Decostruire l’impero attraverso la traduzione: il fantasy come strumento di egemonia culturale

Il genio di R. F. Kuang in Babel sta nell’aver creato un’opera di filosofia politica rivoluzionaria che si maschera da fantasy per raggiungere un pubblico più ampio, costringendolo poi a confrontarsi con questioni che normalmente eviterebbe. L’operazione è tanto più sottile quanto efficace: l’elemento fantastico dell’argento magico funziona come un cavallo di Troia che introduce nel mercato editoriale mainstream una critica radicale al capitalismo, al colonialismo e all’imperialismo culturale. Non è un caso che l’edizione italiana abbia censurato la seconda parte del titolo originale: Or the Necessity of Violence. Il mercato sa riconoscere il pericolo sovversivo quando lo vede. La scelta del fantasy non è neutra ma strategica. Kuang sfrutta un genere tradizionalmente associato all’escapismo per costringere i lettori a confrontarsi con la realtà politica contemporanea. L’argento magico di Babel funziona esattamente come la tecnologia nel capitalismo moderno: concentra il potere nelle mani di pochi, crea dipendenza sistemica, si alimenta dello sfruttamento delle periferie. Se avesse scritto un romanzo realistico sull’industrializzazione vittoriana, avrebbe raggiunto solo un pubblico già sensibilizzato ai temi postcoloniali. Invece, attraendo lettori di fantasy, li costringe a una presa di coscienza politica che molti vivono come tradimento delle aspettative di genere. I commenti dei fan nei forum, che si lamentano della qualifica di fantasy, rivelano inconsapevolmente il punto: il libro funziona proprio perché frustra le aspettative di evasione. Come sosteneva Lenin, nella lotta di classe la neutralità è impossibile: il proletariato non può essere indifferente alle condizioni politiche, sociali e culturali della sua lotta. Kuang nega al lettore la possibilità di rimanere neutrale. Il dibattito incalzante sui temi politici, che alcuni trovano fastidioso, replica esattamente la situazione degli studenti di Babel: non puoi rimanere al margine, devi scegliere da che parte stare.

R. F. Kuang, Babel - Una storia arcana

L’Eden universitario e le sue contraddizioni. Oxford come macchina del soft power

L’istituzione accademica di Babel rappresenta la critica più feroce al sistema universitario come motore dell’imperialismo culturale. Oxford non è semplicemente complice del colonialismo britannico: ne è il cervello strategico, il luogo dove si produce la tecnologia dell’oppressione sotto le mentite spoglie del sapere universale. Robin Swift e i suoi compagni sono native informants perfetti, reclutati dalle periferie dell’impero per alimentare il centro con le loro competenze linguistiche, trasformando la loro stessa diversità culturale in carburante per il sistema che li opprime. Questa dinamica replica perfettamente il funzionamento dell’accademia contemporanea: quanti Robin Swift oggi producono ricerca nelle università occidentali, convinti di essere critici del sistema mentre in realtà lo alimentano? La borsa di studio diventa catena dorata, l’inclusività una facciata che nasconde l’appropriazione sistematica dei saperi non-occidentali. Kuang anticipa e decostruisce i meccanismi del diversity washing accademico con decenni di anticipo.

La seduzione dell’ambiente universitario

Ma Kuang dimostra anche una maestria particolare nel rendere palpabile la seduzione dell’ambiente universitario: le lunghe giornate di studio condiviso, le discussioni notturne che sembrano poter cambiare il mondo, l’intimità intellettuale che si crea tra Robin, Ramy, Victoire e Letty. Questa bellezza non è finzione ma la realtà più autentica dell’esperienza formativa. Il genio dell’autrice sta nel mostrare come proprio questa autenticità diventi lo strumento più raffinato di cooptazione del sistema. L’università funziona come macchina di produzione di consenso proprio perché offre esperienze umane reali e preziose. Le amicizie che si formano a Babel non sono false: sono autentiche, profonde, irripetibili. Ma questo le rende ancora più efficaci come catene dorate. Come può Robin distruggere un sistema che gli ha dato le persone più care della sua vita? Come può tradire non solo l’istituzione ma i ricordi più belli della sua gioventù? Questa dinamica replica perfettamente il funzionamento dell’egemonia culturale gramsciana: il potere non si mantiene solo attraverso la coercizione ma creando esperienze positive genuine che legano i soggetti al sistema. La nostalgia per gli anni universitari diventa così una forma di conservatorismo inconsapevole: si finisce per difendere il sistema non perché si approvino le sue ingiustizie, ma perché lo si associa ai momenti più felici della propria formazione.

