Le premesse
In data 7 novembre su R2 Libri (inserto settimanale del quotidiano La Repubblica) la giornalista e commentatrice culturale Loredana Lipperini, proprietaria e moderatrice del blog Lipperatura[1], ha pubblicato un articolo nel quale si mettevano in rilievo punti di vista opposti sulla narrazione in Rete a partire dalle affermazioni di Ben Macintyre, storico ed autore di un articolo pubblicato sul Times dal titolo The Internet is killing storytelling.[2]
Macintyre afferma:
Dipendenti dal BlackBerry, dominati e infastiditi dal continuo susseguirsi di feed, link e sms, siamo in uno stato continuo di attenzione parziale, troppo bombardati da brevi frammenti di informazione per concentrarci su qualsiasi cosa per un periodo prolungato. I ricercatori della Microsoft hanno scoperto che un individuo distratto da un avviso di email impiega una media di 24 minuti per tornare al livello di concentrazione precedente.[3]
Si parte quindi dalla premessa che la Rete è fonte di distrazione continua, e che l’interruzione frequente dello stato di concentrazione causa sul lungo periodo l’incapacità di mantenere alto il livello di concentrazione sul testo: “Era inevitabile che più di un decennio di lettura digitale avrebbe cambiato il modo in cui leggiamo”.[4] Macintyre basa la propria critica sulla lettura di un saggio di Nicholas Carr[5] in cui si afferma:
Come aveva messo in rilievo il teorico dei media Marshall McLuhan negli anni ’60, i media non sono solo canali passivi di informazione. Forniscono materiale al pensiero, ma danno anche forma al processo del pensiero. E quello che la Rete sembra stare facendo è tagliare via un pezzetto alla volta la mia capacità di concentrazione e di contemplazione. La mia mente ora si aspetta di ricevere informazioni nel modo in cui la Rete la distribuisce: in una corrente di particelle che scorre rapidamente. Una volta ero un sub nel mare delle parole. Ora procedo velocemente sulla superficie come un tizio su una moto d’acqua.[6]
Carr cita, a sua volta, uno studio[7] condotto da un gruppo di ricerca dello University College London e commissionato dalla British Library and dal JISC[8] allo scopo di identificare il modo in cui i ricercatori del futuro accederanno alle risorse digitali ed interagiranno con esse entro dieci anni. Nello studio si trova la seguente affermazione, riportata anche da Carr:
I tempi medi che gli utenti trascorrono sugli e-book ed e-zine sono molto brevi: di norma rispettivamente quattro e otto minuti. È chiaro che gli utenti non leggono on-line nel senso tradizionale, infatti ci sono segnali che nuove forme di lettura stanno emergendo, visto che gli utenti visionano orizzontalmente i titoli, pagine di contenuti e riassunti prediligendo risultati veloci. Sembra quasi che vadano on-line per evitare di leggere in senso tradizionale.[9]
Sostiene quindi Carr che probabilmente leggiamo di più oggi di quanto leggevamo negli anni ‘70 e ‘80, quando la televisione era il nostro medium preferito. Tuttavia di tratta si un tipo di lettura diverso, e dietro di essa si cela un diverso modo di pensare, forse anche una diversa percezione del sé. Lo stile di lettura della Rete, continua Carr, è improntato all’immediatezza e all’efficienza, indebolendo la nostra capacità di concentrarci nella lettura approfondita di testi lunghi e complessi diffusi dalla stampa.
L’approccio critico di Carr si esplicita quando afferma che:
L’idea che le nostre menti debbano funzionare come processori ad alta velocità non è solo connaturata al funzionamento di Internet, è anche il modello economico dominante nella rete. Più velocemente navighiamo, più riferimenti ipertestuali clicchiamo e più pagine visitiamo, più opportunità hanno Google e le altre aziende di raccogliere informazioni su di noi e di riempirci di pubblicità.[10]
Carr afferma che la modifica profonda apportata dall’utilizzo di Google alla modalità di lettura di chi fa uso di Internet è strettamente legata all’idea che questa è una società legata al marketing e che la nostra mente ha oramai adattato processi tradizionalmente lenti come quello della lettura al tempo imposto dalle dinamiche di marketing. Dice ancora Carr:
Il tipo di lettura approfondita che una sequenza di pagine stampate incoraggia ha valore non solo per la conoscenza che si acquisisce dalle parole dell’autore, ma per le vibrazioni intellettuali che quelle parole fanno scaturire nelle nostre menti. Negli spazi quieti aperti dalla lettura prolungata e non distratta di un libro, o comunque da ogni atto di contemplazione, facciamo le nostre associazioni, i nostri collegamenti e le nostre analogie, nutriamo le nostre idee.[11]
Le parole lette in silenzio sulla carta tramite una lettura sostenuta e non distratta producono vibrazioni intellettuali, lasciano la possibilità di creare associazioni e analogie, di nutrire le nostre idee. La conclusione del saggio di Carr è che affidandoci progressivamente ai computer per mediare la nostra comprensione del mondo è la nostra intelligenza ad appiattirsi in intelligenza artificiale.
In quale modo quindi la modifica del processo di lettura operata dalle pratiche di fruizione dell’informazione in Rete esercita un influsso anche sulla narrazione? È vero che lo stato di attenzione continua ma parziale, come sostiene Macintyre, produce una vittima eccellente, cioè la narrativa? La trama è destinata a morire perché il lettore da un lato non è più in grado di sostenere la lettura approfondita, dall’altro trova facile e veloce soddisfazione in altre forme narrative, per esempio le serie televisive o i post sui blog?
Parlando delle narrazioni sviluppate a partire dai telefoni cellulari, Macityre sostiene che:
Queste storie create al telefono cellulare sono scritte nel linguaggio della Rete: frammenti di parlata da sms, linguaggio gergale, emoticon, ma sono ancora senza dubbio delle narrazioni, storie con un protagonista, un inizio e una fine. Sono anche immensamente popolari: le vendite di libri in Giappone stanno crollando, ma metà dei bestseller di narrativa in classifica sono iniziati su telefoni cellulari. Qui è la prova che l’antico bisogno di narrazione, cablato nella natura umana, si adatta comodamente agli impianti nelle più nuove tecnologie. La narrazione non è morta, è stata puramente oscurata da una bufera di byte di informazioni. Una storia, se Dio vuole, è ancora la via più potente della comprensione. All’inizio era il Verbo, e il Verbo, nella grande narrazione che è la Bibbia, non era scritto con Twitter.[12]
Il grande successo di storie iniziate tramite sms dal cellulare fornisce quindi una prova che l’antico bisogno di narrazioni non è stato indebolito dalla più recente tecnologia. Tuttavia la conclusione dell’autore è che la narrazione non è morta, ma è stata oscurata da un eccesso di informazione frammentata. Una storia è ancora il mezzo migliore per la comprensione.
