Facciamo il punto

Gianni Marconato
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Faccio il punto dello stato degli usi didattici delle tecnologie qui da noi citando il parere di due (quanto autorevoli fate voi, per me lo sono) personaggi: Giorgio Olimpo, Direttore  dell’Istituto per le tecnologie didattiche del CNR e di Aurelio Simone direttore della Scuola IAD, Tor  Vergata. Sono affermazioni fatte nel corso del recente congresso della Società Italiane di e-learning (Trento 8 – 11 ottobre).

Simone dice che in questi anni d’uso didattico delle tecnologie si è avuto un uso sostitutivo di modalità “analogiche” ed in alcuni casi integrativo delle stesse ma mai si è avuta una innovazione vera. Il tradizionale è stato ribaltato sulla tecnologia informatica.

Successivamente, nel corso della keynote speach, Olimpo si sofferma sulle cause che hanno portato a questa situazione l’atteggiamento che ha permeato la tematica e le individua nella cultura del fare gli interessi di bottega da parte del mercato, della politica, del mondo della ricerca.

Questa prospettiva del piccolo cabotaggio ha portato a fare un passo indietro sul piano concettuale, si fa didattica con le tecnologie senza tener conto dei risultati della ricerca. mancanza dell’effetto cumulativo dei risultati della ricerca. Tutti operano nell’ignoranza, nella non considerazione di quanto altri hanno fatto. Questo avviene perché non esiste un dialogo tra punti di vista parziali e differenti. Avviene, anche, perché raramente si ha accesso alla documentazione di ricerca, che viene occultata se non in quelle parti in cui si descrivono i risultati positivi tacendo colpevolmente su quelli negativi. E questo occultamento di informazioni è tanto più forte quanto più i finanziamenti utilizzati sono di tipo pubblico.

Pare, quindi, che la causa del blocco dell’innovazione e dell’impatto autentico e diffuso delle tecnologie sia, prima di tutto, la cultura dell’interesse di bottega nel determinare il senso che viene prevalentemente dato all’interesse per le tecnologie.

Se fosse vera questa diagnosi, ci sarebbe poco da ben sperare.

Dato che, personalmente, credo che l’interesse di bottega sia una delle facce della questione, nutro positive speranze sul futuro della didattica con le tecnologie, speranze che ripongo più sui singoli operatori che sulle istituzioni.

Non so come voi la vediate.

73 Commenti

  1. Il quadro che dipingi, Gianni, è desolante. Mi piacerebbe che tu approfondissi la parte legata alla speranza. Io credo che le istituzioni siano alla fin fine fatte dalle persone. Perciò credo che al di là della resistenza (a volte ottusa) dell’apparato “istituzionale” inteso nel suo complesso come sistema burocratico chiuso e rigido, ecco… credo che se non c’è vera innovazione è perché chi lavora nel settore ancora non ha capito come innovare…

    mancano pratiche ed esperienze innovative. Forse. O forse hai ragione tu: ci resta solo la speranza…

  2. Giorgio  Jannis Giorgio Jannis scrive:

    Modalità “analogiche”, integrative, e non comprensione delle proprietà fondanti delle TIC, o della tecnologia tutta, rispetto all’innovazione.
    Quindi se le TIC sono viste come “strumenti” alla didattica, ecco che il pensiero (magari in buona fede) degli insegnanti e dei responsabili si focalizza sul singolo oggetto, la lavagna elettronica o il programma di presentazioni multimediali, e ne segue necassariamente una didattica istruzionistica (addestramento all’uso) incapace di percepire e valutare il tutto, il percorso di apprendimento complessivo, il fattore educativo.
    E sviluppare oggetti parcellizzati, viene comodo anche per i produttori commerciali, che poi da che mondo é mondo spingono il loro prodotto, e nessuna intelligenza nei committenti o nei portatori d’interesse (dirigenti scolastici, responsabili presso gli Uffici Scolastici, Università) è in grado di comprendere il fenomeno in maniera ampia e sistemica.
    Se lo sguardo riuscisse a spostarsi dall’oggetto tecnologico come strumento (quindi singolo, avulso dal contesto) all’oggetto come ambiente (compresione del contesto, situazione d’apprendimento, costruzione sociale della conoscenza) andrebbero a posto parecchie magagne.
    Ma è discorso che Marconato conduce da anni, diamogliene atto :)

  3. @ Maddalena. Dove sta la speranza? In parecchi luoghi; ad esempio nelle tante piccole e belle cose che fanno alcuni insegnanti volenterosi ed operosi nonostante un ambiente non favorente (non mi riferisco alle dispute anti Gelmini di questi tempi). La rete è piena di queste “evidenze” e non le riepilogo qui. Parecchi esempi si trovano nei forum di Orientamenti & Disorientamenti, un network di pratica tra professionisti della didattica con le tecnologie. La speranza sta,anche, in tanta solida letteratura scientifica che ci indica come usare “a valore aggiunto” (per l’apprendimento) le tecnologie (ne ho estesamemnte parlato nel mio blog). Il guoaio è che le tante cose belle non emergono e diventano “rumore” nel baillame di tanto vuoto chiacchiericcio sulla didattica con le tecnologie. Ho quasi la sensazione che l’avvento delle tecnologie abbia fatto nascere dal nulla (ma proprio dal nulla) una schiera di “esperti” della materia. Sembra che basti leggere alcuni libri e smanettare con il pc e navigare in rete e, voilà, la competenza si materializza. Comunque, come diceva “Sciesa” , tiremm innanz

  4. @ Giorgio. Grazie per il darmi atto della “storicità” del mio discorso. Nel “lontano” 2003 scrivevo per pochi intimi in Sviluppo & Organizzazione: “Oltre l’ e-learning. Verso un paradigma d’insegnamento ed apprendimento “migliorato” dalla tecnologia“.
    Vedo che quelle chiacchiere stanno diventando attuali.

  5. noa scrive:

    maddalena scrive:

    “credo che se non c’è vera innovazione è perché chi lavora nel settore ancora non ha capito come innovare…”

    Vorrei essere così ottimista ma, almeno nel mio campo, non è solo l’onesta ignoranza il problema :)
    Però è vero che anche chi vuole innovare, ad esempio le aziende che come noi hanno nell’innovazione la ragione della loro esistenza, hanno delle difficoltà.
    E, secondo me, ha davvero ragione Giorgio:

    “E sviluppare oggetti parcellizzati, viene comodo anche per i produttori commerciali, che poi da che mondo é mondo spingono il loro prodotto, e nessuna intelligenza nei committenti o nei portatori d’interesse (dirigenti scolastici, responsabili presso gli Uffici Scolastici, Università) è in grado di comprendere il fenomeno in maniera ampia e sistemica.
    Se lo sguardo riuscisse a spostarsi dall’oggetto tecnologico come strumento (quindi singolo, avulso dal contesto) all’oggetto come ambiente (compresione del contesto, situazione d’apprendimento, costruzione sociale della conoscenza) andrebbero a posto parecchie magagne.”

