[Pubblichiamo un estratto del romanzo di Valentina Fulginiti, Nessuna di queste vite mi appartiene, edito da ExCogita, opera vincitrice del Premio Letterario Luciano Bianciardi 2024. Di seguito la motivazione del premio:
«Intorno a un ex-cervello in fuga, “intellettuale mancata”, si dibatte una famiglia e l’impercettibile crescita degenerante del nostro Paese: la svalutazione del lavoro culturale, la presa di coscienza della prima generazione – sempre figlia, mai madre – condannata a rimanere un passo indietro rispetto ai propri genitori. La scrittura di Fulginiti si avvale di una sintassi mai banale, la costruzione della frase sorprende spesso, il linguaggio è al contempo chirurgico e mai svilito, preciso e creativo, onesto e alieno da fronzoli – mai letterario e pur palesemente nutrito di buona letteratura»].

La pelle di Ornella è una ragnatela di solchi e dolori: nella trasparenza diafana, le vene rigonfie e bluastre pompano il male. Irene scruta la pelle di sua madre senza toccarla. Sospetta la rete iridescente delle vene, dei nervi, dei capillari, degli impulsi, dei malesseri. Dove riaffiorerà la malattia? Dove emergeranno le prossime metastasi? Prova vergogna di quel corpo così pudico, cattolico, levigato, che le risulta perfettamente estraneo. Sa di esserne stata parte, carne nella carne, un grumo denso nelle sue viscere; ma il pensiero le risulta alieno, intollerabile.
In tanti anni di peregrinazioni e letture, Irene ha stabilito un confine tra sé stessa e la famiglia di origine. Si è abituata ad altre intimità e a distanze insormontabili. Ha fatto proprio il concetto di privacy e l’assurda diffidenza che gli americani hanno per qualsiasi forma di tocco, involontario e non. Se la mamma si avvicina troppo, per Irene ritrarsi è quasi seconda natura.
«Ti do fastidio?» domanda l’anziana.
A una domanda del genere non c’è un modo giusto di rispondere. Ci sono solo risposte taglienti: ferisce l’ipocrisia, e ferisce la troppa onestà. Madre e figlia non si parlano: si girano attorno con sospetto, come duellanti in un campo pieno di insidie. Ogni parola è una mina pronta a esplodere, col suo carico segreto di aspettative tradite e deluse, di intenzioni e sospetti e allusioni. Non sai mai quale sarà il passo falso che può costarti una gamba, o la vita.
Non c’è mai stato, tra Ornella e Irene, quell’abbraccio istintuale che lega madri e figlie. Per tutta la vita hanno recitato un copione che le voleva madre premurosa e figlia modello: e in questo copione era scritto anche il destino di studiosa di Irene, transitata quasi senza accorgersene da una pagella perfetta all’illusione di una carriera accademica.
“Amarsi è sacrificarsi”, le ha sempre ripetuto la madre; e di sacrifici, lei, ne ha fatti tanti. Pomeriggi spesi a sudare sugli aoristi, mentre le altre adolescenti del paese svolazzavano come api su motorini smarmittati. Estati passate sui libri per mantenere il ritmo degli esami e, qualche anno più tardi, a dare ripetizioni per racimolare qualche soldo. Anni di nomadismo universitario, trascorsi in uno stato di prolungata adolescenza in attesa che le porte dell’accademia le si schiudessero davanti. Di tutti questi sacrifici, si domanda oggi con rancore, che cosa le è rimasto? Senza aver raggiunto l’ambìto ruolo di docente universitaria, senza aver appagato i desideri di grandezza sognati in primo luogo dai suoi genitori, Irene ha trovato una tardiva realizzazione seguendo l’esempio di sua madre: accantonare le velleità di una carriera propria per rifugiarsi in un ruolo di cura.
Madre e figlia si amano, come prescrivono la logica, il senso del dovere e la più elementare decenza. Ma il loro amore è una lingua straniera, appresa da adulti e con lungo corollario di parafrasi ed equivoci. Una lingua in cui ti esprimi quasi alla perfezione, di cui padroneggi la sintassi e il lessico e hai imparato financo le più oscure frasi idiomatiche; una lingua in cui passeresti quasi per un parlante nativo, se non fosse per quel residuo di accento che non perderai mai. Questo dolore così oscuro, che Ornella vive nelle fibre del suo essere, non è che l’ultima delle loro incomprensioni.
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Immagine di copertina:
un’opera di Ashley Whitt dalla serie The Haunted Mind