Leigh Garland, lettore dell’articolo e commentatore del Times online, fa però notare a Macintyre che “è evidentemente passato molto tempo da quando l’autore ha letto la Bibbia, visto che è essenzialmente una raccolta di storie molto brevi, scritte da fonti multiple, collazionate e presentate come fatto storico senza prova corroborante. Esattamente come Twitter.[13]
Qual è quindi la differenza fra una narrazione articolata per sentenze brevi e concise (cioè paratattica), com’è quella della Bibbia e di altri testi sacri (per esempio le Upanishad), ma antica, e una narrazione breve e concisa, ma prodotta utilizzando i nuovi mezzi di comunicazione?
La discussione collettiva
Il commento di Leigh Garland all’articolo non solo solleva una prospettiva sorprendente sull’articolo stesso, ma è soprattutto un esempio di come il commentario critico modifichi il contenuto del testo di partenza articolando una critica al testo che ne modifica la percezione. È stato sufficiente un solo brevissimo commento per squarciare l’intero apparato interpretativo del pur attendibile storico.
Emerge da questo commento che Macintyre non valuta il potenziale espressivo di testi brevi prodotti in una modalità che deriva dallo sforzo narrativo congiunto di diverse voci con scopo auto-rappresentativo. Come sottolinea Fabio Poroli, in questo procedere “la vittima eccellente è l’Autore, non la narrativa. Non si è mai narrato così tanto come in questa era”. Siamo quindi entrati in una fase in cui la narrazione è di fatto non solo collettiva, ma in cui si registra l’assenza dell’autore? Emerge quindi che se, da un lato, l’editoria punta ai lettori con i casi letterari più che con gli Autori, i lettori della rete sono lettori “naturali”, cioè spinti alla lettura da un interesse non guidato da strategie di marketing. Lettori “naturali” “non significa affatto ingenui né amatoriali in senso deteriore”: significa “poco innamorati della forma fine a se stessa”, per “lavorarla in funzione della narrazione”. (Lara Manni)
Il livello di attenzione di cui parla Macintyre non solo non sembra essersi abbassato, al contrario, il lettore in Rete è in un perenne stato di allerta e desiderio di scoperta, e ciò per riflesso influisce sulla narrazione che si modifica spezzettandosi, ma questa frammentazione è l’esatto opposto della conclusione che trae Macintyre (la narrazione non è morta ma è stata oscurata da un eccesso di informazione frammentata): la narrazione non solo è viva ma si rafforza in virtù di questa frammentazione. Recentemente una performance narrativa[14] su Facebook ad opera dello scrittore Igino Domanin ha fornito di questa potenzialità: la frammentazione della narrazione in segmenti misurati sul numero di caratteri permesso dallo status del social network, ognuno dei quali acquisisce un senso in sé rispetto alla totalità della narrazione. Questa è la descrizione della performance fornita dello stesso Domanin: “Questo era un pezzo apparso su Nuovi Argomenti un po’ di anni fa […] l’ho copiato ed editato appositamente per vedere come rendere fruibile un contenuto di questo genere su FB, utilizzando una specie di microserialità frammentata in moduli che non superino i 420 caratteri”. Siamo davanti ad una rivoluzione nella storia del testo letterario. Infatti, la questione che viene sollevata da Alessandro Bertante riguarda il destino del libro come “‘prodotto’ destinato ad una élite economica e intellettuale […] È probabile che si formino altre “forme” e “linguaggi” letterari o paraletterari dei quali adesso sappiamo ancora molto poco”. Si potrebbe chiosare che per quanto poco ne sappiamo, esistono dei modelli di riferimento che sono esattamente quelle narrazioni antiche prodotte da una collettività con intento auto-rappresentativo e che si articolano in forma frammentaria (o anche paratattica).
Sulla scomparsa del libro si apre un filone discorsivo interno al commentario, nel quale si tratta del ruolo delle biblioteche, come luoghi che tutelano e mettono a disposizione il supporto libro agli utenti nell’epoca, come indica Bertante, del declino dell’oggetto/prodotto libro. Secondo Bertante si è prodotta una “decisiva frattura fra chi possiede gli strumenti culturali per approcciarsi all’oggetto libro e chi non si pone nemmeno il problema di farlo, spesso serenamente o rivendicandolo come motivo d’orgoglio”. Particolare attenzione viene rivolta anche allo stato di disagio in cui versano le biblioteche pubbliche e al tentativo compiuto dalla Bilbioteca Nazionale di Firenze di digitalizzare testi fondamentali divenuti introvabili con il supporto di Google, tentativo che è stato bloccato da una forte resistenza interna. (Serena Adesso)
Viene quindi messo in rilievo il problema “del ruolo di interpretazione-mediazione con cui impiegare l’intellettuale e i suoi strumenti-prodotti” in una società in cui il capitalismo “avanzato” attuale” rende inutile “la funzione di mediazione (politico-culturale) in assenza di risorse da redistribuire in cambio di pace sociale per lo sviluppo economico” (Giovanni Maruzzelli). Chi è quindi che dovrebbe agire da mediatore fra i chi produce i discorsi dominanti e chi li riceve? Viene rilevato che uno svantaggio della rete, cioè che “la maggior parte degli utenti ne ignora le possibilità” (Ekerot). “Tuttavia le possibilità sono enormi e vanno esattamente nel senso opposto rispetto a quello indicato Macintyre, cioè maggiore complessità, e persino maggiore approfondimento.” (Lara Manni)
La Rete “aiuta in quanto palestra del labirinto che una trama può dare in maniera eccelsa, anche come ricezione di materiali e realtà. È una iniziazione alla complessità che la forma diaristico-blogghista ignora a favore dell’istantaneità” (Alessandro Raveggi)
La questione di Internet come mezzo che indebolisce la narrazione è anche “un problema di ‘competenza’ del destinatario: non tutti “riescono a prendervi parte e fruirne in maniera ugualmente attiva”. (Alessia Risi) La competenza del destinatario sembra essere direttamente proporzionale alla sua vocazione di lettore “naturale” e viene percipita come elitaria. La consapevolezza nell’uso della rete non è solo un fatto generazionale, ma dipende anche dalla distinzione fra “uso (attivo e creativo) e consumo (passivo), […] e fra chi si accosta “alle nuove medialità dopo aver imparato a leggere e scrivere in maniera lineare” e chi imparare a leggere e scrivere direttamente su uno schermo (Valentina Fulginiti)
L’indebolimento del supporto/libro non viene affatto ritenuto un argomento forte per sostenere che la narrazione ne risente in maniera negativa, scomparendo, o peggio morendo. Simone Ghelli cita Rodowick, Il cinema nell’era del virtuale: “dato che il film scompare nelle successive sostituzioni dell’analogico con il digitale, ciò che rimane è il cinema come forma narrativa ed esperienza psicologica, una determinata modalità di articolare la visione, la significazione e il desiderio attraverso lo spazio, il movimento e il tempo.” Ghelli avverte nel discorso di Macintyre un parallelismo fra libro (e ciò che veicola cioè la letteratura) e la narrazione, “che dimostra una forma di anacronistico rifiuto verso tutte le altre possibili forme di narrazione: come se insomma non ci fosse altrettanto della scrittura (e dunque una possibilità di messa in forma, di narrazione) in un film o in un montaggio d’interventi su un blog”.
