Quali sono le nuove tecnologie?

Gianni Marconato
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paint_brushes1Un tema sempre aperto a proposito delle così dette tecnologie didattiche è  “quali sono le nuove tecnologie”?  Non è una questione di lana caprina perché le risposte che diamo ci portano dritto dritto a distinguere le innovazioni vere da quelle false.
Se guardiamo agli investimenti pubblici (gli investimenti di chi dovrebbe avere una visione strategica verso l’innovazione) per il  miglioramento delle nostre scuole e di cioè che qui si impara, sembrerebbe che le nuove tecnologie altro non fossero i “contenuti digitali” e le lavagne interattive multimediali. Tutte cose per cui si spendono milioni e milioni. A tutti i livelli.
Sono convinto che queste non siano “innovazioni” (cioè fare cose nuove). Sono soluzioni inefficaci e semplicistiche. Questo è solo il vecchio che viene fatto con strumenti nuovi.
Cosa cambia nella didattica, come migliora l’apprendimento se invece di  studiare in un libro stampato studio da un libro digitale?
Cosa cambia se invece di scrivere su di una lavagna di ardesia artificiale o di carta scrivo su uno schermo “magico”? Cambia e migliora il mio modo di insegnare?
I miei studenti imparano meglio? La mia risposta è un sonoro no. Tutto rimane come prima. Attraverso “contenuti digitali” e LIM non si innova un’H. Il modello didattico è quello di sempre, cioè la scuola  trasmissiva. Cioè il modello stra-criticato da ogni parte; quello di cui si invoca, si supplica, il superamento.
Ed invece, cosa si fa? Si da una spolverata di silicio al vecchio e lo si contrabbanda per nuovo. Sarebbe da chiedersi perché lo si faccia.
Cosa sono, allora le “nuove tecnologie”? Quelle che consentono di fare cose diverse? Quelle che mi consentono di attuare una didattica non più incentrata sulla trasmissione di contenuti? Quelle che consentono ai miei studenti/allievi di imparare meglio?  La risposta è: “la rete”.
Lavorare in rete, comunicare in rete, ricercare in rete, costruire in rete. Tutto ciò che si può fare con un PC collegato ad Internet usando, anche, i diversi applicativi più o meno nuovi che girano in rete, dai blog, ai wiki, alle community, tanto per fare alcuni nomi .
Sono tutti strumentini leggeri, accessibili a tutti con i quali si possono inventare tante attività di apprendimento, tante attività didattiche in cui si rende attivo lo studente. Attività in cui lo studente usa il pensiero, costruisce la propria conoscenza.
Strumenti che costano poco o niente. Ed è forse per questo che non sono oggetto di alcuna “politica” per la scuola.

6 Commenti

  1. ma io ti quoto Gianni!!!
    Sì, è così, io ne sono fermamente convintissima, è come dici tu:

    Lavorare in rete, comunicare in rete, ricercare in rete, costruire in rete. Tutto ciò che si può fare con un PC collegato ad Internet usando, anche, i diversi applicativi più o meno nuovi che girano in rete, dai blog, ai wiki, alle community, tanto per fare alcuni nomi .

    Il problema purtroppo è la paura (a volte immotivata) del mettere in rete gli studenti. La paura che la rete nasconda insidie e pericoli. E su questo c’è ancora molto da fare…

  2. Tito Sartori scrive:

    L’innovazione è la rete, come pratica mentale, come co-costruzione del sapere, come esperienze condivise. Mi piace molto quello che dici, Gianni. Non è (solo) lo strumento a fare la differenza, ma come viene utilizzato. Il più delle volte, nelle realtà in cui mi trovo a lavorare come psicologo o come insegnante, quello che manca non è il PC o l’uso del powerpoint, quanto la disposizione a passare da un insegnamente fondato sulla trasmissione a una educazione che coinvolge le persone rendendole co-autrici di un processo di conoscenza…

    Quanto alla paura citata da Maddalena. Se hai paura della rete, la eviti. Se la eviti, hai un buon motivo di averne paura. Causalità sistemica ;) Come uscire da questo loop paralizzante?

