Ho già visto associare Sakamoto days a One-punch man, ma è con Frieren, anime leggermente eccentrico rispetto ai primi due, che ho iniziato a pensare all’idea di un post-shonen: uno shonen dove l’eroe ha già raggiunto il massimo livello possibile e quindi viene meno l’impianto metafisico (più che narratologico, come vedremo) classico, così come lo ha settato il più famoso di tutti.
Il punto di partenza ovviamente è Dragon Ball, che ha canonizzato (e in un certo modo anche già portato all’estremo ed esaurito)1 gli schemi narrativi del battle shonen. I tre grossi nomi degli anni ’00-’10 (Naruto, Bleach, One Piece)2 hanno provato a rinnovare la narrazione, ma la metafisica di fondo è simile, così come spesso lo sono i finali cosmologici dei vari shonen:3 l’unica cosa che può mettere un tetto a questa risalita di gerarchie (ontologiche) sempre più delineate con il passare degli anni è la fine del mondo. Gli allenamenti, i conflitti, i combattimenti di questi anime sono una rincorsa interminabile verso l’alto (delle potenze combattive), una rincorsa che muove tanto le relazioni tra i personaggi quanto la trama e le pubblicazioni. A costo di una certa ripetitività, questi sono stati infatti tra i manga più longevi e seguiti, proprio grazie a una logica al rilancio potenzialmente infinita. L’abilità del mangaka4 sta nel declinare la formula, nell’inventare personaggi, mondi, tecniche e meccaniche di combattimento interessanti, ma la struttura e la traiettoria sono parti integranti del genere. Così come spesso i finali deludenti o non proprio all’altezza delle aspettative, perché nessuna fine del mondo lo è.
Cosa succede però se si parte dalla fine di quella traiettoria? Se un tetto alla potenza massima è già stato raggiunto e quindi fissato? Questa è un po’ la premessa di tutti e tre gli anime di cui vorrei parlare.
One-punch man (2016) si propone esplicitamente come parodia (ma anche omaggio, come nota giustamente Lolli) al battle shonen: il suo protagonista, Saitama, è un venticinquenne che, dopo tre anni di allenamenti (mai mostrati), ha raggiunto un livello di potenza tale da sconfiggere qualunque nemico con un solo pugno. Non c’è quindi conflitto che non possa essere risolto, né necessità di risalire una qualche scala di potenza: il massimo è già stato raggiunto.

Sakamoto days (2025) viene spesso accostato a One-punch man per le evidenti somiglianze, sia nel tono scanzonato (anche se meno esplicitamente satirico) che nelle premesse: Taro Sakamoto era il sicario più forte al mondo, prima di ritirarsi a vita privata e gestire un konbini assieme alla moglie e alla figlia. Parte della comicità della serie deriva proprio dal contrasto tra la figura ormai paciosa dell’uomo maturo e rassicurante, con la faccia tonda, i baffi e gli occhialetti, e l’attività cruenta che deve suo malgrado portare avanti.
Frieren (2024) si distanzia un po’ dagli altri due, anche per il tono decisamente meno comico (per quanto qualche scenetta ci sia sempre, come in ogni anime), ma soprattutto per le premesse meno satiriche, per quanto non meno programmatiche. La storia qui parte rovesciando un altro genere, il fantasy classico (quasi alla Dungeons & Dragons, con tanto di party diviso nelle varie classi e razze canoniche), ma anche questo in qualche modo inizia dove di solito finivano i suoi predecessori. Il primo episodio si chiama proprio The journey’s end (“La fine del viaggio”) e vi troviamo i nostri eroi che hanno appena sconfitto il nemico finale, il Re Demone (off screen, non viene neanche concesso lo show off iniziale di Sakamoto days). Il tetto è stato raggiunto, i tempi delle avventure sono finiti. Quantomeno per tre di loro, perché Frieren, la maga protagonista, è un’elfa e quindi ha appena iniziato a vivere la sua lunghissima vita: quella che per gli altri è stata l’avventura che ha coinciso con la loro esistenza per lei è stata una delle tante. Lo scardinamento del fantasy classico lo può far accostare ad altri dall’ambientazione simile come Delicious in Dungeon o Atelier of Witch Hat, come fa notare Innamorato, ma quello che mi interessa in questo caso è il ribaltamento della metafisica del battle shonen, categoria nella quale rientra senza dubbio per tutte quelle caratteristiche elencate sopra: gli allenamenti, gli scontri, le tecniche e le meccaniche di combattimento approfondite.
In questo caso Frieren non è per definizione la più forte di tutti, ma di fatto è accettata come una delle maghe più potenti e temibili, avendo sconfitto la minaccia globale incarnata dal Re Demone (ed essendo un’elfa in un mondo in cui la potenza magica si basa anche sull’esperienza accumulata). Ancora una volta, come in One-punch man e in Sakamoto days, lo scarto sta nel fatto che si parte dalla fine e ci si trova con un mondo e un soggetto da shonen privato però da quella spinta infinita che costituisce la base metafisica di ogni (battle) shonen.