L’amore come resistenza e come trappola

Le relazioni affettive nel romanzo non sono mai private ma sempre mediate dalle strutture di potere. L’amore tra Robin e Ramy, tra Robin e Victoire, tra tutti i membri del gruppo, diventa simultaneamente motivazione rivoluzionaria e possibile freno all’azione radicale. Kuang evita accuratamente il romanticismo facile mostrando come anche i sentimenti più puri siano attraversati dalle contraddizioni politiche. L’amore può diventare conservatore quando ci illudiamo che sia possibile proteggere chi amiamo senza distruggere il sistema che li opprime. Ma può diventare rivoluzionario quando comprendiamo che l’unico modo per proteggere davvero chi amiamo è eliminare le cause strutturali della loro oppressione. La morte di Ramy segna esattamente questo passaggio per Robin: dall’illusione che sia possibile un compromesso alla comprensione che la violenza del sistema richiede una risposta altrettanto radicale.

Letty e il femminismo come deflection borghese

Il personaggio di Letty rappresenta una delle intuizioni più acute di Kuang sui limiti strutturali del femminismo bianco e borghese. Quando il gruppo si radicalizza e lei si sente esclusa, la sua prima reazione non è interrogarsi sui propri privilegi ma rovesciare l’accusa: sono gli uomini del gruppo a escluderla, è il maschilismo a impedirle di partecipare alla lotta anticoloniale. Questa deflection rivela l’incapacità strutturale del soggetto bianco di pensarsi come oppressore. Letty non riesce a concepire di essere contemporaneamente oppressa come donna e oppressora come bianca e borghese. La sua educazione femminista, invece di aiutarla a comprendere l’intersezionalità delle oppressioni, diventa uno strumento per evitare il confronto con i propri privilegi razziali e di classe. Il tradimento finale di Letty non è quindi solo personale ma strutturale: rappresenta l’inevitabile ritorno del soggetto borghese alle proprie lealtà di classe quando la rivoluzione minaccia concretamente i suoi interessi. Il femminismo diventa così un alibi per mantenere lo status quo: accusando gli uomini razzializzati di maschilismo, Letty evita di confrontarsi con il proprio ruolo nell’oppressione razziale. Il tradimento finale di Letty non è quindi solo personale ma strutturale: rappresenta l’inevitabile ritorno del soggetto borghese alle proprie lealtà di classe quando la rivoluzione minaccia concretamente i suoi interessi. Il femminismo diventa così un alibi per mantenere lo status quo: accusando gli uomini razzializzati di maschilismo, Letty evita di confrontarsi con il proprio ruolo nell’oppressione razziale. Questo passaggio è forse il punto più complesso e ambiguo del romanzo, la lacerazione di Letty è totale, il suo lutto insuperabile, e così alla fine rappresenta la morte. Come canta Jeanne Moreau, presa in un triangolo tra Fassbinder, Jean Genet e Oscar Wilde, Each man kills the things he loves, e ovviamente vale anche per una donna.