Commentario critico come spazio della discussione
Come emerge da questo esempio di montaggio di brani di discussione tratti dal commentario critico, l’articolo di Macintyre non ha affatto convinto alcuni utenti abituali della rete, dotati di strumenti interpretativi idonei a praticare una critica del testo, ampliandolo e sollevando questioni che ne indeboliscono le premesse e quindi le conclusioni.
È significativo che dalla sua rubrica Blog-Notes della Domenica del Sole 24 Ore, Marco Filoni si chieda in termini filosofici: “il blog come spazio di discussione come e in quale misura deve essere regolato?” Il problema a Filoni risulta chiaro: “[i]l mezzo del “commento”, per sua natura veloce e immediato, è assimilabile a quello dell’oralità: quindi al suo ritmo, e anche ai suoi attuali modelli”.[15] La questione del rapporto fra scrittura in Rete e oralità viene spesso sollevata, non a caso il testo di riferimento per chi si occupa di comunicazione in Rete è il classico studio di Ong su oralità e scrittura.[16]
La questione viene infatti affrontata anche all’interno di ciò che Filoni chiama lo “spazio di discussione” e che da Jenkins è stato definito “commentario critico”.[17] Che differenza c’è fra queste due definizioni? La prima richiama direttamente la caratteristica orale del commentario critico, attraverso l’utilizzo di due termini che connotano il luogo e la modalità discorsiva adottata: “spazio” e “discussione”. Per discussione che si svolge in un determinato spazio si intende correntemente un dibattito su un argomento specifico svolto in un’area adibita a questa attività, che può essere immateriale (lo spazio inteso come il tempo dedicato ad un’attività. Per esempio: nell’ambito di un convegno, dopo una relazione viene dedicato del tempo, in genere non più di quindici minuti, alla discussione sul tema affrontato dal relatore. Lo spazio è quindi sia il luogo fisico dove avviene la discussione – l’aula seminariale – sia il tempo dedicato dagli organizzatori della conferenza rispettivamente all’esposizione e alla discussione che ne deriva). Attraverso l’utilizzo di questa terminologia si può quindi tracciare un parallelo fra l’attività e la dinamica di discussione nel mondo reale e quella on-line. Il post si può equiparare all’intervento del relatore (che, quindi, invece di esporre pubblicamente un testo scritto, fa l’inverso, cioè pubblica il testo scritto con uno stile che richiama l’esposizione orale), mentre l’equivalente dello “spazio di discussione” è il commentario critico, che secondo la lezione di Jenkins può articolarsi nel nodo dei commenti, che esulare ad altri nodi, altri post, note pubblicate su social network, per esempio la nota su Facebook in cui ho richiamato l’articolo di Lipperini e che ha generato un altro “spazio di discussione” rispetto a quello originario, cioè lo spazio in calce al post pubblicato in Lipperatura. Si può dire, quindi, che il commentario critico è quello “spazio di discussione” che si articola in diversi nodi della Rete, che diffonde in modo capillare la discussione, la estende, ne discute le premesse e aiuta a trarne diverse conclusioni.
Filoni, tuttavia, sottolinea un altro aspetto della natura orale del commentario. Il mezzo del commento è assimilabile ai suoi attuali modelli. Quali sono questi modelli? A quale tipo di comunicazione è abituato l’utente che si sia formato alla dialettica, cioè l’arte di articolare strategie discorsive sia per iscritto che per via orale, tramite il modello comunicativo offerto dalla società italiana?
Questa è una questione che andrebbe studiata da un punto di vista antropologico. Il modello comunicativo offerto dai media italiani è di tipo aggressivo/difensivo: ciò che emerge anche da un’osservazione superficiale delle modalità comunicative sia nella realtà che nei programmi televisivi e nella stampa, è che la comunicazione non utilizza strategie retoriche tese ad affrontare le questioni poste, ma propone un approccio verbalmente aggressivo, spesso basato su argomentazioni articolate in modo tale che emergano dubbi circa l’attendibilità dell’interlocutore, provocando una reazione dello stesso, e deviando l’attenzione dall’argomento trattato verso chi lo sta trattando. Si tratta di una modalità comunicativa conflittuale, che si è trasferita al commentario critico on-line. Di conseguenza, la questione posta da Filoni, cioè come e in quale misura si possa regolare lo spazio di discussione, chiama in causa l’habitus, quella serie di comportamenti acquisiti per condivisione di uno spazio sociale.
La risposta che propongo è che lo spazio della discussione sia soggetto ad autoregolamentazione, ed è qui che emerge un’altra questione fondamentale, cioè quella dell’assunzione di responsabilità rispetto ai contenuti che si immettono in Rete, vista la rintracciabilità dei medesimi. Il problema che rimane aperto, quindi, non è il come si possa regolare il commentario critico, ma il chi debba regolarlo, cioè l’utente della Rete stesso, colui che produce ed immette in Rete i propri contenuti. Perché il commentario critico rappresenti un mezzo credibile per esercitare critica in Rete è necessario che la sua compilazione collettiva rispetti l’obiettivo che questa attività si pone in maniera implicita, cioè produrre risposte ai discorsi imposti dalla critica ufficiale. Si chiedeva (e chiedeva ai suoi lettori), infatti, Filoni, sempre dalla sua rubrica Blog-Notes: “dov’è la critica in Rete?”[18] È evidente che la critica in Rete non può essere credibile se il commentario rispecchia un modello comunicativo improduttivo.
[Una nota sul metodo: nella costruzione di questo articolo, ho derivato i materiali dall’articolo di Lipperini e di Filoni, pubblicati in prima istanza su due quotidiani a diffusione nazionale. Ho raccolto frammenti dalle chiose generate in calce alla nota pubblicata da me su Facebook e al post pubblicato da Lipperini su Lipperatura; ho poi raccolto e ordinato i frammenti di conversazione per temi in modo tale da renderli discorsivi. I commenti sono stati trattati con metodo filologico, allo stesso modo dei riferimenti secondari, senza alcuna differenza rispetto a materiali pubblicati su supporto cartaceo. Ho corretto i refusi in modo tale da rendere il testo fruibile su stampa. Le traduzioni dall’inglese sono mie. Questo processo si è generato e ha assunto una forma completa nelle giornate del 7 e 8 novembre 2009. Ringrazio tutti coloro che hanno partecipato attivamente a questa discussione.].
[1] http://loredanalipperini.blog.kataweb.it
[2] http://www.timesonline.co.uk/tol/comment/columnists/ben_macintyre/article6903537.ece
[3] “Addicted to the BlackBerry, hectored and heckled by the next blog alert, web link or text message, we are in state of Continual Partial Attention, too bombarded by snippets and gobbets of information to focus on anything for very long. Microsoft researchers have found that someone distracted by an e-mail message alert takes an average of 24 minutes to return to the same level of concentration.”
[4] “It was inevitable that more than a decade of digital reading would change the way we do it.”
[5] N. Carr, “Is Google Making Us Stupid? What the Internet is doing to our brains”, The Atlantic (July/August 2008), http://www.theatlantic.com/doc/200807/google
[6] “As the media theorist Marshall McLuhan pointed out in the 1960s, media are not just passive channels of information. They supply the stuff of thought, but they also shape the process of thought. And what the Net seems to be doing is chipping away my capacity for concentration and contemplation. My mind now expects to take in information the way the Net distributes it: in a swiftly moving stream of particles. Once I was a scuba diver in the sea of words. Now I zip along the surface like a guy on a Jet Ski.”
