L’autismo è una delle manifestazioni possibili della natura umana e della sua intrinseca biodiversità culturale e neurologica, che nel discorso Psi e collettivo è iniziata a emergere negli ultimi decenni. Di natura multidimensionale e caleidoscopica, esso riflette i vari processi che sono intercorsi nella sua definizione, dalle prime caratterizzazioni patologiche del modello biomedico ai contributi delle prospettive emiche in questione, ai disability e cultural disability studies ai critical autism studies, ai contributi del paradigma della neurodiversità, ai rapporti di potere che definiscono il non conforme, il non adatto al lavoro e produzione, il neuronormativo. Inizialmente viene concepito come una entitá tangibile e concreta: il cosiddetto cervello autistico, riconducibile a una specifica essenza biologica comune. In seguito, le ricerche hanno messo in luce la non attendibilitá ed esistenza di una sua essenza biologica da confini certi e precisi, mettendo in crisi la prospettiva biomedica.1

Un approccio di tipo deficit-based verso l’autismo viene messo in discussione, davanti ai suoi limiti e contraddizioni, dal paradigma della neurodiversità,2 che si appella all’infinita varietà delle menti umane e stili neurocognitivi. In base a tale paradigma, l’autismo non viene patologizzato come disturbo mentale, ma come manifestazione naturale della varietá neurologica.3 Sotto la lente di un sistema di pensiero più elaborato e complesso, l’autismo passa, cosí, da riduzione a essenza biologica a social construct, costrutto emerso tra specifiche dinamiche di potere e contesto storico-sociale, in cui le persone autistiche condividono interessi, similitudini, ideologie sociali o modalità di stare al mondo in comune, per cui si può parlare di forme di vita autistiche più che di essenza neurobiologica.

Maija Holmer Nadesan ha fornito uno dei principali contributi rispetto a tale concettualizzazione, specificando che non è necessario respingere l’esistenza di una base biologica per ciò che il tipizzatore diagnosta ha classificato come autismo, ma che l’autismo è un costrutto sociale.4 Secondo Nadesan, l’autismo prende forma in specifiche condizioni sociali, le quali determinano le coordinate che portano a specifiche terapie e conseguenze,5 a specifiche etichette che plasmano tali persone, che finiscono per recitare poi quel ruolo sociale che gli viene attribuito.6

Nel suo lungo percorso di definizione, risulta fondamentale il contributo di individui autistici, raramente se non mai chiamati in causa. L’autismo è definito da loro come stile neurocognitivo,7 rivendicato in temini identitari e culturali,8 e di pratiche di resistenza.9

I contributi più importanti si sono rivelati proprio quelli degli attori sociali in questione, i quali, portando sulle spalle il peso di un fatto sociale come una diagnosi di autismo in una società a maggioranza neurotipica e neuronormativa,10 hanno dovuto sfaldare il peso delle volgari categorizzazioni a cui sono stati soggetti senza avere potuto contribuire con le loro prospettive nella definizione di cosa sia l’autismo.

Pare infatti quanto meno paradossale pensare di poter definire una soggettività umana unicamente dall’esterno e non dall’interno. Il modo in cui si è giunti alla tipizzazione dell’autismo, infatti, mostra un carattere politico, e riflette l’egemonia diagnostico-culturale del modello medico della disabilità e della neuronormatività neoliberista in cui si inseriscono i diversi saperi Psi.11

L’autismo e la sua tipizzazione rappresentano infatti uno dei percorsi ed esempi più lunghi e faticosi di decostruzione antiabilista. Tra le prospettive piu rilevanti, la teoria di Damian Milton sulla doppia empatia,12 e le evidenze scientifiche che hanno poi rinforzato tale teorizzazione 13 hanno sgretolato diversi neuromiti come quello di un presunto deficit di empatia, di comunicazione o mancanza di interesse sociale. Tali ricerche hanno mostrato che tali deficit in contesti a prevalenza autistica non appaiono, ma prendono forma quando l’individuo autistico interagisce con l’individuo neurotipico ed è costretto a conformarsi a determinati tipi di habitus per evitare il peso delle disconferme ambientali.14 Possiamo quindi definire i cosiddetti deficit autistici come assunzioni context and cultural-based.