    Mi chiedo quali interessi ruotino attorno a tutto ciò…

  3. ciao Gianni, le nuove tecnologie e il loro utilizzo. Basta un wiki e si possono fare delle cose incredibili dal punto di vista di (come scrivi tu): “Lavorare in rete, comunicare in rete, ricercare in rete, costruire in rete”…
    Sto seguendo anche il tuo gruppo su Facebook “Didattica in Facebook. No grazie?”. (poi magari posto anche lì, vedi tu dove rispondermi..) Mi era sembrato di aver letto, qualche giorno fa, di un applicativo di Facebook per la didattica. Ho letto male? Ne stavate parlando tu e Caterina.. ma non riesco più a trovare dove era scritto. Mi servirebbe perché sto preparando una breve presentazione su blog e facebook orientati all’e-Learning e alla ricerca. Lo so, lo so che sei scettico su facebook, ma proviamo. no?

  4. Tito Sartori scrive:

    Parlando col dirigente della scuola in cui insegno è venuta fuori una frase come questa “Ma noi che siamo cresciuti con didattica tradizionale, con strumentazioni tecnologiche non digitali, piegati sui libri… bla bla bla… alla fin fine abbiamo (anche) la capacità di stare in rete e di utilizzare le possibilità che la dimensione digitale offre”

    :O

  5. Mario Galzigna scrive:

    Caro Gianni,
    grazie per il tuo post, che fa riflettere. Io rovescerei il procedimento: invece di pensare ad uno “stare in rete” attraverso le nuove tecnologie che lo permettono, penserei piuttosto, soprattutto in ambito scolastico-istituzionale, a cosa significa davvero ragionare in termini di sinergie, di “universalismo delle differenze”, ci co-costruzioni identitarie.
    La rete è uno strumento, un mezzo, non un fine. Se la tua logica è competitiva, disciplinare, non sinergica, non “universalistica”, userai la rete per confermare questo tipo di logica. Se la tua impostazione (la tua personale, quella che cerchi di agire nel tuo privato e nella tua attività di insegnante) va nella direzione di quello che mi piace definire un universalismo delle differenze, allora userai la rete per realizzare questo stesso universalismo…
    In rete, nella blogosfera, in FB (eccetera) esistono, lo sappiamo, emergenze di tipo razzista, sciovinista, nazionalistico… esistono apologie di certe condotte “perverse” (pensiamo alla pedofilia)…
    Non sono il blog, FB, o twitter, e compagnia bella, che ci possono aiutare a contrastare certi orientamenti, o a impedirne l’emergenza. Questo per dire, con molta semplicità (non mi stanco di dirlo): torniamo ai contenuti, ripartiamo dai contenuti, e vediamo in quale modo tali contenuti possono trovare nella rete un valido strumento di affermazione e di diffusione. Mi pare che l’intervento di Giuliana vada decisamente in questa direzione.

    McLuhan ha affermato che “il mezzo è il messaggio”: sono per il rovesciamento di questa formula. Restituiamo centralità al messaggio, alla qualità del messaggio, e cerchiamo di vedere il mezzo come variabila dipendente del messaggio. Pieghiamo, insomma, il mezzo, alla struttura del messaggio.
    bye

  6. Tito Sartori scrive:

    Grazie, Mario di aver messo a fuoco la questione con chiarezza.

    L’esigenza è un ribaltamento di logica, dalla competizione alla conversazione.

    Mi suggestiona inoltre il rovesciamento della celebre battuta di McLuhan. Senza dubbio la modalità comunicativa che scegliamo obbliga il messaggio da veicolare, lo condiziona e lo precede. Ma mi piace pensare, come suggerisci tu, di definire dei contenuti e di trovare quindi dei mezzi adatti a comunicarli e condividerli.

    Continuo a pensare a un pensiero pendolare, che vive di vincoli e margini di libertà.

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