[7] Information behaviour of the researcher of the future, http://www.bl.uk/news/pdf/googlegen.pdf
[8] http://www.jisc.ac.uk/
[9] “The average times that users spend on e-book and ejournal sites are very short: typically four and eight minutes respectively. It is clear that users are not reading online in the traditional sense, indeed there are signs that new forms of ‘reading’ are emerging as users ‘power browse’ horizontally through titles, contents pages and abstracts going for quick wins. It almost seems that they go online to avoid reading in the traditional sense.” (p. 10) Il concetto è approfondito più avanti nello studio commissionato dalla British Library: “Così scannerizzano, sfogliano e visionano nel contenuto digitale sviluppando nuove forme di lettura online”. [So they scan, flick and ‘power browse’ their way through digital content, developing new forms of online reading. (p. 8)]
[10] “The idea that our minds should operate as high-speed data-processing machines is not only built into the workings of the Internet, it is the network’s reigning business model as well. The faster we surf across the Web—the more links we click and pages we view—the more opportunities Google and other companies gain to collect information about us and to feed us advertisements.”
[11] “The kind of deep reading that a sequence of printed pages promotes is valuable not just for the knowledge we acquire from the author’s words but for the intellectual vibrations those words set off within our own minds. In the quiet spaces opened up by the sustained, undistracted reading of a book, or by any other act of contemplation, for that matter, we make our own associations, draw our own inferences and analogies, foster our own ideas.”
[12] “These mobile telephone tales are written in the language of the net: scraps of text-speak, slang and emoticons, but these are still unmistakably narratives, stories with a protagonist, a beginning and an end. They are also hugely popular: sales of books in Japan are dropping, but half the Top Ten fiction bestsellers started on mobile telephones. Here is proof that the ancient need for narrative, hardwired into human nature, can sit comfortably with the wiring of the newest technology. Narrative is not dead, merely obscured by a blizzard of byte-sized information. A story, God knows, is still the most powerful way to understand. In the beginning was the Word, and the Word, in the great narrative that is the Bible, was not written as twitter.”
[13] “Obviously it’s been a very long time since the author has read the Bible, as it is essentially a collection of very short texts, written by multiple sources, collated and presented as fact without corroborating evidence. Exactly like Twitter.”
[14] La definizione è di Giuseppe Genna: http://www.giugenna.com/2009/10/28/gigantesco-domanin-su-facebook-un-racconto-in-21-status-do-you-remember-magnum-p-i/
[15] M. Filoni, “Chi filtra nella rete”, Sole 24 Ore (inserto Domenica), 08/11/09.
[16] W. J. Ong, Oralità e scrittura, Bologna, Il Mulino, 1986.
[17] “A critical essay puts forth an interpretation of the work in question, one which includes debatable propositions which are in turn supported by the mobilization of some kind of evidence — either internal (from the work itself) or external (from secondary texts which circulate around the work). […] [C]ritical commentary may, in fact, embrace the ideas included in the original work as well as take issue with them.” [Un saggio critico avanza un’interpretazione dell’opera in questione, che include affermazioni aperte alla discussione supportate dalla mobilitazione di qualsiasi tipo di prova – interna (dall’opera stessa) o esterna (da testi secondari che ruotano attorno all’opera). (…) Il commentario critico può di fatto abbracciare le idee incluse nel testo originario come discuterle in maniera critica.] Jenkins include nella definizione di commentario critico anche il prodotto del fandom: “Fan stories are in no simple sense just ‘extensions’ or ‘continuations’ or ‘extra episodes’ of the original series. Unlike the model critical essays discussed by the various university writing centers, the insights about the work get expressed not through nonfictional argumentation but rather through the construction of new stories.” [Le storie narrate dai fan non sono semplicemente “estensioni” o “continuazioni” o “episodi extra” della serie originale. Diversamente dai modelli di saggi critici discussi dai centri di scrittura delle varie università, le analisi dell’opera si esplicitano non attraverso argomentazioni di tipo saggistico ma piuttosto attraverso la costruzione di nuove storie.] Costruire nuove storie partendo da un testo dato è quindi un modo alternativo alla saggistica che si può produrre intorno ad un testo per esplicitarne e discuterne i contenuti. Cfr H. Jenkins, “Fan Fiction as Critical Commentary”, http://www.convergenceculture.org/weblog/2006/09/fan_fiction_as_critical_commen.php
[18] M. Filoni, “Giudizi su Web”, Sole 24 Ore (inserto Domenica), 01/11/09. Articolo disponibile qui: http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2009/11/blog-notes-1-nov.jpg



















Una ipotesi di ricerca che sto, in questi giorni, condividendo solo a livello di “appunti”, via mail, con alcuni amici è proprio quella di mettere in relazione la sperimentazione su FB di Domanin
con le sperimentazioni già viste su Twitter (dove possiamo rinvenire gli antecedenti di quanto avviene su facebook)
… siamo ad una ridefinizione del lessico, della punteggiatura, in sintesi… della “grammatica delle fantasia”.
Il tutto non è solo interessante dal punto di vista delle nuove forme di comunicazione, ma credo sia di grande interesse per quanto riguarda anche la formazione.
L’articolo di Claudia dimostra l’importanza del montaggio, su cui bisognerebbe tornare a riflettere in merito al web, in quanto procedimento di selezione necessario come non mai in un universo così variegato qual è quello della rete, dove l’accumulo di materiali rischia molto spesso di trasformare la complessità in un tutto indistinto. Si tratta di un esperimento molto interessante per due fondamentali motivi:
1) tende a fare comunità, a gettare un ponte tra i redattori (di una rivista, di un blog) ed i loro commentatori.
2) mette in movimento il discorso, lo sviluppa, trasformando in potenzialità quelli che vengono solitamente letti come degli ostacoli, quale la diversa preparazione di chi interviene, il diverso background culturale che caratterizza i commentatori.
Si tratta in parole povere di un ottimo esempio di autoregolamentazione di uno spazio, dove viene data a tutti la possibilità di costruire attivamente un discorso (naturalmente sempre a partire da chi si prende la responsabilità di selezionare e montare poi i vari materiali).
@Maddalena: questa ridefinizione del lessico e della sintassi, come dici tu, a me sembra fondamentale soprattutto dal punto di vista della rappresentazione di una società in cui la frammentazione della linearità narrativa equivale ad un altro tipo di frammentazione, cioè esistenziale. Ciò si ritrova oramai in parecchie opere soprattutto in quelle nate in rete, penso ai “Personaggi Precari” di Vanni Santoni e a quello che fanno gli Scrittori Precari, ma c’era già in Bajani.
L’impatto di questa pratica di composizione del testo sulla formazione sembra fondamentale anche a me, perché si associa qui al livello letterale quello del significato più ampio derivato per associazione, evocazione, analogia, ecc. Insomma una pratica comunicativa complessa che secondo me merita approfondimento.