Tra le prospettive piu importanti vi è in tale ambito quella di Nick Walker, non solo per la caratterizzazione dell’autismo, ma anche per il suo contributo allo sviluppo del paradigma della neurodiversità. Quando parla di autismo, Walker fa riferimento unicamente a somiglianze neurologiche in comune, anche se ancora non comprese del tutto rispetto alla neurologia non autistica.15 Nonostante le possibili e non sempre costanti somiglianze, tuttavia, si deve precisare che gli individui autistici sono molto diversi uno dall’altro. Ogni persona autistica ha infatti uno stile di elaborazione diverso dalle altre persone autistiche.16 Come indica Cushing, l’autismo, più che un fenomeno unitario è un insieme di condizioni distinte, che possono si essere in comorbidità tra loro, ma indipendenti.17 A tal riguardo, infatti, Acanfora contesta che l’autismo viene studiato ancora come se fosse un’entità monolitica, senza considerare le complessità di ciascuno individuo autistico, cosa che non avviene, invece, nel caso della neurotipicità, che non viene ricondotta a uno stereotipo universale.18 Per Acanfora, infatti, questo atteggiamento riflette una grande disparità nei rapporti di potere tra ciò che viene considerato tipico e ciò che diverge, oggettivando la categoria in questione e privandola della propria agentività.

Secondo Ian Hacking, e come rinforzato da Enrico Valtellina,19 nel panorama italiano, occorre parlare di tipo umano amministrativo e diagnosi amministrativa riferendosi all’autismo, indicando che nasce dalla necessità di accorpare sotto un termine comune persone con comportamenti determinati da una griglia interpretativa codificata, come avviene per i criteri diagnostici del DSM, e ancora, di fenomeno culturale.20 Infatti, nella sua definizione, Valtellina valorizza le teorie di Ian Hacking riproponendo il concetto di transient mental illness, ovvero condizioni apparse come problematiche durante un periodo storico definito, e che si individuano in oggetto culturale per poi evolversi fino a dissolvere il suo significato originale (in tale caso, per la sindrome di Asperger ma non per l’autismo, che per Hacking cambia nome e interpretazione, ma non è una divergenza destinata a passare).

Chapman considera l’autismo come una minorità marginalizzata e disabilitata in relazione al contesto sociale e materiale, per cui l’autismo sarebbe un’entità reale per ragioni politiche ed etiche, piú che ragioni biomediche.21 L’autore, infatti, ne rivendica una definizione in termini di soggetto collettivo, secondo la definizione di Young,22 ovvero come persone – ancor più che con tratti comuni – collegate da pratiche sociali condivise, da fattori materiali esterni che influenzano ogni membro del collettivo, a prescindere dalla sua identificazione o meno con esso.23 Alcune caratteristiche sono soggettive, anche se spesso condivise tra individui autistici, come lo stile neurocognitivo. Altre, come le esperienze di sovraccarico sensoriale in ambienti di lavoro o scolastici sono comuni tra i vari individui autistici, rendendo tale esperienza specifica di disabilitazione un comune denominatore.24 Tale soggetto collettivo disabilitato trova quindi la sua sussistenza proprio nelle comuni esperienze di disabilitazione, più che in un illusorio cervello autistico.

In conclusione, il paradigma della neurodiversità è risultato nello screditare l’illusione di alcuni tipi di categorizzazione – probabilmente il progresso di una civiltà si misura da quanto essa sia in grado di non avere bisogno di classificare e dividere, di pensarsi in ingroup e outgroup, ma di riconoscere la natura fallace delle linee di demarcazione che si costruiscono tra presunte categorie e biodiversità.

Un passo successivo va individuato nel problematizzare le strutture socio-economiche che hanno dato luogo alla tipizzazione dell’autismo e ai meccanismi della modernitá in cui esso ha preso forma, insieme ad altre delle nuove “malattie” della modernitá, che sovente si ascrivono alla categoria della neurodivergenza, piú per voler dare una parvenza di politically correct che per averne compreso appieno i meccanismi di produzione e riproduzione. Broderick parla appunto, a tale proposito, di autism industrial complex e di specifiche strutture culturali ed economiche che producono profitto dal concepire l’autismo come un corpo patologico da curare.25 Come indica anche Nick Walker,26 bisogna appunto buttare via gli attrezzi del padrone (neoliberista) e cambiare paradigma.

