Il 2 novembre parlerà a Genova al Festival della Scienza la neurofisiologa francese Catherine Vidal, ricercatrice del rinomato Istituto Pasteur, autrice di un libro interessante, il sesso del cervello, che in Italia è uscito con i tipi di Dedalo: in questo testo, come nel suo intervento, la ricercatrice propone una confutazione delle ricerche che negli ultimi anni hanno cercato di dimostrare che il cervello degli uomini e il cervello delle donne siano diversi.
Il libro è salutare e interessante, non tanto perché porti alla luce chi sa quale rivoluzione copernicana nella scienza, ma perché cerca di portarla nel mondo mediatico che la scienza riporta. Gli scienziati sanno infatti quale nefasto specchio deformante sia la divulgazione massmediatica del lavoro di ricerca: per il modo con cui riporta e distorce le notizie – in buona parte dei casi, e per le notizie che sceglie di divulgare – a discapito di altre. Nel contesto degli studi sulla differenza sessuale, l’accento mediatico tende sempre a esaltare teorie ed esperimenti che legittimino una visione patriarcale e maschilista e oscurare le ricerche che invece tendono verso il contrario. Il lavoro di Vidal è dunque relativamente meritorio – relativamente perché no, non è la prima: già nel 1985 la studiosa Ann Fausto Sterling in USA aveva pubblicato uno studio con gli stessi obbiettivi – Miths of gender - e lo stesso genere di argomentazioni. Forse, considerando la voluminosità dell’opera di i Vidal e l’apparato bibliografico, il lavoro di Fausto Sterling era anche più dettagliato e ben fatto – io caldeggio entrambi – ma nel contesto europeo forse Vidal arriva quando i tempo sono più maturi. (Relativamente, considerando i critereri con cui sono state scelte le nostre – poche – ministre)
La teoria di Vidal mette l’accento su un passaggio ormai perfettamente definito nel contesto della ricerche sul cervello. Esse infatti sono fiorite con il locazionismo – teoria per cui a ogni area del cervello corrisponde una specifica funzione – per passare poi alla teoria dei circuiti modulari diffusi, cioè la teoria per cui ogni funzione celebrale coinvolge diverse aree del cervello. Al locazionismo si deve la scoperta delle aree di Broca e di Wernicke cioè quelle zone cerebrali che sono implicate nell’elaborazione linguistica, e locazionista si può definire la teoria di Le Doux, sul cervello emotivo, per cui un emisfero sarebbe deputato alla processazione di informazioni emotive, e un altro a quella di informazioni razionali. Andando avanti così si cercava una mappatura del cervello e delle differenze di genere: per esempio, stante alla teoria di Le Doux sulla lateralizzazione le donne avrebbero più sviluppato l’emisfero deputato alla processazione dell’affettività gli uomini dell’emotività.
Di fatto però nella prassi succedevano cose strane, particolarmente evidenti in pazienti con lesioni cerebrali: per esempio se una zona del cervello deputata al linguaggio veniva lesa – le altre aree riuscivano a intervenire, e far riacquistare al paziente la capacità di comunicazione. In verità ogni nostra funzione è determinata da una collaborazione di diverse aree cerebrali. Sicchè il locazionismo, ha perso molto terreno rispetto alla nuova teoria.
Dunque, secondo Vidal dal momento che nessuna funzione è ascrivibile a una sola zona cerebrale, evidentemente, non si possono misurare le differenze tra maschile e femminile considerando quella sola area cerebrale. Perchè le differenze sono tantissime da cervello a cervello e risultano dai modi originali di ogni individuo di far cooperare le sue diverse aree interne, non escluso il contributo degli ormoni. Questa argomentazione filosoficamente devo dire non mi persuade del tutto, ma il perché lo vedremo dopo.
