l’università del futuro - umberto margiotta [video/introduzione al tema]

maddalena mapelli
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Umberto Margiotta lancia su Ibridamenti la sua idea di università del futuro. E’ una università diversa da quella attuale. Dice alla fine dell’intervento registrato a Venezia il 13 novembre 2008:

Noi abbiamo bisogno di un salto di qualità

Le idee attorno alle quali ci invita a riflettere a mo’ di introduzione al tema “L’Università del futuro” che stiamo discutendo su Ibridamenti sono:

1) Università intesa come sede dell’innovazione

2) Università come luogo per costruire il futuro per la società della conoscenza

3) Università come comunità formativa

4) Una università a rete in cui le singole autonomie non vivano più sole, abbiamo bisogno di una rete diffusa del territorio che esprima eccellenze

5) Una università dei dipartimenti, in  cui i dipartimenti, prima ancora delle Facoltà, gestiscano i corsi di laurea in modo da creare percorsi integrati e formativi

6) Una università in cui didattica e ricerca non siano divise

7) Una università che abbia con le imprese un rapporto adulto

8 ) Una università in cui si parlino molte lingue

35 Commenti

  1. stavo riflettendo su quanto propone Umberto Margiotta in questo video e anche se si tratta solo di un’introduzione al tema… mi segno questo primo appunto:

    se si sostituisce il termine Università con quello di Comunità virtuale (o blog collettivo) insomma con il termine di Community (intesa come luogo virtuale in cui si attivano pratiche collaborative in rete finalizzate alla ricerca)il discorso funziona nello stesso modo…

    L’università del futuro, potrebbe avere le stesse caratteristiche delle Community finalizzate alla ricerca che la rete (il web) già conosce?

  2. RLJ RLJ scrive:

    Quale miglior momento in Italia per pensare a una nuova Università ? ;-)

    Concordo con tutti i contenuti e gli stimoli proposti da Margiotta; è un “momento di discontinuità” a livello internazionale che, seppur con sofferenze, porterà a un “nuovo modo di fare le cose”, nuovi modelli, nuove stili, nuovi approcci, talora (probabilmente spesso) nuove persone. Il mondo sta un po’ cambiando, speriamo di riuscire ad inserire in questo movimento anche l’Italia (timido scetticismo); speriamo di riuscire ad inserire anche l’Università italiana.

    Bye, RLJ

  3. ibrid@menti scrive:

    l’università del futuro - umberto margiotta lancia il tema [video]…

    Video - introduzione su Ibridamenti in cui Umberto Margiotta lancia il tema su cui discuteremo per un anno. Il video lo potete vedere e commentare qui In sintesi i punti emersi finora: 1) Università intesa come sede dell’innovazione 2…

  4. università del futuro - primo video…

    Video - introduzione su Ibridamenti in cui Umberto Margiotta lancia il tema su cui discuteremo per un anno. Il video lo potete vedere e commentare qui In sintesi i punti emersi finora: 1) Università intesa come sede dell’innovazione 2…

  5. RLJ RLJ scrive:

    …. riprendo lo stimolo di Maddalena: il web (inteso come persone, modelli, stili, regole, strumenti, approcci, etc) ha già insito per natura “quel nuovo” di cui parlavo nel commento precedente. Nel web le community di solito funzionano e producono approcci collaborativi e contenuti condivisi che difficilmente Commissioni (para) Statali, Enti Governativi o altre iniziative similari riuscirebbero a produrre; è una questione di culture diverse, regole diverse e di obbiettivi (quelli reali, non quelli dichiarati) diversi.

    STOP, scusate, fine della polemica, guardiamo avanti e proviamo a dimostrare anche a chi non ci crede che esiste un modo diverso di fare le cose.

    Sperem …., RLJ

  6. + BLOG scrive:

    l’università del futuro - video introduzione al tema…

    Video - introduzione su Ibridamenti in cui Umberto Margiotta lancia il tema "L’università del futuro". Per un anno tutti siamo invitati a discutere. Il video lo potete vedere e commentare qui In sintesi i punti emersi finora: 1)…

  7. storiedaibrido scrive:

    l’università del futuro su ibridamenti.com…

    Video - introduzione su Ibridamenti in cui Umberto Margiotta lancia il tema "L’università del futuro". Per un anno tutti siamo invitati a discutere. Il video lo potete vedere e commentare qui In sintesi i punti emersi finora: 1)…

  8. RedPasion scrive:

    Che piacere sentire esporre queste linee guida così essenziali così fondamentali così semplici per il futuro della nostra università…
    eppure sembra un sogno… questo progetto per il futuro…

  9. Mario Galzigna Mario Galzigna scrive:

    L’UNIVERSITA’ DEL FUTURO E LA GENERAZIONE DEI CONTENUTI

    I nuovi modi di produrre conoscenza - di generare contenuti - promossi e favoriti dalla rete non sono facilmente esportabili, oggi, dentro l’Università. O meglio: potranno essere esportati solo nella misura in cui l’Università si ristrutturerà al suo interno, realizzando modelli effettivamente interdisciplinari, cooperativi, partecipativi. Gli stessi modelli, a ben guardare, di cui ci parla Umberto Margiotta nel suo intervento.

