1.C’è una bella scena del film, Lezioni di piano – dove la protagonista va in una casettina di legno a suonare il pianoforte. La protagonista è una enigmatica e ottocentesca femmina inglese, muta, arrivata con la figlia piccola in Australia come conseguenza di un matrimonio per corrispondenza. In uno dei suoi pomeriggi pianistici si diceva, arriva il protagonista maschile – un maori stagionato ma anche di innegabile prestanza fisica, viene conciato proprio da maori d’ordinanza ecco – colli segni neri in faccia la lancia etc, e mentre lei suona il pianoforte, comincia a muoversi intorno a lei, e poi si mette sdraiato sotto di lei che continua a suonare, e trovandole nelle calze un buco sul ginocchio – ci mette un dito.
Dal dito nelle calze, ella comicerà a suonare con maggiore fervore e irruenza.
Dopo di che il marito della protagonista avrà le corna.
Era un bel film, con delle scene notevoli, anche se dei momenti un tantino leziosi. Tuttavia di questa scena la critica cinematografica parlò parecchio: perché, si disse, rappresentava un raro caso di rappresentazione erotica scritta da e destinata a – una prospettiva femminile: la regista di quel film era una donna, e l’immaginario che soddisfaceva era un immaginario femminile. Aveva in effetti modi e dinamiche diverse della normale rappresentazione di scene sessuali, normalmente orchestrate da registi uomini. Interessante questione che ribaltava antiche convinzioni– per esempio la questione per cui per le femmine il sesso correlato necessariamente al sentimento, per cui parrebbe che non c’è erotismo senza prima il romanzo, mentre in questo film il romanzo comincia con l’erotismo. Con il carnale. Solo che a sua volta questo carnale non comincia con il tradizionale itinerario del risveglio dei sensi – quanti film abbiamo visto con lei verginella che guarda fuori dalla finestra e lui la bacia sul collo dopo di che je parte de mano sulla zinna? – comincia da questa cosa geniale a parer mio, del dito nel buco delle calze. Si lo confesso, la trovo una sozzeria grandiosa, nel rispetto delle complesse tempistiche e fantasie della sozzeria secondo il femminile.
2. Un altro film, alcune scene - Tinto Brass. La Miranda è una tipa allegrissima e genuinamente scopaiola, operativa nel dopoguerra, che occhieggia maliziosa da sopra gli occhiali da sole con montatura bianca, e che ama il sesso in maniera genuina. È in riva al mare, e con un’amica ragiona di culi di maschi, immaginando come sarebbero essi culi senza costume, immaginazione per la quale il regista ci fornisce generosa rappresentazione. Ride la Miranda in un evidente stato che a tutti è auspicabile sia almeno una volta capitato – se no lo auguriamo di cuore – in un cui si immischia umorismo ed eccitazione, un generale stato di leggerezza allucinata. Dopo di che la Miranda si alza e va a ballare su una pista di legno. Ha un bel vestito di mille colori che fa volteggiare vorticosamente sui nasi degli ufficiali americani, allo scopo di mostrare la gonna a colori ma anche le cosce le mutande e le giarrettiere.
Tinto Brass a tratti mette la macchina da presa sotto la pedana di legno, nella fessura delle travi, e negli occhi di due bambini che nascondendosi li, hanno una prospettiva privilegiata. Spero di non scandalizzare nessuno dicendo che anche questo stralcio di film, mi sembra un lavoro cinematograficamente notevole – anche per questioni altre puramente estetiche, i colori le riprese l’angolatura la resa di uno stato d’animo e di un’atmosfera – capace di rendere conto di un altro modo possibile della sessualità femminile, magari non comune a tutte, ma che di fatto si da.