    Da tempo pensavo di scrivere un post sull’argomento, e lo farò, ma permettetemi di anticipare qui.
    Giorgio dice che nessuna intelligenza nei committenti (quindi chi farà uso) è in grado di comprendere il fenomeno ecc…
    Il problema, secondo me, è che manca un’intelligenza condivisa sia a monte (tra i produttori commerciali) sia a valle (tra gli operatori didattici), quando sarebbe auspicabile ci fosse addirittura tra monte e valle.
    Fino a ora gli editori hanno pubblicato i loro testi, e tra i loro cataloghi – caduti dall’alto – gli insegnanti hanno dovuto scegliere. Io penso (noi di BBN pensiamo) che l’unico modo per spostare l’attenzione dall’oggetto strumento all’oggetto ambiente sia quello di farlo nascere nell’ambiente stesso.
    L’unico modo per capire come innovare, maddalena, è sperimentare, e questo serve anche per creare l’intelligenza condivisa. E non intendo dire che i produttori fanno e la scuola sperimenta, ma penso a un flusso circolare e continuo di lavoro comune.
    In questa scuola di cose belle che non emergono, gianni, questo può essere un impegno concreto, e non per chi millanta competenza, ma proprio per chi con onestà decide di sedersi al tavolo dei lavori per imparare – tutti insieme – come fare innovazione.

  6. faccio un pò fatica a seguirvi… forse perché, avendo una formazioen filosofica, non riesco a pensare nemmeno per un secondo che l’abitare ambienti virtuali possa essere una pratica [è questo che chiamate didattica? perché a me sembra invece si debba parlare di "formazione" più che di "didattica"] pensata come scissa, indipendente dagli strumenti (oggetti?) a disposizine in questo ambiente e dalla persona (con tutto il suo bagaglio culturale e i suoi percorsi formativi) che ne fa un uso condiviso (poi si può discutere se l’esito siano percorsi di condivisione di saperi oppure di scoperta o di innovazione).

    Credo che qualsiasi insegnante, indipendentemente dalla sua formazione, oggi (e ribadisco oggi, perché credo che solo 5 anni fa le cose andassero altrimenti) possa, senza possedere nessuna competenza di carattere tecnologico (esempio: non sa usare excell, né word, né nulla):

    1) accedere alla rete
    2) apprendere facilmente e in tempi ragionevoli ad usare strumenti free, a costo zero, in ambienti non dedicati all’apprendimento (=formazione).
    3) aprirsi perciò un account in una piattaforma di blogging, collegare questo account ad altri ambienti social (Twitter, Facebook, FriendFeed) e iniziare così il proprio individuale percorso di autoformazione.
    4) Quindi se quell’insegnante, facendo tesoro di quanto già trova in rete, della propria capacità progettuale, dell’essere in rete, ha un proprio progetto da condividere con i propri allievi e con il resto della rete, allora lo farà.

    Altrimenti i luoghi da lui abitati resteranno “morti” ma nello stesso identico modo in cui un libro può restare “muto” in assenza di un progetto che lo renda “vivo”, che ne faccio un ambiente “formativo” e “relazionale” condiviso con i discenti.

    Ieri su Facebook Alessandro Baricco, lo scrittore, ha aperto il suo account. Un mese fa lo ha aperto il sindaco di Pavova, Flavio Zanonato. Vi risulta che abbiano una laurea in informatica? Vi risulta che abbiano seguito dei corsi propedeutici allo scrivere in rete o al fare politica in rete?

    Io credo che anche gli insegnanti (o ci consideriamo una specie protetta e differente?!?) possano, come tutti, autoformarsi e avviare percorsi di “formazione in rete” partendo, appunto, dalle pratiche. E poi discutendone molto, come si fa appunto una volta approdati in rete, man mano che si cresce sia con i propri simili (scrittori con scrittori, pittori con pittori, insegnanti con insegnanti) sia (e secondo me soprattutto) con chi ha formazioni diverse dalle proprie.

    L’arricchimento in termini di autoformazione che io ho personalmente sperimentato nelle “note” (le note sono come gli articoli o post dei blog e hanno la possibilità di interagire con commenti) che ho scritto e condiviso su facebook, è derivato in larga parte dalle osservazioni che mi sono state fatte da scrittori, da poeti, da persone che non hanno la mia formazione.

    Certo se continuo a pensare che noi insegnanti siamo una specie rara e dobbiamo per forza interagire attraverso strumenti dedicati, lavagne dedicate, ambienti dedicati, ok… continuiamo a farci del male ;-)))

    Io non credo di aver bisogno di maggiori competenze tecnologiche di quelle che hanno Alessandro Baricco o Flavio Zanonato. Io, come insegnante, credo di avere la stessa capacità progettuale loro anche se in “settori diversi”. Perciò mi metto in rete e lavoro in rete. Porto la mia professionalità (le competenze delle mie discipline e le mie capacità di condividere pratiche e saperi) in rete.

    E ci sono già centinaia di insegnanti che lo fanno, che non hanno bisogno di “visibilità” perché non ce n’è bisogno: non dobbiamo vendere qualcosa. Ma chi è in rete, già lavora con altri insegnanti. Come lavora con scrittori, poeti, pittori… Le buone pratiche si condividono in rete, possono essere oggetto di pubblicazioni specialistiche di carattere accademico che ne saggino la valenza o meno formativa, che ne testino il grado di innovazione, ma non necessariamente devono essere visibili…

    Anche perché “scadono” come lo yogurth: la rete cambia in continuazione, si migliora, autoproduce sempre nuovi strumenti… quello che abbiamo sperimentato un anno fa è già preistoria dal punto di vista degli strumenti e degli “oggetti”.

    Ma siamo noi – chi è in rete – che li stiamo autoproducendo, grazie alla nostra capacità progettuale e alla messa in rete delle nostre competenze…

  7. Cara Maddalena, dici di far fatica a adeguirci. Forse è questione di linguaggio non condiviso. Non tutti diamo lo steso significato allo stesso termine. Ed è così che che si “confonde” didattica con formazione non percghè siano sinonimi, ma perchè la seconda può includere la prima ….Un po’ di ambiguità lessicale va messa nel conto e gestita.
    Circa l’insegnante essere diverso da tutti gli altri umani. La questione è che c’è insegnan te ed insegnante. C’è (e non è un fenomeno raro) chi non sa usare word ed excell e non è mai entrtato in internet. Potrà sembrare strano ma è così. Chi non ci crede deve farsene una ragione e guardare in modo meno ideologico/idealistico alla questione
    Poi c’è chi a voglia di imparare e chi no …. Ci troviamo così ad avere una categoria umana assai differenziata. Non esiste “l’insegnante” ma esistono “gli insegnanti”. Specie e sottospecie. Chi frequanta questo ambiente non è statisticamemnte rappresentativo dell’universo. Sono/siamo dei privilegiati, forse delle mosche bianche. No problem, Basta essere essere consapevoli e non vivere la realtà come se tutti fossero come me.
    Per il resto, sugli auspici, su come dovrebbero andare le cose …totalmente daccordo con te, Maddalena
    Un ultimo appunto: “mettere in rete le nostre competenze”. Ottima cosa ma, nel concreto, pochissimi lo fanno.
    Ciò non ci impedisce di proseguire nella nostra strata di visionari predicatori. Forse riusciremo a spostare il limite un po’ più in là …

  8. a Noa

    secondo me, è che manca un’intelligenza condivisa sia a monte (tra i produttori commerciali) sia a valle (tra gli operatori didattici), quando sarebbe auspicabile ci fosse addirittura tra monte e valle.

    Quella che tu chiami “intelligenza condivisa” manca perchè manca una condivisione di interessi tra, ad esempio, editori ed utilizzatori. Per l’editore l’interesse è il business, per l’insegnante è l’utilità di un “oggetto”. Spesso succede che è l’editore ad imporre il suo punto di vista e l’insegnante, soprattutto quello pavido, si adegua.
    So che non dovrebbe essere così, ma così è.
    Magari, ogni tanto si presenta un editore illuminato (Noa, per non far nomi, ad esempio) e qualche enclave di intelligenza condivisa si potrebbe aprire

  9. @ Gianni
    esatto, il linguaggio va co-generato, e questo è consentito solo dalla messa in rete delle competenze.

    Gianni, quattro anni fa, ho fatto con una classe di scuola media, un progetto di messa in rete delle mie competenze di scrittura di un testo (era un racconto) con quelle degli allievi producendo tanti testi quanti erano il numero degli allievi… ma ogni testo era scritto “in rete” nel senso che ad ogni riga, dello stesso testo, cambiava l’autore.

    E’ molto facile se lo fai in rete, aggiornando a turno il post di un blog del compagno, o generandolo nei commenti…

    Ma non avevamo la connessione a internet.

    Quindi… quindi?

    Quindi, ogni 2 minuti, battevamo le mani e cambiavamo di sedia. Così ognuno di noi si trovava seduto davanti al pc con il testo del compagno vicino di banco…
    Se la rete non è virtuale, la si fa comunque.

    Nel corso di questa esperienza sono state tali e tante le proposte di cambiare la sequenza o la modalità degli spostamenti da parte degli allievi, che ne ho imparate davvero molte di strategie per impostare lavori del genere. Ma le ho imparate da loro, dai ragazzi, non le sapevo prima: perché la messa in rete genera scoperta (o innovazione a seconda dei casi).

    Io non credo che quello che ho fatto in quel laboratorio fosse diverso da quello che un insegnante di italiano (ma li conosco solo io gli insegnanti bravi?) allergico al pc fa ogni giorno in classe quando rende “vivo” e “condiviso” un testo che altrimenti resterebbe “muto”.

    Baricco su Facebook sta imparando dagli altri a mettere in rete la sua scrittura? o lo sa già fare e si sta solo impadronendo di un nuovo strumento? Entrambe le cose. Si sta autoformando. Farebbe la stessa cosa se decidesse di impiegare il tempo che dedica a Facebook ad andare a seguire le prove di un concerto e potesse interagire con chi suona: fare domande, ricevere risposte… scrivere appunto testi in rete…

    L’interazione è il valore aggiunto della messa in rete, dal punto di vista formativo. Ma l’interazione non è necessariamente e solo legata all’uso di Internet.

  10. Maddalena,

    (ma li conosco solo io gli insegnanti bravi?)

    No, ne conosco tantissimi anch’io ma la maggioranza non è così. L’attività didattica che hai narrato, è certamente “semplice” per te che hai conoscenze, consapevolezze, … ma per la maggior parte non lo è. Purtroppo.
    Mio figlio, terza liceo, la settimana scorsa è ritornato a casa stordito da una lezione di italiano così tenuta: ha parlato per due ore, si faceva le domande e si dava le risposte, faceva batture e rideva da sola, mai a guardarci in faccia. Non si era neppure accorta che qualcuno di noi aveva preso sonno …
    E dire che la suddetta passa per essere una delle “migliori”.
    Cosa potevo dirgli per non farlo sentire un cretino (svalorizzando le sue percezioni)e non “sputtanare” l’insegnante?
    Gli ho detto che ci sono tanti modi per insegnare e per imparare. Evidentemente il suo (di mio figlio) modo di imparare non si sposa bene con il modo di insegnare della proffe …
    Non ho detto quello che pensavo ….

  11. noa scrive:

    @maddalena

    non riesco a pensare nemmeno per un secondo che l’abitare ambienti virtuali possa essere una pratica pensata come scissa, indipendente dagli strumenti a disposizine in questo ambiente e dalla persona che ne fa un uso

    se ti riferisci a quello che ho scritto io, per ambiente non intendevo la rete, intendevo la scuola :) nel senso che i contenuti dovrebbero nascere nella scuola stessa, prodotti da una collaborazione stretta tra chi di solito produce e chi usufruisce.
    In questo modo l’attenzione non è più rivolta al computer, alla rete, alla lavagna elettronica, ma viene focalizzata sul vero oggetto didattico: il contenuto.
    Il resto… sono solo tecnologie :D
    Infatti:

    Quindi, ogni 2 minuti, battevamo le mani e cambiavamo di sedia. Così ognuno di noi si trovava seduto davanti al pc con il testo del compagno vicino di banco…
    Se la rete non è virtuale, la si fa comunque.

    Bellissimo!

    @ Gianni: sì, la nostra idea (grazie per aver fatto nomi :D :D) è quella: creare insieme e sperimentare insieme (anche gli editori devono sperimentare – e i costi accollarseli, cribbio).

  12. @ noa
    ok.
    se poi la scuola è in rete… ancora meglio ;-)
    nel senso che i contenuti non possono essere “fermi”, ma vanno negoziati, modificati, condivisi…

    un pò come stiamo facendo noi qui: cerchiamo di intenderci, di trovare un modo per comunicare.

    Perché Gianni, proprio a seguito di queste interessanti itnerazioni, allora, assieme a Noa, non prendiamo la lezione di cui parlavi (quella che ha fatto addormentare tuo figlio) e proviamo a farne un oggetto interattivo?

    Dicevi che importante è approfondire. Bé, proviamoci…

  13. Mad,

    Perché ……………ssieme a Noa, non prendiamo la lezione di cui parlavi (quella che ha fatto addormentare tuo figlio) e proviamo a farne un oggetto interattivo

    Accetto la proposta/sfida.

    Chiedo al giovane il tema della lezione (se se lo ricorda…, non è grande studente; è solo “grande” 1,95 … ) e proviamo a fare ….

  14. noa scrive:

    a disposizione!
    :D

  15. Giorgio  Jannis Giorgio Jannis scrive:

    La discussione è simpatica, e pure fattivamente costruttiva :)

    Solo due appunti su quanto detto, perdonate un po’ di pedanterìa.
    Prendo il vecchio esempio sistemico del “vedere gli alberi, ma non saper vedere il bosco”. Affrontate la questione con il vostro bagaglio enciclopedico, troverete l’esempio più eloquente per voi; ho a che fare comunque con uno sguardo che non riesce a “fare il salto”, vede le parti ma non vede il tutto, quindi niente olismo (non coglie lo scarto, in quel Tutto maggiore della somma delle parti).
    Questa è la situazione che io e Gianni leggiamo da “formatori di formatori”, e da molti anni di ragionamenti sulle tecnologie didattiche sappiamo che garantire apprendimento significativo (dalle abilità alle competenze) viene dallo strumento (ipertesto, powerpoint, software didattico, audiovideo, uso mappe concettuali/satellitari, scrittura collaborativa, Learning Management System o personal environment, editoria elettronica, boh) solo se quest’ultimo viene concepito come attore di una situazione di apprendimento, che tra l’altro siamo per tradizione abituati ad associare con l’aula fisica dell’edificio scolastico (la parasinonimia in italiano di “classe” e “aula” è destinata a veder accrescersi la forbice di distanza sematica tra i due termini, visto che le tecnologie TIC stanno smaterializzando i Luoghi della formazione).
    Di qui viene l’indicazione delle visioni “spezzettanti” dell’esperienza formativa (un processo unico e originale, nuovo ogni volta con persone diverse) come assolutamente deleterie alla comprensione del fenomeno “educazione”, e nel caso dei supporti tecnologici alla didattica questa frammentazione (percepire i singoli ausilii slegati dal contesto) incontra poi le logiche industriali e commerciali, potenti nell’orientare i comportamenti di persone – dirigenti e insegnanti – che, sempre nel caso particolare delle TIC a scuola, magari non sanno cogliere epistemologicamente la vera portata culturale dell’aver un PC connesso in classe. Non “traguardano” lo strumento verso l’obiettivo didattico. Vedono gli alberi, non il bosco. Usano Word per fare il dettato, e si sentono la coscienza a posto con le “TIC in classe”.

    Per dire: la cosa più importante da fare subito in una classe è stabilire un buon “clima” situazionale (affettivo, cognitivo, relazionale) per favorire l’apprendimento. Tutti gli attori della situazione poi (bambini e insegnanti, tecnologie tipo la lavagna col gesso e la scrittura e i libri e il computer e la televisione satellitare, il tipo di luce disponibile, la grandezza delle finestre, il colore delle pareti, la disposizione dei banchi, gli orari scolastici i ritmi dell’esperienza) vanno così coordinati per dar luogo ad un “flusso di apprendimento”, la qual cosa ci ha portato a definire l’insegnante moderno più come un regista di una situazione complessa, oppure come facilitatore (è il gruppo-classe il soggetto che apprende, ed è la cultura del gruppo quella che va innalzata con scambi multidirezionali capaci di rielaborare e rimettere in gioco per l’intero gruppo le conoscenze e le competenze di ciascuno), piuttosto che come “dispensatore di nozioni e sanzioni”.

    Da questa visione contestuale, olistica, situazionale, processuale, mi permetto di criticare noa, che alla fine del giusto ragionamento

    In questo modo l’attenzione non è più rivolta al computer, alla rete, alla lavagna elettronica, ma viene focalizzata sul vero oggetto didattico: il contenuto.
    Il resto… sono solo tecnologie

    ricade su una percezione “contenutistica”, come se esistesse l’oggetto in questione; ma non può esistere come oggetto, perché si tratta di un’esperienza: non vive dentro i soggetti, ma TRA i soggetti, dentro situazioni sociali che contemplano molti attori anche non umani che incidono sul processo. Ovvero, proprio il cercare di evitare gli errori frutto della nostra abitudine (esperienze innervate di vita vissuta) a giudicare il fare scuola come azione trasmissiva monodirezionale di contenuti, sarà la nostra salvezza, e tutto questo accade poi oggi, nel momento in cui l’esplosione delle TIC in classe non solo ci suggerisce (in virtù di approcci pedagogici migliori) di considerare diversamente e sistemicamente la situazione dell’apprendimento, ma ci obbliga definitivamente a riprendere in mano le nostre definizioni e i nostri paradigmi culturali, per progettare la scuola del futuro.

    Anzi, se si “ascoltassero” di più le tecnologie (non le tecniche: sempre alberi e bosco), con la loro anima fatta di trasformazione e distribuzione (energia, materia, informazione), con la loro specifica epistemologia, portatrici di un “fare” che ci caratterizza come esseri umani (homo faber, homo technologicus) nel dialogo con la fruizione dell’ambiente naturale o antropico, ecco, anche dalle fredde tecnologie, se interpretate in modo non riduzionista (strumentale) potrebbero venire buone indicazioni sul loro utilizzo, caldo perché umano. Per capire un blog, devo capire la blogosfera. Per capire un tag, devo capire la folksonomia.
    Per dare qualità all’ambiente abitativo fisico, non posso misconoscere il ruolo costitutivo delle reti tecnologiche che da secoli innervano il territorio, determinando l’identità della collettività che in quel territorio risiede e le forme della mia partecipazione alla socialità.
    Per dare qualità all’ambiente formativo, non posso misconoscere il ruolo delle tecnologie a supporto del pensiero e della situazione interpersonale dove avviene apprendimento: il PC connesso è un ambiente formativo, non uno strumento.
    Per dare qualità al web, non posso misconoscere il ruolo delle tecnologie TIC (delle loro peculiarità) nel costituirmi come abitante indifferentemente biodigitale: partecipare a una bella discussione qui significa espormi al cambiamento (ovvero apprendimento), rinegoziare la mia identità in Luoghi normalmente antropici di socialità in Rete, diventar consapevole che queste nostre parole digitali avranno conseguenze concrete nel loro intrecciarsi con altre per formare opinioni e punti di vista con cui progettiamo l’agire di domani.

  16. noa scrive:

    @giorgio: permettiti, permettiti, è cosa buona e giusta :)
    sì, sono d’accordo con te :)
    in parte non intendevo escludere il ruolo delle tecnologie: sono consapevole del fatto che in questo caso il medium è il messaggio.
    ma è anche vero che pure io tendo a perdermi “il bosco”, perché la mia attenzione è – professionalmente – rivolta ai contenuti.
    il processo collaborativo che immagino (sogno?) dovrebbe aiutare a superare i limiti tipici dell’osservatore :)

    “nelle ere della meccanica, avevamo operato un’estensione del nostro corpo in senso spaziale. Oggi, dopo oltre un secolo di impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio”

    E nel 67 non si comunicava in rete, altrimenti chissà cosa McLuhan avrebbe scritto :)

  17. sì Giorgio è quello che io chiamo “progetto formativo” ;-)

    cominciamo pure da un’esemplificazioen, dalla “lezione” che ci proporrà Gianni. Partiamo da un “classico tradizionale contenuto da trasmettete” (vecchia maniera insomma) in una classe (=didattica) e facciamolo diventare uno dei nodi di un percorso formativo che proviamo a progettare insieme, interagendo qui, in rete…

  18. @ Giorgio, Maddelena e Noa
    credo esista una sincera convergenza tra di noi 4 sul senso da dare alle tecnologie. Questo può essere declinato sotto diverse prospettive. Nel tuo ultimo post-one, Giorgio ne evidenzi, con una descrizione che trovo affascinante – come il solito, una.

    Andando oltre ed in attesa di farmi raccontare dal pargolo quale fosse il contenuto della lezione incriminata, mi piacerebbe tornare sul tema dei “contenuti” perchè, se è vero che predichiamo tutti il superamento della didattica focalizzata sui contenuti, non vuol dire che i “contenuti” non abbiano più un ruolo. I “contenuti” sono importanti. Vanno, però, ricollocati in una prospettiva diversa dalla tradizionale. Mi organizzo le idee e faccio un nuovo post, magari con titolo “La morte dei contenuti?”. Ci penso

  19. Ho il “tema” per il compito:
    Materia: Letteratura Italiana.
    Argomento: Le forme della letteratura nell’”età cortese”. Il “romanzo cortese” (chansons de geste, lirica provenzale e romanzo cavalleresco).
    Chi ne sa qualcosa? Maddalena, per te credo sia pane quotdiano

  20. noa scrive:

    wè, una bella sfida :)

    Allora, quando più persone lavorano a un progetto (quasi sempre, e sempre sparse per la penisola) noi apriamo una stanzetta apposita nell’area “la bottega degli autori” del ns forum. Questa stanza è accessibile solo agli autori – ma non solo a quelli di quello specifico progetto.
    Utilizziamo quindi questa parte riservata del forum per scambiare idee e materiali, ma anche solo per conservare una “memoria storica” di idee che magari al momento non si possono realizzare (per mancanza di tempo, energie o competenze), ma che un domani qualcuno potrebbe farsi carico di portare avanti.
    Mi è venuto in mente quindi che potrei fare lo stesso per questo progetto, se volete, ma non mi dispiace l’idea di proseguire pubblicamente.
    Se pensate che questo spazio sia limitante io nn ho problemi a darvi l’accesso alla parte riservata del forum e a creare una stanza apposta, ma in questo caso riterrei comunque interessante postare qui un aggiornamento ogni tanto per consentire anche ai non addetti ai lavori di seguire la vicenda.
    Un’altra possibilità – non fraintendetemi, sto solo pensando a una piattaforma più versatile di un blog – potrebbe essere utilizzare uno dei ning già aperti da gianni (però io trovo i forum classici più facili da consultare).

  21. eh sì, è uno dei “fili” che puoi “tessere” in milel modi diversi

    si parte da Roncisvalle e si arriva diritti al castello dei destini incrociati di Calvino, passando attraverso Ariosto.

    E’ uno dei temi in cui si può davvero progettare un percorso formativo che ha fortemente a che fare con l’intertestualità, con la messa inr ete dei testi, intendo. E anche delle discipline. Mi vengono già un sacco di idee.

    Però andiamo con ordine.
    Proviamo a immaginare che l’”aula” sia questa, sia questo ambiente virtuale in cui ci incontriamo. E che la “classe” siano tutti colori che parteciperanno (più o meno direttamente) alal fruizione del percorso.

    Io procederei così: proponiamo il tema, inteso come “filo” che connette usando, qui sul blog, un testo e/o un’immagine che lo evochi, che lo suggerisca e proproniamolo, un giorno, (magari quando siamno pronti, anche la prossima settimana) in tutte le rubriche di Ibridamenti contemporaneamente in modo che ognuno aggiunga ciò che gli viene in mente o per conoscenza diretta o per analogia…

    Una specie di brainstorming virtuale. E poi torniamo a rifletterci per vedere come abbaimo interagito e come possiamo affinare il nostro percorso formativo.

    Io inizio a cercare, fatelo anche voi, in rete…
    Sicuramente troveremo lezioni tradizionali pre-confezionate.

    l’inizio della ricerca è facile:

    Il “romanzo cortese” (chansons de geste, lirica provenzale e romanzo cavalleresco).

    in più… tutto Calvino, il Calvino che parla di Ariosto (lo sapete no, che ha fatto anche una curatela per l’edizione della mondadori dell’Orlando Furioso…, il Calvino che pubblica il “Castello dei destini incorciati”, il Calvino delle Lezioni americane (“proviamo con la lezione sulla leggerezza?”)

    E’ solo un inizio, si va avanti per google.it e si cerca…

  22. @ noa, scusami, scrivevo mentre scrivevi anche tu…

    la messa in rete secondo me deve essere pubblica, perché così seguiamo anche il processo generativo e possiamo rifletterci in continuazione…

    se vuoi usa pure il tuo forum come punto di riferimento e riversa poi qui gli esiti dei processi. Cenrchiamo di far interagire certo gli spazi che abbiamo…

    siamo in rete, no?

  23. Donnne, piano; piano. Correte come schegge mentre io rantolo al solo seguirvi da lontano ….
    Noa propone uno strumento per lavorare: un forum, un ambiente NING … Trovo anch’io un po’ limitante usare il blog e lo strumento del commento (che deve essere sempre sequenziale anche fisicamente) ma non impossibile da usare. Da un lato mi piacerebbe continuare in questo ambiente, ma non escluderei ibridamennti con altri ambienti (come “Orientamenti & Disorientamenti” o “La scuola che funziona”)dove abbiamo aree forum, quindi discussione ramificata, attachment di file … e wiki di appoggio per la scrittura collaborativa ed altre funzioni. Valutiamo i pro ed i contro.
    Maddalena specifica i contenuti della tematica per me oscura, buia, ed un bel metodo di lavoro, il brainstotming virtuale rilanciato a tutti i membri di Ibridamenti.
    Propongo di decidere presto l’ambiente in cui lavoriamo e poi partiamo con il lavoro.
    Per ibridare i ruoli cercherò di coinvolgere in questo lavoro l’Eugenio Marconato … Chissà