    Lunedì 3 novembre, in un editoriale comparso sul Mattino di Padova (sulla Nuova Venezia, sulla Tribuna di Treviso), scrivevo:
    “Lo studente [...] non dovrà più essere destinatario passivo di una comunicazione verticale di stampo autoritario, ma co-protagonista di una generazione dei contenuti che venga anche dal basso. I modelli top-down e bottom-up (dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto) devono integrarsi. Devono diventare complementari. Un ambiente de-istituzionalizzato (la piazza) e la presenza di un movimento di massa possono davvero, oggi – qui, subito – favorire la scelta di questa strada. Una strada che dovrà trovare, domani, una felice continuità, una ricaduta virtuosa, nell’ambito di una Università rinnovata e democratica”.

    Cercavo, nel mio editoriale, di individuare un’idea-forza capace di rispondere adeguatamente alla domanda di conoscenza e alle istanze di rinnovamento finora emerse nel movimento dell’Onda.
    Una struttura gerarchico-autoritaria (quella dell’Università oggi) dovrà mettere in discussione se stessa, dovrà mettere in crisi i modelli tradizionali di produzione della conoscenza: solo a queste condizioni sarà possibile far funzionare
    l’integrazione di cui parlo nel mio editoriale.
    Mario Galzigna

  10. Vittorio Vittorio scrive:

    Maddalena, è un tema importantissimo. Vista la disponibilità datami dall’amico Rettore Ghetti proprio su questo tema (per fine novembre/primi dicembre) e la qualificatissima figura del prof. Margiotta, sarebbe bello se unissimo le forze anche con altri per organizzare un’iniziativa. Colgo l’occasione per inserire qui di seguito i contenuti del quadro relativo alla mia AREA DI RICERCA “FORMAZIONE E LAVORO”:

    AMBITI DI ATTENZIONE
    Numerose Istituzioni si occupano dei temi dello sviluppo, dell’innovazione e del lavoro. Con lo sguardo rivolto all’Italia europea, ci sono ad esempio il CNEL e le CCIAA, le Agenzie e gli Enti internazionali, europei, nazionali, regionali e locali fino alle Fondazioni e centri studi pubblici e privati.
    Quasi come in altre parti d’Europa, gli Albi Professionali e le Associazioni di Categoria sono importanti organizzazioni di tutela, proposta e sviluppo. Rappresentano singoli e imprese nei più svariati settori di attività.
    I sistemi dell’Educazione, Istruzione, Formazione e Ricerca Universitaria pubblica e privata rispondono a programmi orientati all’autonomia;
    Le nuove tecnologie facilitano il lavoro e la vita quotidiana, ma c’è la necessità di agire sul “trasferimento tecnologico”. Gli esperti prevedono interessanti sviluppi a tutti i livelli e la nascita di molte professioni innovative.
    Se da una parte le ICT o le nanotecnologie possono correre il rischio di generare il cosiddetto “tecnodivide”, dall’altra sono un’oggettiva opportunità di sviluppo per qualsiasi ambito e professione.

    DOMANDE GUIDA
    Come si stanno riorganizzando i vari sistemi del sapere (Università in primis), per diventare dinamici laboratori di innovazione per l’intera società?
    Che direzioni sta prendendo questa nuova fase dalla società post-industriale a quella dell’informazione/conoscenza?
    Che importanza hanno la “professioni praticate” ai vari livelli di responsabilità lavorativa anche in funzione delle diversità europee?
    Quali relazioni di utilità, di affinità, di distretto territoriale o di filiera, … tra i vari saperi ed esperienze?
    Come nascono i nuovi mestieri? In che modo essi recuperano i valori maturati dalle professioni tradizionali, storiche o in declino? Quali investimenti sono oggi opportuni in merito alla Formazione e la Ricerca?
    L’evoluzione del mondo del lavoro segue ancora una dinamica costante o l’avvento delle nuove tecnologie sta radicalmente cambiando i sistemi di lavoro?

  11. Mario Galzigna Mario Galzigna scrive:

    A Vittorio Baroni.
    Interessante la tua proposta. Credo valga la pena unire le forze in campo, creando nuove sinergie e nuovi livelli di progettualità. Grazie ad una iniziativa del nostro prorettore, il collega Umberto Margiotta, il 12 dicembre parteciperò, a Treviso - assieme a Maddalena/Ibridamenti - ad un importante Seminario interdisciplinare sull’Università del futuro, dove questi temi saranno all’ordine del giorno. Ho preso contatti con Michel Authier (autore, con Pierre Lévy, di Gli alberi di conoscenze) che porterà un suo contributo. Credo che l’iniziativa potrebbe interessarti.

    Scrivi, tra l’altro: “Come si stanno riorganizzando i vari sistemi del sapere (Università in primis), per diventare dinamici laboratori di innovazione per l’intera società?”
    Ecco: credo che su questo tema in particolare (vedi il mio commento sopra) dovremo confrontarci.

  12. Vittorio Vittorio scrive:

    @Mario, ti ringrazio dell’invito all’iniziativa della quale mi indicherai un link con il programma per comprendere meglio il contesto. Ti ringrazio anche del’apprezzamento, ma considera che il mio è un approccio guidato dalla strategia dello Sviluppo Resiliente della quale sono autore.

  13. Mario Galzigna Mario Galzigna scrive:

    @vittorio
    ho letto il tuo sito e lo trovo molto stimolante
    Ti ho scritto una mail ora, con le mie coordinate
    Bye

  14. MacEwan Writer MacEwan Writer scrive:

    Il mio raporto con l’Università è sempre stato problematico, certo se penso alla possibilità di agire e interagire con l’università attraverso il mio computer e mi rivedo studente fuori sede (alla fine degli anni ‘70)che si doveva fare 180 Km al giorno per seguire le lezioni, non mi resta che sperare che dei margini di diversità nell’interazione Istituzione-Studente si possano creare.
    Tra parentesi, adesso nella mia città ci sarebbe un’ Università che allora non c’era,e i miei giovani concittadini usufruiscino di questo grande vantaggio: ma mi figuro che in questa frenesia di tagli possa essere a rischio.
    Poi è chiaro che Università e innovazione dovrebbero a andare a braccetto, e questo, dalla mia esperienza, dipende molto da chi l’Università la fa, poco da chi la frequenta.
    Le materie che mi sono rimaste, oltre alla preferenza personale, hanno molto a che fare con il docente che teneva il corso e da quanto ci coinvolgeva personalmente e praticamente in attività di ricerca…

  15. Ho frequentato l’università negli anni novanta. Facoltà umanistica, corso di laurea in Lingue e letterature straniere. Una piccola realtà di provincia, un piccolo mondo incantato, del tutto separato dal territorio circostante con i pro e i contro della circostanza.
    In quegli anni mi sono appassionata a studiare le lingue, la letteratura, la critica letteraria, la linguistica, la filologia ecc.
    Soltanto una parte delle lezioni erano tenute completamente in lingua. Ricordo chiaramente che avrei voluto utilizzare di più le lingue oggetto di studio.
    Lingue non solo come “oggetto di studio”, ma anche come apprendimento integrato di lingua e contenuti. Oggi si parla di CLIL (Content Language Integrated Learning).
    Come afferma Umberto Margiotta nel video, mi piacerebbe un’università in cui si parlino molte lingue.
    Torno nuovamente a quando ero all’università. Un’altra delle esigenze che sentivo era la necessità di tenere d’occhio il mondo del lavoro, ciò che accadeva fuori dall’ovattato ateneo.
    In questo ero diversa dalle mie compagne di liceo che frequentavano con me. Loro, infatti, preferivano dedicarsi unicamente allo studio. Rimandando a dopo la laurea l’attenzione al lavoro.
    Questa mia “curiosità” di guardare anche fuori mi ha portato a seguire un corso FSE di specializzazione in “Teleinformazione Internet”. La cosa mi allettava.
    Ancora prima di laurearmi, in anni pioneristici, ho iniziato a lavorare per l’ente gestore del corso FSE in un progetto di, come si diceva in quegli anni, “apprendimento a cielo aperto” sui temi della telematica.
    Non saprei dire che cosa sia meglio, se immergersi nella vita d’ateneo e vivere come uno studente ideale o guardare anche fuori.
    Credo che un’università che abbia un rapporto adulto con le imprese significhi, tra le altre cose, una realtà dinamica che si inserisca in maniera interdipendente con queste.
    Tornando a me.. una volta laureata ho iniziato a lavorare “con l’inglese” e, di qui a poco tempo, ho sentito un’altra necessità: continuare ad apprendere.
    Come lavoratrice della conoscenza non potevo e non posso fare a meno di smettere di conoscere.
    In una società complessa non ci si può fermare, bisogna continuare a formarsi e, pertanto, mi sono specializzata ancora.. e ancora..
    Incarichi diversi, esperienze di lavoro e di studio. La riflessione su ciò che facevo, ciò che mi accadeva mi hanno portato ad aprire un blog dove riverso un po’ tutto. E qui, con voi, su invito di Maddalena, in veste di blogger, nell’ottica della comunità e della rete, cerco di delineare un quadro assieme agli altri.
    Una visone di università del futuro.

