Ispirato dalla Web Science Research Initiative lanciata da Berners-Lee il “Corso di Laurea in Scienze del Web” è stato prima un post e quindi una presentazione per l’AcaBarCamp di Urbino — qui il video — che amplia ed integra l’argomento con i commenti, le proposte, le critiche ricevute nel mio blog, Moto Browniano.
Provocazione, divertissement intellettuale, gioco di società che sia il tema ha interessato blogger, studenti, docenti e quindi mi piacerebbe che la discussione proseguisse qui, su Ibrid@menti, un luogo stimolante di contaminazioni culturali e sfide creative.
In breve, per introdurre le slides, una serie di domande.
Dando per scontato l’approccio multidisciplinare, le domande sono:
1) quali sono le materie da inserire in questo ipotetico “Corso di Laurea in Scienze del Web”?
2) Quali i percorsi formativi da predisporre?
3) Quali sono le conoscenze e le competenze che uno studente uscito da questo corso di laurea dovrebbe possedere?
4) Che tipo di didattica — presumibilmente innovativa — adottare?
















mi leggo le slides e poi torno. Intanto grazie Federico per aver proposto un tuo punto di partenza del percorso…
Caro Federico, ho letto con attenzione la tua proposta.
Prima di entrare nel merito della questione specifica, ne proporrei un’altra, che magari ti sembrerà ingenua, ma che, personalmente, può aiutarmi a chiarire il tuo punto di partenza e a capirne meglio i presupposti:
è davvero necessario istituire un nuovo Corso di Laurea specialistico e specifico, o si può anche considerare l’eventualità che la scienza del web divenga una pratica e un sapere trasversale a tutti i corsi di Laurea già esistenti?
Ciao Maddalena. Berners-Lee ha favorito la nascita della Web Science Research Initiative proprio per mettere sotto un unico “ombrello” tutti gli studi e ricerche che in più campi vengono compiuti per comprendere e studiare strutture, dinamiche e comportamenti emergenti del Web.
Come dice Barabási nella citazione riportata nell’ultima slide la creazione di una nuova scienza favorisce anche la nascita di un nuovo linguaggio con cui esprimere idee e concetti altrimenti confusi nel rumore di fondo.
L’ipotesi di un Corso di Laurea si inserisce in questa visione.
WEB- SCIENCE, DNA & Music :
frontiers on transdisciplinary science & art
SEARCH for Partners .
Genn-2009/ 10 Firenze paolo manzelli pmanzelli@gmail.com ; ( http://www.egocreanet.it)
DNA is more than just an instruction for protein’s production for life. In fact, genes may actually function more like a well-orchestrated symphony of communication .
Some Scientists are finding that DNA—the blueprint of life – is really more like a “musical antenna” than a static blueprint. Some information about genes of DNA are active constantly, like the sound of a piano in some symphonies, while other protein’s interactive information wait for the right signal, to reply to the DNA’s signaling in a resonant synchronic cyber-system .
Till now researchers on the issue DNA-MUSIC report in the Science journals their studies looking at the root cells of the wild mustard plant, in this case they’ve found that genes turn on and off in complex and rhythmic ways.
Another team looked at sea urchin eggs and found a jazz-like feedback between genes, with each one affecting the performance of others. Understanding the role of timing in DNA expression could lead to new insights into developmental disorders, in plants, animals and even humans.
