L’elaborazione di un lutto, spesso e volentieri difficile da mandar giù, presuppone un vero e proprio lavoro, che ha una funzione propedeutica all’accettazione della realtà. Se la letteratura psicanalitica si è occupata, con dovizia di particolari, dello studio delle divaerse fasi dell’elaborazione, una in particolare salta all’occhio: quella specifica che Sigmund Freud ha chiamato fase giubilatoria o maniacale. Per Freud, infatti, quest’ultima, è indice di una errata elaborazione del lutto, che viene surrettiziamente e artificialmente negato e sostituito da sentimenti positivi, propedeutici alla rimozione dello stesso.
Mutatis mutandis, un meccanismo simile avviene nel campo del discorso storico, per cui eventi e soggetti vengono espunti, cancellati, rimossi, sia per l’uso della damnatio memoriae, sia perché essi possono “turbare” le narrazioni ufficiali, o interrompere quello che Walter Benjamin chiamava continuum lineare della storia. Tornando di nuovo a Freud, ciò che viene rimosso, ciò che rimane fantasmatico, ri-emerge improvvisamente sotto forma di perturbante, ovvero attraverso un elemento che risulta tanto più familiare quanto più inquietante. Traslando nuovamente queste metafore psicanalitiche nel campo storico, si può, serenamente e senza ombra di dubbio, affermare come le narrazioni prevalenti sugli anni Settanta siano in qualche modo improntate a quella fase maniacale di elaborazione del lutto per cui esse sono poste sotto una cappa grigia e inquietante, sotto un cielo di piombo (ci sia permesso di prendere in prestito uno dei titoli scelti per la versione in italiano di uno dei film della saga dell’ispettore Callaghan, e di rimandare anche al film di Margarethe von Trotta) che riduce la complessità soggettiva e oggettiva degli eventi a un confronto quasi banditesco tra apparati dello stato e criminali. Quando queste ricostruzioni non prendono la strada della cronaca nera, prendono, specialmente nell’ambito italiano, quella della ricerca di mandanti e manovratori occulti, pifferai in grado di pilotare sollevazioni sociali, riducendo così i movimenti (e il loro protagonismo) a utili idioti di progetti per frenare lo sviluppo democratico e progressivo della società. Il perturbante di queste narrazioni, così, sono le lotte sociali, i processi di soggettivazione autonomi, la forza e l’impatto che i conflitti seppero produrre in quegli anni: i fantasmi delle insorgenze autonome, evidentemente, continuano a turbare i sonni e le lettere dei dominanti. Questi eventi, se storicizzati, e dunque consegnati alla memoria come irripetibili nelle forme in cui essi si esperirono, possono essere indispensabili cartine di tornasole per valutare l’impatto complessivo delle trasformazioni avvenute: per dirla con Derrida, infatti, la dialettizzazione del lutto consente di prendere atto della specificità singolare dell’evento – in questo caso gli anni Settanta, le soggettività e le condizioni materiali che li generarono e che questi stessi soggetti provarono a sovvertire – e della sua fine, della sua irripetibilità, e allo stesso tempo a continuare ad ascoltare ciò che gli spettri sussurrano, a interrogare le domande rimaste aperte, a metterne a verifica l’eventuale eredità che non è presente in nessun lascito testamentario.
Per farla finita con gli anni Settanta, in qualche modo, Michael Hardt li ha sprovincializzati e resi globali, sottraendoli a quel lavoro di rimozione, e prestando attenzione invece alle molteplici dimensioni soggettive che le lotte di quel decennio assunsero, alle loro qualità eccedenti e alle linee di fuga che queste ultime attivarono: il titolo emblematico del libro (tradotto da Elia Alberici per DeriveApprodi) è, infatti, I Settanta sovversivi. La globalizzazione delle lotte. Ed è proprio l’aggettivazione del titolo che costituisce il punto di vista privilegiato per leggere e analizzare i temi da esso sollevati.