  16. Indicate le coordinate dell’incontro di dicembre a TV?
    Grazie

  17. Rita Minello Rita Minello scrive:

    Nodi cruciali della formazione universitaria contemporanea

    L’Università è un’impresa della conoscenza per eccellenza a due titoli:
    a) genera e trasmette conoscenza e la certifica;
    b) impiega, elabora, integra conoscenza per il proprio funzionamento e il proprio sviluppo.
    Le migliori università del mondo si caratterizzano per le capacità di generare e diffondere nuove conoscenze che entrino nel circuito della valorizzazione economica e sociale dell’economia della conoscenza e di formare lavoratori della conoscenza validamente impiegabili nel mercato del lavoro.
    L’università contemporanea è sfidata nel suo modello formativo su più piani e a più livelli:

    • I destinatari della formazione, oltre ai giovani che frequentano full time l’università, nel prossimo futuro saranno studenti lavoratori e adulti che percorrono circuiti di lifelong education.
    • L’invisible college del personale universitario che nel passato si è posto in evidenza solo nei casi di ricerca o congressi, sarà sempre di più coinvolto in progetti in rete.
    • La conoscenza trasmessa sarà non solo conoscenza scientifica e esperta, ma in grande misura conoscenza tacita, contestuale.
    • I docenti saranno sempre di più non solo i docenti ufficiali dell’università ma esperti provenienti dal mondo del lavoro (manager, professionals, tecnici).
    • Sarà indispensabile l’adozione di forme di formazione e apprendimento a distanza.
    • L’attività didattica (sia insegnare che apprendere) sarà sempre più intrecciata con l’esperienza pratica, con esperimenti di intervento nella realtà, con la ricerca.
    • Il valore dei servizi forniti sarà sempre più legato - oltre che alla didattica - alla ricerca, alla documentazione, al supporto operativo, alla semplificazione gestionali, ecc.
    • La gestione della conoscenza e lo sviluppo dei knowledge workers non sono solo strumentali, sono l’essenza stessa dell’organizzazione e della gestione dell’Università.

    Il modello della cattedra e della lezione frontale, come dispositivi di trasmissione face-to-face, ad una via delle conoscenza, è superato in tutto il mondo, alla ricerca di nuove forme di generazione, accumulazione, trasmissione, condivisione delle conoscenze.
    Ciò richiede all’università di modificare i propri paradigmi rispetto a quattro dimensioni organizzative: l’idea di servizio, la gestione del processo di cambiamento, l’organizzazione e il modo delle università di stare in rete fra loro e con altre entità.

  18. Rita, benvenuta e grazie per il tuo articolato commento. Torno con più calma a riprendere le fila del tutto. A dopo…

  19. Rita Minello Rita Minello scrive:

    Grazie, Maddalena. In effetti, penso che l’alta formazione abbia diversi motivi per interrogarsi.
    Fra i più scottanti, in relazione al movimento dell’Onda: in che misura l’attività di ricerca condotta nelle diverse università, i suoi contenuti, i suoi metodi, sono visibili da parte degli studenti? In che modo siamo in grado di far sì che la natura scientifica degli studi di fornisca un profilo professionale a livello del primo ciclo di studi universitari? Quali sono le competenze che lo studio universitario offre a chi lo intraprende e quali sono i metodi e i contenuti più adeguati per garantirne il raggiungimento?
    So bene che molti di questi quesiti, pur con le debite differenze, sono alla base delle riflessioni condotte su alcuni aspetti introdotti nelle università europee dal cosiddetto “processo di Bologna”, in particolare sulla compatibilità dei curricula grazie a un sistema in tre cicli e all’adozione del sistema di crediti didattici, sulla mobilità degli studenti e dei laureati, sull’educazione continua, sulla cooperazione inter-universitaria per l’assicurazione di qualità.

    Ma sono convinta che, senza mutamenti profondi delle culture che ispirano la didattica - azione formativa di mediazione tra oggetti di conoscenza e soggetti che apprendono e, al contempo, luogo di esercizio della professionalità docente e di assicurazione della qualità dei servizi agli studenti – l’alta formazione rischia l’adeguamento ai requisiti minimi richiesti per l’accreditamento degli esiti di apprendimento (learning outcomes).
    Servono nuovi modelli didattici e nuove forme di insegnamento universitario.

  20. @ gianni, sì a breve verrà comunicato il programma definitivo.

    @ RLJ vai a vedere che anche questa volta è…il virtuale a creare il reale ;-)))

    @Vittorio, in effetti le domande sono quelle che poni tu.

    @MacEwan Writer: è ottimo il tuo spunto perché anch’io penso la stessa cosa e cioè che un percorso formativo sia un percorso di ricerca e che i docenti debbano continuare a “fare ricerca” assieme agli studenti per garantire percorsi seri…

    che è quello che sottolinea anche
    @giuliana
    “In una società complessa non ci si può fermare, bisogna continuare a formarsi e, pertanto, mi sono specializzata ancora.. e ancora..”

