Un prophète

Un prophète

Il film

Il profeta (Un prophète) è un film (bellissimo) del 2009 diretto da Jacques Audiard, che narra la prigionia del giovane beur Malik, dall’ingresso in carcere appena maggiorenne, all’uscita. Ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria del 62º Festival di Cannes, ben nove Premi César 2010, tra cui quello per il miglior film, ed è stato candidato come miglior film straniero ai Premi Oscar 2010.

Il modello VSC

Ritengo utile ora descrivere il modello bio-psico-sociale per spiegare l’origine del malessere psichico che viene chiamato in gergo “la teoria vulnerabilità-stress-appraisal-coping”. Questo modello rappresenta una via di uscita nel dibattito serrato fra teorie psicosociali (che ignorano o sottostimano l’importanza dei fattori biologici) e teorie biologiche (che ignorano o sottostimano l’importanza dei fattori psicologici o sociali).
La vulnerabilità va intesa come una predisposizione congenita, in parte ereditaria e in parte acquisita, probabilmente associata ad anomalie del metabolismo di alcuni neurotrasmettitori; tale predisposizione interagisce con fattori psicologici.
Questo determina una specifica soglia di vulnerabilità di base per ciascuno di noi, che se superata in seguito ad eventi stressanti, dà origine all’episodio di malessere o ad una conclamata sindrome psichiatrica.
Lo stress contribuisce in modo rilevante allo sviluppo di condizioni patologiche, fisiche e psicosociali, negli esseri umani. “Str” è un prefisso che suggerisce esercizio di pressione: il greco “strangalizein” e il suo derivato inglese e sinonimo “to strangle” (strangolare), analogamente al latino “stringere” (stringere), hanno le loro origini in un passato molto lontano.
Sono identificabili due tipologie di stress: lo stress quotidiano e quello legato ad eventi improvvisi.
Lo stress quotidiano è quello collegato agli abituali eventi di vita familiare, sociale e lavorativa. Lo stress legato ad eventi acuti ed improvvisi è stato associato all’insorgere di vari disturbi psichiatrici, quali la depressione, la schizofrenia, la mania, e i disturbi post-traumatici.
Quindi l’interazione tra stressors che disturbano l’omeostasi e le risposte adattattive (coping) dell’organismo (inteso in senso psico-fisico) può avere di massima tre esiti possibili. Primo, la partita può essere “vinta” (come accade al protagonista del film); secondo, la risposta adattiva può essere inappropriata (ad esempio inadeguata, eccessiva e/o prolungata) e l’organismo “soccombe manifestando sintomi di malessere” (vedi dopo); terzo, l’organismo trae da questa esperienza una nuova, migliore capacità omeopatica.

E allora?

Dove va a parare tutto questo? E cosa c’entra il film con la teoria bio-psico-sociale? Aggiungo qualche suggestione, consapevole di avere più domande che risposte.
Tutti i film di Audiard raccontano sostanzialmente la stessa storia: quella di individui che, messi con le spalle al muro (situazioni limite di stress) da eventi e circostanze fortuite, scoprono o esaltano un talento sconosciuto o sopito (innescano strategie di coping che hanno “successo”, in maniera “eroica”).
Nella realtà a quanto pare le cose vanno diversamente.
Recenti ricerche accademiche hanno mostrato che circa il 35% degli autori di attacchi solitari che si sono verificati tra il 2000 e il 2015 ha sofferto di un qualche tipo di disturbo di salute mentale e molti sono già stati reclusi (come “Il Profeta”: fenomeno del proselitismo in carcere).
La Nazione dove è stato girato “A Prophet” è in stato di grande allerta dagli attacchi mortali a Parigi nel novembre 2015. Lo stato di emergenza, che scadeva il 26 luglio (ieri), è stato esteso dall’Assemblea nazionale francese per sei mesi, sulla scia dell’attacco del 14 luglio a Nizza che ha provocato la morte di 84 persone. L’Europol ha parlato anche di “Lupi solitari malati di mente”.

Domande

Ci troviamo nella realtà di fronte a una nuova figura di “eroe negativo”, matto, che dall’odio sociale provocato dall’attentato commesso ottiene la sua glorificazione? Cosa genera questo tipo di “eroismo”? Può contribuire una posizione di stress estremo e di scacco matto esistenziale (quello della teoria della vulnerabilità)? Quale ruolo potrebbero allora avere ad esempio i servizi di salute mentale penitenziaria nel prevenire queste tragicità? E quale ruolo la prevenzione nell’ambito dei servizi di psichiatria in genere?

