Il soggetto-massa, secondo la premessa programmatica del volume di Pierpaolo Ascari e Claudio Cavallari, Analitica della massa. Nell’infanzia di un presente collettivo (DeriveApprodi, 2026), ha avuto sulla scena della storia un’irruzione tanto folgorante quanto breve. Al suo posto si è insediato un tendenziale isolamento atomistico, uno spirito individualista che sembra aver usurpato ogni forma di aggregazione collettiva. Ciò che oggi rimane di questo soggetto storico fatica a sottrarsi al riemergere di retoriche deteriori. Eppure, le domande che il volume sollecita sono di quelle che non si lasciano congedare: cosa ha causato la scomparsa della massa? E perché è urgente, oggi più che mai, ripensarne il ritorno?
A rispondere a questa doppia urgenza sono due voci distinte ma complementari: Pierpaolo Ascari, professore di Estetica presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna, dottore di ricerca della Scuola Normale Superiore di Pisa e autore, tra l’altro, di Corpi e recinti (Ombre Corte, 2020), e Claudio Cavallari, formatore e docente di Storia della filosofia, Sociologia della devianza e Pedagogia, autore di Pensare l’abisso. Jacques Lacan e la sovversione del soggetto (DeriveApprodi, 2021). Il libro che ne risulta è una raccolta di cinque saggi, uno di Ascari e quattro di Cavallari, che costruiscono insieme qualcosa di più di una somma delle parti: un’autentica proposta teorica su cosa sia la massa, cosa la formi e cosa oggi ne sopprima le possibilità.

Nel primo saggio, Ascari sceglie una via di accesso al tema insolita e potente. Anziché aprire con una teoria astratta della folla, l’autore individua in Jane Avril, celebre ballerina del Moulin Rouge e paziente di Jean-Martin Charcot alla Salpêtrière, una figura sintomatica della modernità europea a cavallo tra Otto e Novecento. La scelta non è casuale: Ascari costruisce un denso intreccio tra tre campi che all’epoca si interrogavano simultaneamente sugli stessi corpi e sugli stessi movimenti: la neurologia nascente, il mondo dell’intrattenimento di massa e la politica delle folle.
Ciò che affascina e insieme inquieta in questa operazione è la coerenza con cui questi tre mondi si specchiano l’uno nell’altro. Il corpo della ballerina e il corpo della folla condividono lo stesso vocabolario. Come scrive Ascari, «[l]’epoca dei trionfi di Jane Avril al Moulin Rouge e alle Folies Bergère, in altri termini, è anche quella degli scatti, i tic, le agitazioni corporee, le risate convulse e la perdita di controllo che sembra accomunare la classe (radunata in sciopero), il genere (la folla è “femminile”) alla coeva produzione di opere artistiche e di intrattenimento» (p. 25).
Questa convergenza non è solo una curiosità storica. Ascari la trasforma in un dispositivo critico. L’autore vuole cioè mostrare come le categorie con cui la prima neurologia classificava i corpi “devianti” – soprattutto femminili – siano le stesse attraverso cui la politica dell’epoca leggeva con terrore misto a fascinazione il fenomeno della massa. La folla operaia che scioperava e la ballerina che perdeva il controllo del proprio corpo erano grammaticalmente identiche agli occhi della cultura borghese. L’intreccio tra sapere medico, produzione artistica e paura politica appare così non come una coincidenza, ma come la struttura profonda di un’intera epoca.
I quattro saggi di Cavallari assumono ciascuno un testo classico come oggetto di analisi e in tutti e quattro si percepisce il medesimo gesto intellettuale: smontare le interpretazioni che di quei testi si sono sedimentate, spesso travisandone la radicalità, e restituirli a una lettura che ne rilanci la forza politica. Il contributo dedicato a Psicologia delle masse e analisi dell’Io di Freud è esemplare in questo senso. Cavallari non si limita a commentare il testo del 1921: lo attraversa inserendo una costellazione di riferimenti che vanno dal Leviatano di Hobbes agli studi sul corpo e il potere di Foucault, fino a scomodare Schopenhauer, costruendo una genealogia del problema dell’identificazione collettiva che abbraccia secoli di pensiero politico. L’obiettivo dichiarato – e perseguito con coerenza argomentativa – è però sovvertire la lettura mainstream del testo freudiano, quella che riduce la coesione di massa alla fascinazione esercitata da un capo carismatico, a una specie di ipnosi collettiva orchestrata dall’alto.