@Simone: non potrei essere più d’accordo. In questa operazione di montaggio le sezioni assumevano un senso diverso a seconda di come tagliuzzavo e componevo i frammenti di commento. E’ stata per me la costruzione di un discorso critico attraverso il montaggio di un testo, di cui una parte molto sostanziosa era rilevante, quindi con scarsissima dispersione.
Riporto da FB
(ci ho messo ben 6 minuti visto che il modulo di registrazione continuava a dirmi “PASSWORD TROPPO BREVE” anche con password di 800 caratteri… Alla fine ho fatto finta di nulla ed eccomi qua).
Ok, sono un maniaco dei metodi, ma mi sembra che la cosa pi… Visualizza altroù interessante dell’articolo di Claudia sia la “nota sul metodo”: ovvero, come si fa un buon montaggio di discussioni sperdute per internet. Complimenti, mi sembra un modo originale e proficuo di fare critica, cronaca, riassunto, summa, ecc.
Purtroppo la discussione ha un limite, dato dalla miopia abissale dell’approccio originale di Macintyre: insomma, smontarlo era un po’ sparare sulla C.R.I., e infatti ha avuto gioco facilissimo il primo commentatore citato col paragone (comunque paradossale e pretestuoso, sebbene di effetto) tra bibbia e Twitter.
Aggiungo che (forse proprio in quanto feroce fautore di metodologie alienanti) la proposta della “autoregolamentazione” mi lascia un po’ dubbioso, perché si sa che nel Far West l’autoregolamentazione corrisponde più o meno alla legge del più forte: appunto Google e compagnia. Il discorso su Internet si atomizza e si disperde troppo per essere incisivo, quando non c’è l’intervento di un’istituzione (per esempio: l’università, il “giornalismo”, ecc) che ne focalizzi il potere.
Gregorio, grazie del commento. A me è parso interessante proprio il fatto che il commentatore abbia smontato tutta l’argomentazione in un solo brevissimo commento. Il motivo per cui ho deciso di fare questa analisi è stato proprio l’impatto che ha prodotto su di me la realizzazione che un solo commentino piazzato nel posto giusto può capovolgere un ragionamento lunghissimo e ed estramente articolato, e ci ho visto tutto il potenziale dello spazio della discussione come luogo in cui, appunto, è possibile far notare all’autore tutta la sua miopia. Non era quindi solo il contenuto dell’articolo ad interessarmi, ma la dinamica della risposta immediata e assolutamente sincera (potremmo anche tirare in ballo la parresìa, su cui si era svolta tutta la mattinata all’Arsenale).
Sul discorso dell’autoregolamentazione non sono molto d’accordo: io credo che fornendo esempi chiari di come si può trarre vantaggio dall’autoregolamentarsi alla fine sarà possibile generare commentari efficaci senza l’ausilio/supervisione di nessuno.
Ciao Claudia, bell’intervento. Non mi pare, comunque, che Macintyre sia stato liquidato così definitivamente dalla stoccata di Garland perché, a ben guardare, anche se la bibbia e twitter hanno in comune la matrice orale (di primo e di secondo tipo rispettivamente, direbbe il buon Ong), la bibbia è, ad oggi, un intero, un canone costruito con l’autorità. E l’autorità è un concetto centrale nello “speech act”, che non è fatto solo di tecnica o di stile (la bibbia e twitter si “assomigliano” per paratassi, semplicità, ecc.), ma anche da contesti di produzione e ricezione.
Mi pare invece molto interessante la tua intuizione di andare a interpretare quel piccolo gesto di “sovversione” del grande costrutto critico da parte del lettore come un dato che va a creare una nuova forma discorsiva, il “commentario critico”. Mi ricorda un po’ il gumbo ya ya, il call and response di tradizione (guarda caso orale) afro-americana: un parlare tutti insieme che si regolamenta grazie al “patto sociale” tra i partecipanti.
Concordo col 4: complimenti per la nota di metodo!
Grazie e un saluto,
R
ps: bella anche la discussione parallela su FB
La scrittura non si sostituì all’oralità. La stampa non eliminò il manoscritto. La rete non ucciderà il libro.
Tre sentenze lapidarie per dire che, secondo me, siamo di fronte a un processo a) di arricchimento, b) di trasformazione. La prima fase implica solo l’aggiunta di un mezzo ad altri mezzi: ancora oggi si racconta a voce e si scrive a mano (due pratiche che a volte frettolosi sociologi ci dicono sparite, ma a me non risulta affatto). La seconda fase è più interessante, e qui vorrei sapere di più da Claudia Boscolo: se la rete, cioè, stia penetrando nelle forme e negli stili della narrativa (e della poesia, e della critica)? Se la rete non fa altro che riprodurre forme e stili già esperiti ai primordi della parola, come la Bibbia, forse il rapporto tra pratiche online e vecchia scrittura è nullo. Se invece… Io non lo so e vorrei saperlo: cosa, e come, sta cambiando nell’universo letterario dopo quasi vent’anni di pratica di scrittura online?
La risposta “ontologica” (la letteratura è sempre la stessa, come sempre gli stessi sono i moti dell’animo e le esigenze del corpo) non mi sembra soddisfacente. La scrittura diede più ordine all’oralità. La stampa diede più ordine al manoscritto. La rete darà più ordine all’universo dei libri? Se fosse tutto un processo (storico più che capitalistico) di normalizzazione?
Avrete probabilmente letto l’articolo di Clive Thompson sull’ultimo numero di Wired, dal titolo “I letterati di Twitter”, che spiega come la tecnologia non stia uccidendo la nostra capacità di scrivere, ma la stia piuttosto “rivitalizzando spingendola in nuove direzioni, sempre più audaci”. L’opinione è di Andrea Lunsford della Stanford University. Mi sembra un po’ quello che dice anche Stefano quando parla di arricchimento e trasformazione, se non ho frainteso. Idee che condivido aggiungendo che gli ibridamenti tra forme di espressione (oralità, scrittura, ipertesto) sono un processo inevitabile, come spiega DdeK, per es. Quello che mi convince meno è il trasferimento di una pratica come la glossa in rete pensando che si stia facendo la stessa cosa. Sociologicamente parlando (scusate l’avverbio), l’uomo della glossa da manoscritto era un uomo completamente diverso da noi nativi o immigrati digitali, così come lo è il lettore di entrambi i periodi. La sovrabbondanza dei commenti dei vari ipertesti che circolano per la rete non rischia di far perdere quelli del commentario critico nello spazio dell’etere o contribuire al frastuono caotico di cui scrive Bertante? Con il libro c’era la selezione. E quell’oggetto ancora oggi è reperibile, contestualizzabile, perché catalogato in biblioteca. E il commentario critico?
