Notizia di pochi giorni fa, un cassiere sessantaduenne della catena di distribuzione PAM viene licenziato in tronco dopo un’ispezione: gli avevano nascosto oggetti minuscoli in casse di birra e non se ne era accorto. L’ispettore, il kapò, pare gli abbia detto che gli avrebbe “rubato l’anima”.
A un amico, al supermercato, avevano chiesto di partecipare a un’ispezione aziendale, gli avrebbero messo nel carrello degli oggetti da passare alla cassa; al suo rifiuto, chiesero lo stesso a un altro cliente. La cassiera venne redarguita per non essersi accorta che uno zucchino era un cetriolo, al che scoppiò in lacrime, disse che era la terza volta che capitava e se ne andò dal posto di lavoro. Porterà traccia dell’umiliazione a vita.
Di questo parla il delizioso libretto di Andrea Sala, Mio caro padrone, domani ti sparo. La ballata del lavoratore (in)subordinato (Pgreco, 2025), dello sfruttamento e della prevaricazione padronale nella grande distribuzione, raccontando la vessazione subita, e il gesto catartico del negarsi alla soggezione, ma oltre la causa occasionale del licenziamento cercato, il libro è un’analisi accurata, ben scritta e argomentata, delle forme del dominio del capitale sul lavoro vivo nel tempo presente. Ripercorro in sintesi le tappe del suo percorso.

Se la riduzione del lavoratore ad appendice della macchina caratterizzava la fabbrica fordista, e la disciplina del corpo e della mente ne era lo strumento, al mutare del modello produttivo, che il post operaismo individuava come passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale, il dominio sui corpi e sulle menti non solo non si è allentato, ma è divenuto quanto più totalitario. La subordinazione del lavoratore subordinato è totale, senza spazi di contrattazione, di adeguamento alle necessità minime di una vita strutturata e programmabile, massimizzare il profitto dell’impresa è l’unico comandamento. All’alienazione marxiana del lavoratore dal prodotto del proprio lavoro, per Sala, nel tempo presente si sommano l’alienazione del lavoratore dalla sua identità personale, e l’alienazione dai propri diritti pomposamente dichiarati inalienabili dagli stati sinceramente democratici, libertà di pensiero, parola, espressione. Tripla alienazione funzionale alla massimizzazione del profitto, nei tempi più recenti supportata dalle tecnologie AI, come evidenziato da Michele Dal Lago.
In Brasile, abbastanza frequentemente, fazenderos vengono condannati (a pene simboliche) per trabalho escravo, riduzione in schiavitù. Schiavo è chi è costretto a lavorare in cambio dei mezzi minimi di sussistenza, esattamente la condizione della maggior parte dei lavoratori subordinati nel nostro paese.
«La schiavitù non esiste più, per fortuna, ma non cessa di operare il suo disegno logico, e non cessa di operare l’ambizione antropologica che si intravede entro l’opera impietosa di produzione di umanità forzata» (p. 46).
Da quando, più di una trentina d’anni, la guerra di classe non dichiarata al lavoro vivo è stata vinta su ogni fronte dai padroni, l’espropriazione e la concentrazione di risorse si è scatenata senza freni. I sindacati, che si sono rivelati esattamente ciò che ne diceva il pensiero dell’autonomia del soggetto antagonista cinquant’anni fa, strumenti di controllo del lavoro vivo nelle mani dei padroni, si sono ormai ridotti a patronati residuali, il controllo del lavoro vivo, nel tempo del liberismo compiutamente dispiegato, deve essere introiettato dai lavoratori stessi, attraverso la vessazione sistematica, per giungere alla disciplina dei corpi e dell’anima. Pena la marginalizzazione e l’esclusione dal mondo del lavoro. Questa la sorte toccata ad Andrea Sala, che nel seguito ricostruisce una contro-etnografia degli eventi.
Dipendente di un supermercato gigantesco in Brianza, Andrea non si piega alle pratiche autoritarie in uso, denegazione dei bisogni, paternalismo, infantilizzazione sistematica del personale, consuetudini radicate non solo in quel luogo di lavoro specifico ma, come riportato nei casi con cui ho aperto la recensione, in tutta la grande distribuzione. Sottoposto a richiamo per insubordinazione, viene convocato dal massimo grado della gerarchia, il responsabile dell’area manager. Incontro deliziosamente descritto nel libro (e opportunamente conservato dal «singolare gatto selvatico»,1 il registratore chiamato a testimone), in cui il paternalismo appiccicoso del funzionario, che si attende atto di contrizione dal lavoratore subordinato, rimbalza contro l’affermatività che si nega al dialogo di Andrea, e si conclude con la firma sui richiami scritti.
«Capii subito che l’incontro non sarebbe potuto che essere uno scontro. Operazioni di ordinaria routine, quali la consegna delle lettere di richiamo quel giorno, si svolsero in cornici fin troppo istituzionali. Già da tempo godevo di un trattamento di favore, dato che ero solito prodigarmi con solerzia per respingere in toto la prassi ritorsiva delle contestazioni scritte. Queste denunciavano ammanchi di cassa di pochi euro su turni di otto ore o “l’insolenza” di recarsi al bagno senza la gentil concessione del permessino. Prassi e politica aziendale che contestavo non solo per la palese umiliazione a cui eravamo costretti io e i colleghi, ma anche per il chiaro tentativo pedagogico di infantilizzarci» (pp. 26-27).
La “grave insubordinazione” che giustifica la successiva lettera di licenziamento è la firma premeditatamente apposta da Andrea Sala alle lettere di richiamo. Ernesto “Che” Guevara. A fine colloquio porge al funzionario una lettera in cui annuncia l’apertura dello stato di agitazione. Cui seguirà lo sciopero solitario con la sigla SI Cobas. Sciopero come ri-soggettivazione, gesto affermativo che ri-umanizza il lavoratore, riportandolo a essere portatore di istanze, contro la deumanizzazione funzionale alla massimizzazione del profitto padronale.
«L’intenzione che mi aveva guidato nello sciopero, se da una parte voleva mostrare ai colleghi che, anche se impossibile a oggi vivere senza padroni (godendo questi di piena legittimazione da parte di coloro che da questi sono sottomessi), vivere contro il padrone era non solo auspicabile, ma ancor più necessario; dall’altra, fu quella di alzare il tiro e di lasciare in eredità il mito di un tempo passato ma vivo: il tempo della rivolta» (p. 76).
Ribellione efficace e foriera delle conseguenze auspicate, il miglioramento delle condizioni di lavoro, una sana dialettica tra padroni e lavoratori? Senz’altro no, si è trattato consapevolmente di un gesto meravigliosamente velleitario, sicuramente spontaneista, ma la propaganda col gesto ha una storia lunga e gloriosa, e si spera un ridente futuro. Quando tutte le porte si chiudono, l’unico modo per uscire dalla casa in fiamme è sfondarle.
Dunque che fare? Aprire le ali al vento della storia. Domani è un altro giorno.
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1) La citazione è da Elvio Fachinelli, nella sua introduzione a Jean-Jacques Abrahams, L’uomo col magnetofono, Erba Voglio, 1977, si veda Pietro Barbetta, Giacomo Conserva, Enrico Valtellina, Un singolare gatto selvatico. Jean-Jacques Abrahams, l’uomo col magnetofono, Ombre corte, 2017.
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Immagine di copertina:
Banksy, Festival (Destroy Capitalism), 2006