  21. @ Rita
    sottolineo questo tuo passaggio che ritengo perfetto per sintetizzare quanto finora emerso dalla discussione:

    L’attività didattica (sia insegnare che apprendere) sarà sempre più intrecciata con l’esperienza pratica, con esperimenti di intervento nella realtà, con la ricerca.

    e sottolineo anche questa tua riflessione che rilancio, perché contiene una definizione chiara e condivisibile del problema:

    Sono convinta che senza mutamenti profondi delle culture che ispirano la didattica - azione formativa di mediazione tra oggetti di conoscenza e soggetti che apprendono e, al contempo, luogo di esercizio della professionalità docente e di assicurazione della qualità dei servizi agli studenti – l’alta formazione rischia l’adeguamento ai requisiti minimi richiesti per l’accreditamento degli esiti di apprendimento (learning outcomes).

    Da dove ripartiamo? E’ possibile ripartire dai modelli delle Community di pratica in rete, e perciò da modelli formativi basati sull’interazione? sulla condivisione di pratiche prima ancora che di saperi? sul “mettersi insieme alla ricerca di”?

  22. Rita Minello Rita Minello scrive:

    Cara Maddalena, hai davvero colto nel segno prospettando un’università che si da community di pratica in rete! E’ chiaro, infatti, che il ritardo culturale della didattica universitaria si combatte sostenendo due importanti innovazioni:

    • La costruzione curricolare non solo di conoscenze di base, ma anche di competenze culturali e professionali mirate all’occupabilità come condizione per l’ integrazione sociale e lavorativa dei laureati.
    • il passaggio di centralità, dall’insegnamento dei professori, all’apprendimento degli studenti, per ridurre la dispersione e lo spreco intellettuale, prima che economico, nelle università.

    La didattica tradizionale evidenzia forti responsabilità sia nei rallentamenti della componente progettuale-organizzativa dei curricoli di studio sostenibili e spendibili, sia nei ritardi della componente comunicativo-valutativa di strategie di individualizzazione dell’insegnamento e di personalizzazione dell’apprendimento.

    La disattenzione verso le difficoltà, i ritardi, il rifiuto nei confronti del “manifestarsi” dei saperi accademici da parte degli studenti e l’uso monocorde delle forme di comunicazione didattica, enfatizzata sugli aspetti verbalistico-nozionistici delle singole discipline, hanno portato - secondo l’analisi di F. Frabboni e M. Callari Galli - a “massimizzare la lezione” minimizzando nel contempo altre forme di mediazione cognitiva come l’esercitazione, il seminario, il laboratorio, l’osservazione sul campo, il tirocinio.

    Serve davvero un rovesciamento di prospettiva!

  23. Rita Minello Rita Minello scrive:

    Seconda riga del post appena inserito: leggi “che si fa”, non “che si da”.
    Quando si scrive in fretta …

  24. sì Rita, rovesciamo la prospettiva :-)

    sai cosa avrei voglia di fare? Così per tentare di raccogliere delle idee e iniziare a scrivere degli appunti, sui quali poi tornare in modo più approfondito…

    Mi piacerebbe che iniziassimo a buttare giù una specie di
    decalogo per i docenti dell’università del futuro (che, facciamo finta, sia un’università - modello web community)

    I prof 2.0 devono :

    1) dimenticare che esiste la lezione frontale
    2) saper usare le nuove tecnologie
    3) saper costruire luoghi (”virtuali” e/o “reali”) in cui interagire sulla base di progetti di ricerca comuni con gli altri (=altri docenti e con gli studenti)
    4)…
    5)…
    6)..

    Voglio dire, se dobbiamo sognare, voliamo alto ;-)

  25. Rita Minello Rita Minello scrive:

    Giustom bisogna sognare alto!

    Allora, nel tuo decalogo per i docenti dell’università del futuro modello web community, mettici anche questi punti:

    • Saper insegnare attraverso pratiche di problem solving (nello specifico del problem posing);
    • Saper esercitare pratiche di counselling educativo e didattico;
    • Saper utilizzare come se fossero una ricchezza formativa “monitorale” gli studenti laureandi dei giovani ricercatori (e lo sono, anche se una ricchezza inutilizzata quasi del tutto nelle attività didattiche integrative);
    • Saper costruire la preparazione del personale intermedio (varie tipoligie di tutor per i lavori laboratoriali, seminariali, lavori d’aula, online, supporto speciale a studenti disabili, lavoratori, non frequentanti, ecc.)

    In verità, il problema delle prassi didattiche obsolete, rappresenta una criticità per tutti quei Paesi dove giovani ricercatori vengono impegnati immediatamente nell’insegnamento senza alcuna preparazione didattica e senza controlli specifici da parte di docenti più esperti.