Segnalo, per restare in tema di montaggio, autorialità e scrittura collettiva, l’articolo di Maggini & Raveggi:
http://www.carmillaonline.com/archives/2009/11/003240.html
Segnalo, per restare in tema di montaggio, autorialità e scrittura collettiva, l’articolo di Magini & Raveggi:
http://www.carmillaonline.com/archives/2009/11/003240.html
@Renata: accetto ben volentieri la tua osservazione sul valore dei contesti di produzione e ricezione dall’atto del discorso, una questione in cui non ero entrata perché l’articolo sarebbe stato incentrato solo su quello. È vero che Garland fa riferimento esclusivamente al lato stilistico e non dà rilievo a quello dell’autorità, sarebbe però interessante vedere anche quanto al contesto di produzione e di ricezione della Bibbia sia stata attribuita autorità nel tempo tramite un’accurata costruzione mediatica, e quanto di autorità invece c’era momento generativo di quel testo. Come è stata generata la Bibbia in prima istanza? Ne sappiamo qualcosa? Il testo che riceviamo noi è sovraccarico di autorità, ma nessuno può sapere se un testo nato con altre forme di comunicazione possa col tempo essere storicizzato in modo tale da acquisirne altrettanta. In altre parole, l’opera di storicizzazione del testo è un discorso *intorno* al testo, ma non appartiene al testo in sé.
@Stefano: credo che alla tua domanda possa rispondere in maniera abbastanza esaustiva l’articolo pubblicato oggi da Gregorio Magini e Vanni Santoni (alias SIC) su Carmilla, cioè quello che ha linkato Simone, che è molto vicino al mio punto di vista.
Sulla seconda questione, invece, cioè se la rete darà più ordine all’universo dei libri, se si tratti di una normalizzazione, a me pare il contrario, cioè mi sembra, da quello che vedo, che si sia innescata una certa anarchia nella diffusione del testo letterario (pubblicabile in print on demand, scaricabile in pdf in CC-licence, consultabile su google libri, etc), e mi sembra che questo sia solo salutare, perché, come spiegano anche i SIC, ciò porta a dover decidere cosa acquistare, e non necessariamente ciò che si acquista in rete è ciò che viene marketizzato in modo tale da divenire best seller nelle librerie. Secondo me la questione che si pone, allora, riguarda le strategie di marketing differenziato per il cartaceo e per la rete, e a me pare che attualmente la viralizzazione sia più efficace rispetto al marketing del cartaceo, perché c’è uno slittamento di attenzione dall’autore come fenomeno massmediatico all’autore interagente in rete (che poi è quello che uso della viralizzazione). Questo discorso non ha alcun valore se si parla di qualità letteraria. Voglio chiudere con questa frase lapidaria, perché sia chiaro che da parte mia non confondo la qualità letteraria con l’intelligenza nella comunicazione, due pratiche che hanno finalità molto diverse. Affermare che la rete impatta sul testo vuol dire che impatta sulla sua diffusione e su alcune pratiche di scrittura (come sottolineato dall’articolo di Magini e Santoni), ma a mio avviso la qualità del testo rimane un valore non toccato da queste pratiche, qualunque sia il modo in cui viene prodotto.
@Emanuela: la glossa è una delle molte pratiche di risposta al testo. Il lettore del manoscritto/libro e il lettore in rete sono lettori diversi perché acquisiscono il testo con due modalità differenti, come mette in rilievo Macintyre traendone conclusioni errate; questo lo abbiamo visto. La sovrabbondanza di commenti in rete per me non rischia di fare perdere proprio niente: quello che ho cercato di fare qui è dimostrare che il commentario critico è quello che resta al netto del frastuono caotico, ammesso che le pratiche di affermazione del sé in Rete si possano definire in questo modo (sarà frastuono per chi si infastidisce: per me è semplicemente una pratica, che in alcuni casi mi va bene, in altri no, ma sta a me filtrare ciò che mi interessa in un determinato contesto). Quello che, se vogliamo continuare a chiamarlo così, è frastuono caotico (o rumore di fondo, ecc, è stato definito in vari modi) – cioè ciò che eccede il commentario critico – si può evitare di generarlo solo nel momento in cui si crea una consapevolezza della critica testuale in Rete. Non dico che questa pratica debba essere normalizzata, perché per me la normalizzazione è già morte della critica. Ma quando sarà acquisita la differenza fra le due pratiche, quella di commentario, e quella di affermazione del sé, che sono ben distinte, allora sarà chiaro quale sia lo scopo di scrivere commenti critici in calce ai post che non contengano riferimenti urticanti diretti all’interlocutore. Esempio: anche se ti conosco da tempo, in questo contesto non ha nessun senso che io faccia riferimento al nostro rapporto di amicizia, semplicemente perché questa non è corrispondenza privata e chi ci legge non vuole sapere cose che ci riguardano. Non è “la rete” dove ognuno scrive quello che gli pare tanto chissenefrega, ma è un commentario critico che stiamo costruendo e che potrà in seguito essere consultato e a sua volta criticato in altre forme e su altri supporti (un post, un articolo su quotidiano, una pubblicazione accademica, ecc.) La Rete non è il contesto, ma semmai il supporto, il mezzo. Cosa c’entra tutto questo con la glossa? C’entra, perché questa qui in cui ti comunico queste cose è di fatto una mia glossa alla tua glossa al mio testo: che ti piaccia o meno, questa cosa l’ho scritta su carta (in treno) avendo stampato il mio articolo contente il tuo commento, che ho glossato a matita, e ora sto ricopiando in un file Word, da cui poi copincollerò nella finestrella del commento. Se la questione riguarda la pratica di lettura, il tuo commento l’ho letto e riletto su carta, e non a video.
Urcà, prima ho scritto Magini con due gg, ma mi son subito corretto, ma adesso mi rendo conto d’aver confuso il Santoni col Raveggi! Sai adesso come si arrabbiano entrambi… verrò ripudiato dalle patrie lettere!!!
Non ho avuto tempo di commentare, nè di radiare il Ghelli dalla pax augusta Nouvelle Vague fiorentina-romana.
Prometto che il weekend porterà giustizia.
p.s. Maggini Raveggi e Santonni.
Grazie Claudia. Non sono così convinto, come te, che la rete porti soprattutto “una certa anarchia … salutare”, perché secondo me la rete istituisce anche nuovi rapporti di potere (capitalistici: intellettuali e di mercato), che sono ancora tutti da indagare. Una cosa che mi ha sempre colpito, ad esempio, a proposito di quello che scrivi tu sulle “strategie di marketing differenziato per il cartaceo e per la rete”, è che la rete (almeno finora) guarda per lo più “fuori”, cioè ciò che ha successo in rete punta a venire istituzionalizzato nell’editoria, nel giornalismo, nel mercato, nell’opinione pubblica, ecc. Ciò che si pubblica in rete, inoltre, ambisce per lo più a diventare inchiostro su carta (vedi Genna o Frasca). A me sembra che l’aspetto letterario (come cambia la scrittura grazie alla rete) sia (almeno per ora) più interessante di quello, diciamo così, economico, perché nel primo caso qualcosa cambia, mentre nel secondo (a me pare, ma smentiscimi, ne sarei felice) si confermano solo meccanismi ben risaputi del capitalismo avanzato (pubblicità, rumore di fondo, finalità di successo e vendita senza mediazioni del giudizio e della valutazione critici, immediatezza della fruizione, ecc.).