Ecco, un buongiornissimo cari tutti, ho cominciato questo post con queste due scene cinematografiche, che mi sembrano due esempi interessanti di possibile declinazione femminile di immaginario sessuale. Lo faccio perché è un po’ che mi concentro sulla complessa questione della pornografia, e sul giudizio che se ne dovrebbe dare. Giudizio che può partire da facili generalizzazioni, ma che diventa particolarmente spinoso quando lo si vuole far partire nella prospettiva degli studi sulla differenza di genere e sui ruoli di genere. mi riallaccio a un vecchio <a href=”http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2006/11/02/x-post/”>post</a> che Lipperini pubblicò ormai diverso tempo fa, non scritto da essa stessa medesima ma da Wuming1, il post diceva delle cose interessanti, sul ruolo che ha la rappresentazione pornografica nel prefigurare tendenze che poi pervadono altri settori, sulla sua assai complessa diversificazione interna in sottocategorie che riproducono la diversificazione delle fantasie sessuali, nonché sul ruolo che economicamente ha per l’industria questa galleria di rappresentazioni. Citando la femminista pro porno Nadine Strossen, Wuming1 diceva, che la pornografia è la rappresentazione dell’infinitezza del desiderio. E’ una bella definizione in effetti – e mi duole dover dire di non poter essere certa che sia vera, per il fatto che le mie conoscenze in merito sono piuttosto scarse. Non sono una pornofruitrice, e questo limiterà in maniera massiccia la validità di questo post, e se qualche d’uno che ha maggior cognizione di causa volesse intervenire e raddrizzare il tiro, o correggermi è ben venuto. Perché in ogni caso – proverei a dire delle cose.
Perché questa definizione – la pornografia è l’infinitezza del desiderio, o come ha detto qualcun altro, la pornografia è il Walt Disney degli adulti, cozza con alcune difficoltà. La prima delle quali riguarda la rappresentazione del femminile sessuale – che non di rado ha fatto arrabbiare le femministe. È insomma la pornografia maschilista o no? Lo è stata e lo sarà di meno, lo era meno di quanto si credesse? Non lo era affatto? E’ essa davvero la rappresentazione dell’infinitezza del desiderio o è piuttosto la rappresentazione dell’infinitezza del desiderio <em>maschile</em>?
A queste domande se ne possono aggiungere altre. Assodato che la fruizione della pornografia ha un fortissimo gap di genere – e anche oggi ce l’ha – cioè sono gli uomini a esserne grandemente più attratti delle donne. A cosa addebitiamo questa differenza? A una differenza strutturale tra maschile e femminile nel loro rapporto con eros? A una differenza dei prodotti offerti? O a una differenza tra maschile e femminile che è culturalmente indotta, ma non è essenziale – per cui possiamo immaginarci che prima o poi con il cambiamento dei costumi arriveranno ondate massicce di film porno per femmine? Perché per quello che so, al momento ci sarà qualcosina, ci sono anche delle pubblicazioni a base di cippe, ma per una a base di cippe ce n’è dieci a base di passere. Come mai non attecchisce facilmente? Neanche in luoghi scapaccioni e disinibiti come le Americhe o il Nord Europa? Volendo si potrebbero correlare delle domande, che qui sfioro soltanto ma non amplierò onde evitare che mi stramazziate tutti in un sol colpo – ma tutto questo ha anche a che fare con: perché femminile e maschile si relazionano alla prostituzione in maniera diversa? Perché femminile e maschile si relazionano alla masturbazione in maniera diversa? È insomma il sesso qualcosa di uguale per tutti, soggetto solo alla storia, o il sesso è un terribile originario che reagisce alchemicamente alla storia?
Ci sono tantissime cose da mettere sul fuoco, e non possiamo farne a meno. Il femminismo storico e di un certo tipo tende a criticare la rappresentazione erotica del femminile perché vi vede la conferma di uno stereotipo maschilista, della donna come oggetto sessuale. A leggere alcune di queste pensatrici, ti viene da chiederti cosa deve fare una signorina che la natura non ha corredato di ambizioni intellettuali ma che ni ci piace scopare, ed essa signorina insomma rivendica la sua libertà di essere soggetto sessuale, ivi compresa l’opzione di prendere parte a un film porno e decidere di prenderlo in due pertugi in perfetta simultaneità. Perché le femministe devono per forza dire che due stanno usando l’una e non l’una i due? Cosa ci da la certezza che una rappresentazione erotica sia la rappresentazione di un immaginario solo maschile e non femminile? Cosa da la certezza del fatto che ella è oggetto e non soggetto?