Michael Hardt, I Settanta sovversivi

Gilles Deleuze, in una delle interviste a Claire Parnet, affermò che le rivoluzioni possono andare incontro a sconfitte, tradimenti e involuzioni termidoriane, ma il divenire rivoluzionario rimarrà sempre visibile, come prodotto delle sollevazioni, come qualità sovversiva dei processi di soggettivazione inscritti sulla scena della Storia. Hardt fa propria questa prospettiva e la articola nei diversi elementi che sviluppa nel libro, che hanno come punto focale il concetto di “liberazione”, verbo e pratica che egli intende come un dispositivo costituente, con cui le diverse soggettività provarono a reinventare, integralmente, le strutture sociali. E, con lo guardo proiettato sul presente, queste stesse sollevazioni hanno contribuito alla produzione di una nuova grammatica politica, capace di ripensare integralmente le questioni salienti della teoria rivoluzionaria (classe, partito, soggettività, potere), di proiettarle nell’attualità, incarnandole in eventi concreti. Inoltre questo decennio parla al presente perché fu in grado di formulare anche una grammatica della governance neoliberale sin dalle sue fasi aurorali, squadernando la polisemia del concetto di crisi, divenuta nel corso del tempo un operatore chiave con cui leggere i processi di ristrutturazione del capitale multinazionale – la rivoluzione informatica, i nuovi processi di soggettivazione, elementi su cui esiste una letteratura scientifica e militante esaustiva –, che ha assunto le forme di un regime di guerra globale, pietra tombale definitiva del progetto neoliberale di ordine.
Per meglio apprezzare il lavoro di Hardt, il quale guarda al passato per trovare spunti di rottura nel presente, si proverà di seguito a fornire alcune tracce di lettura del libro prendendo in considerazione i processi di soggettivazione, le differenti forme che assunse il contropotere (o democrazia rivoluzionaria) e le forme organizzative usate dalla soggettività.