Il linguaggio come arma: traduzione e violenza epistemica

È nella concezione del linguaggio che Kuang rivela la sua maturità teorica più profonda. La traduzione non è mai neutra: è sempre un atto di potere, una violenza epistemica che decide quali significati sopravvivono e quali vengono sacrificati. L’argento magico alimentato dalle ambiguità della traduzione materializza letteralmente questa violenza: ciò che viene perso non sparisce nel nulla, ma viene estratto e accumulato dal sistema dominante. Robin come poliglotta non possiede una competenza neutrale ma porta in sé il trauma della frammentazione identitaria. Ogni lingua che parla rappresenta un pezzo di sé che il colonialismo ha spezzato e ricomposto secondo le proprie necessità. Il multilinguismo diventa così metafora della soggettività postcoloniale: sempre divisa, sempre in traduzione, sempre in bilico tra appartenenze multiple che non si conciliano mai completamente. Questa intuizione collega Kuang ai più avanzati dibattiti decoloniali contemporanei, da Gayatri Chakravorty Spivak (Aut Aut vol. 329, numero monografico) a Walter Mignolo (Decolonialità. Concetti, analisi, prassi, Castelvecchi), sulla necessità di decolonizzare non solo le istituzioni ma le stesse modalità di produzione del sapere. Chi controlla i significati controlla il mondo: l’egemonia culturale si costruisce proprio attraverso il controllo dei processi di traduzione tra sistemi di significato diversi. Inoltre, in questa decodifica di Kuang, si incarna con precisione millimetrica la critica al linguaggio già espressa anche da Amitav Ghosh. Ciò che viene sottolineato dal romanziere indiano è riassunto perfettamente da Anna Nadotti e Norman Gobetti, suoi traduttori, in una nota a latere di Sea of Puppies (Trad. it. Mare di Papaveri, Neri Pozza 2008), e si potrebbe ampliare senza difficoltà a Babel:

«Se nessuna traduzione può rendere pienamente giustizia all’originale, ciò è più che mai vero per un romanzo come questo, in cui l’autore si serve di una molteplicità di lingue, e soprattutto ci propone l’inglese nella sua natura di lingua in sé molteplice e ulteriormente moltiplicata dalla storia degli imperi anglofoni. Ogni personaggio, infatti, parla un inglese diverso, contaminato ora dal bengali, l’hindi e l’urdù, ora dal bhojpuri, ora dal cinese, ora dal francese, ora dal lascari, la lingua dei marinai a bordo delle navi che incrociavano nell’Oceano Indiano, ora dallo “zubben”, “la sfavillante lingua d’Oriente, solo una spruzzatina di parole negre mescolate con un po’ di oscenità, come la descrive uno dei personaggi del libro. La lingua è la vera protagonista del romanzo e a essa l’autore presta una meticolosa attenzione anche nelle scelte grafiche e redazionali richieste ai suoi editori ovunque nel mondo: un utilizzo minimo e motivatamente dosato del corsivo, l’assenza delle virgolette nei dialoghi tra i personaggi che non parlano in inglese e che quindi, già nell’originale, sono in un certo senso “tradotti”, il rifiuto programmatico di note, glossari e altri apparati. Tutte scelte dettate dalla volontà di non creare gerarchie tra le parole, di non accreditare il mito di una lingua pura, una lingua universale, e nello stesso tempo di non incoraggiare una lettura esotista, sottraendosi a ogni possibile normalizzazione lessicale o grammaticale».

Il latino e il greco come lingua franca imperiale

L’obbligo dello studio del latino e del greco per tutti gli studenti di Babel, indipendentemente dalla loro origine geografica, rivela una delle intuizioni più sottili di Kuang sul funzionamento dell’imperialismo culturale. Le lingue classiche non sono neutrali strumenti di cultura universale ma tecnologie di standardizzazione cognitiva che plasmano il pensiero secondo modelli occidentali. Costringere un cinese, un indiano, un haitiano a padroneggiare latino e greco significa costringerli a interiorizzare categorie mentali, strutture sintattiche, riferimenti culturali che li allontanano dalle loro tradizioni di origine. Il retroterra comune è in realtà un background imposto che crea artificialmente una comunità intellettuale fondata sull’egemonia culturale occidentale. Ma Kuang mostra anche come questa imposizione possa ritorcersi contro il sistema: gli studenti colonizzati che padroneggiano le lingue classiche meglio degli inglesi stessi rivelano l’arbitrarietà della pretesa superiorità occidentale. Robin che eccelle in latino e greco non diventa più civilizzato ma acquisisce strumenti per decostruire dall’interno la retorica della civilizzazione.