Starting from those reseachers ,the Open Network for new science and art (ON-NS&A/ EGOCREANET) would search for partners for a new project idea that is prelminarly synthetized in :
http://www.edscuola.it/archivio/lre/DNA-MUSIC.pdf ; http://www.wbabin.net/science/manzelli54.pdf
see also : http://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/jp7112297
SO PLEASE I HOPE IN YOUR INTEREST AND COLLABORATION AS PARTNERS OF SUCH INTERNATIONAL PROJECT PROPOSAL ON THE ISSUE
“SCIENCE , DNA &MUSIC” :- 2009, Europe year of Creativity and Innovazion
APPLICATION CAN BE ADRESSED TO – PAOLO MANZELLI- PMANZELLI@GMAIL.COM ; phone +39/055/4573135
OPEN NETWORK FOR NEW SCIENCE & ART
sì adesso mi è più chiaro. Io ho una formazione filosofica, perciò “tifo” per le scienze dell’uomo… perciò faccio un pò fatica (è un mio limite, eh!) a seguire l’impianto da te proposto che è fortemente centrato anche sulla parte “informatica” e tecnologica del web. Giustamente, forse. Credo che per entrare nel merito della proposta, si dovrebbe discutere non per “materie” separate, ma si dovrebbe capire in base a quali criteri hai scelto quel “piano di studio”.
La domanda che mi farei io per prima è: in che senso può risultare “formativo” un corso di laurea in scienza del web?
Potrebbe tornare utile dare un’occhiata qui, alla sperimentazione di Antonio Calvani a Firenze sulle competenze digitali.
Coopio incollo:
“In particolare il concetto di Competenza digitale è spesso inteso in modo banalizzato, come semplice conoscenza di un pacchetto software (ECDL) oppure come corpus di conoscenze informatiche puramente teoriche.
La ricerca internazionale è fortemente orientata a valorizzare un diverso concetto, esaltando la dimensione delle forme di capacità di impiego critico e pertinente di informazione e comunicazione
Il gruppo ha lo scopo di (facendo salvi i diritti individuali di ciascuno):
a- produrre prove di valutazione (ed ancor più, giochi esercizi, problem solving), concretamente applicabile nelle scuole.
b- fornire modelli didattici e Kit integrati da ICT per le scuole, lavorando in particoalre sulle intergrazioni tra competenza digitale, problem solving, critical thinking.”
Mi sono riferito al Web come ad un unicum in quanto ibrido tecno-sociale in cui è esplicita l’interrelazione tra esseri umani e macchine (e tra macchine e macchine, tra esseri umani ed esseri umani…). Per questo ognuno, che sia di formazione umanistica o tecnico-scientifica, deve fare uno sforzo per accettare ed accogliere nel suo patrimonio di conoscenze discipline diverse. Cosa che, del resto, già appare nelle ricerche e negli studi che già sono svolti in quest’ambito (come in altri, basti pensare alla teoria della complessità).
Nel piano di studi sono presenti materie che appartengono al dominio dell’ingegneria, della fisica, della matematica, della logica, della sociologia, della psicologia, dell’ecologia, dell’economia, dell’antropologia, della scienza della comunicazione. Il problema semmai è quello della sintesi…
Per giustificare le scelte delle varie materie, avendo a disposizione solo una presentazione, ho adottato l’espediente di considerare il Web come un poliedro a più facce: da una faccia si vede il Web come una rete, da un’altra come un sistema sociale, da un’altra ancora come un sistema economico ecc. Ogni prospettiva contempla un determinato insieme di materie di studio.
ps non devo essere io a ricordarti i forti legami tra filosofia, scienza e tecnica: senza scomodare i filosofi naturali, o Bacone, Cartesio saltando a Bertrand Russel e Popper si possono individuare filosofi contemporanei come Tomas Maldonado che si interrogano sulla “nuova” natura, quella digitale.
Vorrei solo porre l’attenzione sul fatto che il Web è uno strumento trasversale, e non è ben chiaro cosa si voglia creare con questo corso di laurea. Dagli argomenti sembrerebbe esserci l’idea di creare un “tuttologo” (o “sotuttomì”, come si dice dalle mie parti) mentre la filosofia del W3C, dello stesso buon TBL e delle nuove iniziative che sta portando avanti (tra cui la WWW Foundation) sono rivolte a rendere il Web come qualcosa di tutti, fruibile da tutti e inserito in tutti i percorsi formativi.