Divenire molteplice della soggettività

La prima anomalia del decennio è, certamente, quella della soggettività, prodotta tanto dalle condizioni materiali quanto dalle specifiche condizioni di emergenza della congiuntura storica. Se le mobilitazioni dei tardi anni Sessanta avevano posto le basi per la critica dell’Autorità e dei suoi ordini simbolici materiali e discorsivi (come ad esempio nel caso del movimento contro la guerra in Vietnam), quelle del decennio successivo ebbero una vera e propria funzione costituente, ovvero re-inventarono le forme di socializzazione dentro la polis moltiplicando gli spazi di enunciazione e di espressione, così da far emergere sia le specificità delle differenti soggettività che le trame comunitarie della dimensione collettiva. In questo senso, seguendo le analisi di Hardt, si può vedere chiaramente come questa dimensione conflittuale della soggettività non fosse contrapposta all’identità soggettiva della classe operaia, ma ne costituisse una articolazione estensiva diffusa, a macchia d’olio, su tutto il tessuto sociale. Facendo un passo indietro: gli anni Settanta videro la crisi definitiva del modello socialdemocratico e statalista di ispirazione keynesiana e la lenta, progressiva e proteica affermazione di nuovi modelli produttivi, incentrati sulla valorizzazione spasmodica del vivente in tutte le sue declinazioni, e sulla ulteriore valorizzazione di saperi e informazioni. Dentro questa transizione, così, la composizione tecnica e politica della classe operaia mutò completamente pelle, inscrivendo al proprio interno le differenti figure prodotte dalla moltiplicazione del lavoro vivo: l’intelligenza tecnico-scientifica (come fu messa a tema da Krahl e Alquati), la sfera della riproduzione e della cura, la comunicazione. Questa mutazione, che altri hanno indicato come passaggio dall’operaio-massa all’operaio-sociale, comportò anche la mutazione degli orizzonti di senso, dei bisogni, dei linguaggi, tanto da poter assumere il concetto di ‘desiderio’ come operatore teorico con cui leggere le differenti figure della composizione emergente. Come sottolinea Hardt, l’elemento innovativo di questi processi di soggettivazione fu l’assenza di gerarchie d’ordine, proprio perché situati su un terreno comune, quello dell’investimento capitalista sull’intero tessuto sociale. Questo commoning delle lotte emergenti, indicando la dimensione compiutamente biopolitica delle operazioni di accumulazione capitalista, fece emergere nuove forme di militanza, che è l’elemento di specificità dei processi di soggettivazione sovversivi, determinati in primo luogo dal radicamento della soggettività nel sociale, e in secondo luogo dalla ridefinizione delle stesse pratiche militanti. L’attenzione alla dimensione dei desideri e delle forme di espressione corporale manifestati dai movimenti di liberazione omosessuale, l’allargamento delle sfere dei bisogni, l’emergenza dello spazio della cura incarnato nei movimenti femministi, i processi di autorganizzazione messi in piedi dai differenti settori dell’autonomia dentro e fuori gli spazi di produzione indicano la necessità concreta di ripensare radicalmente le forme di vita. Nello stesso momento in cui agire politico e lotta per una vita migliore tendono a coincidere, ecco che la militanza viene totalmente stravolta, fuori dall’agire di partito e anche dalle ritualità della cittadinanza politica moderna, e a diretto contatto con l’esperienza materiale: la militanza diventa sovversiva proprio perché punta al rivolgimento totale dell’esistente in tutte le sue forme: un esempio di questa kehre militante è la progressiva attenzione rivolta alle questioni ecologiche, non sganciate dalla più generale critica anticapitalista della produzione, e volte non solo alla difesa della natura ma a un più complessivo ripensamento del rapporto tra soggettività, poteri e spazio.
Il punto focale che Hardt evidenzia, e che rende le sue analisi un unicum nel panorama degli studi sul decennio, riguarda la particolare torsione etica dei processi di soggettivazione che, prendendo spunto dalle riflessioni foucaultiane, assumono la dimensione di una vera e propria “spiritualità politica”. Tanto per il filosofo francese quanto per lo studioso americano, la spiritualità politica, oltre a fungere da giuntura tra teologie rivoluzionarie (come nel caso della teologia della liberazione sudamericana o l’islamismo iraniano) e movimenti sociali, rappresentava l’aspirazione a una nuova forma del vivere comune, ovvero al primo elemento di ogni trasformazione strutturale: un nuovo modo di abitare lo spazio pubblico e di praticare la parrhesia, ovvero di esporre il proprio desiderio di libertà contro le strutture governamentali. La militanza sovversiva, dunque, è una militanza situata dentro e contro le reti del potere, che produce quello spazio di soggettivazione collettiva attraverso corpi e desideri che inventano ex novo lo spazio politico su cui sperimentare forme di lotta e pratiche di governo alternative.