A questo punto le strategie dei tre anime (che definirei quindi post-shonen) divergono leggermente nelle motivazioni dei loro protagonisti, ma non così tanto nello sviluppo narratologico. Nel caso di Frieren, il confronto della protagonista con il tempo di vita umano permette di tematizzare più esplicitamente la traccia presente anche negli altri due: cosa fa un personaggio quando è già il più forte del mondo? Attraverso una quotidianità che si ritrova densa di significatività, Frieren impara a vivere il presente, per quanto fugace, e a convivere con i ricordi scaturiti dal ripercorrere il tragitto già fatto con i suoi vecchi amici, ormai morti. Saranno quindi le missioni e le magie più “inutili” (come la preferita di Frieren: quella che fa sbocciare un campo di fiori blu), il confronto con i ricordi e con l’assistente umana, finalmente accettata nonostante la differenza di orizzonte temporale, a costruire tanto l’arco narrativo dell’anime quanto quello di evoluzione del personaggio omonimo.
Saitama invece si annoia, la sua vita quotidiana è uguale a quella di tutte le altre persone: va a fare la spesa, vive in un piccolo appartamento, giusto con la differenza che ogni tanto sconfigge un mostro con singolo pugno ma non ne ricava alcuno stimolo o soddisfazione (pensiamo alla differenza con il Goku di Dragon Ball). Per questo cercherà l’accettazione sociale tramite la più classica (ma inutile visto il suo essere già il più forte di tutti) delle scalate della gerarchia dell’Associazione degli Eroi. One-punch man si rivela da subito come una parodia, anche nella costruzione stilizzata di un mondo che esplicita e burocratizza le classiche istituzioni schematiche dei battle shonen. Così sia gli eroi che i mostri sono riuniti in associazioni gerarchiche, organizzate per gradi di potere, e da entrambe le parti c’è chi è fedele alla causa ma anche chi vive soltanto per scalare la classifica come nel più classico degli shonen. Anche qui la comicità è data dal confronto tra l’effettiva imbattibilità del protagonista e l’affanno di tutti gli altri personaggi che invece rispondono alle classiche logiche del genere, quasi come un meta-commento. Non fosse che anche Saitama, proprio nella sua ansia da accettazione, non riesce a scalare davvero quella classifica come dovrebbe per definizione, oppure viene sconfitto ai videogiochi da un altro “eroe per caso” come King (il Mr Satan della situazione), dando origine ad altri siparietti comici ma anche slittamenti semiotici del mondo di One-punch man.
La vita di Sakamoto invece è già una risposta: lui ha trovato la pace proprio in quella quotidianità perché ha chi lo apprezza, chi gli riempie quei perfect days nel konbini.5 Non ha bisogno di altro. Peccato che qualcuno lo vada a cercare e lo costringa a tornare in azione per proteggere i propri cari, dovendo dimostrare ancora una volta di essere il più forte di tutti. La premessa che in occidente avrebbe potuto sfornare l’ennesimo John Wick si trasforma in un post-shonen condito di scenette comiche e slice of life, componente classico e inevitabile di questo nuovo genere. Ancora una volta il contrasto tra l’azione cruenta e omicida (questo è il mondo dei sicari dopotutto) e la quotidianità familiare del konbini crea tanto la comicità quanto la direzione etica dell’anime. Quanto più Sakamoto è costretto a rimettersi in moto e in combattimento, tanto più il suo allievo e i suoi alleati (ed ex rivali, come da classico stilema shonen) vengono inglobati nella vita del konbini, nelle priorità famigliari e in un desiderio pacifico legato alla semplice convivialità, andando a sposare la mentalità dello stesso Sakamoto (e ancora prima: della moglie).
Ecco un altro tropo evidentemente necessario in questo nuovo schema narrativo: l’allievo. L’allievo fallibile, migliorabile, umano, serve sia allo spettatore per relazionarsi con l’essere già perfetto, il più forte del mondo, che a quest’ultimo per relazionarsi con il proprio mondo di riferimento. Tutti e tre i protagonisti di queste storie si trovano allievi senza cercarli, a volte contro la loro volontà, ma per tutti e tre questi sono il tramite verso quel mondo canonico del battle shonen che non vuole abbandonarli. Gli allievi sì che potranno migliorare e scalare le classifiche, ottenere riconoscimenti, affrontare scontri mortali e diventare sempre più forti.
