[Pubblichiamo un estratto dal saggio di Andrea Comincini, La visione del poeta, edito da QED, in questi giorni in libreria. Ringraziamento l’autore e l’editore per la gentile concessione]

Nel 1843 gli abitanti di Londra rimasero stupiti e increduli nell’attraversare il loro fiume, il Tamigi, passandoci sotto. Le immagini dell’epoca mostrano quanta meraviglia vi fosse negli occhi delle persone che percorrevano il primo tunnel sotterraneo della città. Tale impresa fu ribattezzata “l’ottava meraviglia del mondo”. Ci vollero molti anni, causa allagamenti e frane, ma alla fine quel miracolo del progresso fu agibile, e vent’anni dopo divenne la galleria che ospitò la prima linea della metropolitana. Un’epoca incredibile spalanca le porte dell’ottimismo: la rivoluzione industriale, poi il positivismo, figlie della rivoluzione illuministica, segnano la svolta industriale trasformando antropologicamente e geograficamente il globo. Questa rivoluzione era sostanzialmente, come lo è oggi, un modello processuale che attraverso prove, crisi, discussioni di teorie e loro superamento ha consentito all’umanità un progresso inarrestabile. Gli autori dell’Enciclopédie aprirono la strada a una nuova idea di uomo e di comunità, indicando nella tradizione scolastica e nel Medioevo – il tempo delle verità rivelate e non scoperte – la causa della dannazione umana.
Nonostante l’ottimismo della mentalità progressista, e i risultati raggiunti in termini di salute, natalità, istruzione ecc., la società si è trovata anche a vivere, se ci soffermiamo solo al Novecento, due guerre mondiali e tante, troppe situazioni di sfruttamento. L’ottimismo svanì presto lasciando spazio a decadentismo, irrazionalismo e altre correnti volte a mettere profondamente in discussione le basi della cultura moderna. Peggioramenti economici, guerre, depauperamento dei territori non sono stati sempre giudicati effetti negativi superabili riformulando un nuovo assetto economico all’interno del modello conquistato negli ultimi tre secoli. Queste atrocità, per alcuni, non possono essere liquidate asetticamente come casualità o crisi. L’effetto negativo ha spinto molti a dubitare del modello in sé: la modernità e la scienza, il paradigma cosiddetto americano che nel capitalismo trova la sua espressione più compiuta e ultima sono la causa del disastro alienante, della corruzione dell’uomo, della devastazione ecologica: con la modernità si vive peggio, e non meglio. Queste persone generalmente sono state chiamate antimodernisti, cioè uomini e donne che non considerano la rivoluzione industriale, il progresso e la scienza un miglioramento concreto della condizione umana, ma una sua caduta, una degradazione a cui rimediare provando a ristabilire un equilibrio perduto. Anche oggi, li chiamiamo antimoderni o conservatori, sebbene la parola più corretta dovrebbe essere restauratori, in quanto indicano in un qualche tipo di passato il locus amenus a cui tornare a rivolgersi. Sono studiosi spesso ridicolizzati dalla società attuale, ma che a ben vedere, leggendo i loro libri, offrono documentazioni di tutto rispetto, degne almeno di una confutazione seria e non di essere liquidati con un sorrisetto cinico.
Le categorie di moderno e antimoderno, ovviamente, sono indicative, e al loro interno complesse e con labili confini, ma è possibile stabilire con una certa esattezza che dopo le due guerre mondiali la sfiducia nella scienza e nella modernità sembra aver raggiunto l’apice proprio nel periodo attuale, e ha visto cavalcare questo disagio da diverse forze politiche le quali hanno in maniera diversa puntato il dito contro la rivoluzione industriale e l’homo tecnologicus. Così anche Illuminismo e Romanticismo, per le loro peculiarità intrinseche, vengono arruolate come categorie corrispondenti a Modernità e Antimodernità. Questa divisione delle truppe tra Guelfi e Ghibellini è problematica perché nella realtà storica i rapporti erano e sono ben più articolati.
«Pensare a categorie troppo rigide spesso trae in inganno e impedisce di cogliere vitali punti di continuità. Il Romanticismo si pone in linea con l’insegnamento di I. Kant e cerca di aprire la riflessione alla totalità della facoltà dello spirito».1
Nonostante la corretta osservazione, come vedremo più avanti, è risultato più facile o comodo far saltare i ponti e procedere per grossolane ma efficaci semplificazioni.
Le due parti in conflitto, quando sono tali, lo sono spesso per ragioni differenti dalla storia in cui sono sor-te o da una frizione concettuale. Si tratta di una eminente questione politica, come avremo modo di osservare. Restano comunque divisioni ormai acquisite e, seppur ramificate, arruolate nella grande battaglia che moderni e antimoderni combattono da tempi memorabili: la pretesa di condannare l’altra parte in quanto custodi di una verità più profonda e meno superficiale di quella edulcorata dai media e dagli spot pubblicitari è ciò che infine conta di più. In gioco c’è la salvezza dell’umanità – per alcuni – o la sua apoteosi – per altri.