Robin Swift e la tradizione del romanzo d’avventura

Il nome Robin Swift non è solo un omaggio a Jonathan Swift, ma una dichiarazione poetica sul rapporto tra letteratura e politica. I Gulliver’s Travels sono apparentemente un romanzo d’avventura ma sostanzialmente una satira feroce della società inglese del diciottesimo secolo. Swift usa l’esotico e il fantastico per denunciare le contraddizioni e le ipocrisie del suo tempo. Kuang opera esattamente la stessa strategia: usa il fantastico per fare satira politica, il romanzo d’avventura per fare critica sociale. Robin lettore di Dickens rappresenta una generazione cresciuta con il romanzo sociale vittoriano, abituata a vedere nella letteratura uno strumento di denuncia delle ingiustizie. Ma mentre Dickens si limitava a denunciare, Kuang passa all’azione. La passione di Robin per il romanzo d’avventura rivela anche la nostalgia per un mondo in cui sembrava possibile l’eroe individuale, il protagonista che con le sue sole forze poteva cambiare il corso degli eventi. La maturazione politica di Robin coincide con la comprensione che l’eroismo individuale è un mito: la trasformazione sociale richiede azione collettiva, organizzazione, sacrificio di sé per il movimento.

Il traduttore come rivoluzionario

Babel è ultimamente un romanzo sulla traduzione come pratica rivoluzionaria. Non la traduzione accademica che riproduce le gerarchie esistenti, ma quella che trasforma i significati nel processo stesso di trasferirli da un contesto all’altro. Robin impara che tradurre significa sempre tradire: tradire le aspettative del testo di partenza, tradire le convenzioni della lingua di arrivo, tradire le gerarchie che decidono cosa merita di essere tradotto e cosa no. Il traduttore rivoluzionario è colui che accetta consapevolmente questa responsabilità del tradimento, che usa le competenze acquisite nel sistema per sovvertirlo dall’interno. È l’intellettuale organico gramsciano che ha imparato la lezione di Fanon: la violenza del colonizzato non è vendetta ma giustizia, non distruzione ma creazione di nuove possibilità.

La necessità della violenza: verso la rivoluzione anticoloniale

Tutti i capitoli di Babel sono corredati da un esergo collegato a quanto accade. Vi è però un’assenza che non può non essere notata: quella dell’XI tesi su Feuerbach, che incarna IL tema del romanzo. I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo è letteralmente il dilemma che tortura Robin e i suoi compagni per tutto il romanzo. Invece di citare esplicitamente Marx, Kuang preferisce guidare i lettori attraverso gli stessi passaggi teorici che portarono il filosofo tedesco alle sue conclusioni rivoluzionarie. Gli epigrafi dai romantici inglesi – Byron, Shelley, Blake, Coleridge, Wordsworth – preparano il terreno emotivo e culturale, mostrano la critica al sistema ma non ancora la soluzione rivoluzionaria. È il lettore che deve compiere il passaggio dalla denuncia romantica all’azione marxista, proprio come devono farlo i personaggi. L’operazione è geniale: invece di imporre una lettura marxista, Kuang ricrea le condizioni storiche e teoriche che la rendono inevitabile. Lenin emerge nell’organizzazione clandestina di Hermes, nelle discussioni sui compagni di strada borghesi, nella questione dell’avanguardia rivoluzionaria. Ma soprattutto nella comprensione che il potere non si chiede: si prende. La trasformazione di Robin da studente privilegiato a rivoluzionario replica il percorso di ogni intellettuale che prende coscienza del proprio ruolo di classe.