  24. agli ordini capo :-)

    Sul contenuto, Gianni, non puoi dirmi che non hai mai sentito parlare delle gesta dei paladini di Carlo Magno, divenuti poi simbolo della cristianità contro i “saraceni” (=gli arabi). Ecco la “lezione” in questione è il punto di partenza di un genere letterario che avrà lunga vita cultura occidentale: il romanzo cavalleresco (del quale è esempio celebre l’Orlando Furioso di Ariosto) . Se proprio vogliamo partire da lì, dai contenuti, [ma come ha già fatto notare Giorgio Jannis, sappiamo che è un nodo all'interno di un percorso formativo]io inizierei legegndo qualcosa di Italo Calvino sull’Orlando Furioso di Ariosto, per poi, appunto tornare indietro a cercare chi è l’Orlando di cui parla e quale tradizione letteraria sta alle spalle …

    ma ci sono mille altri nodi da intrecciare a questo a partire dalla storia, dall’arte… perciò appunto, discutendone in rete la prima lezione potrebbe essere completamente diversa da quella che vedo io… (un’immagine per esempio, che sia una fienstra che si apra verso dei testi… bé è molto meglio che solo testo)

    Gianni, ti seguo, ma non sottovalutare le potenzialità del blog, anche al punto di vista della fruibilità: ogni volta che devoi scrivere su un wiki, personalmente mi innervosisco ;-)
    I ning inveece viaggiano alla velocitàd ella luce :-)

    E, cosa giustissima, l’importante è creare sinenrgie tra i diversi luoghi della rete…

  25. Mad, se qui c’è un “capo” quello sei tu … (dove cavolo sono gli emoticons …immagine uno con sorrisetto).
    Strumemnti e sinergie tra i diversi luoghi della rete: mi piacerebbe molto, come proponi tu Mad, provare a coinvolgere i membri di Ibridamenti nella fase di brainstorming. Non sarà semplice ma vorrei che provassimo.
    Magari in secondo momento allarghiamo ai network Ning che ho citato, magari “La scuola che funziona” anche se è ancora nella fsed ello start-up ma potrebbe essere una scossa per iniziare.
    Se Noa e Giorgio, nostri compagni di viaggio in questo gioco concordano, potremo partire lavorando qui sulla base del piano proposto da Mad. Così vedo se cambio idea sui blog ….

  26. [gli emoticon, basta che li fai scrivendo: due punti, lineetta, parentesi :-) (e quando invii il commento, appare l'iconcina)]

    eh no, questa è la tua di casa, io sono ospite qui :-) perciò parliamo pure di leadership condivisa… altrimenti che rete è?

    qualcuno di voi (non io !!!) prepari un post in cui si racconta la verità e cioè l’idea di “progettare un percorso formativo” in rete, che abbia come punto di inizio la lezione che ha fatto addormentare tuo figlio.
    Cerchiamo idee: questo il messaggio

    Io lo posto in tutte le rubriche di ibridamenti contemporaneamente, in modo che il post generi una serie di commenti da punti di vista differenti.

    Se avete un forum già operativo postate la stessa cosa anche là.

    Si fa sintesi delle interazioni emerse… poi vediamo che succede. Personalmente non so quale sarà il passaggio successivo.

    ecco per esempio, c’è questa miniatura…

    Miniatura del XIV secolo, conservata alla Biblioteca Marciana di Venezia. Raffigura la morte di Rolando, paladino di Carlo Magno, nella battaglia di Roncisvalle. L’eroe carolingio è il protagonista della Chanson de Roland, poema epico della seconda metà dell’XI secolo, il più noto fra quelli che trattano la cosiddetta “materia di Francia”.

  27. ma è solo un esempio, in rete, davvero potete trovare di tutto cercando con google le parole chiave…

  28. Giorgio  Jannis Giorgio Jannis scrive:

    Ops, letteratura.
    Me la gioco sulle idee trasversali.
    1. la nascita dell’Io moderno, appunto nel romanzo. Di solito si fa risalire la prima apparizione di un Io in Agostino, ma qui abbiamo il fattore hollywood: l’azione.
    2. l’Amore e la Legge dell’Ordine: la passione stravolge le persone, le istituzioni vacillano
    3. La follia dell’eroe cavalleresco: iconografie e forme dell’escandescenza
    4. Strade dell’Europa medievale: cosa vedevano i Cavalieri?

  29. ecco Giorgio intendevo proprio questo :-))))

    Gianni, ritira un attimo il post nuovo e cerchiamo di fare una proposta diretta, con un’immagine, facile da intuire per tutti…

    altrimenti le interazioni avverranno tra pochi intimi (se chi non è al corrente deve rileggersi i nostri commenti… diventa un lavoro a tempo pieno…)

  30. Vittorio Vittorio scrive:

    @Maddalena, ho seguito il tuo consiglio, ho mollato un attimo gli ormeggi dal blog di Giuliana “Fammenti di vita liquida” per approdare in questo punto. Ti dirò che ci ho messo un poco di impegno liquido, ho navigato, mi son letto al volo tema e post, ho dato un occhiata esterna per comprendere meglio chi fossero gli autori di alcuni post che mi hanno colpito più di altri.

    Allora, che dire…. bello, mi piace e hai ragione tu. Certo, si collega con diversi ragionamenti nati grazie all’articolo di Giuliana. Intravedo un possibile un filone di sintesi progettuale. La testa sta nel richiamo di Giuliana al pensiero di Morin sull’interdisciplinarietà e l’urgenza di fare un passo in avanti verso la transdisciplinarietà. Il filo poi scorre infilzando come una perla il passaggio tematico iniziale di Gianni quando riflette sul non dialogo tra punti di vista parziali e differenti. Corre ancora entrando nel problema posto da Noa sulla specifica (nel suo settore), ma generalizzabile mancanza di un’intelligenza condivisa a monte e a valle, per la quale indica l’obiettivo di un flusso circolare e continuo di lavoro comune. In ciò ecco che il filo si srotola per infilzare ancora il pensiero di Gianni a proposito della ricerca sulle nuove tecnologie della didattica, ricerca che non tiene conto dei risultati, che manca nell’importante traguardo dell’effetto cumulativo (e, aggiungo, partecipativo) dei risultati.
    Infine, per intrecciare un altro filo che forse può servire per imbastire una nuova storia, cercando di capire chi fosse Noa, mi son fatto una nuotatina fino al sito della BBN. Mi è piaciuto molto l’approccio della casa editrice e lo ritengo un esempio di grandi potenzialità per quell’obiettivo oltre l’interdisciplinarietà: la transdisciplinarietà. Considero, immaginandomi nel loro lavoro, molto importante l’esperienza maturata nel miscelare, mescolare, tenere insieme, ….l’area umanistica con quella scientifica e tecnologica, quella artistica e linguistica con l’ area economica. Proprio bravi, si potrebbe provare a fare non solo intelligenza condivisa, ma anche intelligenza collettiva.
    La coda del filo potrebbe essere metaforicamente rappresentata da questa frase di Henry Ford (non mi piace il fordismo, ma l’aforisma sì): “Trovarsi insieme è un inizio, restare insieme un progresso e lavorare insieme un successo”. In merito a questo, ovvero al restare assieme con l’ipotesi di poter lavorare insieme, condivido l’osservazione di Gianni circa l’agilità e flessibilità d’uso dello strumento. Ho potuto sperimentare il Ning e, ad oggi, mi pare il più semplice e di grandi potenzialità d’uso, anche sul piano delle nuove tecnologie per la didattica.
    Concludo segnalando a chi non la conosce già la CARTA DELLA TRANSDISCIPLINARIETA’” sottoscritta il lontano, ma non troppo, 6 novembre 1994. Guardate sotto, alla fine del manifesto, vedrete che c’è anche Morin, C’è anche il riferimento al Centro Internazionale per la Ricerca e gli Studi Transdisciplinari. Chissà, se magari ci viene voglia di fare un ponte, si potrebbe anche andare oltre frontiera…, a Parigi, ma sempre in Europa visto che siamo cittadini europei :-)