Teoricamente – la certezza la danno delle informazioni contestuali: i dialoghi, le cose dette. Almeno fino a qualche decennio fa. Ma non sempre – capisco che trattatasi di porno soft, ma mi viene da supporre che le differenze tra soft e hard siano per lo più quantitative e non qualitative – ma io trovai quella scena come altre scene del film di Brass, per niente sessiste. Tuttapiù alla quarta risata mbriaca con ammicco mutando e conseguente scena di sesso ho cominciato un tantino ad annoiarmi, ma non ho trovato il film di Brass, che comunque ha i suoi anni maschilista. Nn ho trovato cioè una iniqua distribuzione del potere e degli stereotipi. Scopà volevano scopà tutti chi in un modo chi in un altro. Dionisiaco ecco.
Ma forse, le prime cose che dovremmo dire riguardano la cornice in cui la critica si trova ad operare, e che le suggeriscono delle prospettive forse distorcenti. Il femminismo italiano per esempio ha molta più perplessità di quello estero nei confronti della liberazione sessuale – perché l’Italia in effetti rappresenta un caso del tutto particolare di un trend che invece è generale: in genere in fatti, tanto più una cultura è abitata da una donna emancipata, tanto più la sua emancipazione investe <em>quanto</em> i campi dell’intelletto <em>quanto </em>quelli del sesso. La minigonna sta insieme al primo ministro donna, e il chador alla femmina dell’harem. Questo è abbastanza logico perché nessuno è solo intelletto è solo professione è solo ruolo sociale e politico, e tutti maschi compresi prima sono corpo. La vecchia coincidenza tra sessualità e politica ritorna in questa graduatoria in cui potremmo mettere molti paesi. L’Italia – credo insieme a pochissime altre eccezioni – è il paese in cui invece il maschilismo si è reificato con la spogliazione della donna anziché con il suo oscuramento riservato piuttosto ai contesti professionali e sociali. Come gestione politica del femminile siamo vicini all’Arabia Saudita, come gestione erotica del femminile certe volte ci confondiamo con la Svezia. Se giudicare la polis allora è facile, giudicare l’eros diventa difficilissimo, perché la polis lo qualifica. E davvero non sappiamo mai quanto c’è di soggetto e quanto di oggetto, quanto di consapevole quanto di coartato nella valanga di zinne che la televisione ci propone in prima serata. Ma resta il fatto – che nonostante i tentativi di emulazione, non a caso miseramente falliti – questo paese non sarebbe in grado di produrre una serie come Sex and The City, che di questa globale soggettività nell’uso di un se intellettuale e di un sessuale ha fatto la chiave di volta. E infatti, non poche femministe italiane lo hanno attaccato, per conto mio fraintendendolo.
Restringendo la prospettiva in un’ottica psicologica, gli psicoanalisti sanno tutti – che, dall’alpi alle piramidi, dal manzanarre al reno, dopo una grattatina di superficie, le donne hanno altrettante fantasie sessuali che gli uomini e non meno colorite. Di fatto però spesso il rapporto con questo fantastico rimane diverso, in una relazionalità che mantiene qualcosa di più globale e viscerale e meno ludica e staccata. Non vale per tutte le donne, come non vale il contrario per tutti gli uomini, ma credo che rappresenti una tendenza. Indubbiamente su questa differenza pesa la contestualità storica, e gli stereotipi di genere con cui i soggetti sono educati, nella misura in cui la storia ci forma psicologicamente – ma proprio quello che mette in uno stato di perplessità molte donne dinnanzi alla pornografia, e alla masturbazione, e alla prostituzione, è la facilità con cui la sessualità è scorporata dall’identità sembra svincolabile dal se e dalla relazione. Naturalmente non lo è mai del tutto, non è mai scissa, ma è come se avessimo un elastico – al cui centro c’è eros, e al cui lato maschile l’elastico è più lento, al cui lato femminile l’elastico è meno elastico. Di solito uno dei modi migliori per cui una coppia marci avanti, e che i due poli si determinino l’uno con l’altro, si scavalchino continuamente.