Creare quindi un cosiddetto “esperto in scienze del Web” (che poi potremmo discutere per ore sul termine “scienza”) – anche secondo i progetti che sta portando avanti il CEN (e di cui come IWA stiam lavorando su http://www.skillprofiles.eu) – si tramuterebbe in un’ennesimo “attira studenti” che alla fine si ritroveranno con una bella base formativa (chiaramente questo dipenderà dalla qualità dei docenti scelti) ma troppo generale.
L’idea è buona e nuova anche se ho delle perplessità. Potrebbe essere, come dice maddalena, forse più valido un percorso trasversale di scienza del web in altri corsi di laurea. Ad ogni modo da questo ipotetico piano di studi io snellirei alcune cose troppo “informatiche”. Oppure le lascerei sempre ipoteticamente a scelta dello studente che vorrà approfondire il web dal lato tecnico informatico.
Effettivamente un percorso del genere per quanto bello, rischia di essere attira iscrizioni come è stato per scienze della comunicazione.
Quali prospettive?
C’è lavoro nel web?
Allora diversificherei dei percorsi, che ne so… una formazione per online community manager o una per progettista di social network, oppure un esperto di economia e web marketing ecc.
E’ complesso un corso del genere (per quanto bello, ci fosse stato per me all’epoca, così complesso, lo avrei scelto anche ad occhi chiusi). Ma oggi dovrebbe specializzare di più.
Ottima comunque l’inclusione della parte riguardante “le persone che abitano il web” e le sue dinamiche.
Più che un corso di laurea consiglierei – in caso – in un master di specializzazione, sempre rifacendomi a quanto già detto in precedenza
Catepol e Roberto, grazie per i vostri commenti.
Non mi stancherò mai di ripetere che il mio è una sorta di gioco (di società) intellettuale il cui scopo è, essenzialmente, rispondere a domande del tipo. “Cos’è il Web?”, “Quali sono gli strumenti migliori per studiarlo, interpretarlo, svilupparlo?”, “Quali discipline consentono di comprendere la sua struttura, le sue dinamiche?” ecc.
Le domande più concrete del tipo “Quali sono gli sbocchi professionali per un laureato?” o “Perché un altro corso di laurea?” sono lasciati un po’ sullo sfondo anche se, sfogliando le slides, ci sono tentativi di risposta.
per catepol: se da queste parti passasse un ingegnere (un altro… ), un informatico, un fisico od altri navigatori di formazione tecnico-scientifica farebbero commenti del tipo “Perché non togliamo quelle materie tipo Sociologia o Psicologia? Sono chiacchere, che c’entrano con il Web che è un’artefatto tecnologico ideato da ingegneri, scienziati ed informatici?”
Questo luogo che ci ospita si chiama Ibrid@menti: quali menti bisogna ibridare? Quelle che già hanno molto in comune? O la sfida è collegare mondi – in apparenza – lontani? E’ come quando si esalta il valore della diversità, purché non sia troppo “diversa”.
L’approccio multidisciplinare richiede umiltà, curiosità e tanta fatica ma se si vuole tentare di comprendere a fondo la complessità del reale senza rimanere sempre e solo sulla superficie occorre rimuovere le barriere mentali che ci sono state artificialmente inculcate.
Se sfogli le slides vedrai che ho tentato una divisione – fluida, non gerarchica – del corso, che tenta di individuare aree più specifiche in cui un laureato possa specializzarsi: dal Data Web (gestione dei dati e delle informazioni) al Social Web, al web economico a quello dell’Informazione, della Comunicazione (e dell’intrattenimento).
per Roberto: fatto salvo quanto detto all’inizio di questo commento, nelle slides riporto il caso della Computer Science negli Stati Uniti (ma anche in Italia, decenni dopo) che fino alla fine degli anni ‘50 era distribuita nei dipartimenti di Fisica, Matematica, Ingegneria: c’era bisogno di riunificarla in un’ unica facoltà? A posteriori direi di sì…
Non lasciarti condizionare dal caso specifico italiano, con la proliferazioni di corsi di laurea e facoltà sorte negli ultimi anni. C’è sempre stato un momento in cui un certo campo di studi è diventato, per varie ragioni, un corso di laurea: pensa a Psicologia, Sociologia, Ingegneria Elettronica, Antropologia ecc.
