[Deborah Righettoni scrive regolarmente di disabilità su diverse riviste e ha partecipato al volume collettivo “Voci Crip. Esperienze e pratiche dell’attivismo disabile”, a cura di Elisa Costantino e Enrico Valtellina, di prossima uscita].
«La cosa più dolorosa per una madre è non poter scegliere». Così diceva un commento sotto la pagina dei Tetrabondi all’indomani dell’omicidio di Corleone in cui Lucia Pecoraro aveva ucciso strangolando con una corda la figlia quarantottenne Giuseppina Milone, donna con autismo, prima di suicidarsi. Un omicidio descritto quasi in forma poetica, quasi un gesto d’amore. Non giudicatela, scriveva il Corriere della Sera, cosa avrebbe fatto la figlia senza di lei, sarebbe stata rinchiusa in un istituto e sedata? Ma davvero il futuro di questa giovane donna sarebbe stato solo l’istituto e la sedazione? Ci piace crederlo.
Perché se si legge a fondo, questa donna aveva una rete di aiuti insolitamente solida alle spalle. Dopo la morte del marito, avvenuta otto mesi prima dell’omicidio-suicidio, si erano subito attivati i servizi sociali del Comune. Le due donne stavano facendo un percorso graduale, erano inserite nella parrocchia del paese, i parenti erano presenti e a quanto pare erano riuscite anche a fare dei viaggi. Ultimamente, però, Giuseppina aveva avuto difficoltà a deambulare, ed ecco la giustificazione alla tragedia. La donna scrive di non farcela più e decide per sé stessa e per la figlia. Noi non siamo qui a giudicare, ma ad analizzare i fatti. Giuseppina Milone è una donna con autismo e ai media basta questo per invisibilizzarla in quanto essere umano vittima di un omicidio e farla diventare parte in causa della tragedia.
Andiamo più indietro. Il 24 giugno 2020 Morena Designati, una donna malata di sclerosi multipla, viene uccisa a calci e pugni e poi buttata dalle scale nella propria casa dal marito Eugenio Zanoncelli. In un primo momento La Stampa definisce la donna malata di Alzheimer e l’uomo «esasperato dall’enorme sofferenza della moglie malata di Alzheimer da anni e dalle difficoltà dell’intera famiglia». Per poter uccidere la moglie, Zanoncelli aveva mandato il figlio dodicenne a cena fuori. Si tratta quindi a tutti gli effetti di un femminicidio: Morena Designati, moglie e madre quarantanovenne, è stata uccisa dal marito dopo anni – come si scoprirà durante il processo – di maltrattamenti domestici. Ci si sarebbe aspettato clamore, come accade sempre nei casi di femminicidio, in quanto un’ennesima donna era stata ammazzata da un uomo; ma sono quelle parole che spiccano su tutto: Alzheimer. Malattia. Di conseguenza, i commenti in calce all’articolo che riportava la notizia, molti dei quali di donne, danno un quadro preciso di come la morte di una donna malata venga percepita come una liberazione: pover’uomo, chissà quanta sofferenza, nessuno può giudicare una situazione così pesante, chissà che peso, poverino, però avrebbe anche potuto soffocarla con un cuscino. Perché se ammazzi la donna normale, quella in cui rivedi te stessa, rivedi tua figlia, quella che parla la tua lingua, lui diventa un assassino, facciamo sentire la nostra voce, “Non una di meno”. Ma se la donna uccisa è malata o disabile, un peso per il marito e per la società stessa, allora forse un po’ di comprensione si può concedere, sulla base che non si può giudicare la fatica altrui. Nessuno ha parlato di Morena, di che madre fosse, di che donna sia stata prima di sposarsi e di finire nella spirale di violenza del marito. Per l’opinione pubblica, Morena è diventata un’altra vittima invisibile.
Arriviamo ad oggi. Il 31 agosto scorso, una bambina di 5 anni, Bianca Abbasciano, è stata uccisa dai suoi genitori. Le hanno sparato in testa, poi hanno sparato al cane e infine hanno rivolto l’arma verso sé stessi. Leggete questa frase e ditemi se non la trovate crudele. In quanti casi come questi si sarebbe scatenata la gogna social e mediatica; mostri, si sarebbe detto, come avete potuto fare questo a una povera innocente? E invece non è andata così, perché Bianca Abbasciano era una bambina con disabilità e quindi il giudizio si fa opaco, Bianca scompare rapidamente dalla scena e l’orrore si tinge di tenerezza: poveri genitori, chissà che dolore hanno provato, quanta sofferenza. Bianca, il suo sorriso che si vede in quell’ultimo selfie scattato dal padre, i suoi desideri, i suoi ultimi istanti di terrore, non esiste più. Esiste solo la disperazione dei genitori, la loro solitudine, i problemi economici e allora ecco che il disabilicidio di Bianca è giustificato dall’opinione pubblica e dai media. Vi invito a questo punto ad andare a vedere il video che Marianna Monterosso ha pubblicato su Instagram, esponendosi per prima contro la narrazione della vicenda che stava diventando predominante sui media. Penso sia soprattutto grazie a lei che questa narrazione si è in qualche modo fermata. Eppure, sotto questo video sono stati scritti centinaia di insulti perché Marianna Monterosso dà voce a un pensiero strisciante in tutti noi: Bianca e la sua disabilità sono i carnefici di questa tragedia. Non sappiamo se i genitori della piccola, Luca Abbasciano e Valentina Pambanco, avessero premeditato l’omicidio; tuttavia, nella loro abitazione sono state trovate dozzine di lettere a dimostrare l’intenzione di farla finita.
