11 settembre a New York

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (No Ratings Yet)

Una nube pietosa scese a coprire la vostra eterna dimora.
Una nube pietosa scese a coprire i nostri occhi increduli.
Occhi del mondo, specchio di anime affrante.
Una nube pietosa fatta di cenere da cui rinasce la vita,
fenice dei nostri giorni.
Una nube pietosa scese ad abbracciare quanti,
ancora oggi,
stringono il nulla di voi.

Paola (Donnainlinea)

Ne commenti del primo post di “Voglia di poesia” Paola Donnainlinea ha proposto il testo che riporto qui sopra.  Ed io ho colto l’occasione per fare una prima prova di commento. A seguire.

C’è un solo undici settembre nella storia ormai, quello inchiodato a New York. Uno sfondamento, uno squarcio, un incendio che ha scosso le certezze di potere e le coscienze degli uomini sensibili. La profondità di questa commozione affiora in parole di autentica compartecipazione in questo testo poetico di Paola Donnainlinea .

Il testo è costruito tutto sulla ripetizione in principio di primo, secondo, quarto e sesto verso del sintagma “una nube pietosa” che conferisce una cadenza lenta, un ritmo solenne, all’intero testo. Particolarmente ben scelto l’aggettivo pietosa, per quel richiamo al divino, per quel senso di compassione che induce. La doppia ripetizione del sintagma “una nube pietosa” ricorrente con il verbo “scese” nell’incipit del primo e secondo verso e incolonnati (effetto ottenuto sfruttando il verso lungo) introduce la gravità del pensiero, così come l’uso di parole proprie di requiem e cerimonie funebri quali “eterna dimora”. Ancora una ripetizione è costituita dall’uso del nome occhi, prima “increduli”, in fine del secondo verso, e subito dopo ripresi nel terzo diventati “occhi del mondo, specchio d’anime affrante” espressione che approfondisce ulteriormente la solennità cupa del testo e trascende verso la preghiera, l’invocazione. L’immagine ricorrente della nube è riferita alla nube di polvere spessa, pesante che avvolse per giorni e giorni i grattacieli sventrati, che annegò le vittime, che soffocò i soccorritori. La nube si trasforma nella visione poetica e diventa un velo che si stende pietoso a coprire i corpi offesi, che offusca la vista dell’umanità incredula, impotente spettatrice. Gli occhi di coloro che guardano, gli occhi di coloro che piangono un dolore affranto. Nella seconda parte l’autrice immette come linfa poche e significative parole di speranza, come un filo d’erba nel deserto del fuoco. Usa il temine “fenice”, il leggendario uccello capace di rinascere dalla ceneri, compare anche la parola “vita” come segno di resurrezione e prosecuzione. Nella parte finale ritorna nuovamente la nube, nuovamente come un velo pietoso, non più quella nube di fumo e detriti, ma metaforicamente quella della dimenticanza, quella della memoria che si attenua, un velo che allevia nelle menti degli orfani, delle vedove, di chi abbia perso un figlio o un fratello, anche solo un amico, il dolore sempre presente. La chiusa riporta all’immagine di un abbraccio che stringe il vuoto, la sensazione di coloro che per sempre avvertiranno l’assenza dei cari che nella nube hanno subito il dissolversi del proprio passato e del proprio futuro.

Tecnicamente la poesia è riuscita. Si presenta di lettura non equivoca, non complessa, specialmente se collegata all’evento che la genera, scopertamente con il riferimento del titolo.  Essa ha un senso aperto, chiaro, non mascherato, non da sviscerare, né da intuire con una lettura emozionale o evocativa, si offre allo sguardo con pienezza di esposizione. Personalmente avrei preferito una scansione di verso più breve. E per la lettura formale che ne ho appena compiuto direi che il componimento di Paola ben risponde a quell’esigenza di dire cosa che in altro modo non si riesce a dire. A rischio d’essere stucchevoli, ipocriti, scontati o banali. Superficiali. Perché indubbiamente tanto si è parlato della tragedia delle Twin Towers, ma io credo che, in sintesi di versi, Paola sia riuscita anche a rendere perfettamente l’impressione profonda che l’evento ha provocato nel suo animo, raggiungendo nel contempo con questa sua manifestazione poetica l’effetto di muovere le stesse leve emozionali nel lettore. In ciò sta la forza comunicativa potente ed efficace della poesia.