Potere operaio, contropoteri sociali

Il secondo asse di lettura del libro riguarda la dimensione materiale della soggettività rivoluzionaria, ovvero le modalità con cui le differenti forme di autonomia riuscirono a proiettarsi sul tessuto sociale come esperimenti di contropotere, contendendo contro lo Stato sul terreno della legittimità e dell’esercizio della forza.
Le differenti esperienze presentate da Hardt, ovvero gli esperimenti di democrazia popolare in Cile e in Portogallo, le lotte dentro e fuori la fabbrica tra Stati Uniti e Italia, i progetti di autogestione delle fabbriche francesi, le lotte ecologiste in Germania e Giappone sono tanti tasselli di una costellazione che ha materializzato quella che Kristin Ross ha chiamato‘forme-Commune, ovvero un insieme di esperienze costituenti fondate sulle lotte e sul protagonismo delle soggettività. In questo senso, il concetto di doppio potere, che nella teoria rivoluzionaria indicava la forbice tra stato e organizzazione rivoluzionaria e poi quella tra organizzazione e movimenti, rappresenta il tentativo con cui le soggettività provarono a dislocare la fonte del potere verso il basso e a costruire dispositivi istituzionali in grado di rispondere ai bisogni sociali emergenti. Il primo slittamento, infatti, è quello dal piano della rappresentazione a quello della partecipazione: moltiplicando i punti di decisione nel corpo sociale e dandogli valore politico effettivo, come nel caso cileno, o nelle commissioni che univano cittadini e militari nel corso della Rivoluzione dei Garofani portoghese, la democrazia popolare si materializzò come elemento in grado di radicalizzare le scelte governative e di mettere in discussione gli assetti politici esistenti. Il secondo slittamento è quello, specifico, delle lotte di fabbrica, che dal miglioramento delle condizioni di lavoro arrivarono progressivamente a esprimere degli elementi di potere dal punto di vista salariale-contrattuale e incidere sul ciclo produttivo, attraverso degli istituti concreti di potere operaio, ovvero le assemblee e i comitati di reparto. La dimensione della centralità operaia, ovvero dell’antagonismo incarnato tra capitale e lavoro, si espresse sia attraverso scioperi selvaggi e sabotaggi (l’operaio-massa meridionale del caso italiano, la giuntura tra operai neri e bianchi nel caso statunitense), che attraverso esperimenti di autogestione degli spazi produttivi, come nel caso francese della fabbrica Lip. Il terzo slittamento da evidenziare è quello del passaggio dall’autonomia in fabbrica al conflitto nella metropoli, a causa delle trasformazioni strutturali che, di conseguenza, mutarono la composizione sociale: per dirla in breve, questo è il passaggio dall’operaio-massa all’operaio-sociale, ovvero al soggetto della produzione sociale diffusa e della metropoli come spazio produttivo. Gli esperimenti di potere operaio nella fabbrica trovarono, infatti, delle connessioni con le lotte sociali esterne a essa e, progressivamente, spostarono il focus sulle forme di organizzazioni sociali autonome nella metropoli. Specificità dell’anomalia autonoma italiana fu proprio la sua natura operaia, legata ai processi produttivi e in grado, allo stesso tempo, di politicizzare i conflitti metropolitani e trasformarli in elementi di contropotere diffuso. L’autonomia, come vettore di irradiazione dell’ingovernabilità estesa, fu la matrice di differenti forme di Commune che contesero la legittimità alle istituzioni statali, anche organizzando l’uso ampio e decentralizzato della forza praticato a più livelli e con più forme, comunque interne alle mobilitazioni e alle strutture organizzate dei movimenti.
Il desiderio di autonomia, dunque, segnala processi di organizzazione che si muovono contro il sistema della rappresentanza, che indicano la presenza di un altro potere in grado di destabilizzare i rapporti di forza esistenti, in primis quelli dettati dai dispositivi proprietari. La partecipazione diretta, la produzione e la difesa dei commons indicano altresì l’effettività di una sensibilità partecipata verso la dimensione collettiva dello spazio politico, spazio in cui le masse popolari e l’operaio sociale delle metropoli resero visibile il loro protagonismo sovversivo. In altri casi, il contropotere assunse dimensioni insorgenti e autodifese, come nel caso della Comune turca di Fatsa o di quella coreana di Kwangju, o nelle forme degli accampamenti diffusi a Larzac, esperienze in cui l’esercizio dell’azione diretta era espressione dei progetti di sperimentazione collettivi. Attraverso questi esempi storici (distribuiti tra le pagine del volume), Hardt prova a rendere evidente la produttività della dialettica tra molteplicità e centralizzazione organizzativa, che fu la reale matrice di un altro modo di concepire tanto il potere quanto la politica, con alle spalle gli esperimenti rivoluzionari del proprio secolo ma, allo stesso tempo, in grado di lasciar prefigurare la potenza dei processi sociali a-venire attraverso gli assemblaggi operativi parziali, con cui vennero poste questioni quali il rapporto tra orizzontalità e verticalità, il divenire reticolare della produzione, la compressione della previdenza sociale e la precarietà delle condizioni lavorative. Ciononostante, il partito delle talpe, che mai si realizzò se non nella testa della magistratura (specie quella italiana), issando la bandiera dell’autonomia, pose le basi per la ripresa globale della lotta di classe, proprio quando essa veniva militarmente e politicamente sconfitta alla fine del decennio.