Il paradigma della neurodiversità ha aiutato nel combattere lo stigma e gli stereotipi negativi attribuiti all’autismo, ma, ciò vale solo nel caso di coloro che si sono voluti identificare con tale costrutto. Come indicato da Milton,27 ci sono persone che non si identificano con l’autismo, ma lo vedono solo come una descrizione priva di significato e un costrutto pseudo-scientifico, che non ha nessun marker biologico (a differenza, ad esempio, di un arresto cardiaco), definito e prodotto dal diagnosta e dalla sua immaginazione.

Ciò conferma l’impossibilità di considerare la natura dell’autismo come essenza, ma piú come una categoria in cui ci si rivede e si condividono caratteristiche comuni, di cui probabilmente, le più diffuse sono le stesse esperienze di disabilitazione. Infatti, nello scenario collettivo, l’autismo è stato sempre descritto in termini negativi, ovvero come un deficit rispetto a, e non positivi, ovvero identitari e culturali. L’autismo esiste quindi più in termini di cosa non è rispetto a cos’è.

Pare quanto meno non possibile una precisa definizione di una dimensione umana (e sociale) nei termini del suo negativo, il cui positivo è stato portato avanti potremmo dire solo dalle prospettive emiche, rendendo possibile definire la sua natura come soggetto collettivo disabilitato che riconduce, infine, a una forma di vita autistica condivisa, a una spesso attiva e faticosa resistenza a specifiche modalità sociali e politiche, che dissolverebbero invece la cultura autistica nell’alto mare aperto della neuronormativitá e lavoro produttivo neoliberale.

L’autismo si basa quindi su condivise attitudini sociali e forme culturali, piú che su una essenza biologica in comune che oggettivizza ed essenzializza le persone in questione, privandole di voce in capitolo su sé stesse nello scenario collettivo.