Anche se sulla vicenda il giudizio rimarrà sospeso, ciò che possiamo dire con assoluta certezza è che ogni volta che succede un caso come questo, quasi nessuno penserà al malato o alla persona disabile come unica vittima; si parlerà bensì della solitudine e del burnout del cargiver, si empatizzerà con la loro stanchezza e depressione. Ed è quello che sta succedendo ed è già accaduto e probabilmente accadrà ancora. Quando i media raccontano la violenza sulle persone con disabilità, spesso invertono i ruoli: la sofferenza del caregiver oscura del tutto della vittima causandone la cancellazione.
Nel caso della piccola Bianca – come nel caso di Giuseppina Milone, Morena Designati e ultimamente di Adriana Furlani, ottantatreenne uccisa dal figlio poi suicidatosi – i familiari hanno deciso per tutti. L’opinione del soggetto disabile non ha alcuna rilevanza, né per l’opinione pubblica né per i media. A nessuno interessa chi fosse Bianca, cosa le piacesse fare, cosa la rendesse felice. Qualcuno, sul mio profilo di Facebook dove avevo pubblicato una riflessione sulla vicenda, ha avuto il coraggio di scrivere che «la bambina non era consapevole nemmeno di esistere. E noi non possiamo giudicare la sofferenza per una disabilità così totale». Ovviamente non si giudica la sofferenza altrui, ma una considerazione di questo tenore porta a pensare che la vita di un bambino o bambina con disabilità valga zero rispetto a quella di una bambina o bambino non disabile. Già nel caso di Giuseppina Milone, la giornalista Patrizia Gariffo e l’attivista Sofia Righetti avevano chiesto ai media di smetterla di chiamarli «omicidi compassionevoli» o di raccontarli come gesti giustificati dalla disperazione, ma di utilizzare un termine specifico, disabilicidio.
Non rientra tra le prerogative di chi assiste decidere della morte della persona di cui si cura.
Sono perfettamente consapevole del fatto che lo Stato abbandona i figli disabili ancor prima che nascano, che molto spesso le famiglie affrontano difficoltà indicibili, e che le istituzioni arrivano a tragedia compiuta a o non arrivano affatto.
La Ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli è intervenuta sulla vicenda di Pietralata tramite un video pubblicato sulla sua pagina Facebook, parlando del Ddl sui caregivers, una proposta che presenta diverse criticità, imponendo requisiti irrealistici e stanziando scarsissimi fondi. Prendersi cura dei famigliari non autosufficienti è un obbligo costituzionale, ma lo Stato dovrebbe garantire assistenti professionali qualificati nelle situazioni che richiedono competenze specializzate. Le persone con disabilità hanno diritto a una vita piena, fatta di relazioni e di privacy, e non solo a essere accudite dai genitori. La disabilità è una responsabilità di tutta la società e questa norma è solo l’ultimo fallimento di anni di politiche sbagliate. Credo che su questo argomento si possa essere tutti d’accordo e che affrontare il tema della carenza di tutele sociali sia legittimo e necessario. Tuttavia, penso anche l’omicidio della piccola Bianca Abbasciano abbia aperto un vaso di Pandora veramente inquietante. Ogni volta che ci è stato chiesto di tacere davanti a questa “comprensibile” tragedia, il senso delle parole era decisamente un altro: la persona con disabilità viene spesso percepita attraverso la lente della sofferenza, sia individuale sia familiare. Quest’ultima dimensione tende frequentemente a sovrapporsi all’individuo, rischiando di fagocitare e annullare l’identità personale del soggetto disabile. Prova ne è il recente trend lanciato sui social dai caregivers: «anche noi non ce la facciamo più»; molti utenti accompagnano l’hashtag con le immagini dei propri figli con disabilità (violandone la privacy), altri affermando con forza il proprio amore e la promessa di non arrendersi. Nessuno ha però lanciato una frase che mettesse al centro la persona con disabilità, o un hastagh che chiedesse ai media e ai social di smetterla di parlare dei propri figli o familiari con disabilità unicamente come dei pesi da sopportare. È una dinamica, questa, che solleva forti dubbi etici. Il rischio di cadere nell’esibizionismo, sfruttando l’immagine del caregiver sofferente solo per ottenere visibilità, è molto concreto, mentre la persona con disabilità svanisce e i suoi bisogni cadono nell’invisibilizzazione.
In questi giorni, chi ha cercato di portare Bianca al centro dell’attenzione, chi non ha accettato la narrazione dominante è stato pesantemente insultato, mentre al contrario si percepisce come lecito esprimere comprensione verso chi commette un crimine contro una persona estremamente vulnerabile. Questo delitto va invece descritto per quello che è, senza mistificazioni o romanticismi. Richiede una condanna ferma, senza se e senza ma. Quella che dovrebbe essere una presa di posizione elementare sembra oggi perdersi in una deriva culturale pericolosa. Se non spezziamo questo schema non ci sarà alcun progresso. Nel frattempo, Paolo Ruffini, del cui spettacolo cui ho avuto già occasione di parlare proprio qui su Ibridamenti, non ha mancato di esprimersi sulla vicenda di Pietralata alla sua solita maniera pietistica, per dimostrarsi sensibile all’argomento.
Il pensiero va a Bianca, piccola e unica vittima di questa tragedia. A Bianca, che non ha potuto scegliere, chiedo perdono e va tutto il mio amore.
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Immagine di copertina:
un particolare da Edvard Munch, Døden og barnet (La morte e il bambino), 1899, Kunsthalle Bremen.



