
Dunque – mio figlio maschio. Quando l’ho saputo sono stata contenta, pensando al fatto che ogni relazione di mamma ci ha le sue peculiarità e io mi avventurerò in questa – se tutto va bene .
Vorrei usare questo pretesto per ragionare su delle cose, che con il mio caso personale non hanno più niente a che vedere, ma che appunto si pongono su un altro piano.
La mia casa, ha le pareti tutte di colori diversi, il che ha un salubre impatto schizofrenogeno in tutti quelli che vi entrano. Cioè si comincia con il salotto e l’ingresso – verdi, si procede con il tinello e la cucina, azzurri, la camera da letto e il bagno sono rossi, e il mio studio, che diventerà la stanza dello zauberpargolo, rosa. Si pone il quesito psicoarredamentizio: lasciare le pareti rosa o cambiare colore?
Ho deciso, di cambiare colore.
Sono una femmina che si occupa di differenza di genere, combatte gli stereotipi di genere, pugna per la relativizzazione dell’importanza del sesso, ma col cavolo che cresce il figlio nella stanza rosa.
Mi sono chiesta. Se nasceva femmina che avresti fatto?
Mi sono detta: se nasceva femmina prima dei lavori non avrei fatto la stanza rosa, se invece capitava come è capitata adesso, dicevo – bella de mamma tua ti tieni rosa, che sto rosa ci ha un annetto solo.
Ho ripensato, al dibattito culturale in corso sul tema dell’identità di genere, e sull’interpretazione culturale che il soggetto ne propone, alla critica che spesso viene fatta oggi ai genitori: li si rimprovera di imprimere una educazione stereotipica che ancora la prole in una gabbia sociale, il ruolo, togliendole così libertà. Da una parte i lego, lo sport, le parolacce e i pigiamini azzurri. Dall’altra le bambole, la danza classica, gli inchini e i ricamini rosa. Rosa in particolare è il colore che alle femministe getta fumo negli occhi. Perché è il colore della semantica tradizionale in termini di femminilità, il colore del clichet, della grazia, della dolcezza e della debolezza. Rosa prima di tutto non è un colore del potere.
Non fatevi illusioni, io sono moderatamente diversa. Il rosa del mio studio è un rosa antico, rosa citazionista di cose vecchie, rosa di femmina adulta che si ripensa. Rosa di femmina che effettivamente del potere gliene frega poco, ma se decidesse vorrebbe poter virare, in albicocca, in arancio in grigio in altro. Rosa che nulla ha a che spartire con la giungla di coccarde che assale le piccine.
E dunque.
Quando si affronta questa tematica, di solito prevale un’angolazione politica e sociologica. Ci si ferma sempre ai modelli da proporre nell’educazione e alla necessità di inventarne di nuovi. È una critica salubre, che non ha smesso di avere una sua necessità culturale, in specie in un paese come il nostro. La Barricadiera Feltrinella, in questo senso ha fatto un ottimo lavoro con buona pace delle bambine – per quel che concerne i bambini al momento è ancora la notte fonda. In specie in un paese come il nostro, la rigidità dei modelli e la loro gerarchizzaizone è desolante, e certamente bisogna trovare il modo di proporre scelte e stili alternativi. Io al momento, non essendo troppo adusa alli cartoni animati alli giochi dei pargoli, e in genere ai pargoli medesimi non posso rivendicare delle conoscenze. So però che essi hanno un potere strutturante sostanziale, ed è bene che non sia sottovalutato.
Pure dal mio punto di vista, essenzialmente psicologico, il modello socioculturale trae il suo effetto e il suo successo innestandosi sulle dinamiche familiari, alle quali diciamo garantisce una forma condivisa. Se i gormiti e le braz hanno successo, non è soltanto merito di una scaltra campagna pubblicitaria, e neanche esclusivamente merito delle specifiche dinamiche psichiche della prole. Nostro malgrado in tantissimi casi, le braz le barbie e tutti gli oggetti transizionali che il mercato propone, sono incarnazione del modello sessuale che noi stessi ci portiamo e tramandiamo. Sono dei terzi che ci mediano. Il mercato non agisce solo sulle fantasie psichiche dell’infanzia, ma sul patrimonio psichico di un intero contesto familiare – e se vendono tanto addirittura sociale. Allargando il discorso, il dramma della scarsa evoluzioni sociologica di questo paese – le winx non vengono da Detroit ma dalle Marche – è il giro asfittico e non progressivo tra struttura psichica, immaginario inespresso e immaginario culturalmente proposto: diversamente che altrove, sembra che questo circolo continui a percorrere gli stressi binari, proprio come fosse le ferrovia giocattolo di un bambino, piuttosto che procedere come una spirale che evolve verso la complessità.