Sul perché di questa diversa relazione con l’immagine erotica, con la fantasia, si possono fare diverse congetture. Quella a cui mi piacerebbe lavorare riguarda la possibilità per cui, i diversi modi con cui biologicamente uomini e donne ottengono il piacere sessuale, e le diverse conseguenze a cui il piacere sessuale espone determinano ambienti culturali diversi ecco,micro ambienti a cui la psiche reagisce, e per i quali ha un rapporto diverso con la narrazione dell’esperienza. L’organo sessuale maschile è esterno. E’ cosa è un visibile se distaccato, persino autonomo apparentemente rispetto al se. Come credo sia uno dei compiti dell’adolescenza maschile riappropriarsi di una continuità con la propria eccitazione sessuale. In ogni caso il soddisfacimento dle piacere maschile avviene all’esterno del corpo. Qualcosa cioè a cui avvicinarsi e allontanarsi.
Per il femminile, il cui organo princeps è all’interno, il piacere ha una significanza più globale e totalizzante, perché essa non sceglie se avvicinare o allontanare, ma se far entrare o tenere fuori. Nei meandri della sua struttura inconscia il femminile sa che, al di la delle ancora troppo recenti mutazioni culturali, il piacere è correlato a una procreazione che la riguarda molto più di quanto riguarda il maschile. Il piacere femminile ha perciò la tendenza a attrarre concetti della personalità e della relazionalità più di quanto accada nel maschile, che può permettersi con maggiore disinvoltura di percepire eros come pura imago decarnificata e oggettivata.
Scegliendo questa congettura ci si può chiedere se il giudizio che una donna da della pornografia non sia fuorviato dalla mancanza di consapevolezza di questa differenza strutturale, per cui si taccia di maschilismo ciò che magari non lo è, oppure se non sia questo radicale di partenza a rendere articolata, anche se non meno necessaria, la strada dell’emancipazione femminile – senza per altro dover essere per forza pessimisti.


















E’ la prima volta che leggo un articolo sulla pornografia che non mi faccia saltare sulla sedia per la rabbia o per il disgusto o per la noia. Forse perche’ l’ha scritto una donna. Forse perche’ non e’ partita da posizioni di pregiudizio, forse perche’ si tratta di Zauberei. Ma e’ un post che ho letto e assimilato dalla prima all’ultima riga, alla faccia di chi dice che su Internet si scorre e non si legge. Brava! Lo segnalo.
Ih
Laura grazie davvero:) smackete!
il porno secondo me è l’esasperazione della fiction. è un genere che attraversa e schiaccia tutti i generi. non rappresenta altro che una finzione tra l’altro poco mascherata (difficile trovare film porno credibili anche o soprattutto nelle scene di sesso.) per il resto, l’articolo è interessante e ben scritto (ci sono alcuni termini, come “scopaccioni”, decisamente divertenti.)
Caro franz intanto grazissimo per i complimenti:)
Il porno colla ficton ha in effetti in comune diverse cose: cioè la finzione, e la prosciugazione delle variazioni di trama, delle sfumature. Entrambi sono estremamente sintetici e funzionali, e nel momento in cui la sintesi e la funzionalità vengono tradite da una serie di criteri estetici e concettuali, si approda a prodotti diversi. Come Montalbano non è pura ficton e come l’erotismo non è pronografia.