    Quei punti implicano una espansione della professionalità docente che va oltre l’aula tradizionale

    In questa prospettiva, la metodologia del lavoro didattico in università va fondata sulle strategie di problem solving, inteso come proposta di temi non routinari, ma tali da richiedere strutturazione autonoma del sapere e decentramento cognitivo. L’utilizzo di simulazioni, dai giochi di ruolo agli studi di caso, va in questa direzione proponendo il confronto con situazioni relativamente complesse, rappresentative della realtà e stimolanti la partecipazione attiva degli studenti. Per accogliere una nuova didattica universitaria, infatti, è necessario riconoscere l’insufficienza delle forme tradizionali di insegnamento identificate nel ciclo di lezioni frontali, che privilegiano, da un lato, il ruolo magistrale del docente con le sue capacità comunicative e argomentative e l’esposizione sequenziale di contenuti scientifico-culturali organizzati, e dall’altro lato, una funzione prevalentemente ricettiva da parte dello studente, impegnato a decodificare termini e concetti trasmessi oralmente (a volte con supporti scritti e iconici) attraverso linguaggio comune o formale/scientifico.

  26. Rita Minello Rita Minello scrive:

    E’ chiaro che, anche se lo chiamiamo decalogo, intendiamo riferirci non ad una serie di regole da agire acriticamente, ma una serie di punti che possano riportare attenzione agli elementi indispensabili per il successo di un’esperienza di alta formazione che si rapporti con le attuali esigenze sociali.

  27. sì, Rita… una specie di quadernetto degli appunti in cui fissare attitudini, competenze, capacità relazionali e professionali dei prof 2.0 che immaginiamo girare per i corridoi dell’università del futuro…

  28. gigicogo gigicogo scrive:

    1) dimenticare che esiste SOLO la lezione frontale
    2) saper dominare le nuove tecnologie
    3) saper abitare luoghi (”virtuali” e/o “reali”) in cui interagire sulla base di progetti di ricerca comuni con gli altri (=altri docenti e con gli studenti)
    4) saper ascoltare
    5)..
    6)..

  29. ATempoPerso scrive:

    Per favore, risparmiamoci almeno lo stereotipo del “2.0″, che non è affatto utile e già che ci siamo evitiamo anche la storia del “virtuale/reale”, come in effetti hanno saputo fare alcuni degli autori dei post davvero più interessanti…. d’altronde se il prof. Margiotta non li ritiene talmente rilevanti da includerli nella sua personale legenda un motivo certamente ci sarà no? Riprendo i due obiettivi principale che si deve porre quest’agognata “l’università del futuro”, esplicitati in modo chiaro da Rita “a) genera e trasmette conoscenza e la certifica; b) impiega, elabora, integra conoscenza per il proprio funzionamento e il proprio sviluppo. solo per sottolineare come questi già siano stati recepiti (seppure in stato embrionale e in nicchie di eccellenza) in diverse università italiane (compresa certamente anche la Cà Foscari limitatamente ad alcuni campi)… E’ chiaro che decenni di malcostume gestionale, immobilismo baronale e politicizzazione sterile non possano risolversi con tre righe nella legge finanziaria, né con la cosiddetta “onda” (provate ad andare in qualche università all’avanguardia in Inghilterra o America a dire che c’è bisogno di capovolgere la “piramide”… la risposta sarà “LOL”), né tantomeno, e qui da internet-addicted un pochino mi spiace per i profeti del “virtuale”, le community web-based più disparate chiamate incontestabilmente in causa come salvezza suprema da non si sa quale apocalisse incombente. Qui dopo una trentina di post siamo già alla definizione del prof. del futuro… Mi fa piacere che almeno nella lista iniziale non venga menzionata la necessaria parentela (naturale o acquisita non stiamo a sottigliare) o affiliazione politica ovvero rapporti i interesse (economico o di altro tipo)… Sarebbe la prima novità di tale figura… Se non si guarda ai problemi reali della “nostra” università, presto scopriremo di aver delegato ancora a chi (improvvisati ministri dell’educazione in primis) di certo non ha alcuno interesse a sistemare le cose, se non nel verso che gli fa più comodo. L’università italiana, in generale, non andava 18 anni fa, e non va tutt’ora, basta accampare scuse di sorta su tagli ai fondi e al “futuro” personale. Ci sono professori che insegnano in piazza, letteralmente in questi giorni, e coinvolgono gli studenti e catturano molto di più la loro attenzione di molti altri che si presentano a lezione col loro bel portatile da xxxx euro e inefficaci powerpoint, che se lasciassero gli studenti in biblioteca per il tempo della lezione imparerebbero molto di più. Ben venga un professore al posto di dieci che vanno in pensione, ma che al concorso partecipino 100 persone, che sia davvero “pubblico” e che non si facciano i soliti giochi. Chi ne uscirebbe sono sicuro che avrebbe tutte le qualità per fare il professore oggi come fra 10 anni.
    ……………