  31. Vittorio, sono in partenza. leggo in viaggio ed all’arrivo replico
    Ciao
    G

  32. noa scrive:

    @vittorio: grazie :)

  33. Vittorio,
    le tematiche che attraversano il tuo commento, la transdisciplinarietà, l’interdisciplinarietà, l’ibridazione dei dominii, sono centrali per la problematica che ha originato questa discussione (*): l’uso riflessivo/critico delle tecnologie nella didattica. Sono convinto siano critiche anche nel più generale contesto dell’apprendimento.
    Dopotutto la “disciplina” è solo un artificio per dare (una) forma alla realtà. La realtà è fatta di eventi, di situazioni, di problemi che possono essere letti solo in ottica interdisciplinare, transdisciplinare, ibrida …..
    Ecco che allora entrano in campo concetti come l’attraversamento della realtà da prospettive multiple (il Criss-cross Landascape di Wittengstein), la Flessibilità Cognitiva (con gli Ipertesti per la Flessibilità Cognitiva) e tanti altri concetti che sostengono i nostri Discorsi e le nostre Pratiche.
    Tra le tante possibili prospettive da cui traguardare le tematiche da te evidenziate, io adotto quella dello scopo dell’istruzione che non è quello di aiutare le persone a ricordare e ripetere informazioni ma risolvere problemi perché è quest’ultima questione che caratterizza la vita delle persone, non solo nel lavoro ma, anche, nella società e nelle loro vite. Come è evidente che persone e le comunità si preoccupano maggiormente di imparare il “come” le cose fare piuttosto che imparare “su” quelle cose (Jonassen).
    E, come ci ricordano tanti Maestri, i “problemi” non sono disciplinari ma multi-disciplinari.
    Ecco, quindi, l’aggancio pratico con il “compito” che ci eravamo dati qui la scorsa settimana: progettare una unità didattica con approccio multi-prospettive e per una didattica partecipata.
    Il “compito” mi intriga parecchio perché, anche se sono sempre attratto dalle dotte disquisizioni, dalle visionarietà più estreme, dall’eloquio ricco e suadente, prima o poi vengo irresistibilmente attratto dal passaggio alla pratica. E l’eccessivo cazzeggio verbale mi lascia la bocca amara.
    Riusciamo, quindi, a dare uno sbocco operativo a queste nostre riflessioni?
    ——
    * un po’ troppo formalmente ingabbiata dallo strumento – blog – che usiamo. Possiamo procedere solo in modo lineare agganciandoci all’ultimo commento; un ambiente per la scrittura reticolare, forse ci aprirebbe maggiori possibilità riflessive ed argomentative

  34. Vittorio Vittorio scrive:

    @Noa, con piacere.

    @Mario, sullo sbocco operativo: per esperienza (ho imparato lavorando gomito a gomito con francesi e tedeschi e catalani), in questi casi propongo una mattina di lavoro con colazione e cibarie varie sul tavolo o in una angolo + cellulari e altro staccato. @Maddalena, :-) @Francesca, :-) e un altro per la liquidità :-)

  35. Vittorio Vittorio scrive:

    …nel senso che occorre saper stare tra il reale e il digitale, per questo nell’esperienza di Marghera, abbiamo sempre unito momenti di forte socializzazione tra insegnanti, allievi, altre realtà vicine di condominio, amministratori pubblici, … questo lo ritengo un aspetto molto importante e di carattere generale, non solo come attenzione educativa al digitale, ma proprio come metacompetenza sul discorso relazionale. gli ultimi studi sul rapporto persona/macchina digitale mettono in evidenza rischi che condivido. per questo insisto a sottolineare l’aspetto reale/virtuale

  36. Livio scrive:

    progettare una unità didattica con approccio multi-prospettive e per una didattica partecipata.

    Così, per capire, che forma ha questa unità didattica? Immagino un supporto digitale? Se sì, avete pensato alle tematiche dell’accessibilità?

    Livio

  37. noa scrive:

    uh uh!
    Due righe di presentazione tratte da un recente articolo:

    Livio Mondini, esperto di accessibilità e consulente del Centro nazionale informatica per la pubblica amministrazione [...]

    Livio si sta rivelando una preziosa fonte di informazioni e suggerimenti. Qui in BBN infatti c’è l’ambizione di rendere tutti (sarà possibile?) i contenuti didattici accessibili.
    Dove per accessibilità non si intende “reperibili” o “raggiungibili”, ma si intende leggibili, interpretabili dalle tecnologie assistive in uso ai disabili.
    Ho scoperto, grazie a Livio, che i file *.pdf dei quali andavo tanto orgogliosa, non sono accessibili di default, ma devono avere caratteristiche tecniche precise (tag ecc).
    La normativa stessa prevede (anche in seguito al vecchio, ma mai attuato decreto Stanca) che debbano essere accessibili, ma anche così non fosse è “civile” che lo siano.
    Ci aspetta dunque (a noi di BBN, intendo) un grande lavoro :)

  38. @ Livio, mi accontenteri della progettazione didattica. Una volta conquistato questa “vetta” penseremo alla prossima (lo sviluppo delle risorse)

  39. Livio scrive:

    @Noa: che esagerata
    @Gianni: d’accordo, ma l’accessibilità va pensata fin dalle prime fasi della progettazione, pena una gran fatica per interventi a posteriori.
    Per esempio, le immagini vanno dotate di didascalie esaurienti, in grado di far comprendere a chi l’immagine non la veda il suo scopo.
    I filmati andrebbero sottotitolati, e così via. Il “Design for all” è una bella sfida, e permea tutti i livelli.