E, ripeto anche questo, sono d’accordo con Barabási: la nascita di una nuova scienza significa la nascita di un linguaggio con cui esprimere idee nuove.
per Roberto ps: conosco ed apprezzo molto il progetto dell’IWA
Federico sì, direi che siamo arrivati al punto e come tu giustamente scrivi la sfida è davvero questa:
“Questo luogo che ci ospita si chiama Ibrid@menti: quali menti bisogna ibridare? Quelle che già hanno molto in comune? O la sfida è collegare mondi – in apparenza – lontani? E’ come quando si esalta il valore della diversità, purché non sia troppo “diversa”.
L’approccio multidisciplinare richiede umiltà, curiosità e tanta fatica ma se si vuole tentare di comprendere a fondo la complessità del reale senza rimanere sempre e solo sulla superficie occorre rimuovere le barriere mentali che ci sono state artificialmente inculcate.”
Ho visto in effetti nelle tue slides un’attenzione che altrove non si nota, anche per le “scienze umane”. E sarebbe interessante poter leggere, se ne hai, del materiale maggiormente dettagliato, e forse… ancora di più… per fare del tuo ottimo spunto un grimaldello capace di farci “cambiare prospettiva”, capire come impostare la ridefizione dei saperi, come ricostruire gli alberi della conoscenza…
Perché, per esempio, e per continuare il tuo gioco, invece che partire da assetti disciplinari, non proviamo a partire da un problema?
Dimentichiamoci del fatto che, alla fine, si arriverà a “costruire” un corso di laurea, un master o un’università del web
Proviamo a partire da un problema e a “risolverlo” a partire da competenze e punti di vista diversi…
Grazie Maddalena. Per il materiale più dettagliato, ci sto lavorando… Per quanto riguarda “soluzioni in cerca di un problema”, perfettamente d’accordo
il punto è forse, Roberto, capire da quale “problema” partire
Mentre mi concedevo una pausa caffé e ripensavo alle tue slide, a quella in particolare in cui c’erano tutte le tag…, e visto che siamo su Ibridamenti…, e che un pò di strada (pochissima, eh) si è già fatta, … mi è venuto in mente che potremmo partire da noi
ipotesi di “problema”:
La messa in rete dei saperi, attraverso le pratiche.
Partiamo dal luogo, da questo “blog” e iniziamo a pensarlo come al luogo in cui ci incontriamo…
[leggevo Gigi per esempio poco fa...]
Il problema è che pensare che il 2.0 sia solo usare mappe di google, pubblicare tramite rss e condividere tramte digg o altri sistemi è uno dei problemi del web 2.0, ovvero si vedono tali applicazioni come le sole utilizzabili, parzialmente integrabili tra loro mentre la potenza proprio del web collaborativo (nel mio seminario ho spiegato perchè non va chiamato 2.0) è proprio la condivisione e la possibilità di gestire differenti risorse in modi differenti. Fare Web Collaborativo non significa prendere un widget di Flickr o di Youtube ma significa “smontare e rimontare” queste applicazioni.
Un esempio? IWA Twitter in IWA labs (http://labs.iwa.it/), dove il classico twitter è stato “smontato” e ricreato – tra l’altro con accessibilità pure per gli screen reader.
Roberto, condivido ciò che dici… mi sembra di capire che stai dicendo che abbiamo un sacco di strumenti e che dipende appunto dall’uso più o meno collaborativo che se ne fa…
ma mi spieghi meglio questa cosa che ho trovato scritta seguendoti in rete?