7 Commenti

  1. Donneinlinea scrive:

    Beh… Alivento mi hai lasciata senza parole…. Quando l’ho scritta nel commento precedente non avevo capito cosa significava “lasciartela in commento” ora si.
    Francamente sono stupita perchè quelle parole le ho messe insieme in pochi minuti, di getto, pensate per il post che pubblicai un anno fa.
    Non credevo che fossero e contenessero tutte quelle cose che tu hai scritto… Grazie davvero, anche se è riduttivo. Per il commento tecnico che mi permette di imparare cose che non sapevo, e per la schiettezza con cui esponi i tuoi commenti. Dote che apprezzo.
    Paola

  2. come prima prova, non c’è che dire, alivento, mi lasci senza parole ;-)La tua è una restituzione effettivamente “emotiva” del testo. Mi piacerebbe nel tempo capire se segui un metodo nel commentare perché indubbiamente riesci ad esprimere un alto grado di “empatia” con il testo commentato.

  3. Alivento scrive:

    Sai, Paola, la poesia è una cosa seria. Non un gioco, non buttar via o giù parole. La poesia, quando dice: dice. Dice anche quello che l’autore non pensava d’aver detto. E quanto più si è capaci di penetrarne il senso tanto più la si sa commentare. Quanto più si è arrichito il proprio bagaglio di conoscenza poetica, tanto più il commento sarà ricco di senso. E sviluppi, riferimenti, fermenti. Il modo diretto di affrontare il testo è dovuto al mio gap di preparazione. Rifuggendo l’aridità di certe elucubrazioni, mantengo alto il livello di empatia. Quella che i critici dicono (con sussiego?) lettura emozionale (ed io rassegnatamente con essi) è semplicemente una lettura fatta col cuore. Ma secondo te come si arriva a portare verso la poesia? Con i riferimenti dotti? Avete presente Benigni? La lettura della Divina Commedia che lui fa? La poesia è dire la vita in ogni sua adamantina sfaccettatura.

  4. Alivento scrive:

    In effetti parlare e lasciare gli altri senza parole sta diventando un vizio oramai! ;) Circa l’altra domanda,
    Mad, non saprei. Ho fatto molto esercizio su Oboesommerso come moderator del Progetto lettura. Lì c’è stato un momento che ebbi la presunzione di teorizzare l’approccio metodologico del mio commento: l’analisi formale, l’esegesi del testo, la lettura emozionale. Ecco, questi i tre passaggi con i quali affrontavo la mia personale lettura della produzione poetica degli ospiti. Mi fa piacere che ti interessi di questo aspetto, già mi prefiguro il titolo: “Metodi di analisi poetica” di Madonline ;)

  5. Donneinlinea scrive:

    Alivento innanzi tutto grazie della visita :-D Lungi da me far credere che la poesia non sia cosa seria. Se ho dato questa impressione me ne scuso. Mi piace tu abbia citato Begnini come esempio, perchè non mi sono persa una lettura della sua Divina Commedia proprio perchè usa un linguaggio comprensibile ed emozionale.
    Empatico, proprio come te.
    E per rispondere alla tua domanda su come “portare verso la poesia” credo che il tuo metodo, per persone come me sia, quello migliore. Linguaggi troppo criptici non mi aiutano a capire e mi fanno scappare a gambe levate ;-D
    Paola

  6. Alivento scrive:

    Paola, no, non avevi dato quest’impressione, l’ho detto in collegamento al fatto che tu “non pensavi d’aver detto tutte quelle cose”. Bene sono contenta di questo primo esperimento, speriamo che anche altri la pensino come me e te sull’attrattiva del commento empatico.

Lascia un commento