«La partita decisiva per le aggregazioni collettive si gioca a livello dell’altro della relazione intersoggettiva, e non della fascinazione illusoria che gli impianti più variegati dell’idealismo possono esercitare. La vera bussola capace di segnare l’orientamento nella composizione del legame sociale è sempre, in un certo modo, costituita dagli altri a cui mi lego, non dal fantomatico carisma di un leader magnetico, o dal bagliore ottundente delle insegne che smerciano vecchi e nuovi ideali» (p. 57).
La posta in gioco è enorme. Spostare il centro di gravità della massa dal leader agli altri significa riformulare l’intera questione politica della collettività. Non si tratta più di chiedersi chi sia abbastanza carismatico da trascinare le folle, ma di capire quali strutture di relazione orizzontali rendano possibile l’aggregazione solidale. È un ribaltamento che ha implicazioni immediate: se la massa non dipende da un capo, allora la sua scomparsa non si spiega con la mancanza di leadership, bensì con l’erosione dei legami tra i soggetti.
Il secondo contributo di Cavallari porta in scena Georges Bataille, e lo fa con una mossa teorica che prolunga e radicalizza il gesto già compiuto nel saggio su Freud. Se lì si trattava di sottrarre la massa al dominio del leader carismatico, qui si tratta di scavare ancora più in profondità, di smascherare la nozione stessa di soggetto “normale” su cui la società borghese fonda la propria coerenza. Bataille parte dal presupposto che l’omogeneità sociale sia la produzione. L’individuo omogeneo – cioè l’individuo funzionale all’ordine costituito – è colui che ha interiorizzato la razionalità utilitaristico-borghese, che si definisce in termini di utilità, di rendimento, di partecipazione al ciclo produttivo. L’eterogeneità, tutto ciò che eccede o disturba questa logica, viene sistematicamente neutralizzata e resa invisibile.
Su questo tracciato, Cavallari affronta il problema della comunicazione con l’altro, e lo fa in termini che richiamano qualcosa di antico, quasi gorgiano, che affondano nella tradizione del pensiero nichilista: la comunicazione è sempre, in qualche modo, un commercio con la morte. Non in senso metaforico, ma strutturale. «Per vivere», afferma Cavallari riprendendo Bataille, «dobbiamo risolverci a non negare la morte, ma ad affermarla». E aggiunge:
«Quando comunichiamo, in un certo senso, denunciamo apertamente la nostra insufficienza, la nostra radicale incompiutezza, aprendo nella nostra vita una ferita che lascia spazio, in noi, a ciò che siamo. Comunicare significa allora disporsi alla perdita di sé, intesa come effrazione di una concezione unitaria e integra dell’essere» (p. 76).
È una delle intuizioni più fertili dell’intero volume. La comunicazione non è scambio tra soggetti integri e autosufficienti, ma manifestazione reciproca di un’incompletezza costitutiva. Il soggetto che comunica non è il soggetto che si afferma, ma quello che si apre, che si incrina, che consente all’altro, in qualche modo, di abitarlo. In questo senso, l’aggregazione collettiva non è la somma di individui, ma la messa in comune di insufficienze – una solidarietà fondata non sulla forza ma sulla vulnerabilità condivisa.
Il terzo contributo sposta lo sguardo verso un autore apparentemente lontano dalla traiettoria fin qui percorsa, José Ortega y Gasset, il grande filosofo spagnolo del Novecento, teorico della “ribellione delle masse” e pensatore della circostanza come condizione ineludibile dell’esistenza. Il concetto di circostanza è il cardine di tutta la sua filosofia: l’essere umano non è mai un soggetto astratto e decontestualizzato, ma sempre un io immerso in un “contesto inesorabile” – geografico, storico, culturale, linguistico — che lo precede e lo costituisce. Il celebre imperativo orteguiano – “Io sono io e la mia circostanza” – non è una concessione al determinismo, ma una chiamata alla responsabilità. Solo chi riconosce la propria circostanza può tentare di salvarla, e con essa salvarsi.