E la nostra infanzia, come la nostra cultura, con il suo sessismo e la sua miopia, è bloccata nel centro.
Dunque viene da chiedersi come può la prospettiva psicologica intervenire in questo circolo vizioso, senza scotomizzare i problemi che le si pongono innanzi. Perché in effetti di problemi se ne pongono diversi.
Il primo è una consapevolezza banale e piuttosto recente. Il bambino e l’adolescente non sono psicologicamente degli adulti. Questa osservazione è epistemologicamente nuova: negli albori della psicoanalisi era completamente ignorata per esempio e il bambino dei pionieri era un adulto piccolo, ricostruito in base al racconto dell’adulto. L’adulto paziente sul lettino cioè ricordando la sua infanzia, riportava la sua esperienza di se stesso rinarrandola con le strategie cognitive e il grado di discriminazione della sua età più sviluppata. A ben vedere anche l’infanzia letteraria fino alla prima metà del novecento era qualcosa, di ibrido e distorto dalla finezza dell’occhio adulto – sempre quando aveva dignità di narrazione. Ma se pensiamo alla primissima infanzia – essa non ha avuto per molti decenni grande spazio nello scambio culturale. La narrazione dei primi passi logici era cose da signore nella cucina. Dunque cosa di poco conto.
Per questo si è arrivati con un certo ritardo scientifico a concepire dei criteri evolutivi nello sviluppo della personalità. Soltanto in questa ultima edizione il DSM – il manuale diagnostico con cui gli psichiatri e gli avvocati e gli assistenti sociali di tutto il globo si servono per parlare di patologia mentale – sono stati inseriti dei criteri diversi per l’infanzia e l’adolescenza, dopo moltissime discussioni – per altro tali criteri sono ancora di una tale pochezza e approssimazione che spesso questo manuale per gli psicologi dello sviluppo risulta del tutto inutilizzabile. E pure la necessità è lampante: sarete tutti d’accordo che se un bambino dice di essere Dio a 4 anni o se lo dice un presidente del consiglio a sessanta – le conseguenze diagnostiche sono decisamente diverse.
Capire che il bambino è strutturalmente diverso dall’adulto, per il significato che hanno gli oggetti di cui dispone, e per il modo di relazionarsi ad essi, quando si ragiona di genere e politica diviene fondamentale – perché la speranza generale è di poter mettere il piccolo nelle subitanee consapevolezze di un pensiero critico, dando per scontato una strutturazione emotiva e una modalità di lettura della realtà equivalente a quella del nostro sguardo maturo e incredibilmente razionale – per il quale l’ordine logico declina l’ordine emotivo, e l’assetto razionale contiene quello immaginativo.
Invece, per i bambini – specie sotto i sette anni – l’ordine si organizza dal contrario: il razionale e il logico emergono dal mare e motivo e immaginativo, i quali sono la matrice di partenza da cui sorgono le esperienze cognitive. Per fare un esempio chiarificatore - ci sono dei test psicodiagnostica, come il test sulla figura umana che possono essere fatti solo fino ai sette anni. Infatti nei primi anni quando al bambino chiedi di disegnare un uomo adulto o una donna adulta egli ancora non fa riferimento a un oggetto esterno e realistico, ma a un oggetto interno e sentito. Certe sue emozioni e vissuti si tradurranno in maniera molto più diretta e senza filtri nelle rappresentazioni corporee. Altezza, grandezza delle mano o della testa, forme etc.
Il mondo interno prevale sul mondo esterno, e quello emotivo su quello logico: a voja a chiedere coscienza critica: uno dei motivi per cui le prime consulenze nel caso di Rignano Flaminio furono considerate fallimentari, e perché i piccoli furono trattati come degli adulti: le domande erano poste in modo da far intendere una certa aspettativa emotiva e un bambino di tre anni, percepisce quella aspettativa come criterio di verità: se la assecondo faccio bene, se non la assecondo faccio male. La sintonizzazione emotiva è preponderante rispetto alle nostre evolute priorità logiche.
Uno dei motivi questi per cui quella disgraziata vicenda non si è ancora conclusa.