Risposte

Mentre penso a come scrivere queste cose su “Ibridamenti”, leggo questa dichiarazione del collega Meluzzi che riporto:

++ Terrorismo, Meluzzi: “psichiatrizzare problema è offesa al fondamentalismo islamico” ++ da OFCS REPORT
“Buttare tutto in clinica psichiatrica è un’offesa alla psichiatria, alla psicopatologia ed è anche un’offesa al fondamentalismo islamico. È fuori dubbio che il reclutamento di soggetti indirizzati a fare azioni terroristiche, persino quelli che sono andati a fare i guerrieri d’assalto, i foreign fighters a Mosul o Araque, muovono da qualche tratto specifico, di personalità tra il borderline, il dipendente, l’ossessivo compulsivo e il paranoide, ma pensare che si possa fissare un’equazione per cui tutti coloro che hanno fatto un’azione violenta, l’hanno fatta perché in realtà sono dei malati di mente, è negare la storia e l’evidenza delle cose. Fa parte di un attività di depistaggio logico, che non giova alla verità e non consente nemmeno di mettere in atto delle misure adeguate per la prevenzione di questo fenomeno (che certamente non si fa con il prozac o con il largactil). Il fondamentalismo islamico o il terrorismo non si curano con gli antidepressivi triciclici, né con la psicoanalisi né con delle misure, che possano essere condotte da generose assistenti sociali nelle banlieue metropolitane. La questione è immensamente più complessa e grave. Questo tragico incontro-scontro di civiltà si è presentato più volte nel corso della storia, dai tempi degli omayyadi fino ad arrivare alla caduta di Costantinopoli e all’assedio del muro di Vienna. Negare che siamo di fronte a questa confrontazione, per il semplice fatto che siamo nell’era della globalizzazione è un’immensa sciocchezza”.

Su una cosa sono d’accordo: la questione è immensamente complessa.

3 comments to “Un prophète”
  1. Patrizia Bonini Mingori
    Patrizia Bonini Mingori Mi piacerebbe che si tornasse a parlare dei traumi della nascita e della fase di vulnerabilita’ estrema che essa rappresenta. Ho gia’ avuto modo di trattare l’argomento e negli anni in cui si discuteva di una nascita senza violenza , si parlava di nascite alternative o ben diverse da quelle che sono allestite nella nostra ” bella ” civilta’. E’ davvero sconsolante a volte accorgersi che si tratta psichiatricamente anche degli individui con parole definitorie , ma la madre che ha messo al mondo anche questi matti non viene mai alla luce, ne’ la sua storia o immaginazione.L’importanza della scelta di un nome come condizionamento desiderante( nomen.. est omen ..)

  2. Trovo riduttivo pensare ai terroristi artefici degli ultimi cruenti attentati come persone che soffrono di disturbi mentali. Le persone più deboli sono sempre state reclutate dalla malavita per esserne il braccio armato. Ed oggi più che mai c’è una crisi economica così generalizzata che rende tutti più vulnerabili, facili prede da sedurre e tutti più stressati. Sia di stress quotidiano che di quello generato da fatti traumatici visto che gli attentati creano un clima ansiogeno. Mi hanno colpito le ultime sue domande: “Quale ruolo potrebbero allora avere ad esempio i servizi di salute mentale penitenziaria nel prevenire queste tragicità? E quale ruolo la prevenzione nell’ambito dei servizi di psichiatria in genere?” La prima perché molti come nel film “Il profeta” vengono reclutati in carcere e mi chiedo quanto nelle prigioni i detenuti abbiano la possibilità di fare un percorso di psicoterapia ed essere ascoltati dagli esperti. E la seconda perché sottolinea il ruolo importante della “prevenzione”, già inclusa anche nella sua prima domanda. Il ministro Alfano recentemente ha detto che la “prevenzione” è il lavoro meno appagante ma il più necessario: se è fatta bene difficilmente viene alla ribalta, ma fa sì che gli eventi disastrosi non accadano. Così mi chiedo come gli psichiatri, tante volte chiamati in causa in questi giorni dai media a commentare gli attentati, possano davvero essere messi in grado di fare prevenzione, se ci sono abbastanza strutture per svolgere questo lavoro e se ci sono sufficienti psichiatri nelle strutture dove si può fare prevenzione, e nelle carceri in particolare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *