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	<title>Ibrid@menti &#187; psicoterapia</title>
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	<description>Blog collettivo ideato dall'Università Ca' Foscari di Venezia per proporre nuovi modelli di ricerca universitaria</description>
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		<title>Pietro Barbetta: se la psicologia dinamica diventa statica</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 21:03:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[M.G.: Pietro Barbetta, psicoterapeuta e docente all&#8217;Università di Bergamo e al Centro Milanese di Terapia della Famiglia, riprendiamo il discorso fatto qui? Nel tuo ultimo libro &#8220;Il linguaggi dell&#8217;isteria&#8221; tu dici che la psicopatologia non può capire l&#8217;isteria, perché è quest&#8217;ultima, semmai, che può dire la sua sulla psicopatologia. Credo che sia la ragione per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" src="http://bidieffe.net/wp-content/uploads/2008/04/copertina1.jpg" alt="" width="300" /><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.: <a href="http://pietrobarbetta.net" target="_blank">Pietro Barbetta</a>, psicoterapeuta e docente all&#8217;<a href="http://www.unibg.it/struttura/struttura.asp?rubrica=1&amp;persona=38&amp;nome=Pietro&amp;cognome=Barbetta" target="_blank">Università di Bergamo</a> e al <a href="http://www.cmtf.it" target="_blank">Centro Milanese di Terapia della Famiglia</a></strong><strong>, riprendiamo il discorso fatto <a href="http://www.ibridamenti.com/recensioni/saggistica/2008/10/lo-schizofrenico-della-famiglia-e-linconscio-della-psichiatria/">qui</a>? Nel tuo ultimo libro &#8220;Il linguaggi dell&#8217;isteria&#8221; tu dici che la psicopatologia non può capire l&#8217;isteria, perché è quest&#8217;ultima, semmai, che può dire la sua sulla psicopatologia. Credo che sia la ragione per cui da parecchio tempo scrivi intorno alla schizofrenia e all&#8217;isteria: il tuo lavoro di questi anni, se da una parte aiuta a comprendere quelle categorie diagnostiche, dall&#8217;altra ancora di più illumina le discipline che fanno uso di quelle categorie. Dunque, cosa dice l&#8217;isteria a proposito della psichiatria e della psicopatologia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.B.: </strong>Impone loro una ricerca scientifica inesauribile,  non potremo mai dire di avere scoperto le &#8220;cause&#8221; dell&#8217;isteria e, in fin dei  conti, neppure di avere scoperto l&#8217;isteria.<br />
È una patologia l&#8217;isteria? Si,  ma&#8230; e qui potremmo parlare all&#8217;infinito, intorno a questo &#8220;ma&#8221;.<br />
È un po&#8217; come nel problema che pone <a href="http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaK/KUHN_%20LE%20CARATTERISTICHE%20DELLE%20R.htm" target="_blank">Kuhn</a> della struttura delle rivoluzioni scientifiche, la fase del paradigma è quella dove l&#8217;isterica si avvinghia attorno al suo Master: il paradigma, personificato volta per volta nel chirurgo che la clitoridectomizza, nell&#8217;educatore che la rinchiude, nell&#8217;ipnotista che la manda in trance, nello psicoanalista che la fa sdraiare sul lettino, nel terapeuta familiare che la vede con la sua famiglia, nel supervisore del terapeuta che rimane invischiato nell&#8217;isteria del terapeuta isterizzato dall&#8217;isterica, così avanti all&#8217;infinito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.: Psicologia dinamica, scrivi, come  psicologia del possibile. Hai anche tu l&#8217;impressione che ci sia in giro  molta psicologia <em>statica</em></strong><strong>? Che continua ad avere come riferimento la  medicina, anzi no, l&#8217;anatomia patologica? Leggo relazioni diagnostiche che  sembrano referti autoptici (anche nello stile, intendo), descrizioni di  corpi morti&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.B.: </strong>Che sconforto e che vergogna vedere la psicologia ridotta così,  ancella e serva del discorso medico, del cognitivismo che scotomizza la cognizione dalle affezioni. Le nostre università sono una vera disperazione:</p>
<p style="text-align: justify;">a) non si possono vedere casi clinici perché c&#8217;è la privacy: assurdo! Forse perché molti dei professori non fanno la clinica, ma temono di venire scoperti; in tutto il mondo si fa clinica a psicologia come si fa a medicina: la legge sulla privacy vale solo per gli studenti di psicologia e non per gli studenti di medicina?<br />
b) s&#8217;insegnano (quasi sempre molto male) batterie di test senza dare agli studenti una formazione anche storica sull&#8217;uso dei test. I nostri studenti escono conoscendo male i test intellettivi e senza sapere che dal 1917 furono usati come strumento di discriminazione razziale, studiano l&#8217;<a href="http://www.itapi.org/itapi-schedatest-mmpi.html" target="_blank">MMPI</a> senza sapere che nel 1972 il suo inventore scrisse che bisogna stare attenti a usarlo e che un buon clinico in due ore di colloquio trae molte più infromazioni, i proiettivi senza avere la più pallida idea dell&#8217;enorme differenza tra un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Thematic_Apperception_Test" target="_blank">TAT</a> e un <a href="http://redrose.cab.unipd.it/psytest/php/display.php3?psy_test_id=123" target="_blank">Blacky</a>, nessuno gli spiega la storia, il contesto in cui sono nati e se e quando sia opportuno usarli;<br />
c) la filosofia, la letteratura (grandissima fonte per la clinica da Freud in poi), l&#8217;antropologia, la storia della scienza vengono quasi sistematicamente ignorate (credo che Bergamo sia l&#8217;unica università nel belpaese a insegnare queste materie a psicologia, e il bello è che in altre università di psicologia dove fanno l&#8217;esame di stato i nostri studenti rischiano di venir bocciati da bruti che non hanno mai letto un libro (eccetto il manuale dell&#8217;<a href="http://www.slideshare.net/eatworld/introduzione-a-spss" target="_blank">SPSS</a>) e che non hanno mai incontrato un paziente o comunque non hanno mai svolto pratiche sociali inerenti la psicologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.: Nel nono  capitolo, parlando delle &#8220;nuove forme isteriche&#8221;, fai un lungo accenno  alla Rete. A un certo punto ti domandi se, essendo stata la scrittura  epistolare rimpiazzata dal Internet, questo costituisca il tramonto  dell&#8217;isteria o, al contrario, una sua diffusione planetaria. Diresti  qualcosa in proposito per i navigatori che ci leggono?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.B.: </strong>La scrittura epistolare è  un modo di comunicare con aura, dalle lettere dei vangeli fino ai dolori del  giovane Werther e oltre. <a href="http://www.dulwichcentre.com.au/michael-white-archive.html" target="_blank">Michael White</a> in ciò ci è stato maestro, ci ha  insegnato che possiamo anche permetterci di scrivere una relazione per l&#8217;ASL con uno stile (come diceva Bateson: il bene si fa nei minuti particolari).  Internet è come la caduta dell&#8217;aura nella comunicazione scritta. Le reazioni  possono essere due, quella che ebbe <a href="http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/m/mastropa.htm" target="_blank">Benjamin</a> quando vide la caduta dell&#8217;aura  nell&#8217;opera d&#8217;arte scrisse: quasto è fantastico. si apre una nuova era: l&#8217;arte  sarà costretta a cambiare, a dirci cose nuove!, oppure quella del signor Wiesengrund, che si faceva chiamare <a href="http://books.google.it/books?id=Q4gW1qyO1DMC&amp;printsec=frontcover&amp;dq=theodor+adorno&amp;source=bl&amp;ots=UN3ou93soH&amp;sig=Z3wXwZ2q2hVxEsXjTeEm8uVef_4&amp;hl=it&amp;ei=_NUXTOaOIuaosQaIkNzSCQ&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=4&amp;ved=0CB4Q6AEwAw#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">Adorno</a>: con la scusa che la mamma gli aveva passato la passione per la musica, e con tutta &#8216;sta passione per la musica, quando sente in America il jazz, lo <a href="http://www.jstor.org/pss/852897" target="_blank">bolla</a> come spazzatura. Io parafrasando Weber potrei dire: non dobbiamo ripetere altro che questo: &#8220;viva la spazzatura&#8221;.</p>