  30. Rita Minello Rita Minello scrive:

    E-Learning: una sfida per l’università
    Vedo che il dibattito si sta piacevolmente animando, e quindi vi partecipo con maggior entusiasmo!
    In verità penso che il rapporto virtuale/reale c’entri moltissimo con l’università del futuro, ed in particolare con quei punti di significatività che sono stati certamente già recepiti da aree felici di eccellenza, ma che brillano per la loro assenza negli standard dell’alta formazione.
    Chiediamoci: che tipo di organizzazione l’università può diventare? L’università è una organizzazione a rete caratterizzata da un sistema di riconoscibili connessioni multiple e di strutture all’interno delle quali ‘nodi’ ad alto livello di autoregolazione operano e sono capaci di cooperare. La struttura della rete a tutti i livelli deve essere attivata (enacted) da dimensioni chiave dell’agire organizzativo: la cooperazione, la comunicazione, la conoscenza, la comunità. [Margiotta U., Pensare in rete. La formazione del multialfabeta, 1997]
    L’e-learning diviene, dunque, non solo una soluzione che genera efficacia ed efficienza nei processi didattici, sostenuta da processi comunitari, di knowledge management, di intranet, ma anche una soluzione che supporta lo sviluppo della organizzazione dell’Università come rete organizzativa basata su condivisione della conoscenza, comunicazione estesa, cooperazione e costituzione di comunità professionale e di pratica.
    Per questo una buona tendenza fra quelle emergenti è rappresentata dall’adozione, anche da parte del mondo universitario, di strumenti di e-learning volti a facilitare momenti e iniziative di alta formazione a distanza. L’e-learning costituisce un’opportunità per il mondo dell’Università, che si gioca soprattutto sulla capacità di concepire e mettere in opera modelli formativi innovativi che sfruttino al meglio le potenzialità dei nuovi strumenti.

    A proposito dell’osservazione

    il prof. Margiotta non li ritiene talmente rilevanti da includerli nella sua personale legenda (AtempoPerso)

    devo dire che Margiotta ne ha parlato a lungo in altri contesti (vedi Pianificazione strategica dell’università virtuale, 2004): è convinto una soluzione convincente sia quella di utilizzare le opportunità offerte dall’apprendimento a distanza come integrazione e completamento dell’educazione tradizionale, il blended learning.

    Citando Margiotta:

    L’uso sistematico e integrato dell’ICT ovvero delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione e di Internet, che ne è allo stesso tempo il driver e il meta-medium, nelle azioni formative finalizzate a sostenere e sviluppare i processi di apprendimento – corretta definizione di e-learning - comporta alcune sfide per l’università.Margiotta U., Univirtual. Modelli e prospettive per l’università virtuale, 1462000.

    La prima sfida nel pensare l’istruzione universitaria del domani è fare propri il concetto e la pratica dell’apprendimento aperto, superando il concetto di “distanza” verso modalità flessibili di lavoro dello studente (ad es: uso integrato della rete), che comportano la ridefinizione non solo dell’unità di tempo, ma anche di luogo e di azione, determinanti nella didattica on-line.
    La seconda sfida sta nel passaggio da un insegnamento basato soltanto sulle conoscenze curricolari ad una didattica inclusiva della costruzione sociale delle “competenze per la vita”, attraverso comunità di discorso e di pratica, reali e virtuali, nella società “connessa” in rete.
    La terza sfida dell’università è quella di partecipare direttamente – attraverso le Tecnologie dell’Informazione (che trattano conoscenze e saperi) e della Comunicazione (che trattano linguaggi e relazioni sociali) – ai processi di produzione della cultura e non solo della sua trasmissione alle nuove generazioni. [ Margiotta U., Quanto distanti siamo dall'Università virtuale?, "Sviluppo & Organizzazione" 83-92]

  31. Vittorio Vittorio scrive:

    Anche se tardi, propongo una regola che ci aiuta, ci serve per svluppare al meglio questo importante tema. Ci aiuta anche a conoscerci meglio, che non è un aspetto secondario quando si conversa assieme con l’obiettivo di elaborare proposta progettuale insieme.

    Se (come emerso nelle conversazioni in termini di attenzione) l’università del futuro deve assolutamente mettere AL CENTRO LA PERSONA, perchè non facciamo in modo di dare un volto a chi scrive i contributi?

    Vogliamo un’università del futuro di avatar impersonali, oppure vogliamo che la persona, pur anche avatar, abbia la possibilità di essere in primis persona?

  32. Vittorio Vittorio scrive:

    … chissà, magari un domani daremo anche sostanza fisica al volto che vediamo in piccolo nella foto, magari ci sarà la possibilità di incontrarci di persona, perchè no?

  33. @ gigi
    grazie, ottime modifiche :-)

    @ TempoPerso
    beato/a te che hai già un sacco di idee chiare :-)
    Se ti rileggi i commenti precedenti, dovrebbe essere chiaro - ma forse hai ragione, è bene ritornarci - che stiamo, nei commenti a questo post, sognando… e un pò per gioco, un pò per inseguire associazioni di pensiero, abbiamo cominciato a pensare al prof del futuro.