Il dibattito rivoluzionario: da Sorel agli anarchici

I personaggi di Babel incarnano le diverse posizioni del dibattito rivoluzionario ottocentesco con una precisione che raramente si trova nella narrativa contemporanea. Griffin Lovell rappresenta perfettamente la posizione soreliana sulla necessità purificatrice della violenza: non è solo un mezzo per raggiungere il fine, ma il processo stesso attraverso cui il soggetto rivoluzionario si costituisce. Le sue Riflessioni sulla violenza echeggiano in ogni discussione di Griffin sulla necessità di non cercare compromessi con il sistema. Victoire incarna la posizione riformista, la speranza che sia possibile trasformare il sistema dall’interno attraverso il graduale ampliamento dei diritti e delle opportunità. La sua tragedia personale – essere la prima donna nera ammessa a Babel solo per scoprire di essere funzionale al sistema che la opprime – replica il destino di ogni movimento riformista che non mette in discussione le strutture fondamentali del potere. Robin inizialmente rappresenta l’intellettuale liberale, convinto che la propria posizione privilegiata possa essere utilizzata per il bene comune senza mettere in discussione i meccanismi che hanno prodotto quel privilegio. La sua evoluzione verso posizioni più radicali segue esattamente il percorso descritto da Gramsci per la formazione dell’intellettuale organico: dalla critica del sistema alla comprensione della necessità di distruggerlo per ricostruirlo.

Haiti come modello nascosto e l’eredità di Fanon

Il riferimento alla rivoluzione haitiana non è casuale ma costituisce uno dei modelli nascosti del romanzo. Toussaint Louverture rappresenta ciò che Victoire potrebbe diventare: il colonizzato che si riappropria completamente degli strumenti del colonizzatore non per integrarsi nel sistema ma per distruggerlo dall’interno. Haiti come prima vera rivoluzione anticoloniale della modernità, quella che la Rivoluzione francese non riuscì a essere per i suoi limiti razziali e di classe. Kuang mostra come ogni rivoluzione anticoloniale debba confrontarsi con questo precedente: la violenza non come scelta ma come necessità strutturale. Non è possibile decolonizzare senza distruggere fisicamente i meccanismi dell’oppressione, perché questi non sono semplici politiche che si possono cambiare ma strutture materiali che si riproducono autonomamente. Il fantasma di Franz Fanon attraversa questa riflessione. Ne I dannati della terra: la violenza del colonizzato non è simmetrica a quella del colonizzatore ma ne è la negazione dialettica. Non si tratta di sostituire un’oppressione con un’altra ma di spezzare la logica stessa dell’oppressione attraverso la distruzione delle sue basi materiali.

I Luddisti e la questione della tecnologia

Il riferimento ai luddisti è cruciale per comprendere la posizione di Kuang rispetto alla tecnologia e al progresso. Marx, come noto, aveva una visione ambivalente sui luddisti: da un lato ne comprendeva la disperazione, dall’altro li considerava politicamente arretrati perché attaccavano le macchine invece del sistema capitalista che le utilizzava per sfruttare i lavoratori. Kuang rovescia questa prospettiva: nel mondo di Babel, distruggere la tecnologia (l’argento magico) significa effettivamente distruggere il sistema, perché quella tecnologia non è separabile dalle relazioni di potere che la producono. Non è possibile un uso politicamente corretto dell’argento di Babel – come vorrebbe Letty – perché la sua stessa esistenza dipende dallo sfruttamento coloniale: senza periferie da cui estrarre lingue e significati, l’argento smette di funzionare. Questa intuizione è profondamente contemporanea: di fronte alle tecnologie digitali che concentrano il potere nelle mani di poche multinazionali attraverso l’estrazione di dati e attenzione dalle periferie globali, la posizione luddista acquista una nuova attualità. A volte distruggere la tecnologia è l’unico modo per spezzare le relazioni sociali che essa cristallizza.