La classica scalata al potere alla fine ritorna, quasi inevitabile, ma in un contesto diverso, dove il tetto di questa scalata è già stato raggiunto e costituisce proprio il centro della storia di questi anime, almeno in teoria.6 La narrazione del battle shonen prosegue o ritorna, più canonica di quanto ci si sarebbe aspettati dalle premesse, ritornano i suoi tropi narrativi (i tornei, le classifiche, gli avversari sempre più forti), ma si svolgono sempre sotto lo sguardo distaccato, ironico o malinconico, di uno spettatore consapevole della relativa futilità di questi schemi e battaglie all’ultimo sangue (specie nel caso di One-punch man). Infatti gli scontri spesso si concludono nell’arco di una puntata al massimo, a volte in pochi frame quando riguardano i rispettivi protagonisti,7 esemplificando come non siano più quelli il centro del post-shonen. E tuttavia riescono tutti e tre a mettere in scena mondi e costruzioni credibili, appassionanti anche dal punto di vista del classico shonen, e che prendono sempre più spazio mano a mano che l’anime avanza. Soprattutto One-punch man, nato come parodia esplicita, si trasforma sempre più in omaggio con il passare delle puntate: la sua narrazione classica, per quanto schematica, evidenzia tutte le possibili declinazioni del battle shonen sotto lo sguardo smaliziato e postmoderno che crea distanza su una storia altrimenti molto convenzionale per quanto riuscita (i meccanismi interni di questi mondi narrativi sono estremamente coerenti e ben costruiti, non hanno molto da invidiare a quelli degli shonen classici).
Il ritorno narratologico alle proprie radici non invalida però l’impianto metafisico sottostante: il tetto alle potenze combattive, il finale classico già superato e ottenuto, permette di potersi concentrare sui protagonisti e sui loro comprimari secondo logiche diverse e più terrene. La sfida per diventare “il più forte del mondo” non ha più senso, quello che rimane sono le relazioni sociali, il senso della vita, la temporalità circolare della quotidianità anziché quella progressiva e monodirezionale che porta inevitabilmente alla fine del mondo.
L’ultimo azzardo speculativo è ipotizzare che queste strutture narrative non siano quindi esenti dall’influenza del sentire politico o sociale. Non si vuole certo accusare Toriyama (il creatore di Dragon Ball) di aver dettato un’agenda neoliberista, ma se forse i battle shonen classici riecheggiavano un ottimismo crudele e una crescita infinita, pur già ponendo questa crescita davanti al dilemma cosmologico della fine e della sua eredità (altro tema ricorrente dei finali dei battle shonen), il (relativo) successo dei post-shonen dei nostri giorni forse non risponde soltanto a una stanchezza verso il genere, ma risuona anche con un sentire contemporaneo, ormai immerso nella crisi perenne e che vede quella fine più vicina se non già avvenuta.
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1) Dragon Ball riassume in sé l’inizio, lo sviluppo e la fine di quegli stessi schemi: la libertà narrativa dei primi episodi occupati da una classica quest diventa una gara al rialzo condita di tornei e classifiche già nella prima parte dell’anime, per poi diventare esplicitamente una quantificazione di potenze combattive, tecniche, livelli di supersayan e nemici che tornano con schemi sempre più ripetitivi, senza un tetto possibile – si veda al riguardo Claudio Kulesko, Il più forte del mondo. La filosofia di Dragon Ball, Moscabianca, 2024.
2) Ancora in corso, come sappiamo, con una popolarità che travalica il mondo di manga e anime, e per il quale varrebbe la pena di fare un piccolo discorso a parte, ma non qui.
3) Di nuovo: da Dragon Ball in poi, che infatti non riesce a mettere la parola fine neanche dopo che il suo protagonista è diventato il più forte del mondo, poi dell’universo, ecc., alzando sempre la posta e andando a confrontarsi con le divinità e gli altri universi.
4) Parlo principalmente di anime, ma tutti quelli citati finora, compresi i tre al centro di questo pezzo, vengono da manga precedenti.
5) Anche il film Perfect Days di Wim Wenders gira attorno proprio a quella ripetitività della quotidianità, quella semplicità dello slice of life così tipico degli anime da diventare un genere, chiaramente richiamato dai tre anime in esame.
6) Saitama perde progressivamente spazio sullo schermo, cosa che un po’ succede anche a Frieren con il passare degli episodi, anche se rimane decisamente più rilevante dal punto di vista narrativo, mentre in Sakamoto Days è più facile dire che fin dal primo episodio il protagonista vero e proprio, quello dalla parte dello spettatore sia Shin Asakura, l’allievo, anche se tutto ruota attorno al negozio e alla figura di Sakamoto.
7) Pensiamo invece agli interminabili ed epici scontri di Dragon Ball, ma anche dei suoi omologhi successivi e contemporanei (One Piece in primis); il minutaggio proporzionale alla rilevanza narratologica e metafisica.
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Immagine di copertina:
un fotogramma da Wim Wenders, Perfect Days, 2023