“Peccato che il Web 2.0 sia “non accessibile” per definizione e, proprio come per l’1.0, l’utente rischi di sbattere contro le solite barriere, sia quando cerca di leggere che quando prova a partecipare attivamente… l’ennesima promessa non mantenuta!”
cosa intendi dire?
Ciao quella frase l’ha detta un altro Roberto (Castaldo). Il problema è che la maggior parte delle soluzioni Web nascono non accessibili e poi vengono rese accessibili (vedi il caso di google e youtube che solo successivamente hanno inserito la possibilità di sottotitolazione). Oggi con l’evoluzione delle Web Apps e soprattutto dei nuovi framework di sviluppo (pensiamo ad Air, Silverlight, alla YUI) e con la nascita di nuove specifiche per l’accessibilità delle RIA (WAI-ARIA in primis) i grandi vendor si stanno orientando a sviluppare “con l’accessibilità in mente”, togliendo quell’idea che si è avuta sino ad oggi che l’accessibilità è un “plug-in costoso e che serve a pochi”. Ma così se continuo ti racconto tutto il mio terzo libro :DDD
Roberto…. continua continua ;-)))
http://www.applicazioniaccessibili.org – continua qui
DISCIPLINE e PROBLEMI
Finalmente libero da un paio di scadenze pressanti e inaggirabili, intervengo solo ora in questo dibattito, che mi sembra ricco e promettente. Personalmente – benchè decisamente attratto dalla proposta di Federico, sicuramente ricca di prospettive – credo che tutta la questione (all’interno del nostro più generale impegno nella progettazione di una università “del futuro”) vada ripensata radicalmente, facendo i conti con le vischiosità per così dire strutturali che caratterizzano l’istituzione accademica, contro le quali, anche come docente, mi batto da molto tempo. Indico qui, sommariamente, una (certo non l’unica!) delle vischiosità strutturali più evidenti: il primato dei saperi, dei saperi specialistici, degli specialismi, e la pressochè totale indifferenza ai processi conoscitivi (ai percorsi di CONOSCENZA) che questi stessi saperi dovrebbero attivare. Occorre distinguere i saperi dalla conoscenza. Solo a partire da questa necessaria distinzione possiamo inserire un percorso “specialistico” in un contesto più largo di conoscenze che possono influenzarlo, arricchirlo, problematizzarlo (recuperando, così, contributi utili che provengono anche da altri specialismi, o da altre dimensioni conoscitive – esperienziali, esistenziali, eccetera – estranee al dominio specifico in questione). Distinguere i saperi dalla conoscenza (mi trovo, almeno in questo, concorde con Michel Authier e Pierre Lévy, e con la loro teoria degli alberi della conoscenza), è un’operazione preliminare, indispensabile: funzionale alla tanto invocata (spesso solo “declamata” e non praticata) interdisciplinarità . E’ solo all’interno di questo orizzonte, credo, che può emergere un ribaltamento della logica accademica vigente: un ribaltamento, accennato correttamente da Maddalena, che dovrebbe portarci a produrre un primato dei problemi sulle discipline. Solo dopo aver individuato il problema potrò dotarmi di un’adeguata scatola degli attrezzi (l’espressione è di Michel Foucault) necessari a sviscerare il problema stesso. E saranno attrezzi, appunto, tra di loro differenti (saperi, discipline, esperienze, sensibilità, attitudini) ma tutti, a loro modo, funzionali allo svisceramento del problema. Ecco: credo che all’interno di questa prospettiva, i modelli reticolari, le logiche di rete – ed un loro uso pertinente, ad hoc – acquistino un ruolo fondamentale. Perciò, più che un nuovo corso di laurea che sforni “scienziati del web”, vedrei meglio una logica della conoscenza reticolare (con una forte presenza, al suo interno, di modelli di generazione dal basso dei contenuti) che attraversi, rovesciandone i vecchi e rigidi protocolli, i differenti campi disciplinari. O ancor meglio: questi esperti del web, formati anche attraverso percorsi accademici specifici, dovrebbero poi essere in grado di interventire concretamente, puntualmente, all’interno dei singoli campi disciplinari, collegando (connettendo) saperi, conoscenze, tradizioni, culture. Favorendo così quell’apertura critica dei saperi che oggi, nei nostri atenei, è, in linea di massima, vistosamente carente.