Però mi sembra importante ricordare anche che i due generi hanno storie diverse e origini radicalmente diverse, non chè fruizioni di tipo diverso.La questione della fruizione (viva l’ironia che ce salva dall’imbarazzo e chiamiamo in causa il concetto di solleticatio pippis, speriamo se capisca ecco:) mi sembra importante. La funzione impone un codice e una strutturazione del discorso proprio diverso. Non credo che il porno possa avere molti flirt con altri generi, perchè questa funzione gli impone un percorso piuttosto rigido,ogni tanto può fare ammicco a certi generi per senso dell’ironia: la pornopoliziotta, o l’imperitura pornolocandiera, ma sono cose di superficie.
L’ho trovato molto interessante, personalmente non sono più abituato ai saliscendi stilistici tra il formale e l’informale, ai pastiches bloggeristici, comunque è molto interessante la tua prospettiva sempre documentata
e assai competente in materia psi. La pornografia è forse una delle forme d’arte decaduta che più compenetrano e coinvolgono l’intimità e la natura delle relazioni che col cuore hanno anche a che fare. Neanche la pubblicità è così persuasiva. Il livello di finzione, e di esplicita finzione si parla, ha sollecitato, io credo, e parlo da profano sotto l’aspetto psi ma anche tutto sommato riguardo alla pornofilia, l’ultimissima liberazione sessuale (che al contrario della prima non è culturale ma si diffonde ad altri livelli) e che si può riscontrare nelle nuovissime generazioni.
A me pare che la pornografia in generale sia un contagioso esercizio di mascheramento che spinge parossisticamente il sesso, nel privato, verso la finzione: quella sessualità di cui la pornografia è la rappresentazione si può vivere così, a mezzo della maschera. (E la tacita promessa della rappresentazione è che può essere vissuta.) Sono maschere, con i soliti lazzi e il sempre simile canovaccio, i pornoattori. Sono maschere allo stesso modo degli attori delle pubblicità. E il legame tra pubblicità e pornografia è noto. E la cosa più spaventosa, secondo me, è il potere omologante di una e dell’altra. La rottura della sfera intima, la violazione del pudore, la pubblicizzazione dell’intimità è comunque un’azione pericolosa, per cui ci si vincola ad una rappresentazione collettiva, ad un comun denominatore omologante.
Se la nudità e l’esibizionismo e la pornografia “amatorial” diventano sempre più facili naturali e quasi spontanei (aprire una webcam o fare il “filmatino” all’orgia dei compagni di scuola non è una cosa granchè trasgressiva ormai) è perchè il livello di mascheramento collettivo (proiettarsi nelle maschere della pubblicità e del porno e delle MTV che sono poi la quintessenza di una e dell’altra) è un processo che ha superato le soglie di vigilanza – non morale, ma legate appunto alla propria autonomia, alla propria individuazione come persona e come corpo. La pornografia non pertiene al corpo. E’ l’antitesi del corpo. E’ il culmine, secondo me, di quel processo di separazione tra desiderio e amore fisico che è iniziato con l’avvento del cristianesimo. E’ l’assenza del corpo. Quindi un distillato di desiderio, in vitro, staccato dall’involucro originario. Non ho letto l’articolo di Wu ming, ma se questa infinitezza viene in qualche modo collegata alla sua definitiva separazione dall’oggetto del desiderio, sono d’accordo.
Ringrazio Daniele per il bellissimo e suggestivo commento, che mette le cose in una prospettiva davvero interessante, sottolineando la capiacità modellante dei modelli mediatici, i rischi che fanno correre. Molto bello.