La scrittura rese più stabile il potere rispetto all’oralità e la stampa ancora di più rispetto al manoscritto (grazie Emanuela, hai capito benissimo cosa volevo dire). La rete secondo me sta costruendo un potere ancora più forte di quello già iperselettivo, iperclientelare, ipercapitalista dell’editoria e del giornalismo. Primo, non tutti vi hanno accesso (anche per ragioni di tempo, il che non è affatto secondario, perché, come insegna zio Paperone, “il tempo è denaro”). Secondo, non tutti quelli che vi hanno accesso riescono ad avere eco e risonanza pubblica. Terzo, non tutti quelli che hanno ricadute pubbliche sanno trasformarle in successo e soldi.
Come si fa tutto ciò? Io non lo so, e mi piacerebbe saperlo!
Tuttavia, come il mercato non è la misura della qualità, così non può esserlo la presunta democrazia della rete. Sui limiti della democrazia nell’età dei media si è già scritto molto, ma molto ancora andrebbe scritto. Io non ho paura della rete, figuriamoci, non ho ancora l’età per averne paura, ma credo che sia arrivato il momento di capire come funziona (non solo per gli “utenti terminali”, come fa quell’imbecille con le escort, ma, appunto, nelle radici del sistema). Altrimenti tutto si riduce alla solita retorica pro o contro, nuovo o vecchio, rete o cartaceo, contrapposizioni funzionali solo a lotte di potere, ma che non portano da nessuna parte sul piano culturale.
Ultima osservazione, di carattere (quasi) personale. La storia delle avanguardie otto-novecentesche (in tutte le loro declinazioni, vecchie e neo) è purtroppo costellata dal meccanismo contro=conferma: si parte contro, facendo casino nel nome della giovinezza e del futuro, e si finisce con l’occupare il potere, nel nome dell’avvenuta rivoluzione. “Marinetti è diventato accademico e fa polemica contro la pastasciutta”, commentava Gramsci, per avvertire che la polemica non è l’anima della politica (intesa come valore anzichè com affermazione personale): serve ai singoli, ma politica è senso critico, dialogo e confronto. A questo, secondo me, il web può servire.
Claudia, capisco ed in parte condivido il discorso che facevamo ieri in privato sulla funzione di democratizzazione della rete, quando si circoscrive il discorso ad una possibile funzione di questa pratica: la formazione. Lasci che un testo sia aperto a tutti, che tutti possano commentarlo, senza applicare criteri di selezione all’entrata perché tutti possano esprimersi ed interagire culturalmente(ho capito bene su questo punto?). Non li applichi però in uscita quando dici che il “commentario critico è quello che resta al netto del frastuono caotico”. Come ricavi il netto? Selezionando per attinenza, valore aggiunto al testo, rilevanza culturale del commento o altro? Questo mi sembra un aspetto interessante da chiarire.
In linea di principio condivido questa pratica, purché sia chiara la funzione. Se parliamo di critica letteraria volendo anche uscire dalla torre di avorio ed immaginando un “luogo” in cui culture diverse possano interagire, non credo che debba comunque sfuggire lo scopo della comunicazione. Quel lordo per me deve avere un significato, altrimenti è oggetto indistinto, frastuono caotico.
@Stefano: hai sollevato delle questioni importantissime e condivido totalmente il quadro che hai fatto della situazione.
@Stefano: tu dici che ciò che ha successo in rete punta a venire istituzionalizzato nell’editoria, nel giornalismo, nel mercato, nell’opinione pubblica. Questo argomento è stato ampliamente dibattuto nel corso degli anni si veda per esempio “Pratiche collaborative in rete”, a cura di M. Mapelli e R. Lo Jacono, cioè i fondatori di questo blog, Ibridamenti, pubblicazione in cui si trova una serie di osservazioni sulle dinamiche interne ad un blog di ricerca e altri argomenti, fra cui proprio la questione dell’aspirazione al cartaceo. Molto del materiale lì dentro si può tranquillamente applicare al nostro laboratorio PolifoNIE.
Genna, che tu citi, non è un buon esempio di materiale pubblicato in rete che diventa inchiostro su carta, perché non ha mai scritto in rete con l’ambizione di pubblicare, ma nasce come scrittore pubblicato da una casa editrice molto grossa, anzi la più grossa in Italia, e conta un unico libro distribuito in rete tramite Lulu.com (Medium), la cui genesi neppure si può far risalire alla scrittura in rete. Ciò che fa Genna, invece, è mettere a disposizione i materiali tramite cui sia possibile risalire alla genesi e comprendere la poetica che sottende ai suoi testi. Fa divulgazione, ma la sua scrittura non è influenzata dalla rete, anzi all’inverso si può asserire che la sua scrittura implica un lavoro filologico molto accurato (la scrittura densamente popolata di cui parla Emanuela nell’analisi di IDP), e cioè l’esatto contrario. E qui arrivo al tuo punto su come cambia la scrittura grazie alla rete. Credo che si possa affermare sulla base di diversi campioni (ma necessiterebbe un’analisi accurata di tipo socio-linguistico, dell’esistenza della quale non sono al corrente) che la scrittura è cambiata in seguito alla pubblicazione in rete, e comunque già da tempo si parla di ritorno dell’oralità sia nella pratica di commento, che in rapporto allo stile “parlato” della rete.
Il fatto che non tutti vi abbiamo accesso dipende da diversi fattori che secondo me non hanno a che vedere con il capitalismo avanzato, ma riguardano piuttosto l’interesse. Ha accesso alla rete chi prova interesse per essa. Dopodiché si può affermare che l’interesse è un prodotto dell’educazione, dell’accesso all’informazione, e qui sono d’accordo con te. In un paese con un’età media avanzata come il nostro è più che naturale che uno strumento complicato come la rete riscuota interesse solo nella fascia meno numerosa della popolazione e cioè quella che comprende le generazioni nate a partire dai tardi anni ’60. Rimango però convinta che l’interesse (applicando davvero il più largo spettro di accezioni a questo termine) stia alla base dell’accesso. Riguardo invece la risonanza, non sono molto d’accordo, perché le modalità di diffusione capillare per cui chi utilizza la rete riesce ad avere risonanza pubblica sono abbastanza semplici e ampliamente utilizzate (viralizzazione su tutte). In realtà, per fare un paragone, non mi sembra che della stragrande maggioranza di giornalisti (cioè coloro che hanno accesso diretto al mezzo di comunicazione cartaceo più diffuso e autorevole) si sappia molto più di quanto si sa della stragrande maggioranza dei blogger. La questione del profitto e del successo la lascerei in sospeso, perché questo è un discorso che viene affrontato molto spesso in rete e non vedo ancora una via praticabile: a parità di sforzo ed esito qualitativo, un articolo pubblicato su un blog non frutta nulla, mentre uno su quotidiano sì: perché?