LA LINEA DI POLVERE
“La linea di polvere” (Meltemi, 2007) è il titolo del libro di un antropologo – Massimo Canevacci Ribeiro – che insegna alla Sapienza di Roma. Sottotitolo significativo: I miei tropici tra mutamento e autorappresentazione. Il saggio è il risultato di un “lavoro sul campo” condotto tra i Bororo del Mato Grosso, gli stessi a cui il grande Lévi-Strauss aveva dedicato pagine memorabili negli anni 50, con il suo famoso libro Tristi tropici. La ricerca sul campo è, qui, continuamente irrorata da una partecipazione esistenziale ed emotiva alla vita di questa tribù. Questo coinvolgimento totale, affettivo anche, dell’autore diventa quindi per noi una delle vie d’accesso al mondo Bororo. Non solo: i Bororo stessi si “autorappresentano”, si presentano all’altro, al mondo, attraverso un loro uso diretto delle tecnologie digitali. E’ grazie all’uso delle tecnologie digitali che i Bororo escono dai recinti della loro cultura per ibridarsi, per comunicare con gli altri, per rendersi trasparenti, “leggibili”…
Questo il problema, che ho scelto come esempio. L’uso delle tecnologie digitali, qui, sovverte un campo disciplinare. Introduce, anche sotto il profilo epistemologico, nuove curvature, nuove dimensioni…
Mi fermo qui, per ragioni di spazio-tempo :-)… Ma credo che il mio punto di vista, anche con il supporto di questo esempio “antropologico”, sia sufficientemente chiaro.
Un caro saluto
Mario Galzigna
Grazie del contributo, Mario. Ho sempre pensato che l’università dovesse essere un percorso di conoscenza, salvo poi accorgermi che, ahimè, non era così. L’utopica proposta di un cdl in SdW è anche l’idea di creare un luogo in cui professori e studenti percorrano insiemi sentieri di conoscenza che facciano emergere quasi naturalmente idee e competenze, agevolati da didattiche e strumenti innovativi adottati all’interno di una struttura “vergine” non ancorata a vecchi schemi o a vecchie idee che, come diceva Keynes, tendono a ramificarsi in tutta la nostra mente.
Ciao Federico,
ho letto che stai seguendo con interesse il lavoro del nostro Gruppo di Lavoro IWA Italy Web Skills Profiles e ti ringrazio.
Come responsabile e cooordinatore del Gruppo ti prego di fornirci suggerimenti, idee e spunti.
Siamo in una fase in cui è importante il confronto con tutti gli operatori del Web; gli standard diventano tali solo se sono condivisi.
Il primo draft pubblico è su http://skillprofiles.eu/wd/primer.html, mentre l’email per inviare suggerimenti al Gruppo è info@skillprofiles.eu.
Ringrazio te e tutti i tuoi lettori dell’attenzione,
~ pasquale popolizio
Appena possibile darò un’occhiata “attenta” al draft (che peraltro ho già letto, anche nel tentativo di definire me stesso, almeno dal punto di vista professionale…).
Pensare per competenze e non per discipline. Credo che questo sia un approccio utile, antropocentrico. Quando mi appresto a creare un progetto didattico la mia domanda non è “quali informazioni voglio che acquisiscano alla fine del percorso” bensi’ “cosa vorrei sapessero fare”. Vi segnalo la presentazione introduttiva ad un mio corso. Nella slide dichiaro agli studenti il profilo delle competenze attese in uscita.