Note:
1) Timimi, S. et al., The myth of autism: Medicalising Men’s Social and Emotional Competence, Palgrave Mcmillan, 2010; Cushing, S., Autism: The very idea, in Jami L. Anderson & Simon Cushing, The Philosophy of Autism, Rowman & Littlefield Publishers, 2013, pp. 17-45; Waterhouse, L., Re-thinking autism: Variation and Complexity, Elsevier, 2013; Verhoeff, B., Autism’s anatomy: A dissection of the structure and development of a psychiatric concept, Thesis, University of Groningen, 2015.
2) È importante in tale ambito sottolineare, ad esempio, che Nick Walker, come altri autori che adottano il paradigma della neurodiversità, non usano il termine patologizzante per indicare che una condizione non possa contenere elementi di sofferenza, ma che l’approccio verso tutto ciò che diverge dalla neuronormatività avviene in maniera patologica. Flavia Monceri distingue magistralmente, in tale ambito, la differenza tra impairment e disabilitazione: si vedano i suoi studi Etica e Disabilitá, Morcelliana, 2017 e Disabilitá o disabilitazione? Una questione politica, Morcelliana, 2025.
3) Singer, J., “Why Can’t You Be Normal for Once in Your Life?” from a “Problem with No Name” to the Emergence of a New Category of Difference, in Disability Discourse, a cura di M. Corker e S. French, Open University Press, 1999, pp. 59-67.
4) Nadesan, M. H., Constructing autism: Unravelling the ‘truth’ and understanding the social, Routledge, 2005.
5) Alla base di ciò che è stato definito autism industrial complex. Si veda Broderick, A., The Autism Industrial Complex: How Branding, Marketing, and Capital Investment Turned Autism into Big Business, Myers Education Press, 2022.
6) Si veda Hacking, I., Plasmare le persone: Corso al Collège de France (2004-2005), Quattroventi, 2008. I sistemi diagnostici forniscono infatti una serie di interpretazioni e significati che il paziente può adottare per dare senso alla sua esperienza interna. Interessante, a tal proposito, oltre al concetto di Looping Effect di Ian Hacking, è quello della teoria dei ruoli sociali, sviluppato da sociologi come Peter L. Berger e Thomas Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, 1997 (1^ ed, 1966), oppure Ralf Dahrendorf, Homo sociologicus. Uno studio sulla storia, il significato e la critica della categoria di ruolo sociale, Armando, 1966.
7) Walker, N., Neuroqueer heresies. Notes on the neurodiversity paradigm, autistic empowerment, and postnormal possibilities, Autonomous Pres, 2021.
8) Dekker, M., On our own terms: Emerging autistic culture, Autism99 online conference, 1999; Straus, J. N., Autism as culture, in The disability studies reader, 4 (2013), pp. 460-484; Farahar, C., Autistic identity, culture, community, and space for well-being, in The Routledge International Handbook of Critical Autism Studies, a cura di Ryan, S., & Milton, D., Routledge, 2022, pp. 229-241.
9) Broderick, A., The Autism Industrial Complex, cit.
10) Un approfondimento sul concetto di neurodivergenza e neurotipicità si può trovare qui.
11) Un contributo interessante, in tal senso, è quello di Larry Arnold che sottrae l’autismo all’idea di un possibile dato prettamente biologico per parlare di falsa coscienza internalizzata, sulla scia di Gramsci, e di definizione medica dell’autismo: Arnold, L., First there is a mountain, then there is no mountain, then there is: whither identity?, in The Routledge International Handbook, cit., pp. 13-19.
12) Milton, D., On the ontological status of autism: the ‘double empathy problem’, in Disability & Society, 27/6, 2012, pp. 883–887.
13) Edey, R., Cook, J., Brewer, R., Johnson, M. H., Bird, G., Interaction takes two: Typical adults exhibit mindblindness towards those with autism spectrum disorder, in Journal of abnormal psychology, 125/7, 2016, pp. 879-885; Sheppard, E. et al., How Easy is it to Read the Minds of People with Autism Spectrum Disorder?, in Journal of autism and developmental disorders, 46/4, 2016, pp. 1247-54; Komeda, H. et al. Do Individuals With Autism Spectrum Disorders Help Other People With Autism Spectrum Disorders? An Investigation of Empathy and Helping Motivation in Adults With Autism Spectrum Disorder, in Frontiers in Psychiatry, 10/376; Crompton et al., I never realised everybody felt as happy as I do when I am around autistic people’: a thematic analysis of autistic adults’ relationships with autistic and neurotypical friends and family, in Autism 24/6, pp. 1438–1448; Jones, D. et al., Non-autistic observers both detect and demonstrate the double empathy problem when evaluating interactions between autistic and non-autistic adults”, in Autism, 28/8, pp. 2053-2065.
14) Come ricorda Sonny Jane Wise nel suo articolo dal titolo Do neurotypical people even exist?, neurotipico non è un termine di matrice biologica, poiché secondo il paradigma della neurodiversità, un cervello standard o normale non esiste, così come appunto il cervello di partenza da cui divergerebbero altri cervelli. La definizione più appropriata di “neurotipico” potrebbe essere di persone che si trovano in una posizione di privilegio o di maggiore facilità per seguire il funzionamento neuronormativo. Il termine viene visto, quindi come una categoria sociale più che una dimensione neurobiologica, e che si rifà al concetto di neuronormatività più che di cervello neurotipico e cervello autistico.
15) Chapman, R., The reality of autism: on the metaphysics of disorder and diversity. Philosophical Psychology, 33/6 (2020), pp. 799-819.
16) Timimi et al., The myth of autism, cit.
17) Cushing, S., Autism: The very idea, cit.
18) Acanfora, F., La narrazione dell’autismo e i Critical Autism Studies, in Valtellina, E., Sulla Disabilitazione. Introduzione ai Disability Studies, UTET, 2025, pp. 343-354.
19) Valtellina, E., Tipi umani particolarmente strani. La sindrome di Asperger come oggetto culturale, Mimesis, 2016.
20) Valtellina, E., Commento a Orsini M. e Ortega F., da disturbo cerebrale a differenza neurologica, in Norma e Normalità nei Disability Studies, a cura di R. Medeghini, Erickson, 2016, pp. 161-168.
21) Chapman, R., The reality of autism, cit.
22) Young, I. M., Gender as seriality: Thinking about women as a social collective, in Signs. Journal of Women in Culture and Society, 19/3 (1994), pp. 713-738.
23) Un approfondimento dell’argomento si trova in Enrico Valtellina, Un soggetto collettivo paradossale e in Pietro Barbetta, Oggi non sarà mai domani / Che ne è oggi del soggetto collettivo?
24) Chapman, R., The reality of autism, cit.; Booth, J., Autism equality in the workplace: removing barriers and challenging discrimination, Kingsley, 2016.
25) Broderick, A., The Autism Industrial Complex, cit.
26) Walker, N. Neuroqueer heresies, cit.
27) Milton, D., Timimi, S., Does autism have an essential nature?, in Debate blog post, Kent Academic Repository, 2016.


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