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		<title>Dall&#8217;universo al multiverso, dall&#8217;infinito al congiuntivo</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 15:47:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[No, che non è una recensione. Né la cosmologia né la fisica sono il mio mestiere, e poi figuriamoci se mi metto a fare le pulci a uno che mi racconta fatti che si sono svolti nell&#8217;arco di alcune frazioni di secondo la bellezza di quattordici miliardi di anni fa. Inoltre ho l&#8217;impressione che Vilenkin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2963 alignleft" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/01/vilenkin.jpg" alt="vilenkin" width="200" height="322" /></p>
<p>No, che non è una recensione. Né la cosmologia né la fisica sono il mio mestiere, e poi figuriamoci se mi metto a fare le pulci a uno che mi racconta fatti che si sono svolti nell&#8217;arco di alcune frazioni di secondo la bellezza di quattordici miliardi di anni fa.<br />
Inoltre ho l&#8217;impressione che Vilenkin si sia riproposto di scrivere anche per chi non sia un suo collega, ma che sia riuscito a tener fede al proposito a malapena per un terzo del libro (<strong>&#8220;Un solo mondo o infiniti?&#8221;</strong>, Raffaello Cortina Editore, 2007). Dopodiché non ce l&#8217;ha più fatta. Forse la passione gli ha preso la mano, 0 forse, semplicemente, la materia è quella che è. Per quel che mi riguarda la lettura si è fatta sempre più impegnativa: fortuna che otto ore di treno in due giorni (e, sì, la scrittura sagace e intrigante dell&#8217;autore) mi hanno incoraggiato ad arrivare fino alla fine. Ma uno di questi giorni lo riprendo dall&#8217;inizio&#8230;</p>
<p><strong>Alex Vilenkin</strong>, docente alla Tufts University di Boston e direttore del locale Istituto di Cosmologia, torna dalle parti del <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Big_bang" target="_blank">Big Bang</a></strong> per gettare lo sguardo sugli istanti immediatamente precedenti. Sui successivi qualche nozione l&#8217;abbiamo: ma, dice Vilenkin, i fisici hanno sempre guardato con terrore al di là di quel confine infinitesimale, prima del botto insomma. Un po&#8217; perché l&#8217;idea di un universo che esiste dall&#8217;eterno crea qualche problema con il secondo principio della <strong>termodinamica</strong> (checché se ne dica guardandosi intorno, no, non siamo ancora allo stato di massima entropia). Ma un po&#8217; anche perché, una volta di là, scivolare nella metafisica è un attimo.</p>
<p>Una delle questioni più sorprendenti che questo libro apre è che le nuove tesi sull&#8217;origine del cosmo (quella, in particolare, di un Universo in eterna <em>inflazione</em>, che genera continuamente &#8220;universi isola&#8221; come quello che io e voi abitiamo in questo momento) rendono legittimo pensare all&#8217;esistenza simultanea di mondi <strong>paralleli</strong>, ciascuno dei quali potrebbe essere (e ospitare) lo scenario di esiti differenti di storie (probabili? reali addirittura?). Come dire che da qualche parte, lì fuori, <em>un altro </em>qualcuno di voi potrebbe aver vinto un Nobel, Bush potrebbe all&#8217;ultimo momento aver rinunciato alla guerra in Iraq per dedicarsi alla classificazione dei muschi e l&#8217;Italia potrebbe essere governata, che so?, da un ex cantante piduista.</p>
<p>Perché mi è piaciuto questo libro? Perché gli scienziati che lo popolano (a partire da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Albert_Einstein" target="_blank"><strong>Albert Einstein</strong></a> e da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aleksandr_Aleksandrovi%C4%8D_Fridman" target="_blank"><strong>Aleksandr Fridman</strong></a>, straordinario personaggio che risolse alcuni problemi che avevano tolto il sonno al maestro) sono quanto mai distanti dall&#8217;idea di infallibile &#8220;occhio di Dio&#8221;. Anzi, questa storia non sarebbe la stessa senza le loro scombinate, curiose, tragiche, grottesche vicende umane.<br />
E poi perché da tempo la mia disciplina (la psicoterapia) si incuriosisce alla storia dell&#8217;universo e alla fisica dei quanti per le stesse ragioni per le quali si avvicina a Borges e Calvino e guarda (o dovrebbe) all&#8217;<strong>iperromanzo</strong> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Joyce" target="_blank">Michael Joyce</a> o <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Stuart_Moulthrop" target="_blank">Stuart Moulthrop</a> e a <a href="http://www.psiconline.it/article.php?sid=269" target="_blank">certo cinema</a>. Perché pare proprio che nell&#8217;immensamente grande e nell&#8217;infinitamente piccolo le cose non stiano mai per forza come le si vede, e quel che ci si mostra non è altro che uno dei tanti modi in cui le cose possono andare. Perché come Borges, Calvino, &#8220;Sliding Doors&#8221; e &#8220;<strong>Lola Corre</strong>&#8220;, la storia dell&#8217;universo e la fisica subatomica sono uno straordinario giacimento di metafore sul cambiamento e sulle possibilità, per immaginare una realtà-multiverso in cui le storie possono svolgersi in numerosi modi; in cui, invece che un passato che &#8220;determina&#8221; il presente, c&#8217;è un&#8217;intricata rete di storie che interferiscono le une con le altre.<br />
Per esercitarsi, insomma, in un pensiero <em>al congiuntivo</em>.</p>
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		<title>La terapia raccontata dalle anoressiche</title>
		<link>http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2008/11/la-terapia-raccontata-dalle-anoressiche/</link>
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		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 13:29:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono tornato con Pietro Barbetta dal congresso della Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale (SIPPR) che si è svolto a Montegrotto Terme il 24 e il 25 ottobre. Iscritti tutt&#8217;e due a parlare nella sessione sui disturbi alimentari, abbiamo unito le nostre voci per alcune considerazioni che partivano da una ricerca svolta alcuni anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono tornato con <strong><a href="http://pietrobarbetta.net" target="_blank">Pietro Barbetta</a></strong> dal <a href="http://www.cptf.it/doceboCms/index.php?mn=news&amp;pi=67_181&amp;id=25" target="_blank">congresso</a> della Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale (<strong><a href="http://www.sippr.it/" target="_blank">SIPPR</a></strong>) che si è svolto a Montegrotto Terme il 24 e il 25 ottobre. Iscritti tutt&#8217;e due a parlare nella sessione sui disturbi alimentari, abbiamo unito le nostre voci per alcune considerazioni che partivano da una ricerca svolta alcuni anni fa, che ci suggerì alcune considerazioni su aspetti etici e culturali della terapia dell&#8217;anoressia. Con un gruppo di colleghi, intervistammo ex anoressiche che avevano fatto una psicoterapia e conoscemmo dall&#8217;interno le mailing list di ragazze digiunatrici.</p>
<p>Scambio di idee per <a href="http://www.ibridamenti.com/">Ibridamenti</a></p>
<p><strong>Massimo: </strong>allora, come raccontare Montegrotto a chi non c&#8217;era? Sul palco del convengo abbiamo unito i tempi a nostra disposizione per conversare davanti al pubblico sui disturbi alimentari, anziché leggere le relazioni individuali che avevamo proposto&#8230;<br />
Abbiamo rievocato l&#8217;esperienza della ricerca del <strong>Forum sulle matrici culturali della diagnosi</strong>, di cui sei stato animatore presso l&#8217;università di Bergamo, e nel quale organizzasti una ricerca sui disturbi alimentari. Quelle che abbiamo presentato sono le idee scaturite dalle interviste condotte con ex pazienti anoressiche, che abbiamo fatto parlare sull&#8217;anoressia e sulla terapia.<br />
Credo che ciò che il pubblico ha colto, e che ha dato vita al dibattito successivo, sia stato questo tentativo di costruire un sapere sull&#8217;anoressia ascoltando le voci delle <strong>donne</strong> che avevano attraversato quell&#8217;esperienza, e che avevano qualcosa da dire sul digiuno ma anche sulla terapia&#8230;</p>
<p><strong>Pietro: </strong>Se dovessi sintetizzare l&#8217;elemento più significativo emerso da quel vasto lavoro di ricerca (i <em>follow up</em> che pubblicheremo su <a href="http://www.cmtf.it/?page_id=8" target="_blank">Connessioni</a> e dei quali abbiamo fatto solo cenno a Montegrotto, le indagini sui siti internet, le ricerche storiche sulla trasformazione dei disordini alimentari e dei dispositivi di trattamento), la cosa che più mi ha segnato è il termine inglese <em>dis-order</em>, che in italiano è stato tradotto con <em>disturbo</em>.<br />
Ma <em>disordine</em> mi pare più congeniale per il nostro lavoro, no? Rinvia alla questione dell&#8217;ordine, dell&#8217;ordine familiare. Quel filo, il filo dell&#8217;ordine familiare, è stato per me una traccia da seguire, un filo di Arianna, da <strong>&#8220;Anoressia e isteria&#8221;</strong> a <strong><a href="http://www.ibridamenti.com/recensioni/saggistica/2008/10/lo-schizofrenico-della-famiglia-e-linconscio-della-psichiatria/">&#8220;Lo schizofrenico della famiglia&#8221;</a></strong>.<br />
Mi sono posto la questione dell&#8217;ordine familiare, che ha poco a che fare con il familismo. Noi nell&#8217;intervento abbiamo parlato della relazione terapeutica, delle credenze del terapeuta. Abbiamo contribuito a decostruire il dispositivo terapeutico classico? È forse per questo che il pubblico ci ha interrogato? Perché era un pubblico di terapeuti? Chissà se fosse stato un pubblico di famiglie.</p>
<p><strong>Massimo: </strong>&#8230;giusto: <em>dis-ordine</em>. Ti ho sentito spesso parlare dell&#8217;anoressia come disvelamento della finzione di quell&#8217;ordine familiare. Ma non è che questa idea di intervistare le ex pazienti e di ascoltare le anoressiche delle mailing list è una specie di attentato contro un altro tipo di ordine? A partire dalle parole di digiunatrici ed ex digiunatrici, abbiamo parlato dei terapeuti e della <strong>fragilità</strong> delle loro certezze, ma anche dei <a href="http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=31" target="_blank">luoghi comuni</a> sull&#8217;alimentazione e sulle “cause” del digiuno, che i media ci vendono per certezze dimostrate.</p>
<p><strong>Pietro: </strong>Giustissimo! Ma bisogna stare attenti qui in Italia a parlare di fragilità! Non dimentichiamoci che siamo nel paese di Mussolini, dove prevale la filosofia dei &#8220;duri e puri&#8221;. Anche tra i terapeuti. Mi pare che qui la linea vincente sia strategica. Come diceva <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Cecchin" target="_blank"><strong>Cecchin</strong></a>: metafore di guerra, del resto <em>guerra</em> e <em>guarigione</em> hanno la stessa origine. Ecco allora prevalere l&#8217;idea della sfida, oppure quella comportamentista del ricovero segnato da fasi di ingrassamento che ti fanno passare l&#8217;&#8221;esame&#8221;, ecc. E quando un terapeuta non ce la fa più, quando emergono le fragilità, quando deve mollare, allora non va bene. Insomma, a ognuno la sua cultura; e qui da noi va tanto il terapeuta Mussoliniano, strategico-comportamentista, educatore e sfidatore, una specie di <strong>eroe</strong> da ammirare. Ma è proprio questa la trappola, l&#8217;essere costretti a parlare bene di sé stessi, a far salire i prezzi per essere valutati dal mercato. Così, non solo paghi uno sproposito per una seduta, ma ti sgridano pure!</p>