io non sono così pessimista però. In verità non lo sono manco sulla pubblicità e in genere su tutte le cose che si dicono dei media. In questo contesto ancora di meno. La pratica del sesso, è infatti uno di quei territori in cui, se il se non si esprime, essa fallisce. Vuol dire che se la mascherata implica dei comportamenti imititativi essi producono coinvolgimento e successo solo nella misura in cui aderiscono a parti di se – le elicitano. queste parti di se a loro volta intervengono attivamente, e la mascherata viene reinterpretata. Come tutte le cose e forse più di altre la pornografia è certamente suscettibile di abuso, e può facilmente colludere con meccanismi inconsci che non fanno il bene del soggetto – nella ottimistica convinzione che noi sappiamo cosa è il bene del soggetto, ma ce la teniamo questa convinzione – ma non escludo affatto che abbia un ruolo sano, che in certe situazioni e contesti serva ad elicitare linee di sviluppo abbozzate. Negli istituti di sessuologia clinica, e nelle stanze di psicoterapia si ha piena coscienza di questa potenzialità.
Il che naturalmente non vuol dire – porno per tutti! E se non te spari sei film de Rocco Siffredi sei un poretto:) Vuol dire che manco se capita, sei automaticamente un poretto.
Eh sì, io sono apocalitico non tanto per formazione, quanto per genetico sospetto :), e, per quanto riguarda la pubblicità, mentre per il porno ci sono alcuni aspetti “educativi” per i quali la prospettiva delle maschere offre un’ulteriore emancipazione da altri modelli costipanti “sentimentalizzanti” e, soprattutto, la liberazione da quelle parti del carattere modellate su un’immagine limpida e cordiale di sè e del rapporto con l’altro; per quanto riguarda la pubblicità, dicevo, sono assolutamente pessimista, soprattutto per quanto riguarda quelle tv dove non è chiara affatto la separazione tra il momento pubblicitario e quello di “contenuto”, come le mtv, dove tutto è pubblicità e tutto è “cultura”, il video è spot del disco ma è pure videoclip, dove tutto dev’essere “vendibile” quindi finto, dove tutto è pornografia strisciante e vuole essere “educativo”. La vera educazione che viene promossa da questi paradisi ha a che fare con l’istallazione del meccanismo pubbicitario nella personalità. Per il quale si diventa pubblicità di se stessi, e bisogna essere “vendibili”, oppure non si è. Le relazioni seguono così questo schema, l’identità concide con l’aspetto immediato appariscente e dunque pubblicizzabile. L’identità diventa la superficie residuale di se stessi, per la quale una perlustrazione più profonda è inutile e insensata. Per diventare apocalittici basta affacciarsi in minima parte nell’orizzonte esistenziale delle nuovissime generazioni.
Grazie a te per aver aperto questo fronte su Ibridamenti. Un caro saluto.
scusa la sbrodolata, ho scritto il commento di fretta sul computer di un altro. magari si capisce :). altrimenti alla prossima!, al tuo prossimo post fulminante! abbracci
grazie zauberei per la tua capacità di approfondimento e grazie a laura, franz e daniele per i commenti.
Il tutto mi riporta – via mtv – a facebook, che è il luogo in cui il pubblico (e perciò anche ciò che mostro di me e del mio corpo in piazza = extimità) si fa, almeno teoricamente, privato (lo possono vedere e conoscere solo i miei amici, che poi amici veri non-sono visto che la prassi è quella di allargare la sfera dei propri contatti a chi, appunto, non si conosce).
Mi pare paradossale già l’ambivalenza di come si mescolano pubblico e privato, esibizione e privacy e di come su tali ambivalenze pesi comunque la mannaia della censura di facebook, che taglia le immagini non in base al loro “significato” culturale, espressivo o artistico, ma alla presenza o meno di parti nude del corpo: un criterio che misura i centimetri esposti, non il senso che hanno, per cui sullo stesso piano è il seno della mamma che allatta e il seno della pornostar.
In questo luogo paradosso, è interessante notare come il corpo, soprattuto tra i ragazzi molto giovani, sia naturalmente esibito.
E qui (su facebook) non siamo in tv, non siamo nella finzion e attoriale o filmica…
o, sì ?
Dunque grazia a Maddalena e a Daniele.
