Sui cambiamenti del maschile

zauberei
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Nella teoria junghiana, esiste una assai contestata visione in merito all’identità di genere, per la quale il suo ideatore è stato tacciato di un certo maschilismo e sessismo – persino ancorché con uno stile piuttosto mansueto – dalla sua moglie Emma, in un piccolo testo purtroppo non molto famoso. La teoria prevede che a ogni sesso è correlato un insieme di caratteristiche, ma che ogni sesso ha in potenza ed espresse nella propria psiche le caratteristiche del sesso opposto. Ovvero sia i maschi sarebbero corredati di un’anima, e le donne di un animus.
Per chiarire, riporto qui una serie di dicotomie messe insieme da un teorico – psicologo analista – Schwartz-Salant ,che sintetizzano ciò di cui parliamo. Gli aggettivi di sinistra saranno quelli correlati al al maschile animus, gli aggettivi di destra al femminile Anima.

SOLARE – LUNARE
MENTE – CORPO
COSCIENZA – VITA
ANALISI DELLE PARTI – INTERESSE PER LA TOTALITA’
ATTIVO – RECETTIVO
POTERE – AMORE
CONCENTRATO – DIFFUSO
RAZIONALE – IRRAZIONALE
ANALISI DELLE PARTI – RELAZIONE DELLE PARTI
UNO- MOLTI
SPAZIO APERTO – SPAZIO CHIUSO
MENTE E CORPO – CORPO SOTTILE
CIELO – TERRA
CULTURA – NATURA
SACRO – PROFANO

Le questioni che indispettivano non a torto i critici – di solito analiste donne o storiche del femminismo, erano due: la prima riguardava la rigidità di questa opposizione. Perché i valori di sinistra devono essere per forza maschili e quelli di destra femminili? Perché abbiamo la sensazione che questa teoria del trascendente come maschile e immanente come femminile sia tanto culturalmente determinata, e dunque storica, ma sinceramente non ci pare affatto metastorica?
La seconda questione riguardava i modi con cui Jung e i suoi trattavano rispettivamente L’Animus e l’Anima. Se infatti leggete i testi in cui questi due costrutti sono descritti o menzionati, farete caso a un fenomeno: l’Anima, è l’archetipo controsessuale femminile che è nella psiche maschile e che fa fare cose meravigliose e bellissime. Fa degli uomini sostanzialmente dei poeti dei santi e dei navigatori, in ultima analisi degli ottimi analisti. Perché l’Anima è la stella dell’intelligenza emotiva, la stella del salto nella fede, il lume della notte. L’intelligenza del profondo. L’anima è la differenza che c’è tra un poeta e un geometra. Poi se andate a vedere cosa si scrive invece dell’Animus delle donne, questo Animus è cattivissimo e responsabile di una serie di cose orrende, simulazioni, aggressioni, petulanze, noie. L’Animus è il demone delle velleità proibite e delle frustrazioni sociali. L’Animus è sostanzialmente una cosaccia nevrotica. E noi analisti junghiani fichi non ne parliamo affatto. Jung scrive un libro bellissimo dal nome Anima, Hillmann ne scrive uno sopravvalutato dal nome Anima, ma dell’Animus – po’ che niente..

Eppure – sebbene si dica spesso che in questa teoria dicotomica ci sia qualcosa di tremendamente anni cinquanta, e io senta persino che in qualcosa ragione questa critica sia giusta, questa teoria dicotomica del genere come potenza e come atto mi da un senso di completezza e mi continua a tenere impigliata. Se togliamo infatti all’idea dell’animus tutte le connotazioni socialmente negative con cui la cultura tende a punire la femmina di tipo razionale, e allo stesso tempo sfrondiamo dal romanticismo e dalla poeticità tutte le connotazioni estetiche con cui la cultura accarezza la sentimentalità maschile, ci si restituisce un’idea del soggetto come completo e capace come una stella di partire da un suo dato biologico, scavalcarlo mantenerlo allo stesso tempo. Ci si restituisce un soggetto completo. Una stella che se vuole può illuminare tutto. Il fatto che io dica questo però implica che io ammetta che esistano dei codici di partenza legati al sesso – e in effetti lo ammetto: perché come ho scritto in altri post su questo stesso tema, ritengo che la differenza nei nostri apparati riproduttivi dal biologico determini una significanza epistemologica. La donna ha il ciclo e l’uomo no. La donna può contenere un figlio e l’uomo no. E queste differenze biologiche producono un domino di differenze strutturali che flirtano con i contesti sociali ed entrano in un rapporto circolare.

