“Scrittori all’Arsenale” – Maddalena Mapelli (video)

maddalena mapelli
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“scrittori all’Arsenale” maddalena mapelli from ibridamenti on Vimeo.

Le slide che completano l’intervento

Appunti

Maria Maddalena Mapelli, La violazione degli interdetti in rete. L’account Facebook Aldo Nove.

Le nuove narrazioni in rete: la faceless revolution di Wu Ming

E’ possibile utilizzare la scatola degli attrezzi che Michel Foucault consegna al ricercatore, nella prospettiva  di un approccio genealogico al virtuale? Nel caso, come riteniamo, che la risposta sia positiva, un approccio genealogico al virtuale dovrebbe anzitutto rendere conto dei dispositivi di produzione di immagini virtuali. In senso foucaultiano i dispositivi si rivelano quindi come “macchine per far vedere e per far parlare”, come “regimi, da definire, del visibile e dell’enunciabile”, regimi di eventi discorsivi e non discorsivi al cui interno sono rintracciabili “linee di visualizzazione” e “linee di enunciazione” (Gilles Deleuze, Qu’est-ce qu’un dispositif) e, ancora, linee di fuga e di rottura innescate da precisi processi di soggettivazione.

Il gruppo di ricerca di Ibridamenti indaga la permanenza o meno, nei mondi virtuali contemporanei, dei tratti distintivi dei dispositivi di produzione di immagini virtuali, presenti fin dall’antichità, in occidente: i cosiddetti dispositivi-specchio.
Per dispositivi-specchio intendiamo dispositivi che producono immagini virtuali e perciò le “macchine per far vedere” e per “far parlare” generate all’incrocio tra saperi, pratiche (techne, arti) e poteri: dalla catrottica euclidea, alla prospettiva di Brunelleschi, dallo specchio muto che è solo simbolo, allo specchio-metafora (metafora dei teologi, dei mistici e degli eretici, soglia, mai definita, tra uno e molteplice, visibile e invisibile, umano e divino, finito e infinito, documentale e finzionale… dispositivo e soggettivazione), allo specchio come metodo per conoscere ed accedere alla verità (dalla rivalutazione della facoltà aristotelica della phantasìa in età umanistico rinascimentale alla recente scoperta dei neuroni-specchio). E ancora: lo specchio “maestro de pittori” (Leonardo da Vinci) o lo specchio come dispositivo semiotico che, in età umanistico rinascimentale, entra nell’opera d’arte (Van Eych) per divenire poi autoritratto e ritratto (…) proprio nel momento in cui si affina l’arte di fabbricazione degli specchi piani con l’invenzione del cristallino – per approdare ai dispositivi-specchio contemporanei che generano, incessantemente, attraverso gli schermi dei nostri computer, immagini virtuali.

Fatte salve le discontinuità e le linee di frattura presenti nella storia di lunga durata dei dispositivi-specchio, un elemento di continuità è rintracciabile nel fatto che, da sempre, l’immagine virtuale – l’immagine generata da uno specchio piano – appartiene all’ambito della techne: le immagini virtuali prodotte da uno specchio piano sono frutto di una techne di produzione umana (il loro statuto ontologico, quindi, è differente da quello dei riflessi naturali, come l’immagine riflessa di Narciso che si specchia ad una fonte d’acqua, o le ombre della caverna di Platone): sono artificio, illusione, inganno (allucinazione). Ecco che gli stessi dispositivo-specchio veicolano regimi discorsivi constrapposti a seconda che in essi prevalgano la valorizzazione o la non-valorizzazione della techne, della capacità, tutta umana, di produrre, nel nostro caso, immagini virtuali. E, a seconda del prevalere o meno di istanze differenti, si generano diverse vie di fuga nei processi di soggettivazione, i quali non possono essere indipendenti dalle caratteristiche del dispositivo stesso che, in parte, li costituisce.

Nei dispositivi-specchio gli esiti interpretativi non sono generalizzabili, ma sono sempre e solo riferiti ai processi di soggettivazione riscontrati (e resi possibili) entro un preciso dispositivo: qualora le linee di soggettivazione determinino il superamento del dispositivo cui si erano sottratte,  si tratterà di indagare le caratteristiche del nuovo dispositivo creato: dei nuovi regimi del visibile e dell’enunciabile (far vedere e far parlare) instaurati.

Si presentano quindi gli esiti di due studi di caso. Il primo riferito all’osservazione dell’account Facebook Aldo Nove e il secondo al sito Wu Ming.

OUT Facebook di Ibridamenti è una sperimentazione di narrazione collettiva generata su Facebook, la cui ideazione è avvenuta nell’account Facebook di Ibridamenti a partire dalle interazioni alla nota dal titolo Facebook-OUT-Bozze… esportiamo il meglio di FB per andare oltre il dispositivo (2 giugno 2009). L’acronimo OUT-FACEBOOK significa Organizzatore Umano Tematico e sintetizza il senso della sperimentazione: andare oltre il dispositivo Facebook è significato, per noi, in quella fase, aggregare attraverso osservatori umani (gli utenti stessi di Facebook) i contenuti degli status che altrimenti sarebbero rimasti voci indistinte, destinate presto a scomparire, nel flusso incessante degli aggiornamenti che scorrono nelle nostre bacheche. Link utili, dalla nota su Facebook in cui si è discusso, alle sperimentazioni attuate.

Prima nota su Facebook
http://www.ibridamenti.com/dalla-rete/2009/07/di-status-in-status-%E2%80%93-il-terremoto-versione-facebook-controinformazione2/ ;

Di status in status: le elezioni versioni Facebook.
http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2009/06/di-status-in-status-le-elezioni-versione-facebook/ ;

Di status in status: il terremoto versione Facebook (controinformazione/1);
http://www.new.facebook.com/notes.php?id=1271292372&start=10#/note.php?note_id=93839606975 ;

Di status in status: il terremoto versione Facebook (controinformazione/2);
http://www.ibridamenti.com/dalla-rete/2009/07/di-status-in-status-il-terremoto-versione-facebook-controinformazione1/ ;


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