Alcune riflessioni a random – partendo dall’ultima domanda di Maddalena. Su facebook non siamo in tv. o si?
Si.
Siamo in questa nuova dimensione mediatica che è quella che è stata introdotta dal grande fratello, e dalla produzione televisiva in zona reality comprese le propaggini di trasmissioni quali Uomini e Donne o il suo anteriore insospettato, il Maurizio Costanzo show. Cioè siamo in quell’area di creazione di quadri semantici in cui non si utilizzano più le competenze storiche: le vere sceneggiature i veri attori le vere regie, ma queste cose sono riproposte in maniera abbozzata, in forma di canovaccio, e si chiede a dei soggetti umani di inscenare se stessi, seguendo il canovaccio. Personaggizzarsi. Il grande fratello è questo è l’invenzione di una maschera dalla distorsione di un volto. facebook porta ad altrettanto: si comincia con l’essere persona, si comincia coll’uso di una parola della realtà e si arriva alla deriva della distorsione semantica dei propri vissuti, senza che questo combaci con una reale competenza nell’uso di un linguaggio. Si creano in entrambi i casi, salvo le occasioni rare di grandi talenti, reggimenti di di ibridi – parola che Maddalena troverà il modo di girare in senso positivo, ma che in quiesto contesto io trovo negativo. Perchè senza approfondimento, in una stella di direzioni e di linguaggi e di riflessioni, l’ibrido non è una stella è un cojone.
Questo naturalmente nel caso in cui FB non sia usato come mero strumento comunicativo, cosa che per altro fanno un sacco di persone. Ma ammettiamo anche che altrettanto ne fanno un uso del cavolo. E’ la traccheggioneria da ufficio secondo me la vera trappola. E’ la naturalezza di cui parla Maddalena, ci ho da passare il tempo e gioco con la semantica della mia vita.
Marò.
Andando avanti. Sulla naturalezza dell’espressione corporea. Mi terrorizza questa faccenda – in specie se tiro in ballo una prospettiva psicologica. Naturalezza – combacia in fondo con la scotomizzazione di un significato. Ci metto la mia zinna tanto che vor di? Cioè non mi occupo del fatto che l’immagine è un codice che ha un testo e un contesto e del fatto che la contestualità si impossesserà della mia zinna. Mi spaventa la non autocoscienza dei propri gesti comunicativi. So che in realtà è relativamente diffusa, e come contraltare mi tranquillizza sapere che il nostro inconscio la sa più lunga del nostro stato vigile, e sa meglio cosa vuol dire ESATTAMENTE quella esposizione di parte corporea.
In questo senso capisco cosa dice daniele della pubblicità – anche se non ho mai considerato MTV e non ne posso parlare. Ma forse siamo solo in un momento di transizione, in cui questo disorientante mischiamento dellle carte riporterà a una nuova gerarchia di senso. che che se ne dica, non credo se ne possa fare a meno.
Bella e tremenda la replica di Zauberei, il finale ottimista poi mi ha lasciato attonito, solo che ci ho ripensato, al mischiamento, non se poi la nuova gerarchia di senso non coinciderà sul versante politico e sociale con qualche restaurazione, uno stato di cose meno disorientante, ma più omologante e costipante.
Mi fa venire in mente, per esempio, l’infida proposta di quel ministro di oscurare facebook. Penso anche alla lotta mediaset vs google/youtube per il controllo dell’informazione, perlomeno di quei lacerti rimasti sparpagliati in rete.
Voglio dire, se morto il Grande Fratello si fa breccia un Grande Fratello più alla Orwell e meno alla Daria Bignardi…
ho gustato totalmente questo pezzo e anche lo scambio Zauberei – Daniele, è stato un vero piacere, non saprei cosa aggiungere se non che mi ritrovo molto negli interventi di Daniele.
complimenti è un piacere rileggerti Zauberei!
ciao Chiccaaaaaaaaaaa bentornataaa!!!
(chiedo scusa per il fuoritema, era necessario)