Da qui  riflettere sulla concezione dell’identità maschile – perché le implicazioni sono interessanti.
In una prospettiva junghiana evoluta infatti – l’uomo sano psicologicamente è un uomo che ha annaffiato la sua anima, e la tiene in gran conto. E’ un uomo emotivo, sentimentale, eroicamente in contatto con il proprio inconscio e con i propri timori, legato alla famiglia e che non si tira indietro dagli affetti. La sbruffoneria, da ormone  esaltato, così come l’eccessivo spostamento sul polo razionale dell’esistenza, sono indice di una forma di narcisismo infantile oltre che di malessere. In questa prospettiva c’è una certa convergenza tra la psicologia junghiana e la psicoanalisi postfreudiana. Per fare un esempio – è stato con un certo stupito interesse che ho letto come uno psicoanalista della coppia, Dick, di formazione rigorosamente freudiana nei corridoi della Tavistock Clinic, considerasse fondamentale per un uomo il recupero della tenerezza. Senza riconoscimento dei propri stati emotivi, senza recupero e contatto de proprio se infantile, de proprio se curato e amato, non c’è capacità di ritrovarlo e contattarlo nell’altro. Dick riprendeva il complicato concetto kleiniano di identificazione proiettiva, di solito utilizzato per spiegare il comportamento manipolatorio di certe nevrosi e disturbi borderline, per cui una persona tende a provocare nell’altro i sentimenti che non sopporta dentro di se onde poterli dominare, e ne spiegava un interessante uso positivo nella coppia. Lo spostare e il creare nell’altro sentimenti di dolcezza unione e positività in modo da creare una evoluzione positiva della relazione e non negativa. L’amato, ma in una prospettiva maschile – l’amata, diventava allora il deposito dei propri oggetti buoni nella possibilità di farli agire. Ma te questi oggetti buoni devi sapere di averli.
In mezzo a tanto disastro culturale, in mezzo agli stupri, alle torte di mele, alle castrazioni chimiche e non- in mezzo a un mondo che punisce il femminile che si evolve dall’oggettività con lo stupro (non provare a pensare! Ora ci penso io a te!), dopo di che decide di proteggerlo, ricacciandolo nell’oggettività con le ronde (non ti preoccupare di pensare! Ora ci penso io a te) a me sembra che ci siano stati dei passi avanti per un recupero del maschile, della propria anima, e della propria misura sentimentale – da parte delle nuove generazioni di uomini- Vorrei fornire degli esempi che un po’ rincuorino, in mezzo alle macerie di cui siamo contornati.
Da un punto di vista mediatico cominciano a fiorire prodotti culturali anche popolari non sessisti, e piuttosto evoluti. Per esempio Nell’era glaciale due, cartone animato per bimbi al passo coi tempi, ci sono molti passaggi che ricordano questo nuovo tipo di bildungsroman, questo nuovo viaggio dell’eroe. Il quale non supera più cerimonie di iniziazione per diventare forte e fico, ma per diventare normale e consapevole. Il maschio più maschio di tutti – la tigre – deve prendere insegnamenti dal più ridicolo di tutti, il bradipo, allo scopo di imparare a nuotare e superare la propria immagine stereotipica di se di impavido. Il Mammut che è orfano della propria famiglia e teme l’estinzione deve affrontare il proprio passato familiare per potersi innamorare. E proseguire la specie. Ho trovato una grandiosa e innovativa invenzione pedagogica quando nel plot il Mammut trova una Mammut femmina e le propone di fidanzarsi in ragione dell’interesse comune della prosecuzione della specie, e lei lo tratta a pedate. Lei vuole la totalità e il sentimento e il Mammut la deve trovare. Lei non pensa neanche di essere un Mammut, anche questa è una corda interessante – perché se lui le insegnerà la sua identità alla fine del cartone dovrà accettare la peculiare diversità di lei e diventare anche egli stesso diverso, nel caso specifico e surreale un mammut che però si crede un opossum. L’era glaciale due è un grande prodotto culturale sintomo di una evoluzione collettiva.

Un altro esempio che voglio portare è il telefilm di prima serata su rai uno e che è finito ieri sera Tutti pazzi per amore, che devo dire, nonostante la scarsezza di budget tipica dei prodotti nostrani, e una certa incuria sempre dei prodotti nostrani, io ho guardato con piacere – trovandogli delle trovate molto brillanti – non sia mal recitato e e che sotto il profilo culturale sia piuttosto evoluto. Ha pregi che qui non posso menzionare perché riguardano altro – l’uso molto intelligente delle canzoni italiane, gli stacchi del magnifico dottor Freiss – ma la rappresentazione di genere è piuttosto moderna. Quando la compagna Stefania Rocca perde il bambino, Solfrizzi piange. Che già è una cosa notevole- Dopo di che si chiude in se, e non tocca emotivamente la compagna – ma solo carnalmente. Mandando in crisi la relazione. Le proiezione dell’Anima di Solfrizzi alla fine della puntata scorsa – la figlia – gli farà capire dove sbaglia. Devo dire – nella leggerezza di una prima serata su Rai uno, è la prima volta che vedo un tema tanto spinoso e facile alle derive ideologiche – come l’aborto – trattato con tanto realismo e delicatezza nei vissuti psichici di entrambi. Con questo uomo sentimentale che deve imparare a diventare ancora più sentimentale.
Mi ha rincuorata