Sul futuro utilizzo della rete ti rimanderei al blog di Seth Godin, guru internazionale di marketing dove non troverai nulla che abbia a che fare con la letteratura né tanto meno con la critica letteraria, ma ci trovi invece una interessante visione su come il virtuale possa penetrare il reale, cosicché le due piattaforme (volendo vedere il reale come una piattaforma) possano coesistere invece di cozzare come hanno fatto finora, visto che anche in quello che già si definisce il web 2.0 continua ad essere alienante e a confliggere con la normale attività umana. Invece, come dice Godin, sarà interessante vedere come la rete potrà compenetrare questa attività, e potenziarla nel senso dell’aggregazione dello sfruttamento dei contenuti e delle informazioni in tempo reale e dentro il mondo, non dentro la stanza separata dal mondo.
La tua ultima osservazione, non fa che confermare quello che abbiamo detto fin qui.
@Emanuela: tutti e tre i criteri che indichi a me sembrano utili nella direzione di quel filtraggio.
Quel lordo è invece più complesso, in quanto secondo me ha senso per un diverso tipo di pratica di rete. Il fatto che si filtri non significa che si butta quello che non serve. Personalmente trovo di interesse anche altre pratiche di tipo aggregativo/conflittuale, che tuttavia per me non costituiscono CC al testo per il motivo molto semplice che non agiscono su di esso, ma sull’identità di chi partecipa alla discussione, che non è la finalità del CC.
@Claudia. Grazie per la risposta ricchissima e stimolante! Puntualizzo solo che a me non interessa cosa Genna (o chicchessia) VOLESSE fare (l’intenzione, su cui non si sìndaca), ma è un fatto che l’industria culturale (non gli autori, ma certo spesso con soddisfazione degli autori) tende a portare fuori dalla rete ciò che ha successo in rete, dandogli forma di oggetto commerciale (libro, disco o altro). Nella musica sono migliaia gli esempi di download gratuiti che diventano dischi (o simili) e vengono venduti persino di più di quanto erano stati downloadati! [se anzi me ne ricordi alcuni mi fai un piacere, perché la mia ignoranza e la mia memoria qui fallano - errare e mancare]
La domanda è cioè molto semplice (ma risposte ci sono già, come mi hai avvertito): quanto la rete -PER ORA- è un veicolo di poubblicità anziché un universo culturale autonomo? Sottolineo “culturale”, perché è ciò di cui stiamo parlando, no?
C’è un libro, molto aggressivo e molto fazioso, di Arturo Mazzarella, La grande rete della scrittura (da me recensito criticamente su “Allegoria”), che ha cercato di vedere come sono cambiate le strategie narrative a seguito della diffusione delle tecnologie digitali. Dal punto di vista dell’analisi narrativa il libro è ottimo, anche se falla (erra e manca) dal punto di vista linguistico, è contraddittorio sul piano progettuale (ideologicamente ammiccante, ma incoerente rispetto alle premesse) ed è inutilmente trombonesco (io so e voi no). Però del buono c’è e non gli va negato.
Resta vero, ancòra, che il potenziale dirompente dei nuovi strumenti di diffusione culturale (così la rete come la stampa come la scrittura) è spesso strumento spregiudicato di chi vuole un riconoscimento tradizionale: cioè può essere (non è, ma può essere) un cane che si morde la coda. C’è un’intera generazione di professori universitari di letteratura che è arrivata all’università non attraverso le forme tradizionali (ancorché mafiose, ma fondate sullo studio e la ricerca), bensì attraverso il giornalismo (o i media). Sai bene che ora c’è ersino chi cerca di costruirsi una carriera accademica attraverso la rete! Sono contraddizioni (e problemi) con cui dobbiamo, politicamente, fare i conti. Può andare benissimo, naturalmente, ma si dovranno rivedere parametri e paradigmi: se un grande blogger va a insegnare letteratura, vorrà dire che o è cambiata l’idea di letteratura (finalmente) o il blogger sarà un professore catastrofico (perché non è competente rispetto alle finalità della formazione, ancorché criticabili).
@Stefano, credo che il tuo ultimo inciso – “ancorché criticabili” – dica molto, non perché io pensi che dalla rete si possa entrare in un’aula universitaria, ma perché penso che dall’accademia dovrebbe arrivare un’autocritica radicale su cosa sia veramente formativo. Penso che, indipendentemente da tutte le cose condivisibili che dici, la rete sia un mezzo il cui potenziale formativo va sfruttato senza riserve, senza se e ma, ma aprendo completamente alla possibilità di creare un network interattivo anche fra studenti entro cui divulgare concetti e permettere agli utenti di svilupparli in completa autonomia e con il supporto della comunità. Inoltre, penso che sia utile pensare alla rete come a un complemento dell’attività umana, e in questo senso mi sembra che il discorso sulla penetrazione del virtuale nel reale portato avanti dai teorici del web 3.0 (anche 4.0 oramai) abbia dei risvolti che tolgono alla rete ogni connotazione di alterità e conflittualità rispetto alla vta vera, che è anche accademica.
Le tesi di Mazzarella su rete e lettereratura come sai non ho avuto modo di esplorarle ancora, tuttavia non credo si possa negare che è in corso in questo periodo una mutazione delle strategie narrative grazie alla rete, e come esempio per chi volesse verificare indico la produzione transmediale di Scrittori Precari.
“Siamo diventati come l’uomo paleolitico più primitivo, di nuovo vagabondi globali; ma siamo ormai raccoglitori di informazioni piuttosto che di cibo. D’ora in poi la fonte di cibo, di ricchezza e della vita stessa sarà l’informazione. Trasformare tale informazione in prodotti, a questo punto, è un problema che riguarda gli esperti di automazione e non più una questione che comporta la massima divisione del lavoro e delle capacità umane. L’automazione, come tutti sappiamo, permette di fare a meno della forza lavoro. Questo terrorizza l’uomo meccanico perché non sa che cosa fare nella fase di transizione, ma significa semplicemente che il lavoro è finito, morto e sepolto (…).
Quando nuove tecnologie si impongono in società da tempo abituate a tecnologie più antiche, nascono ansie di ogni genere. Il nostro mondo elettronico necessita ormai di un campo unificato di consapevolezza globale; la coscienza privata, adatta all’uomo dell’era della stampa, può considerarsi come un cappio insopportabile rispetto alla coscienza collettiva richiesta dal flusso elettronico di informazioni.
In questa impasse, l’unica risposta adeguata sembrerebbe essere la sospensione di tutti i riflessi condizionati. Penso che, in tutti i media, gli artisti rispondano prima di ogni altro alle sfide imposte da nuove pressioni. Vorrei che ci mostrassero anche dei modi per vivere con la nuova tecnologia senza distruggere le forme e le conquiste precedenti. D’altronde, i nuovi media non sono giocattoli e non dovrebbero essere messi nelle mani di Mamma Oca o di Peter Pan. Possono essere affidati solo a nuovi artisti.”
(Marshall McLuhan: http://letterepaoline.wordpress.com/2009/01/22/un-inedito-di-mcluhan/
Solo per dire, Claudia, che sono d’accordo con te, sì, sulle potenzialità della rete, ma chi sono gli artisti che sapranno gestirla?
Troppi trascorrono dieci o più ore al giorno davanti al computer, passivamente anziché creativamente. Ok l’ottimismo, ma ci sono anche i rischi. Sul resto, mi affido a te e agli artisti!