La protesta dell’antimoderno
Di cosa si lamenta l’antimoderno? Davanti ai proclami continui di libertà, progresso, standard ineccepibili di salute fisica e uguaglianza concreta, gli antimoderni sostengono essenzialmente di trovarci in una bolla mediatica mondiale, la quale ci illude di stare meglio mentre in realtà viviamo da schiavi, siamo meno liberi, meno felici, e addirittura in una fase di decadenza concreta rispetto a trecento anni fa.
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Questa lunga riflessione sulla situazione attuale conduce quindi al tema fondamentale: l’assenza di libertà che la modernità ha portato sarebbe palese e strettamente connessa con la modernità. Inutile rinfacciare le conquiste degli ultimi duecento anni quando il mondo rotola. Si vive in un simulacro.
Anche le tanto sbandierate conquiste sulla natalità e la longevità, o la salute, vengono giudicate false. Ormai stiamo diventando essere innaturali, in grado di vivere anche cento anni, ma… come? Soli, abbandonati in cubicoli pieni di confort all’apparenza ma in verità gabbie sterili. Nel medioevo si moriva in casa, circondati da numerosi famigliari, tanti bambini: la morte era naturale, si viveva il giusto e non si era ossessionati per la quantità di vita, come accade oggi.
Come risolvere questo sfacelo, infine? In che modo recuperare una idea sana di esistenza, una comunità, un mondo di valori?
Qual è la soluzione? Semplice: bisogna stravolgere la società calcolante e tornare a una dimensione in cui altri principi guidino la politica. Chi non lo accetta, o è un vigliacco o fa parte del sistema. Questa tendenza a un generale stato di euforia consumistica, continua a sostenere il contro-movimento, è fondata paradossalmente su una latente depressione generale interrotta da simulacri di felicità comprata o sognata su piattaforme digitali, e gestita da superburocrati e tycoon dell’informazione. Tale apparato può esser definito Tecnofascismo (Qui nasce la convergenza dei contrari, destra e sinistra trovano un nemico comune, il Capitale tecnocratico). Il tecnofascismo non si sporca le mani con manganelli o altro – a meno che non sia proprio necessario – ma preferisce agire ammiccando, concedendo, organizzando party alla moda, esclusivi, dove solo i fortunati si ritroveranno a banchettare. La superburocrazia europea – nemico principale degli antimodernisti – viene sostenuta da banchieri griffati e presidenti del consiglio colti, amabilissimi, di cultura approfondita. Persone che agiscono per il bene di tutti, che usano un linguaggio affabile e democratico, a cui resta in odio la volgarità e la violenza imbrattata di sangue. Si tratta di personaggi descritti in maniera edulcorata, quasi in odore di santità, dai maggiori network, finché difendono e riproducono il meccanismo autofondante del godimento capitalistico e algoritmico. È l’algoritmo, sempre lui, lo strumento con cui si stabilisce la gerarchia dei poteri, a cui è intimamente connesso il nostro indirizzo server, l’account dell’esistenza. Questa politica e questa ideologia – lungi dall’essere morte e sepolte – sono rappresentate da una cultura liberal all’apparenza raffinata e inclusiva, ma infine al servizio del potere centralizzato.
I “capitalisti” del Sistema non sono che funzionari, il che d’altronde deve incitarci al pessimismo, dal momento che spesso non è nemmeno lo stesso “interesse del profitto” a motivarli, ma solo la logica interna delle loro proprie organizzazioni. Questa tecnocrazia che ci regola non è “autoritaria”, ed è forse per questo che essa, in parte anche suo malgrado, si traduce in oppressione sistematica. Appoggiandosi all’ideologia liberale essa si pretende antiautoritaria e soprattutto – argomento improntato al liberalismo come al marxismo – fondata sulla razionalità.
Di nuovo, la valutazione della modernità è giudicata negativa, e a nulla servono le distinzioni di maniera: viviamo in condomini di stato, dove le decisioni sono prese altrove. Non si tratta di fare del vittimismo o del populismo di bassa lega, sostengono, ma di stabilire quanto politiche della depressione e dello sfruttamento siano condivise da schieramenti amplissimi, e rivelino vocabolari simili. Ciò che bisognerebbe fare è ribellarsi al Sistema: le persone, i cittadini, devono avere la forza di rifondare il mondo, al fine di comandarlo e controllarlo, non subirlo.
Nota dell’autore
Ringrazio Ibridamenti per l’ospitalità. Ho scelto questo brano perché proprio da poche settimane è uscito il libro della nota filosofa Donatella di Cesare, intitolato Tecnofascismo. Ebbene, sono arrivato a formulare il medesimo concetto in maniera indipendente, circa un anno fa, e credo sia proficuo poterne parlare, anche confrontandolo con il mondo teoretico inteso dalla autrice. Il lettore potrà eventualmente cogliere convergenze o dissonanze.
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1) S. Thabet, La rivoluzione romantica, Mimesis, 2024, p. 25.
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Immagine di copertina:
un particolare da Carlo Carrà, Atleti in riposo (Pugilatori), 1933-1935, collezione privata



