrapposizione fatta dalla destra rivela almeno un punto interessante, un punto che è paradossalmente condiviso proprio da alcune frange woke: se al lato giudicato positivo dello spettro politico siede il soggetto “vittima” (marginale, subalterno ecc.) – si tratti pure della classe lavoratrice –, questo soggetto è tale appunto in relazione a un rapporto di potere che tende a opprimerlo e a “definirlo” (a categorizzarlo, a normarlo) mediante una serie di misure pragmatico-culturali. Dunque, è proprio la condizione di vittima a dettare le ragioni della scelta del soggetto rivoluzionario e/o resistente» (p. 20).
2) «Lo spostamento culturalista delle lotte è tradizionalmente fatto risalire ai Cultural Studies inglesi della Scuola di Birmingham, una posizione largamente incentrata su quella riabilitazione della sovrastruttura già messa in atto, contro il “marxismo volgare”, da Gramsci. […] Se però in Gramsci la lotta culturale è inscindibile dall’azione di prassi del proletariato e del partito […], nel cultural turn, cioè in un momento storico in cui l’azione di contro-prassi tende a svanire, la lotta culturale – non trovando un’azione materiale a cui legarsi dialetticamente – tende a ipostatizzarsi su presupposti di natura a loro volta ideologica: i tropi dell’anti-universalismo che provengono dalla French Theory» (pp. 95-96).
3) Si veda il capitolo 2, Particolarismo militante, specialmente le pp. 32-34, in cui si elencano alcuni nodi teorici «tuttora all’ordine del giorno: 1) una politica separatista rispetto a quella del movimento dei lavoratori; 2) l’impossibilità di dare preminenza a un conflitto rispetto agli altri; 3) la coscienza, in questo caso interna al marxismo, del ruolo giocato dalla “riproduzione sociale” nel funzionamento del capitalismo […]; 4) la sostituzione, quale agente principale dello sfruttamento-oppressione, del maschio stesso al capitalista, con le conseguenti: 5) frammentazione del soggetto rivoluzionario e 6) una visione di sorellanza che può unire in un singolo insieme l’operaia e la moglie di un industriale; 7) lo sviluppo di un femminismo essenzialista, questo sì antecedente diretto della versione liberal delle identity politics», a cui segue una sintesi del femminismo negli anni ’80.
4) «L’attenzione alla marginalità come luogo dell’anti-essenzialismo, estraneo cioè alle prospettive “monologiche”, è costantemente esposta al rischio di diventare parte integrante di quella visione che assegna al capitale una specifica e univoca modalità di funzionamento ideologico: essenzialismo di ritorno» (p. 89).
5) Il posizionamento è, secondo la teoria del femminismo intersezionale, la pratica di riconoscere che il nostro background in termini di classe, genere, razza – inteso come processo storico di razzializzazione, ovviamente, non come componente biologica – e così via influisce su tutto ciò che ci riguarda, compresa la conoscenza: che anche il sapere, cioè, non è mai neutro, ma posizionato.
6) Con femmilizzazione del lavoro intendo, da un lato, l’ingresso in massa delle donne nel mondo del lavoro a partire dal secondo dopoguerra e, dall’altro, la precarizzazione e la terziarizzazione del lavoro di tutti, che lo rende sempre più simile, in termini di scarsità di diritti, flessibilità e soft skill richieste, a quello che storicamente sono state e sono ancora le caratteristiche predominanti del lavoro femminile.
7) Lo dico pensando alla lunga lista di femminicidi compiuti ogni anno, ai disabilicidi e ai transcidi, e all’altrettanto lunga lista di attentati e omicidi razzisti, da Fermo a Macerata, che hanno costellato le cronache italiane degli ultimi anni, sempre prontamente dimenticati.


Immagine di copertina:
Jeffrey Gibson, un particolare dall’installazione the space in which to place me

Crowdfunding Associazione Ibridamenti APS