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		<title>&#8220;Lo schizofrenico della famiglia&#8221; di Pietro Barbetta</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 07:54:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimo giuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Barbetta]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[psicofarmaci]]></category>
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		<category><![CDATA[schizofrenia]]></category>

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		<description><![CDATA[Attendevo &#8220;Lo schizofrenico della famiglia&#8221; di Pietro Barbetta con una certa curiosità, per almeno tre ragioni. La prima ragione è che da anni Pietro illustrava le idee e raccontava le storie cliniche che ora sono raccolte nel volume. Credo infatti che fra i suoi libri questo sia stato quello che più ha dovuto lottare per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1560" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2008/10/barbetta.jpg"><img class="size-medium wp-image-1560" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2008/10/barbetta-200x300.jpg" alt="&quot;Lo schizofrenico della famiglia&quot;. Meltemi, 2008, pp. 186, € 18,00" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Pietro Barbetta: &quot;Lo schizofrenico della famiglia&quot;. Meltemi, 2008.</p></div>
<p>Attendevo <a href="http://www.ibridamenti.com/ibuno/2008/09/lo-schizofrenico-della-famiglia-pietro-barbetta/" target="_blank"><strong>&#8220;Lo schizofrenico della famiglia&#8221;</strong></a> di <a href="http://faberlab.net/bdf/" target="_blank">Pietro Barbetta</a> con una certa curiosità, per almeno tre ragioni.</p>
<p>La prima ragione è che da anni Pietro illustrava le idee e raccontava le storie cliniche che ora sono raccolte nel volume. Credo infatti che fra i suoi libri questo sia stato quello che più ha dovuto lottare per arrivare negli scaffali: per via, <a href="http://www.massimogiuliani.it/blog/?p=56" target="_blank">dice l&#8217;autore</a>, di una &#8220;tendenza del mercato <em>psi</em> a non parlare di schizofrenia se non in relazione al trend che va di moda: neurotrasmettitori e <em>cervella</em>&#8220;. Tributiamo dunque una gioiosa ola all&#8217;editore <strong>Meltemi</strong>, cui va dato atto di averlo voluto nel proprio catalogo.<br />
In un affollato <a href="http://www.cmtf.it/?p=33" target="_blank">seminario</a> a Milano nel 2007, ad esempio, Barbetta accese il dibattito con la sua idea che la schizofrenia stesse conoscendo una specie di mutazione, dai floridi deliri a cui ci aveva abituati fino a qualche anno fa al minimalismo catatonico dei &#8220;sintomi negativi&#8221;, che sono il prodotto dei nuovi neurolettici atipici.<br />
Terapeuta familiare nel solco del pensiero sistemico e della complessità, discendente del <a href="http://www.vertici.com/rubriche/articolo.asp?cod=12462" target="_blank">&#8220;Milan Approach&#8221;</a> di <strong>Luigi Boscolo</strong> e <strong>Gianfranco Cecchin</strong>, Pietro Barbetta ha una sua tendenza a guardare quello che non è così ovvio ma che pure è rilevante: come per esempio il <em>contesto</em>, quello sfondo trascurato che fa parte del &#8220;rimosso&#8221; dell&#8217;<strong>&#8220;inconscio psichiatrico&#8221;</strong>.<br />