 

Un esempio forse ancora più importante, e rincuorante, viene dalla mia quotidianità lavorativa, e credo possa far riflettere riguardo ai cambiamenti avvenuti in tema di rapporti di genere nelle ultime generazioni. Vorrei infatti parlare dell’attenzione che ricevo in ufficio da parte dei miei colleghi maschi, anagraficamente tra i 30 e i 40 – per la mia gravidanza. Attenzione a cui non ero preparata e che mi ha stupita e certe volte commossa. Toccano la pancia. Chiedono del tipo di parto, si informano sul ginecologo, cioè non si limitano alla questione ludica ma entrano nella serietà della genitorialità che arriva. Lo devo dire sono stata incantata. Mi fanno domande senza mettersi sulla difensiva. Non si ritirano come farebbe e fa per dire – mio padre. Fanno domande dentro la gravidanza e non fuori. Come ti senti adesso col tre. Non si difendono. Non cedono a stereotipi. Con uno di loro ho parlato dei miei timori – sono una donna che non ardeva dal desiderio di fare dei figli – e questo qui, il più giovane di tutti, è stato capace di darmi un senso di fiducia che manco la più navigata delle nonne.

A qualcuno non piace. Per esempio la psicoanalista italiana Simona Argentieri, che ha all’attivo anche molti testi interessanti – tende a parlare di nuovi mammi – per esempio in una intervista su Mente e Cervello di un anno fa. Non è troppo contenta di questo uomo sentimentale che ha davanti, di questo nuovo soggetto maschile che ah fa tutto ma non er maschio de casa. Che non rompe l’anello simbiotico che non è in grado di svolgere la sua funzione sociale trascendente. Questa perplessità cozza un po’ con altre cose – piuttosto tecniche – che ho letto di questa teorica, a proposito per esempio di complesso di castrazione. Parlarne ci farebbe troppo dilungare e renderebbe tutto troppo complicato – tuttavia rimango perplessa da queste obiezioni a un mutamento culturale e in termini di psicologia sociale, che per una donna della mia generazione non ha niente di spaventoso ma solo anzi di necessario, un necessario che un secolo di riflessione psicoanalitica ha dimostrato ed ecco, da qualche parte ora comincia a germogliare. Magari all’Argentieri non piace nè lo junghismo vecchia maniera, né quello di nuova maniera. Ma di fatto, l’Animus non è affatto una cosa così tremenda, una funzione trascendente ce l’hanno anche le donne – e non è così malvagia.

 

2 Commenti

  1. Giorgio  Jannis Giorgio Jannis scrive:

    Beh, per trovare un esplicito eroe con un Anima, nella pop-culture, impigliato in un cammino di autoformazione che pone la consapevolezza come Oggetto di Valore, risalirei almeno fino a Montgomery Clift.

    Per un esempio paradigmatico di una donna che amoreggia troppo con il proprio Animus, ti propongo Meryl Streep che fa la boss in “Il diavolo veste Prada”.

    “Era Glaciale 2″ meriterebbe veramente una analisi narratologica: l’intera trama riguarda il “dover cambiare idea” rispetto alle condizioni di abitabilità (sfuggire l’inondazione), rispetto alle rappresentazioni di sé che hanno i protagonisti (ne parlavi), rispetto all’agire sul proprio destino (soglia verso l’adultità).

  2. zauberei scrive:

    Ottimi esempi Giorgio!
    E’ vero che il cinema è pieno di questi riferimenti, in specie se autoriale. Però come lo Jung prima maniera, la tendenza globale è quella per cui l’uomo a contatto con l’anima migliora, le femmine a contatto con l’animus sono una chiavica.
    Una luminosa e precoce eccezione a questa tendenza è stata per me l’opera di Cukor.Trovo Lacostola di Adamo, con quella cosa fantastica di Spencer Tracy che minaccia con una pistola e poi se la mangia perchè è di cioccolata una cosa geniale. Per altro è lui il primo grande uomo piangente. :)
    Però credo che nei telefilm e nei cartoni animati, il discorso sia differente. Sono luoghi in cui la cultura dominante si impone con piùimmediatezza – specie i cartoni, in ragione del ruolo ideologico che ha da sempre la pedagogia, in termini di trasmissione di valori. Per questo non citavo film.

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