La Cina come trauma originario

Per Kuang, nata a Canton come Robin, la guerra dell’oppio non è uno dei tanti episodi della storia coloniale ma il trauma originario della modernità cinese. Canton come porta d’ingresso della violenza imperialista, il luogo dove per la prima volta l’Occidente dimostra che la sua civiltà si basa sulla capacità di distruggere chiunque si opponga ai suoi interessi economici. Il percorso di Robin che parte da Canton per arrivare a Oxford replica non solo il trauma biografico dell’autrice (da Canton agli USA) ma quello di milioni di persone costrette a confrontarsi con l’Occidente in condizioni di subalternità. La trilogia precedente di Kuang (La guerra dei Papaveri e sgg.) mostra come questo trauma si perpetui attraverso le guerre sino-giapponesi fino alla contemporaneità: la Cina come laboratorio di tutte le violenze imperialiste che Babel teorizza. Ma c’è di più: la Cina rappresenta anche la possibilità di una risposta. Kuang scrive nel momento in cui la Cina sta emergendo come potenza globale capace di sfidare l’egemonia occidentale. Robin che torna a Canton per morire nella distruzione di Babel prefigura simbolicamente questa possibilità: il colonizzato che ha imparato a usare gli strumenti del colonizzatore per distruggerlo può finalmente tornare a casa.

Il tempo della rivoluzione

C’è una tensione temporale che attraversa tutto il romanzo e che riflette l’angoscia della sinistra contemporanea: quando è il momento giusto per agire? Robin è sempre in anticipo o in ritardo, sempre sfasato rispetto agli eventi. Questa sfasatura temporale non è casuale ma strutturale: riflette la condizione dell’intellettuale postcoloniale, sempre in bilico tra mondi diversi, sempre costretto a tradurre tra temporalità che non si sincronizzano mai. Kuang sembra suggerire che il momento giusto per la rivoluzione non esiste mai, che l’attesa della condizione perfetta è essa stessa una forma di complicità con il sistema. La rivoluzione non si fa quando è conveniente ma quando è necessaria, anche se le condizioni non sono ottimali, anche se il prezzo è altissimo. Questa intuizione collega il romanzo alla situazione contemporanea: di fronte alla crisi climatica, alle diseguaglianze crescenti, al ritorno dei fascismi, continuare ad aspettare il momento giusto per agire significa accettare che il sistema ci distrugga tutti. Come Robin comprende alla fine, a volte l’unica scelta morale è quella che appare più immorale: distruggere per costruire, uccidere per salvare, sacrificare il presente per rendere possibile il futuro.

Conclusione: verso una pedagogia rivoluzionaria

L’intreccio di tutti questi elementi rivela una questione centrale: chi può parlare per chi? Robin come native informant che dovrebbe essere grato, ma anche come traditore potenziale della sua comunità d’origine. È il dilemma di ogni intellettuale postcoloniale: come utilizzare gli strumenti appresi per distruggere la loro origine senza diventarne complici? Kuang evita le risposte facili mostrando come questa contraddizione sia strutturale, non risolvibile individualmente ma solo attraverso l’azione collettiva che trasforma le condizioni materiali che la producono. Robin non può rimanere puro – deve sporcarsi le mani, deve accettare la complicità per poterla superare.

Kuang ci consegna così un romanzo che è esso stesso un atto di traduzione rivoluzionaria: traduce i dibattiti della teoria postcoloniale in narrativa accessibile, traduce la storia del XIX secolo in critica del presente, traduce la specificità dell’esperienza cinese in critica universale dell’imperialismo. E soprattutto traduce l’analisi in chiamata all’azione, la teoria in prassi, l’interpretazione in trasformazione. Tutti i temi convergono nella costruzione di quella che potremmo chiamare una pedagogia rivoluzionaria: un modo di intendere l’educazione non come trasmissione di saperi neutrali ma come processo di formazione di soggetti critici capaci di trasformare la realtà. Robin e i suoi compagni non imparano solo lingue e letterature: imparano a decostruire i meccanismi del potere e a immaginare alternative rivoluzionarie. In questo senso, Babel realizza perfettamente l’XI tesi su Feuerbach anche senza citarla: non si limita a interpretare il mondo coloniale in modi diversi, ma fornisce gli strumenti teorici ed emotivi per trasformarlo. È un libro che, come l’argento magico di Babel, estrae energia dalle contraddizioni del sistema per usarla contro il sistema stesso. È un romanzo che educa alla rivoluzione attraverso la letteratura, che usa la finzione per preparare all’azione politica concreta.


Immagine di copertina:
Jacob Lawrence, Forward Together, 1997

 
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