Sandro Battisti è uno degli autori più importanti e radicali della fantascienza italiana contemporanea. La sua produzione, vastissima e coerente, attraversa da oltre vent’anni territori narrativi in cui la speculazione scientifica si fonde con la filosofia e la storia, grazie a una riflessione costante sul linguaggio e sulle strutture profonde del potere. Battisti non è soltanto uno scrittore estremamente prolifico, ma anche un performer, un teorico e un costruttore di mondi, uno di quegli autori capaci di immaginare universi narrativi che funzionano come sistemi complessi, attraversabili da romanzi, racconti e idee che si richiamano e si potenziano a vicenda.
Il suo nome è indissolubilmente legato al Connettivismo, movimento letterario nato nei primi anni Duemila, di cui è stato uno dei fondatori e principali animatori, e che rappresenta probabilmente l’esperienza più organica e consapevole di rinnovamento della fantascienza italiana. Il Connettivismo si è posto fin dall’inizio come superamento consapevole del cyberpunk: ne ha raccolto l’eredità tecnologica e visionaria, ma l’ha spinta oltre, verso una dimensione teoretica molto più ambiziosa, in cui scienza, metafisica, storia, corpo e linguaggio si fondono in una ricerca continua di connessioni profonde. È un movimento che guarda alla complessità del reale, alla frammentazione dell’identità, alle reti invisibili che legano coscienza, tecnologia e potere, senza imitare modelli anglofoni. È un movimento che rifiuta la linearità, che lavora per stratificazioni, per cortocircuiti concettuali, e che considera la fantascienza non come semplice genere narrativo, ma come strumento cognitivo e politico, capace di interrogare il presente attraverso modelli radicalmente altri.
L’opera di Battisti è sempre stata, quindi, meno interessata alla previsione del futuro che alla messa in crisi del nostro modo di pensare il tempo, il potere e l’identità. In questo contesto si inserisce perfettamente il progetto di D Editore, che ha deciso di dedicare, nella collana Intermundia curata da Claudio Kulesko, uno spazio specifico per l’Impero Connettivo, l’universo narrativo più ampio e psichedelico creato da Battisti, una saga che non è solo fantascientifica ma anche storica e visionaria.

Earthbound, primo volume di questo nuovo corso editoriale, è un romanzo breve solo in apparenza: la sua densità concettuale è tale da farlo sembrare molto più vasto, quasi un condensato di idee, immagini e ossessioni che l’autore ha affinato nel corso degli anni. Qui ritroviamo tutti i suoi temi cardine: il potere declinato come controllo delle strutture profonde della realtà; il tempo non più come semplice dimensione ma come strumento politico; la sessualità e l’erotismo come forme di conoscenza e di trasformazione; la rilettura dell’Impero romano e bizantino come emblemi di sistemi eterni che si reincarnano sotto nuove forme; le realtà dimensionali che si sovrappongono e comunicano, fino al metaverso quantistico inteso non come gadget tecnologico ma come spazio ontologico.
La trama, articolata su tre punti di vista, è un esempio efficace di questa complessità: da un lato un capo tribù proto-romano, immerso in un tempo arcaico che già contiene in nuce l’idea di impero; dall’altro una ricerca archeo-antropologica su Bisanzio che apre crepe nel presente e mette in comunicazione con altri livelli della realtà; infine la dimensione sovradimensionale dell’Impero Connettivo vero e proprio, governato dall’imperatore Totka_II, uno dei Nephilim, affiancato dal suo enigmatico e fedelissimo Sillax. Questi tre percorsi narrativi non procedono in modo lineare, ma si riflettono e si contaminano, creando un gioco di rimandi che rende evidente come il tempo non sia una freccia, ma piuttosto una rete.
Ed è proprio nella concezione del tempo che, a mio parere, Earthbound – ma in realtà l’intera saga dell’Impero Connettivo – trova uno dei suoi nuclei più potenti e disturbanti: l’idea che il vero potere non consista più soltanto nel controllo dello spazio, dei territori e delle risorse, ma nel dominio del tempo stesso. Non è una semplice intuizione fantascientifica, né un espediente narrativo spettacolare, ma una presa di posizione teorica e politica estremamente precisa. Battisti sembra suggerire che, una volta esaurita la logica dell’espansione spaziale tipica degli imperi classici e moderni, il potere si possa spostare su un piano più profondo e invisibile: quello della gestione del divenire, della possibilità, della memoria e dell’anticipazione. Chi governa il tempo governa la Storia non solo nel senso della sua riscrittura, ma soprattutto nel decidere quali futuri siano pensabili e quali no, quali traiettorie possano esistere e quali vengano cancellate prima ancora di emergere.
In Earthbound il tempo non è mai neutro: è una materia viva, manipolabile, stratificata, ed è proprio per questo che diventa lo strumento di dominio più sofisticato. Il controllo temporale implica il controllo delle identità, perché l’identità stessa è una costruzione temporale, un racconto coerente che tiene insieme passato, presente e futuro; spezzare o piegare questa continuità significa rendere gli individui e le collettività più permeabili al potere. Allo stesso modo, il dominio del tempo implica il controllo del senso storico: se il passato può essere riletto, riscritto o reso inaccessibile, e il futuro può essere colonizzato come orizzonte obbligato, allora il presente diventa un territorio chiuso, apparentemente privo di alternative.
In questo senso l’Impero Connettivo non è soltanto un’entità fantascientifica, ma una metafora estremamente efficace dei meccanismi di potere contemporanei, in cui la gestione del tempo si manifesta attraverso la velocità imposta, l’urgenza permanente, l’abolizione della durata e della memoria, la promessa di futuri sempre rimandati ma già prescritti. Battisti radicalizza tutto questo portandolo su scala cosmica e multidimensionale, mostrando come il controllo temporale non si limiti a un periodo specifico o a un mondo, ma attraversi le dimensioni, creando imperi che non conquistano territori, bensì snodi epocali, singolarità e versioni della realtà. Questa visione suggerisce che il potere assoluto non ha più bisogno di esercitarsi con la forza bruta, ma può agire silenziosamente sul flusso degli eventi, decidendo cosa è stato, cosa è e cosa potrà essere. E se chi controlla il tempo governa l’universo intero, come il romanzo lascia intendere, allora la vera posta in gioco non è la ribellione armata o la conquista di uno spazio, ma la possibilità stessa di immaginare un reale diverso, di sottrarsi a una modalità esistenziale imposta.
In questo senso il romanzo non è soltanto una sofisticata opera di fantascienza speculativa, ma anche un testo che irrompe nella realtà politica del nostro presente, parlando di controllo, di narrazioni obbligate, di imperi che si travestono da progresso, di sistemi che si presentano come inevitabili perché agiscono a livello temporale e culturale prima ancora che materiale. Ci fa interrogare su quanto la nostra attualità sia davvero nostra e su chi, piuttosto, ne stia scrivendo le regole. Una cifra che ritroviamo spesso nel catalogo di D Editore: la volontà di pubblicare libri che non si limitino a intrattenere, ma che disturbino, mettano in crisi, costringano il lettore a interrogarsi sul mondo in cui vive.
Earthbound riesce in questo compito con grande forza, dimostrando ancora una volta come la fantascienza, quando è radicale e consapevole, possa essere uno strumento critico potentissimo. Non è un romanzo facile, né vuole esserlo, ma è un testo necessario per chiunque voglia capire dove può arrivare oggi la speculative fiction italiana quando smette di imitare e comincia davvero a osare.
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Immagine di copertina:
Syd Mead, bozzetto per Blade Runner, 1982