Ve ne è una seconda invece sacrosanta e fondamentale, e riguarda il concetto di plasticità neurale – con questa formula ci riferiamo infatti ai cambiamenti che il nostro tessuto nervoso mette in atto a fronte di una esperienza causata dall’ambiente. All’uopo citerò – ancora una volta, già era accaduto in un vecchio psichico post – il mitico esperimento di Hebb il quale nel lontano 1959 prese due gruppi di topolini, tutti bellini e uguali tra di loro: il primo gruppo – chiameremoli topolini fichi - furono messi in una gabbia con tutte cose interessanti, tipo palline rotelle giocarelli etc, e il secondo gruppo – dei topolini tristi – in una gabbia senza niente. Dopo un periodo di prova i topolini fichi sapevano fare un sacco di cose ed erano sveglissimi, i topolini tristi erano dei perfetti imbecilli e davanti a una rotella rimanevano rintronati. La scienza ha bisogno di essere crudele, e Hebb successivamente prese i cervelli dei due gruppi di topolini e constatò che quelli con le gabbiette fiche e che avevano imparato un mucchio di cose fiche avevano un cervello con molte più circonvoluzioni di quelli con le gabbiette sfigate.
E’ ciò che succede quando impariamo qualcosa: il nostro apprendimento non è materia astratta è una nuova mappatura sinaptica che si crea: se comparassimo il cervello di un critico cinematografico a quello di un calciatore vedremmo che sono ispessite aree corticali diverse. Se paragonassimo il cervello di due critici cinematografici di sesso diverso, vedremmo che sono ispessite aree corticali analoghe.
Questo concetto è importante perché dà conto di molte differenze che non sono imputabili ad alcunché i genetico, ma sono invece da mettere in relazione con la stimolazione ambientale a cui i soggetti sono esposti. Partiamo tutti con un eguale corredo biologico, l’esperienza ci metterà in diverse posizioni. Questo discorso in tema di differenza di produttività intellettuale e differenza di genere trova riscontro in numerosi esperimenti che dimostrano come la produttività intellettuale femminile tenda a equiparare quella maschile in proporzionalità inversa con il grado di sessismo della civiiltà in cui la donna cresce: vuol dire che se fate un test di intelligenza matematica in USA o se lo fate in Pakistan scoprirete che in Pakistan la maggior parte delle femmine non sanno spingersi oltre la lista della spesa.
E’ sacrosanto dicevo che tutto ciò venga detto e si sappia. Tuttavia mi sembra importante proporre alcune riflessioni, due in precisione – e tutte due rivendicano la necessità di uno sguardo capace di sostenere una complessità e che non abbia paura della differenza sessuale. La diversità non è automaticamente inferiorità la diversità può essere la chiave di partenza donde si diparte un ventaglio intessuto di molte altre cose. Le cose possono essere le stesse, e sarà bello confrontare i due ventagli e vederne la quantità di analogie ma le differenze segrete. Le ali delle farfalle non sono mai del tutto identiche.
Sotto un profilo logico e filosofico la teoria dei circuiti modulari diffusi non soppianta quella locazionista ma diciamo vi è in uno stato di tensione produttiva: è verissimo che le nostre funzioni cerebrali coinvolgono diverse aree ma garantisco che se ti ficcano un trave nell’amigdala non sarai più il tipo amabile di prima. Ci sono degli esperimenti e delle constatazioni cliniche che mantengono in vita il locazionismo, e una differenza di specifiche funzioni cerebrali tra uomini e donne. Pensate per esempio all’autismo, patologia che annichila la decodifica emotiva delle informazioni, e che ha un’incidenza guarda caso, incredibilmente più alta nei maschi che nelle femmine. Baron Coen, il più noto ricercatore di questa malattia parla di un cervello eccessivamente maschile. Pensiamo anche alle ricerche che vengono fatte invece sull’intelligenza verbale in ambito endocrinologico. Esse ricerche dimostrano che la capacità di verbalizzazione femminile raggiunge vertici molto più alti con l’aumento degli estrogeni, il chè è anche provato con studi sulle donne in post menopausa, e su transessuali che in vista dell’operazione assumono dosi ingenti di ormoni. Tutto ciò non toglie che Vidal abbia ragione in termine di comparazione di capacità finali, ma è interessante scorgere delle differenze pensando agli itinerari psichici, fisiologici ed esperienziali a cui andiamo incontro.
