Per molti le moderne tecnologie costituiscono il più pericoloso attentato all’autenticità del mondo e dei suoi abitatori. Gli anatemi non si contano più. Trombe e (tromboni!) di più o meno prossime apocalissi tecnologiche (e tecnocratiche) non si stancano di molestare le nostre orecchie con terrificanti invettive più funzionali a costruire fantasmi e paure che a comprendere l’effettiva mutazione sociale, antropologica (e anche filosofica) che le macchine stanno contribuendo a realizzare.
Convinzione di scrive è che non abbiamo bisogno di nuove streghe da bruciare sui roghi dei un’ideologia vetero-umanista e anti-scientifica. Comprendere l’antica allenza del soggetto con gli strumenti che hanno da sempre trasfigurato le modalità di vita su questo mondo può costituire l’insolita angolazione da cui intuire l’importanza delle macchine nella determinazione stessa del nostro pensiero e della nostra identità.
Siamo davvero condannati all’inautentico?
E’ davvero a questa ineludibile mistificazione che ci destina l’epoca della riproducibilità tecnica di oggetti e di corpi?
Reliquie impossibili, questa sembra la sorte di noi bipedi a base carbonio apparentemente rassegnati a incarnare il trionfo del falso, la mistificazione di ogni valore, la negazione di ogni “aura”.
Alternative? Tornare alle macchine per ripensare un nuovo umanesimo.
Episodi di attualità, pubblicazioni di libri, convegni, interviste, riflessioni più o meno solitarie costituiranno spunti e occasioni per ragionare sull’idea che trascurare (o demonizzare) la sfida delle nuove tecnologie significa declinare la responsabilità di pensare un’etica, una politica e forse anche una religione del (e per) il futuro.
Reliquie impossibili, una condizione esistenziale che forse ci attende, ma che di sicuro apre nuovi orizzonti di confronto con quelle macchine indipendentemente dalle quali non agiremmo né penseremmo così come ci accade di fare…


















benvenuto a Stefano Moriggi che con questo post inaugura lo spazio “Reliquie impossibili”.
Ci è sembrato anche un buono spunto per metterci in discussione. Perché le nuove tecnologie mettono in discussione il nostro assetto identitario, il nostro modo di pensare, il nostro rapporto con gli strumenti, ridescrivono i confini tra corpo e macchina. E riattivano anche paure e fantasmi.
indipendentemente da quelle macchine… non possiamo più vivere…
e non può vivere nemmeno il nostro pensiero…oramai troppo abituato a spazi assai più ampi che solo le macchine…possono fornirci…
Ciao Stefano! Benvenuto tra noi. L’ultimo nostro incontro, ricordi?, era alla Casa della Cultura, di Milano, per la presentazione di un mio libro. L’atmosfera, da quelle parti – nonostante la mia ovvia gratitudine verso gli ospiti e verso i “presentatori” – mi è sembrata davvero plumbea… come dire? un po’ fuori dal tempo. A differenza di questa casa virtuale, dove ognuno può dare corpo e vita ai suoi dèmoni
Accenni, polemicamente, ad un’ideologia vetero-umanista e anti-scientifica: condivido questa posizione. Siamo circondati, anche ai livelli della cosiddetta cultura “alta”, da posizioni (penso a qualche filosofo di grido di casa nostra) del tutto cieche rispetto ai nuovi orizzonti della costruzione identitaria, così come si sono delineati in quest’ultimo decennio. Le macchine, la tecnica: contro l’anatema heideggeriano (e contro i suoi cascami italioti) bisogna studiare proprio questo specifico intreccio, appunto, tra costruzione identitaria e nuove tecnologie. Il che non significa rinunciare a sviluppare, proprio attorno a questi nuovi orizzonti tecnologico-identitari, quello che amo chiamare un pensiero critico. Denunciare le forme di alienazione connesse, ad esempio, ai new media, significa, per me, saper cogliere la possibilità, oggi data a molti, di usarli. La macchina può condizionarci, può ottunderci, può limitare la sfera delle nostre libertà, individuali e collettive. Ma, al tempo stesso, la macchina, ben usata, diventa un terreno privilegiato per la costruzione di nuovi spazi creativi e di nuove forme di antagonismo, di resistenza. Fuori da ogni visione astratta, dobbiamo, credo, comprendere (comprendere ed “agire”) questa costitutiva ambivalenza della techne. La psiche può venire schiacciata dalla techne. Ma può anche usarla: trattandola, nè più nè meno, alla stregua di uno strumento di crescita, di emancipazione, di libertà.