Presentazione corso Abilita’ informatiche – Upload a Document to Scribd
Grazie Luisanna. Tanto d’accordo con te che nelle mie slides tre sono dedicate alle competenze che un laureato in SdW dovrebbe possedere…
Ho trovato ora questa interessante discussione sull’opportunità di un corso di laurea sulla Scienza del Web.
Su questo tema ho scommesso da tempo la mia carriera professionale, sia in termini di ricerca (sono un docente a contratto del Politecnico di Milano, http://www.linkedin.com/in/stefanomainetti) sia in termini professionali (nel 2000 ho fondato una società proprio con il nome di WebScience (www.webscience.it)).
Studiando il WWW negli anni ‘90 sono stato interessato dalla multidisciplinarietà inevitabilmente associata e convinto dell’affermarsi di una nuova disciplina di valenza scientifica. Fin dalla sua nascita WS (abbiamo dovuto contrarre il nome, perché poco comune e di difficile pronuncia) si è caratterizzata per un approccio metodologico e per una forte nella valorizzazione della multidisciplinarietà.
Non potendo torvare riscotnro nelle accademie, il percorso di WS in questa scienza è stato di tipo empirico, basato prevalentemente sul pensiero per competenze e non per discipline (come propone Luisanna).
Oggi, però, credo i tempi siano ormai maturi. Sono convinto che qualche Università, magari con la formula di Master o di corso avanzato, proporrà dei corsi sul tema.
Ciao Stefano. In effetti mi ero imbattuto in webscience.it durante le mie ricerche…
Fortunatamente in Italia esistono società ed organizzazioni che investono su approcci innovativi, non solo come slogan ma come reale filosofia di lavoro. Probabilmente sono più di quello che si pensa, solo sono immerse nell’assordante rumore di fondo…
Grazie per l’apprezzamento. In effetti WS ha investito in primo luogo per costruirsi delle basi solide e ora si propone con più autorevolezza al mercato.
Ci teniamo molto all’approccio innovativo e alla continua ricerca in noi stessi e in rete. Siamo altresì interessati a collaborare con chi condivide le nostre passioni. Qualora dalle tue/vostre riflessioni nascesse un corso, beh…ci piacerebbe essere a bordo.
Poter intraprendere un corso di Scienze del Web sarebbe interessante ed entusiasmante.Il problema basilare di Internet,a mio modesto parere,è quello dell’impersonalità della comunicazione anzi dell’appiattimento.L’impressione che ho tratto dal mio breve viaggio nel mondo del blog è quella della UNIFORMITA’ e quella della DISTORSIONE della comunicazione.Secondo te si potrebbe “umanizzare” il linguaggio virtuale? La difficoltà è quella di provare e trasmettere emozioni..
Ciao Simonetta. Sai, spesso una prima impressione può rivelarsi fallace; se frequenterai per un po’ la Rete – che non è rappresentata solo dai blog – potrai cominciare a notare differenze di “spessore” tra i contenuti. Del resto è esattamente come nella vita analogica, ci sono persone interessanti ed altre meno.
Io credo che le emozioni ed i sentimenti possano essere trasmessi anche con la mediazione di una tastiera e di uno schermo: non sono tutti quelli esprimibili vis à vis ma ne sono un particolare distillato. Del resto, non ci si emoziona solo leggendo una bella poesia o le pagine di un buon libro?
Inserisco il mio commento e torno ad alcuni commenti del 20 ottobre, mi perdonerete ma solo ora sono venuta a contatto con questo blog leggendo l’intervento di Stefano Mainetti, con cui collaboro. Io condivido in larga parte i post (vedi Roberto Scano, Catepol..) in cui si evidenzia il rischio di creare dei “tuttologi”.. la forza di WebScience è che siamo multidisciplinari ma la multidisciplinarietà deriva dalla composizione di persone ciascuna con una professionalità “verticale” (seppure aperta ad altre competenze), non da un insieme di competenze equamente diffuse. Ecco, leggendo il programma proposto per il corso, secondo me c’è il rischio invece di aprire molto lo spettro delle competenze a scapito della loro profondità…