La sintonizzazione emotiva è il veicolo dei messaggi da acquisire. Nel disturbo di identità di genere, che alcuni psicologi più attenti come Di Ceglie chiamano “diverso assetto dell’identità di genere” il bambino sceglie precocissimamente – tre anni e già emerge – di assumere i panni del sesso opposto, e prova il desiderio di appartenervi. Interpretare questo comportamento come una ribellione a un codice culturale, o come una singolare autonomia di giudizio sarebbe una sciocchezza – che ogni tanto certa miologia incrementa – molto più spesso è una soluzione psicologica anche piuttosto drastica e ricca di sofferenza con cui il bambino si sintonizza con il desiderio inconscio del genitore, e le sue fantasie di identità sessuale inespresse e proiettate sulla prole. Una madre che ha subito un abuso sessuale, o che viene da un’esperienza con delle figure maschili persecutorie, per cui avverte il maschile come pericoloso, una madre che per questi vissuti traumatici manifesta al figlio un’inaccessibilità e una depressione, può suggerire al bambino il complesso inconscio per cui, se non sarà maschio asseconderà il timore della madre, e la riavrà vicino a se. La madre gli ha passato quella stessa profonda inquietudine e il travestimento continuo gli provocherà uno stato di benessere. In termini di prevalenza, i bambini con DiG, spesso provengono da famiglie con una storia di disturbo psicologico grave, non di rado legata ad esperienze di depressione di primo tipo, o di abuso sessuale. In ogni caso non c’è molto da scandalizzarsi, anche altre nostre forme caratteriali hanno questa origine, diceva Winnicott la vita dei figli è nei sogni delle madri. Non è che le cambiamo, le moduliamo: tutt’è trovare da adulti una forma in cui starci più comodi. Ma quello che voglio dire è la priorità della trasmissione conscia o inconscia di modelli o immagini sessuali, connessa alla nostra esperienza di soggetti prima di essere genitori. Non ci si può tirare indietro da questa trasmissione, e il modo con cui offriamo certi predicati sono dei sintomi che l’inconscio del figlio percepisce ancora meglio della nostra consapevolezza.
In questo senso l’identità di genere rappresenta il predicato sociale con cui si interpreta l’identità sessuale. L’uso dei predicati e dei nomi con cui il linguaggio sociale declina il sesso – il celeste il rosa le bambole e i trenini, è un uso che secondo me va proposto in maniera attenta e cauta, in corrispondenza al graduale emergere delle funzioni razionali del bambino. Come per altre cose che strutturano la personalità – per esempio il passaggio dall’imperativo all’interpretazione, dal non lo fare e punto al non lo fare perché – il genitore deve offrire un contenimento certo pronto a dilatarsi piano nelle diverse fasi della crescita. Non offrire all’inizio questo contenimento più stretto che poi con gli anni si allarghi come un imbuto, sarebbe un atto di egoismo che lascerebbe esiti di lunga durata.
Naturalmente questo riguarda gli esordi nella vita – gli anni dai 2 ai 6, per aprirsi gradualmente e anzi necessariamente a quel concetto (n’antro maron glace?) che è la flessibilità di genere. Mano mano che il bambino cresce, che i modelli intrafamiliari si stabilizzano, allora sorge la necessità di far crescere la sfera razionale, insieme a quella immaginativa. Quello che qui si sostiene è semplicemente che c’è un tempo per ogni cosa.


















ti seguo zau, in parecchi punti della tua attenta riflessione. Aggiungerei (in base all’esperienza, in primo luogo) che sì sono importanti le figure parentali (i genitori per primi, intesi anche come genitori aggiunti o acquisti, etc.)ma che, oggi come oggi, sono più che mai importanti i messaggi – che arrivano anche nei primissimi anni – dai coetanei. Il “passaggio di consegne” è già “peer to peer” a partire dall’asilo (quella che oggi si chiama scuola dell’infanzia: è già in questa fase che avviene lo scambio tra coetanei, il segnare la propria appartenenza attraverso determinate scelte.
La co-costruzione dell’identità è fortemente attraversata dalla comunicazione tra pari.
zauberei, lasciami aggiungere che sono felicissima per te :-)))
Bellissimo post, complimenti e auguroni!
Bambole e trenini, rosa e azzurro… certamente quando cominciamo a confondere quello che è “così per natura” da quello che in buona misura si è costruito attraverso secoli di cultura, ci avviamo per una china pericolosa.
Soprattutto chi fa un lavoro in area “psy” ha la seria responsabilità di non fare questa confusione, o almeno di considerare quanto di costruito c’è in quel che nella vita di tutti i giorni riteniamo “ovviamente” maschile e femminile.
Mi piace il richiamo che fai alla dizione “diverso assetto dell’identità di genere” al posto del buon vecchio “disturbo di identità di genere”: se è vero che attraverso il linguaggio non fotografiamo la realtà ma addirittura la facciamo, non si tratta della banale questione di trovare un modo politicamente corretto di esprimersi. Il fatto è che quando utilizziamo acriticamente metafore mediche (“disturbo”, “malattia”, “diagnosi”) il rischio di sconfinare in una specie di “ortopedia” della psiche (e di sentirci degli “ortopedici”) è concreto…