Ciao.
Mario Galzigna
Va bene. A patto però di smetterla di parlare di tecnologie.
Le tecnologie comunque sono o diventeranno trasparenti, come i libri o il telefono. Non guardo il televisore, guardo la televisione. Qualcuno per lavoro o studio terrà sempre desta l’attenzione sullo strumento, ma qui si tratta di ri-nominare molti costrutti culturali e sociali, alla luce delle modificazioni che le TIC inducono nel loro uso quotidiano.
Come cambia il significato dei libri, per esempio? O della scuola, o delle banche, o della democrazia (una tecnologia anch’essa), o delle dinamiche affettive interpersonali e gruppali? Che ne è dello stile, del buon gusto, dell’elegante e dell’appropriato?
Da frankenstein o dagli automi secenteschi o anche prima, riflessioni sul nostro essere cyborg ce ne sono. Questo per quanto riguarda l’individuo; se pensiamo alle collettività, forse manca proprio questa consapevolezza del nostro vivere stabilmente dentro Paesaggi tecnologici e ultimamente mediatici, definitivamente Luogo della negoziazione del senso degli accadimenti.
In questi nostri anni, etica e politica e economia si stanno confrontando con la Transizione. Nessuno sa bene cosa fare, ma moltiplicare e ibridare i gesti conoscitivi, favorire conoscenza e comunicazione è comunque garanzia di miglior comprensione futura.
Nel tuo post ritrovo lo spirito del mio pensatore della tecnica preferito, Gilbert Simondon, che in Du mode d’ existence des objets techniques, pur parlando di tecnologie degli anni cinquanta, a differenza delle cassandre e degli apologeti acritici contemporanei, coglie l’essenziale.
“L’opposizione posta tra la cultura e la tecnica, tra l’uomo e la macchina, è falsa e senza fondamento; non copre altro che ignoranza o risentimento. Maschera dietro un facile umanismo una realtà ricca in sforzi umani e forze naturali che costituisce il mondo degli oggetti tecnici, mediatori tra la natura e l’uomo.
La cultura si rapporta all’oggetto tecnico come l’uomo allo straniero, quando si fa guidare dalla xenofobia primitiva. Il misoneismo orientato contro le macchine non è tanto odio del nuovo quanto rifiuto di una realtà estranea. Ora, questo straniero è ancora umano, e il complesso della cultura è ciò che ci permette di riconoscere lo straniero come umano. Allo stesso modo, la macchina è la straniera in cui si è concreto l’umano, disconosciuto, materializzato, asservito pur restando comunque umano. La causa principale di alienazione nel mondo contemporaneo sta nel misconoscimento della macchina, che non è alienazione causata dalla macchina, ma dal non riconoscimento della sua natura e della sua essenza, dalla sua assenza dal mondo delle significazioni e dalla sua omissione dalla tavola dei valori e dei concetti che fan parte della cultura.”
Du mode d’existence des objets techniques, éd. Aubier, p. 9
Simondon a parte, sottoscrivo integralmente.
Primo commento da neoibridante
ciao
enrico.
Eccezionale. Bel rimando Enrico.
Da queste premesse giungo poi alla necessità di Cultura Tecnologica, che poi da subito diventa Cultura TecnoTerritoriale.
Trasformazione, distribuzione delle risorse. Materia, energia e informazione. Progettazione e sguardo sul futuro, dialogo millenario di collettività e ambiente d’insediamento abitativo, questa è Tecnologia. Cose molto umane, che un pensiero ottocentesco ha misconosciuto e relegato fin quasi a oggi, forse timoroso o imbarazzato di mostrare l’intelligenza situata della mano e dell’occhio al cospetto del fulgido pensiero scientifico.
@ red
sottoscrivo.
@ mario
che bel commento: è un incoraggiamento per tutti noi, grazie!
@giorgio
in che senso non parlarne, delle tecnologie? La riflessione sulla “techne” fa parte del patrimonio di pensiero dell’occidente, perché non dovremmo parlarne più? Ma forse ho male inteso cosa intendevi dire…
@kaspar-enrico
ma benvenuto tra gli ibridi! “neoibridante” non l’aveva mai detto nessuno, ma ha senso, eccome per la nostra Community. Indica il sentirsi entro un processo e forse rende meglio l’idea dell’ibridazione e dello sforzo (mi pare di capire che la tua citazione vada in questo senso) di costruire nuovi significati e nuovi linguaggi per dire (e abitare con) il nuovo, l’altro, sia esso anche la macchina…
@ giorgio, scrivevo mentre scrivevi…
ops..
ma puoi tornare sulla questione e articolare meglio quello che proponevi? Lo trovo molto interessante…
ecco, oggi dopo tanti anni di cibo tecnologico, ho capito che sopparvvivo anche senza!!
è stata una scoperta che mi ha reso felice e non è un ritorno al buon selvaggio è soltanto un desiderio forte di non essere piu’ condizionata, di poter decidere automamente (esempio banale) se voglio o meno accendere il computer, non sentirmi “costretta” ad accendere il computer
riconosco la natura e l’essenza della macchina, io sono migrante di natura e non ho xenofobia nei confronti della macchina …non è questo!! non è neppure il rifiuto di una realtà estarnea!
è stata la mai realtà per ormai 20 anni!!
ma la macchina e rubo a MARIO (un intervento il suo che appoggio totalmente) “La macchina può condizionarci, può ottunderci, può limitare la sfera delle nostre libertà, individuali e collettive.”"
detto questo uso le tecnologie, mi servono e sempre rubando a Mario:
“”Ma, al tempo stesso, la macchina, ben usata, diventa un terreno privilegiato per la costruzione di nuovi spazi creativi e di nuove forme di antagonismo, di resistenza. Fuori da ogni visione astratta, dobbiamo, credo, comprendere (comprendere ed “agire”) questa costitutiva ambivalenza della techne. La psiche può venire schiacciata dalla techne. Ma può anche usarla: trattandola, nè più nè meno, alla stregua di uno strumento di crescita, di emancipazione, di libertà.”"
il punto è proprio questo trattare la techne come strumento di…..
e per quel che ho visto spesso non è così….
Ogni tanto mi scopro dipendente da internet…ma credo che sostituisca altre forme di dipendenza- che copra la mia nevrosi!
ma che avete combinato-= ?? chiuso casa ??
ot
No, Lefty,
abbiamo cambiato casa, non abbiamo “chiuso casa”. E mi fa piacere rivederti qui.
La nuova casa è più varia, più articolata, e quindi, spero, più accogliente.
Bye
Mario
Lefty, metti anche l’avatar nel tuo profilo, non sono abituata a vederti così, a rombi verdi
E torna presto!
(un abbraccio anche a Orsa)
Cari amici,
grazie per l’attenzione riservata alla presentazione della mia rubrica. Il piacere di intercettare il vostro interesse è rafforzato dal vedere come perfettamente abbiate intuito il senso e il taglio che “Reliquie possibili” vorrà prendere. Caro Mario, ricordo con piacere la serata alla Casa della Cultura, non aggiungo commeti ai tuoi nel merito di quella serata. Preferisco unirmi alla tua diffidenza verso certa filosofia (specie italiana) che demonizza quello che rifiuta senza conoscere, come anche alla sorveglianza che raccomandi contro ogni ideologia scientista e tecnocratica. Quanto all’ottimo spunto di Giorgio (Jannis), credo vada sviluppato il concetto di trasparenza…è una prospettiva elegante che va proprio nella direzione del mio tentativo di riflessione sulle tecnologie. Stiamo vivendo una profonda mutazione sociologica, filosofica e antropologica…e le macchine (di ogni tipo)ne sono protagoniste…la loro progressiva trasparenza misura la metabolizzazione delle loro dinamiche nelle loro pratiche di azione e di pensiero di singoli gruppi e socoetà (più o meno virtuali). Cogliere nella quotidianità piuttosto che nelle pieghe della riflessione della pratica filosofica e della ricerca scientifica tracce (o reliquie) di queste mutazioni è lo scopo di questo spazio e il modo per ripensare alcune categorie del pensiero un po’ impolverate per comprendere una realtà in costante divenire. Prezioso infine il riferimento di Kasparhauser, c’è tutta una letteratura (scientifica e non) dimenticata (per non dire rimossa) che merita nuova luce! Il dibattito è avviato, e annuncio la pubblicazione un nuovo spunto di riflessione non appenna rientro da un ciclo di conferenze e lezioni che da Pordenone a Roma, da Padova a Varzo, mi vedranno tornare “in sede” il 1 novembre. Nel frattempo continuerò a leggere, intervenendo nei limiti del possibile, al vivace scambio di idee di cui ancora vi ringrazio.
Stefano
Siamo condannati all’inautentico? Mah…non so se un corpo riprodotto tecnicamente sia più inautentico di uno “rifatto” tecnicamente. O di uno “truccato” tecnicmente. Mi chiedo se riprodurre tecnicamente qualcosa offra la possibilità di falsare o se invece l’abitudine di falsare travalichi le tecnologie.
Immagino una dama del ’700 imparruccata e piena di nei disegnati…la immagino alterare la sua voce mentre disquisisce in pubblico, la vedo impostare il passo mentre tenta di nascondere le sue ansie. La sento mentre accenna qualcosa al suo concubino, oppurtanamente nascosto in un angolo della casa.
La sua immagine olografica mi appare per nulla dissimile da quella di Lara Croft, anzi trovo nella Croft una veracità che la dama ha perso quasi del tutto. Quale delle due è il personaggio e quale la persona?
Personalmente non credo che le tecnologie possano modificare e mistificare il reale più di quanto non sappia fare il reale stesso. Uhm…scusate i discorsi contorti, ogni tanto mi capita!
Quanto dice RosaTiziana mi consente di lanciare un questiyo. Come forse alcuni di voi sanno su questi temi sto conducendo delle ricerche, e da un po’ di tempo. Effettivamente, il problema dell’autenticità è una paura che attraversa il dibattito dellle tecnologie e che è percepita da più parti. In questo senso la tecnologia, proprio alla Benjamin, è percepita come veicolo alla serialità e perciò stesso all’inautenticità. L’autentico è in singolo…sia che si tratti di un individuo, si a che si tratti dell’opera d’arte del genio. Per sinstetizzare: da un lato certi timori francofortesi dall’altro la radicalità dell’interrogazione tra “differenza e “ripetizione” di Wahrol e compagni, dove tecnica e arte sembranbo ritrovare un’antica alleanza, anche se per alcuni (ma non per me!) in forma deleteria e nichilista. Non vi chiedo ora di dirmi ciò che pensate di Wahrol e dintorni, mi interesserebbe sentire che ne pensate proprio a proposito di quest’ansia di autenticità delle esperienze, dei gesti, delle opere (d’arte ma non solo), dei corpi, ecc. Identità a rischio? Sovrapposizioni più o meno giustificate di parametri descrittivi e normativi? Ringraziando di nuovo RosaTiziana – e anticipando che non pochi dei temi da lei toccati nel suo intervento saranno oggetto di prossimi miei interventi – attendo leggere le vostre opinioni…
Stefano
CYBORG
Ricca e felicemente proteiforme questa discussione. Mad ha scelto di collocare i commenti in 3 spazi differenti (università del futuro, costruzioni identitarie, reliquie impossibili). La trovo una scelta felice. Segno, anche, che i nostri interventi possiedono tante sfaccettature, e sono perciò difficilmente assegnabili ad un solo spazio che li racchiuda e che li definisca.