Molteplicità strategiche

Il terzo asse di lettura è quello delle connessioni e delle alleanze tra le differenti forme dell’autonomia. Se, ricapitolando, sono gli eventi a produrre tanto le soggettività quanto le nuove forme di militanza, e il protagonismo diffuso della soggettività diventa la forma di espressione pubblica del desiderio di trasformazione, le connessioni organizzative modulano queste linee e le moltiplicano sui differenti piani della struttura capitalista. Queste connessioni, infatti, operano in forma trasversale, adattandosi alla molecolarità sociale e mantenendo di ognuna la specifica singolarità, in un tentativo, pioneristico, di leggere la tendenza della composizione sociale a venire, caratterizzata da ampia diffusione reticolare e di una altrettanta, radicale ed estrema irriducibilità. Per non voler alimentare quelle narrazioni che rimpiangono la presunta unicità e unitarietà del soggetto antagonista, non basta solo enunciare la fine della centralità operaia, ma mutare compiutamente il punto di osservazione. Hardt lo fa, e assumendo il punto di vista globale delle lotte (parte di quel lavoro di provincializzazione di un certo sguardo sul decennio sovversivo), mette a tema le questioni organizzative attraverso le lotte delle minoranze razziali e dei movimenti femministi, perché le formulazioni critiche poste e le soluzioni prodotte partivano dall’individuazione dei rapporti sociali capitalisti come matrici dell’assoggettamento dipanato su tutti i livelli della formazione sociale. L’assenza di linee di divisione gerarchiche all’interno di questi movimenti fu elemento centrale nell’elaborazione del concetto di capitalismo razziale come struttura di dominio che articolava lo sfruttamento mettendo a valore il genere e la razza, e rafforzò la dimensione politica e conflittuale del concetto di “blackness”, che allargò ulteriormente lo spettro della classe. In questo senso, tanto il femminismo quanto il marxismo della blackness squarciano completamente il piano politico e anche quello della visibilità, perché si ponevano (specie negli Stati Uniti e in Gran Bretagna) come elementi avanzati del conflitto sociale, nominandosi e auto-costituendosi come soggettività antagoniste, trasformando l’enunciazione del genere e della razza come elemento concreto di ingovernabilità e di sovversione, equipollente al concetto di classe. Problematizzato ulteriormente il quadro dell’analisi strutturale del capitale come macchina di divisione aperta e infinita, il terreno delle connessioni organizzative viene posto attraverso quelle che Hardt, con una bella espressione, chiama ‘molteplicità strategiche’.
Assumendo la moltiplicazione dello sfruttamento come elemento centrale, gli esperimenti organizzativi autonomi si fanno carico strategicamente delle articolazioni connettive tra i diversi segmenti, prefigurando una molteplicità aperta e intrecciata. Hardt trae questo concetto dai lavori del femminismo nero, in particolare del Combahee River Collective, gruppo di femministe e lesbiche nere, che posero per prime la questione dell’organizzazione della molteplicità e gli diedero un nome ben specifico, intersezionalità, concetto con cui essi analizzarono l’intrecciarsi delle questioni di razza con quelle di genere e di classe.
Simili esperimenti, pur senza la stessa declinazione razziale, si verificarono anche negli altri segmenti della costellazione autonoma, per allargare lo spettro delle lotte sul lavoro a quelle sulla cura, e per connettere anche le differenti esperienze delle subculture che avevano affinità con le pratiche dell’autonomia (il punk, ad esempio). In virtù di quanto detto in precedenza, ciò che per Hardt è sovversivo nella molteplicità è la capacità di costruire coalizione attraverso una forma di organizzazione acefala – che riconosce come equipollenti i nodi dello sfruttamento – situata e in grado di esprimere la propria forza costituente attraverso l’invenzione di nuove forme dello stare insieme e di nuove forme di decisione basate sulla partecipazione diretta e sull’uguaglianza assoluta tra i partecipanti. Ciò che questo percorso analitico configura è il concetto di moltitudine che l’autore ha sviluppato in collaborazione con Antonio Negri, e che – al netto di un dibattito ultraventennale – non enuncia una nuova soggettività rivoluzionaria (né tantomeno allude a una ben precisa identità) ma ha indicato una tendenza – la moltiplicazione del lavoro vivo, la globalizzazione e l’interconnessione tra le lotte – e ne ha rintracciato la genealogia nei movimenti sovversivi di un passato ormai remoto, ma che non smette di parlare al presente.