    Sulla dicitura 2.0 ci sono già tomi di letteratura pro e contro. Ripeto pro e contro. Perciò eviterei verdetti definitivi come il tuo. Stessa cosa su reale e virtuale. Se ritieni utile puntualizzare, puntualizza per favore nel merito non in generale.

    Per il resto, che ti devo dire? Tutti vorremmo le cose che scrivi: avere ottimi prof, concorsi che premino il merito e ovvietà del genere.

    Un unico appunto: qui dopo una trentina di post non siamo alla definizione di nulla, a meno che tu non voglia trarre conclusioni affrettate.

  34. Rita Minello Rita Minello scrive:

    Proposta di adottare 3 macro-categorie in cui suddividere le competenze del docente universitario che stiamo identificando

    Oltre all’osservazione precedente, sono però convinta che, rispetto a quel che serve all’università del futuro, l’e-learning non basta!

    Partecipo infatti a questa discussione sulle competenze che servono ai docenti dell’università del futuro (NB: “il futuro non è più quello di una volta” Mark Strand, Minimum Fax) perché la ritengo particolarmente significativa: lì sta il punto cruciale della svolta vera.

    E allora, continuando a ragionare su quel che serve al nuovo docente, propongo di raggruppare le competenze secondo tre macro-categorie: le stesse che sto usando per la formazione dei giovani docenti africani del Burkina Faso: componenti di macro-struttura, di medio-micro-struttura, e infine di monitoraggio, verifica, autovalutazione.

    1. Componenti di macro-struttura. Per evitare il prevalere di una didattica universitaria frazionata in tanti luoghi isolati, punta a formare competenze dei giovani docenti a) in ordine alla progettazione di curricola formativi organizzati per grandi aree; b) in ordine alla gestione di modelli formativi che consentano l’attivazione del circolo virtuoso “informazione – problematizzazione – simulazione – verifica – generalizzazione” (confronta modello formativo SSIS); c)in relazione all’adozione di modelli e metodiche collaborative e cooperative, con particolare riferimento al Cooperative Learning; d) in relazione alla formazione e-learning.
    In particolare, ricordo che, in ambiente accademico, la definizione di un core curriculum, cioè un nucleo curriculare comune, ha assunto significati molto diversi nelle singole discipline: ciascuno ha seguito un proprio metodo di lavoro per confrontare contenuti di insegnamento, competenze fornite, percezione esterna dell’importanza degli obiettivi della formazione universitaria e della loro realizzazione. In ogni caso, alle nuove definizioni di core curriculum appartengono a pieno titolo: le conoscenze di base, le abilità e le attitudini critiche alle quali qualsiasi studente dovrebbe poter accedere, per farle proprie.

    2. Componenti di medio-micro-struttura. Per evitare che gli studenti universitari siano abbandonati a se stessi, in particolare nei momenti di elaborazione dei frames nel passaggio da un’area dei saperi ad un’altra, è necessario che il docente impari a lavorare su tutta una filigrana di attività che conduca ad un apprendimento e potenziamento ricorsivo della mappa dei saperi. In questo settore va inserita la proposta specifica inserita ieri, che riguardava l’attivazione nel docente e nelle figure intermedie di competenze di a) tutorship, b) counselling, c) allineamento, d) gestione di laboratori, e) gestione di esercitazioni, f) affiancamento in project work o lavori di tesi.
    Le competenze di medio-micro-struttura possono offrire al docente le metodologie necessarie per attivare, nello studente, competenze utilizzabili in vari ambiti lavorativi. Ma esse considerano tutte le dimensioni della qualità della vita personale e sociale e non solo quella occupazionale. Se quest’ultima rappresenta un ambito rilevante degli obiettivi di formazione, non può tuttavia rimanere l’unico.

    3. Componenti di monitoraggio, verifica, autovalutazione. Per evitare che l’università si trasformi in mero “esamificio” (e sappiamo quanto questo pericolo sia reale), sono necessarie al docente capacità di valutazione del profitto, in ambiente universitario, che non trascurino a) l’organizzazione delle prove periodiche; b) il sistema di autovalutazione finalizzato all’orientamento dello studente a forme di certificazione e di accreditamento.
    Esiste, infatti, una consistente richiesta di formazione che non è legata a profili professionali in senso stretto e prospettive di impiego ma che è dettata da una urgenza personale di più approfondita comprensione critica della realtà, curiosità intellettuale, sviluppo culturale, impegno civico, elementi che valutazioni orientate a rispondere o corrispondere alle necessità del sistema socio-economico non sono ancora in grado di considerare con la dovuta attenzione.

    Aldilà dei docenti di discipline pedagogico-formative in senso stretto, quanti disciplinaristi degli altri ambiti possono riconoscere di padroneggiare con expertise tali ambiti?

  35. gigicogo gigicogo scrive:

    Se un commento diventa un post, è meglio fare un altro post! IMHO

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