Dovremmo accettare questa dimensione proteiforme e plurale del nostro interagire, delle nostre sinergie. Perciò la discussione dovremmo continuarla seguendo un tracciato che Deleuze chiamerebbe “rizomatico”: non da un’origine, da una radice, all’albero ed ai rami, ma piuttosto da un ramo all’altro; da un ramo di un albero ad un ramo dello stesso albero; da un ramo di un albero ad un ramo di alberi differenti, ignorando deliberatamente la matrice, l’origine. La comunicazione, perciò, non dovrebbe seguire, molto probabilmente, un tracciato verticale – da uno a molti, o a tutti – ma un percorso orizzontale, sempre variabile e strutturalmente instabile. Forse intendevano anche questo Deleuze e Guattari quando scrivevano, in Rizoma(cito a memoria): “Fate rizoma e non radice. Non evocate un Generale in voi! Siate la Pantera rosa, e che i vostri amori siano ancora come la vespa e l’orchidea, il gatto e il babbuino”.
Lascio ora da parte queste annotazioni provvisorie, ovviamente modificabili e perfettibili,relative al nostro modo di comunicare, per passare a qualcuno dei contenuti emersi.
Quello, ad esempio, sollevato da RosaTiziana e poi ripensato e riproposto da Stefano: il tema dell’inautentico in relazione alle nuove tecnologie (in particolar modo alle nuove tecnologie della comunicazione). Credo che vadano qui messi a fuoco alcuni punti essenziali:
1.Sotto il profilo identitario, siamo unità fittizie, artificiali, costruite. L’accettazione della nostra multidimensionalità rende possibile l’idea di una “self-construction”, di una costruzione di sé, di una pratica costruttiva (creativa, mobile, variabile).
2.Non esiste perciò un io unitario, autentico, che siamo chiamati a difendere, ad affermare, a definire. La costruzione identitaria è un’attività compositiva e ricompositiva, capace di contrastare attivamente i fattori che ci determinano, che pesano su di noi, che ci condizionano, che limitano la nostra libertà.
3.Queste premesse ci portano a sviluppare un ragionamento antitetico a quello di Heidegger: non è l’angoscia lo strumento privilegiato per debellare l’inautentico, per riconquistare la pienezza del nostro esserci, del nostro essere-nel-mondo, della nostra identità. Al contrario, solo la potenza affermativa, creativa e dionisiaca del nostro lavoro di costruzione identitaria può restituirci la dimensione dell’autenticità. Un lavoro che implica la padronanza delle parti. La capacità creativa di smontarle e di rimontarle. Tra queste parti, ovviamente – entro lo scenario attuale – giocano un ruolo di primo piano le tecnologie, e in modo particolare le tecnologie dell’informazione che utilizziamo in ambito digitale, che sono diventate – che stanno diventando – parti di noi stessi. Mi sono limitato a porre qualche problema. Passo parola.
Questa idea della “potenza affermativa, creativa e dionisiaca del lavoro di costruzione identitaria” mi piace assai
Più che autentico/inautentico, mi pare sia in gioco distinto/indistinto… il prote(s)iforme? ciò che non si distingue più da sè, entra a far parte di sè ecc. Si potrebbe chiedere a Pistorius, se gli sembri ancora di “usare” i suoi piedi di carbonio…