Detta così pare quasi un&#8217;ovvietà; eppure, se è banale dire che nella nostra cultura un raffreddore non è quello di duecento anni fa &#8211; perché ad un certo punto della sua storia clinica oggi entra &#8220;naturalmente&#8221; l&#8217;acido acetilsalicilico con i suoi effetti chimici -, non riusciamo a trovare altrettanto evidente che la storia clinica di un caso di schizofrenia non possa prescindere dalla psichiatria e dai suoi effetti chimico relazionali. Rimozione, dice Barbetta, che era ancora più massiccia prima di <strong>Bateson</strong>, <strong>Deleuze</strong> e <strong>Foucault</strong>: come risultato, l&#8217;unica spiegazione <em>vera</em> della malattia mentale era quella di tipo medico, individuale, a-contestuale.</p>
<p>Dicevo di tre ragioni per le quali attendevo &#8220;Lo schizofrenico&#8221;: la seconda è che confidavo che mi chiarisse la direzione che sta prendendo il pensiero di Barbetta sulla diagnosi. Sapevo che da anni stava lavorando sui temi delle categorie diagnostiche (uno dei suoi libri precendenti è il denso <strong>&#8220;Anoressia e isteria&#8221;</strong>), e conoscendolo come un esponente di una scuola di pensiero che alla bussola sicura della diagnosi preferisce le vicissitudini dell&#8217;ipotizzazione continua, qualcosa del suo percorso continuava a restarmi misteriosa.<br />
Ora vi dico come l&#8217;ho capita io.<br />
Una delle &#8220;vacche sacre&#8221; della psicoterapia (recupero una felice espressione di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lynn_Hoffman_(family_therapist)" target="_blank">Lynn Hoffman</a>) è l&#8217;idea che non si possa fare un&#8217;adeguata terapia senza partire da una <strong>diagnosi</strong> puntuale. Non voglio insistere sul fatto che questa premessa ricalca pari pari la premessa medica trasportandola meccanicamente (e incautamente) in un altro territorio: ma sul fatto che, nella cura psicologica, questo è uno dei miti più proclamati e insieme più contraddetti (inconsapevolmente, perché poi nella pratica clinica c&#8217;è sempre molto di più di quello che ci raccontiamo; oppure deliberatamente, nella separata sede delle conversazioni fra professionisti e nella corrispondenza in mailing list private).<br />
La differenza fra il pensare alla diagnosi come una punteggiatura che contribuisce a costruire la cultura che l&#8217;ha generata e il pensarla come conoscenza &#8220;esatta&#8221; della realtà, ha a che fare con la rimozione del contesto e dell&#8217;<strong>osservatore</strong>.<br />
Nei casi raccontati qui, la diagnosi non è più la necessaria preconoscenza a partire dalla quale inizia il dialogo terapeutico: non sta <em>prima </em>e <em>a monte </em>di quello, ma <em>nella</em> sua cornice. Come nella <strong>&#8220;Galleria di stampe&#8221;</strong> di Escher, il contesto entra nella storia e la storia fa da contesto al contesto. Il paziente psichiatrico, conversando col terapeuta <em>sulla </em>diagnosi, ritorna individuo, persona, anziché <em>malato</em>. Partecipa a un salto logico: se lui non è più &#8220;dentro&#8221; la diagnosi, ma è la diagnosi che sta &#8220;dentro&#8221; la sua conversazione col terapeuta, non è la patologia che lo governa, ma è lui che la governa dicendola, parlandone, condividendo con i professionisti della salute una competenza e una <em>moral agency</em>.</p>
<p>E la terza ragione? La terza è che Pietro è un irresistibile narratore di storie cliniche. Scommetto che le vicende di <strong>Giacobbe</strong>, di <strong>Gianmaria</strong>, di <strong>Matteo</strong> e <strong>Giulietta</strong> si avvieranno a diventare piccoli classici della letteratura psicoterapeutica, di quelle storie che illuminano la ricerca di una via pragmatica e clinicamente credibile fra la Scilla dell&#8217;universo concentrazionario psichiatrico e la Cariddi del riduzionismo sociologico antipsichiatrico.</p>
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