  40. Livio, nel nostro lavoro considereremo certamente le problematiche che evidenzi. Sarai il nostro “esperto” :-)

    Maddalena: rispetto all’ipotesi da te formulata la scorsa settimana, come e quando riprendiamo il discorso?
    Io ho in sospeso quel post … che se ne fa?

  41. Eccomi arrivata, mi sono presa un po’ di tempo per leggere post e commenti. Anche se, confesso, era un po’ che tenevo d’occhio la rubrica di Gianni e facevo la “lurker” ;) aspettando l’occasione di parteciparvi.
    Vittorio ha già riportato i temi di cui si stava parlando dalle mie parti e, vedo, che sono già stati sottolineati come centrali.
    Quindi, mi sembra di capire, che adesso andiamo sul pratico: La progettazione didattica.
    Io sono un’insegnante di lingua straniera. Mi piacerebbe inserire anche la lettura di brani, anche brevissimi, in originale tratti da qualche opera della tradizione cortese (da pensare come fare questa lettura).
    Siamo ancora in fase di brainstorming virtuale, vero?
    Io continuo a riflettere, se per voi va bene, su come leggere questi testi..

  42. Bene arrivata Giuliana, la tua competenza (non solo disciplinare) arricchirà questo lavoro. Si, siamo ancora in fase di brainstrorming. Leggo quessti post tra una lezione ed un caffè …. Nel fine settimana cercherò di fare il punto a beneficio di tutti (e mio, in primis ….) e rilanciare. Cercherò anche di farmi raccontare meglio dal pargolo il contesto di questo argomento (il romanzo cortese) per non fare una progettazione troppo ipotetica. Ovviamente dovremo prescindere dal metodo usato in precedenza e presupporre che l’insegnante abbia le neccessarie competenze tecniche e didattiche e che siano disponibili le tecnologie che immaginiamo di usare ….

  43. sì Gianni, perfetto… un pò alla volta con calma le idee si stanno schiarendo
    ;-)

  44. gg scrive:

    guarda caso il romanzo nasce dal passaggio del latino al volgare (romanice loqui), quindi si colloca nel ‘passaggio’ tra due mondi, il latino e il volgare. l’insegnante dovrebbe innanzitutto aiutare gli allievi a passare da una forma mentale analogica a quella digitale. il romanzo cortese conosce due cicli: il ciclo mitico-classico e il ciclo bretone (rielaborano il patrimonio mitico greco e romano o le antiche leggende bretoni sulla figura e le gesta di Re Artù). qui vedrei due gruppi di allievi che discutono in un forum intorno alle virtù cortesi. gli allievi immaginano di essere i cavalieri e le allieve le dame. proveranno a scrivere in chat con versi ottonari a rima baciata, un po’ come la musica rap. “ingrediente fondamentale del romanzo cortese è il gusto per l’avventura e per il magico”. qui vedrei gli allievi che riscrivono alcuni passi di artù e del sacro graal come se fosse un gioco di ruolo (magari si potesse usare SL!). all’interno dei due gruppi, ci sono vari ruoli: il poeta che scriverà dell’amore cortese, la dama che dovrà riufitare, il cavaliere che narrerà le gesta, lo storico che parlerà delle fonti. eccetera. importanti gli agganci alla realtà: le vicende d’amore di questi cavalieri erano un po’ come le telenovelas. ai ragazzi chiederei di parlare del loro concetto di amore, di onore. il tema della lotta interiore del sacrificio, il ruolo della donna. spiegare in maniera digitale significa anche questo: saltare dal passato al futuro, dallo studio al gioco.sarebbe bello che l’insegnante di ponesse come al centro di una tavola rotonda come il re artù attorno al quale ruotano tutti i cavalieri e le dame.
    sostanzialmente il romanzo cortese andrebbe vissuto dall’interno: costruendo l’avatar di un caveliere: serviranno immagini per vedere come si vestiva. e che musica ascoltavano? e la sera? cosa facevano. ai ragazzi farei vedere le corti in virtuale. gli farei fare scambi di immagini dei castelli. facebook, friendfeed, come dicevate voi, potrebbe essere utile nello scambio d’informazioni per il cavaliere avatar. a presto

  45. @ gg
    ecco a proposito di rap… invito anche Giuliana a dare un’occhiata a questo modo di impostare l’argomento:
    http://www.sedl.org/loteced/scenarios/french_middleages.html
    In particolare:

    ACTIVITY SET 3: La Chanson de Roland
    After the second group has made its presentation on La Chanson de Roland and before the next group’s presentation, the class as a whole retells the story of Roland and Charlemagne in simple French. With the teacher’s guidance, a volunteer writes the sentences dictated by the class on the board using the past tenses, practicing the passé composé and imparfait. Then, students working in pairs choose a musical style (rap, country, blues, pop, etc.) and retell the story of Roland and Charlemagne using the story text created by the class or using their own version of the story. Teams perform their musical rendition in class using props.

    Next, students make swords using a cardboard tube (such as an empty wrapping paper roll) and aluminum foil—not exactly Roland’s famous Durendal, but suitable for a fencing demonstration held to teach basic moves. Community resources such as a local university can be helpful in finding a qualified fencing instructor. The teacher meets with the fencing instructor in advance to prepare a list of related French vocabulary that students are to learn and use as they practice their moves. A single elimination fencing tournament is held, and invitations are extended to school administrators to judge the contest and to local media to cover the event.

    che ne dici Giuliana? credo si possa trovare anche di meglio in rete, ma è un buon punto di partenza per il percorso cui accennavi…

  46. ottimo questo passaggio, @gg

    gli studenti proveranno a scrivere in chat con versi ottonari a rima baciata

    riesci anche a trovare in rete un testo che possa essere di esempio? in italiano intanto…

  47. c’è anche questo blog, III liceo, progetto interdisciplinare…

    http://blog.scuolaer.it/blog.aspx?IDBlog=986

  48. Quello che propone Maddalena è un ottimo spunto di partenza. L’Activity Set 3 mi sembra possa adattarsi bene con la bella proposta di gg di scrivere versi ottonari a rima baciata e di pensarli in musica (rap, country…). Mi spiego meglio, invece delle trasformazioni dei tempi verbali dal presente al passato (un esercizio di grammatica), provare a scrivere in versi (usare la lingua in modo creativo).

    La costruzione dell’avatar, gg propone di vivere la situazione attraverso i metamondi.
    Quindi mi sembra che ci siano due piani quello linguistico e quello delle immagini.

    Continuo a pensarci..

  49. Ho fatto una mappetta (mentale) di sintesi. Qui non vedo la possibilità di allegare file al commento. Mad, questa piattaforma ha la possibilità di mettere i file da qualche parte e poi linkarli?

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