Linee di fuga

Avvicinandosi alla conclusione di questo scritto, è bene ricapitolare brevemente quanto detto fino a ora. Gli anni Settanta globali furono il teatro di un processo rivoluzionario molteplice, che per qualche tempo mise in discussione le strutture politiche e sociali esistenti, e che fu sconfitto militarmente e culturalmente dalla ripresa dell’accumulazione capitalistica su larga scala. Il minimo comune denominatore dei diversi movimenti fu la dimensione dell’autonomia, che rappresentò non solo una separazione dalla sfera politica della rappresentanza, ma un vero e proprio orizzonte di senso su cui proiettare immaginazioni e desideri, una forma di utopia concreta che si materializzava nelle lotte per la liberazione che coinvolse le più svariate soggettività, e che diede forma a sperimentazioni organizzative e assemblaggi politici.
Detto questo, è necessario dire che la libertà eccedente e sovversiva dell’autonomia, nel clima della controrivoluzione capitalista, fu cambiata di segno e assunta come il fondamento delle pratiche di governamentalità. La macchina neoliberale, infatti, non si limitò a smantellare gli istituti statali di mediazione, ma trasse beneficio dalle libertà emergenti per chiudere, una volta e per tutte, con l’interventismo nella sfera economica e sociale, rendendo evidente il legame tra libertà individuale e meccanismi di accumulazione: all’uguaglianza concreta praticata dall’autonomia seguì l’uguaglianza astratta dei soggetti nelle catene di produzione mercantile.
Il libro di Hardt guarda al passato con gli occhi proiettati sul presente, senza spirito di emulazione, ma con la curiosità di chi ha intravisto alcuni elementi produttivi ancora oggi utili: se tutte le rivoluzioni lavorano con metodo, i Settanta sovversivi hanno lasciato un metodo, quello dell’autonomia, che continua a essere un utile prisma con cui osservare da un punto di vista parziale e situato alla sfera politica. Il maggiore punto di forza del libro è lo sguardo globale, che non si limita a una mera cronologia storica, ma che fa emergere la forza e l’estensione globale della costellazione autonoma, di cui l’autore elenca elementi di forza e di problematicità. È un libro che parla di fantasmi, passati, ma che si apre anche alle linee di fuga future.
Si sa che dove ci sono fantasmi ci sono memorie, ma ci possono essere anche indicazioni sulle direzioni da intraprendere. I fantasmi dell’autonomia presenti del libro, infatti, difficilmente torneranno nelle forme in cui sono vissuti, ma ciò che resta è il loro divenire rivoluzionario, la loro capacità militante di creare, sempre nuove, le condizioni della sovversione sociale. Bisogna, allora, tornare a scavare nelle pipelines di questi fantasmi, per poter immaginare nuove condizioni di liberazione, sottrarre il concetto di libertà, totalmente inflazionato e privo di significato, agli ordini del discorso egemoni, per rimetterlo al centro dei processi conflittuali, dare forza alle pratiche di rifiuto e sabotaggio del regime di guerra e delle sue articolazioni necropolitiche e autoritarie.
Una volta liberati dal peso tragico del passato, i fantasmi possono diventare talpe e scavare sotterraneamente per consolidare le linee di fuga esistenti, fino a farle emergere compiutamente.


Immagine di copertina:
Alighiero Boetti, Mappa (L’insensata corsa della vita), 1988

 
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