Il che ci porta alla seconda osservazione, che riguarda una differenza anatomica importante tra i due sessi, e che rimanda all’apparato riproduttivo. Il nostro apparato riproduttivo è diverso, sia come meccanismo del piacere erotico sia come meccanica riproduttiva. Questa meccanica differente ha una serie di esperienze che possiamo definire ambientali e che creeranno sicuramente delle differenti codifiche che al pari delle altre stimolazioni colpiranno la suscettibilità della nostra plasticità neurale. Non è soltanto l’essere incinta la differenza, ma per esempio l’avere il ciclo, o il sapere che con quel tipo di rapporto sessuale potrai procreare mentre con quell’altro no. Parlare di queste differenze è tema interessante e magari lo avvicineremo in altro post.
Ma intanto potremmo cominciare a ragionare in maniera sofisticata e non riduzionista quando parliamo di cultura e biologia, senza scappare dalla complessità – in un senso come nell’altro e senza terrorizzarci dinnanzi alla realtà della differenza sessuale. La prevaricazione nasce dal modo di interpretarla, ma non si fa niente di buono scotomizzandola.


















ecco …poveri topolini tristi…. mi vien da piangere
Un post che mi riconcilia col bloggare, grazie.
sospettavo da tempo che fosse così
ecco che il ruolo dell’ambiente, della cultura, dell’esperienza e della formazione diventano centrali nella crescita individuale..
avevo letto, quando mia figlia piccolissima, mi costrigeva a notti insonni nel ’86 “Miths of gender”, non ho letto questo ultimo di cui parli, e devo dire che non è stata una lettura “semplice”, anzi è durata parecchio e mi aveva per alcuni versi confortato e anche molto traquillizzato, nel senso che il vissuto con tutto quello che implica è importante
tu dici:
“”Ma intanto potremmo cominciare a ragionare in maniera sofisticata e non riduzionista quando parliamo di cultura e biologia, senza scappare dalla complessità – in un senso come nell’altro e senza terrorizzarci dinnanzi alla realtà della differenza sessuale. La prevaricazione nasce dal modo di interpretarla, ma non si fa niente di buono scotomizzandola.”"
e concordo in pieno!!!! anzi pienissimo!!:)
- Si antonio hanno un triste destino, ma tutto sommato anche quelli allegri via.
– grazie a te adrix:)
– maddalena:)
- Chiccama, lo so è un libro un po’ tosto. Sei stata brava! Questo mi sa che è un pochino più leggero.
Mi chiedo perché le ricerche si concentrino sul cervello. Lì è il nodo in cui le informazioni sono processate, è un apparato che lavora, condensando gli input e elaborandoli per preparare un output. Ma la mente non rimane perimetrata nella scatola cranica individuale; è anzi interconnessa e relazionale, vettorizzata verso l’altro, dal cui confronto, per differenze, emerge e cambia di continuo. Siamo su piani diversi. Pretendere di studiare la mente guardando il cervello ha più o meno lo stesso senso di credere di poter studiare la società analizzando un singolo individuo isolato!
Caro Tito grazie del tuo intervento.
Alla tua domanda mi vengono molte risposte.
– La prima è ovvia ed è una questione di competenze. Una classe di competenze attiene alla neurofisiologia, che ha una sua utilità specifica e applicata. Se io di mestiere faccio il meccanico non ha molto senso chiedermi di saper fare il vigile urbano, perchè semplicemente non lo so fare. Non è utile alla cultura non è rispettoso nelle competenze mie nè del vigile urbano medesimo. La tuttologia è il fango della comprensione.
– Ciò non toglie che un approccio intersoggettivo possa essere utile. In un mondo complesso l’obbiettivo è integrare diverse competenze per ottenere uno sguardo articolato della realtà. Ma partire dall’idea ch una prospettiva interpersonale scalzi una prospettiva individuale – sia essa neurofisiologica che psicodinamica – è epistemologicamente naif. Esattamente come postulare il contrario. E’ utile invece che il neurofisiologo lo psicodinamico, il relazionale lo storico e l’economista approfondiscano le loro competenze producano delle idee per poi conforntarle insieme e costruire un complesso sistema di senso. Magari origliandosi con l’altro anticipatamente, ma in un maturo e consapevole rispetto dei contributi che si possono offrire. E’ finito il tempo del campionato di calcio, e non è più una questione di squadre.