Cavallari fa propria questa intuizione e la torce in una direzione inattesa, centrandola sulla questione del linguaggio. Il linguaggio non è, in questa lettura, un semplice strumento di cui i soggetti si servono per comunicare pensieri già formati, ma la condizione stessa della soggettività, ciò che la genera prima ancora che essa possa prendere parola. «Lo stesso linguaggio», scrive Cavallari, «genera, strutturandole nel profondo, quelle soggettività che si occuperà poi di mettere in comunicazione, interponendosi tra di esse come una sorta di tessuto connettivo, o di infrastruttura» (p. 96).
L’immagine dell’infrastruttura è particolarmente felice. Il linguaggio non è una sovrastruttura che si aggiunge a soggetti già costituiti, ma l’impalcatura su cui quei soggetti si edificano e attraverso cui si trovano in relazione prima ancora di sceglierlo. È una tesi che richiama, da una prospettiva diversa, il problema già emerso con Freud e Bataille: il legame collettivo non nasce da una volontà consapevole, ma da intelaiature che la precedono e la rendono possibile.
Il quarto e ultimo contributo di Cavallari affronta Jacques Lacan, e con lui ritorna, per l’ultima volta e in forma più acuta, il problema dell’identificazione. Nella teoria lacaniana, la formazione dell’Io ha un carattere costitutivamente immaginario: l’identità non è il riconoscimento di qualcosa di già dato, ma la costruzione di un’immagine coerente di sé attraverso lo sguardo dell’altro, uno specchio che restituisce un’unità che il soggetto, in realtà, non possiede.
Su questo punto ruota tutta l’argomentazione. Ma è sul concetto di desiderio che l’autore individua la frattura più significativa tra Lacan e i suoi autorevoli predecessori. Laddove la tradizione, da Platone a Kant, ma anche più in qua, tendeva a pensare il desiderio come mancanza, come tensione verso qualcosa di assente che non si raggiunge mai pienamente, Lacan compie un rovesciamento: il desiderio non è deficit ontologico, non è il sintomo di una privazione, ma, al contrario, produce eccedenza. Come afferma Cavallari, «[l]a mancanza a essere di cui parla Lacan non allude dunque a una qualche sorta di deficit ontologico nel soggetto» (p. 109).
Le conseguenze politiche di questa tesi sono immediate e dirompenti. Se il desiderio non è mancanza ma produzione di eccedenza, allora il soggetto non è condannato a inseguire un completamento che non arriverà mai, ma è piuttosto attraversato da una forza che eccede i confini dell’Io immaginario e che può spezzarne le strutture repressive. Da qui l’enunciato lacaniano che Cavallari porta al centro della sua analisi: «Soltanto una sovversione nella costituzione del soggetto potrà aprire all’avverarsi di un desiderio capace di fare saltare le strutture repressive della società, e non viceversa» (p. 112)
Il cambiamento, in altre parole, non viene dall’esterno – da una rivoluzione istituzionale o da una nuova leadership – ma da una trasformazione interna alle strutture soggettive che organizzano il desiderio. Non si trasforma prima la società e poi il soggetto, ma il contrario.
Ciò che Analitica della massa costruisce, saggio dopo saggio, è qualcosa di più di un percorso storico-critico attraverso il pensiero sulla folla. È una proposta teorica coerente, che affida ai corpi, ai linguaggi e alle intelligenze – nella loro concretezza e nella loro vulnerabilità – il compito di trovare le vie della propria emancipazione. Non dall’alto, non attraverso la figura salvifica di un leader o l’abbraccio identitario di un ideale, ma dal basso: attraverso un pensiero e un discorso critici capaci di aprire alla riconfigurazione dei presupposti stessi dell’individuo e della massa come soggetto storico.
La sottrazione ai meccanismi del profitto non è un atto di rottura improvvisa, ma un lavoro paziente sulle strutture che ci costituiscono – quelle neurologiche, linguistiche, desideranti – per escogitare, a partire da esse, tattiche di reale trasformazione collettiva. In questo senso, il volume di Cavallari e Ascari non si limita a commentare un problema del passato, piuttosto pone una domanda urgente al presente, e lo fa con gli strumenti rigorosi e la curiosità teorica che questa domanda merita.
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Immagine di copertina:
un fotogramma da Matthew Barney, Redoubt, 2018



